I pirati della Malesia/Capitolo XXIV - A bordo del Realista

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Capitolo XXIV - A bordo del Realista

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Capitolo XXIV - A bordo del Realista
Capitolo XXIII - La rivincita del rajah Brooke Capitolo XXV - La nave dei forzati

Capitolo XXIV
A bordo del Realista


Dieci minuti dopo quella tremenda lotta, finita con la peggio per la invincibile Tigre della Malesia, il piccolo schooner di James Brooke lasciava la baia uscendo trionfante in mare.

Le vele quadre del trinchetto e la grande randa dell’albero maestro erano state spiegate dal numeroso equipaggio del rajah e la nave, spinta da una fresca brezza che soffiava da terra, scorreva veloce sulle azzurre e limpide acque del Borneo, lasciandosi a poppa una candidissima scìa.

Sandokan e Yanez, in piedi, a poppa, ma guardati da quattro soldati che avevano ancora le baionette inastate, tenevano gli sguardi volti verso l’isolotto, dinanzi al quale si trovava ancora lo yacht di lord Guillonk.

Pareva che cercassero d’indovinare ciò che accadeva a bordo di quello splendido legno e di discernere ancora i dolci lineamenti di Ada e quelli di Kammamuri.

Quando la distanza fu tale da non poter più nulla scorgere, la Tigre si volse verso il fedele compagno.

— È proprio finita! — esclamò. — Ecco una buona azione che noi abbiamo pagato ben cara, mio povero Yanez.

Il portoghese si accontentò di scrollare le spalle.

— Tu non temi.

— No, — rispose Yanez.

— Pure siamo nelle mani dello Sterminatore dei pirati.

— Ma tu sei la Tigre della Malesia. Quel’è il più forte?...

— Se fossi ancora libero e avessi al mio fianco la mia fedele scimitarra, ti direi che la Tigre potrebbe ancora vincere lo Sterminatore, ma ora...

— Io ho fiducia in te, Sandokan.

Un pallido sorriso sfiorò le labbra del capo dei pirati di Mompracem.

— Le Tigri che mi seguivano sono state spente dal ferro e dal fuoco, — mormorò con un rauco sospiro.

— A Mompracem ve ne sono altre non meno tremende, tali da far mordere la polvere anche allo Sterminatore.

— Mompracem è lontana e noi siamo prigionieri.

— Tu sei un uomo da infrangere le catene e da rovesciare le pareti d’una prigione, — disse Yanez.

— Ecco James Brooke che si dirige verso di noi.

Il rajah dopo aver conferito coi suoi ufficiali era risalito in coperta e si dirigeva verso i due prigionieri. Fece segno ai quattro soldati di scostarsi, poi volgendosi verso Sandokan ed il suo compagno, disse loro:

— Seguitemi.

— Che cosa volete da noi? — chiese con alterigia Sandokan.

— Prima del tramonto voi lo saprete, — rispose il rajah. — I miei ufficiali, radunati in consiglio di guerra, hanno già pronunciato la vostra condanna.

— Io non riconosco in loro questo diritto.

— Lo riconosco io che sono il rajah di Sarawack.

— James Brooke!... La Tigre della Malesia non è ancora morta!... — gridò Sandokan, mentre un lampo terribile gli guizzava nelle pupille.

— E che cosa volete dire?...

— Che un giorno potrei tornare sulle sponde del tuo reame alla testa delle tigri di Mompracem!...

— Bah! Mompracem sarà ben lontana da voi quel giorno, — disse il rajah con un sorriso ironico. — Tra un mese vi sarà il grand’Oceano fra la vostra isola e quell’altra.

— Quale altra?

— Quella di Norfolk.

— Sandokan aveva fatto un gesto di stupore e di collera, ma poi disse con voce tranquilla, anzi ironica:

— Ah! Voi volete mandarmi fra i forzati che l’Inghilterra e l’Australia regalano a Norfolk?

“La vostra idea non è stata cattiva, James Brooke! E sarà il vostro Realista che intraprenderà un così lungo viaggio?

— La mia nave mi è più utile qui che nei mari dell’Australia.

— Allora sarà quella che dovrà condurre laggiù Tremal-Naik.

— È vero.

— È già giunta a Sarawack? — chiese Sandokan sempre beffardamente.

— Da ieri sera incrocia dinanzi al Matang.

— Andiamo a vedere Norfolk dunque, purché un caso imprevisto non me lo impedisca.

— Quale caso? — chiese il rajah, guardandolo sospettosamente.

— In mare non s’è mai certi di giungere a destinazione, voi lo sapete, James Brooke.

— Non era questo che volevate dire. Se però sperate di fuggire prima che la nave giunga a Norfolk, v’ingannate assai. Voi non sapete ancora che cosa sia una fregata destinata al trasporto dei forzati.

— Lo sapremo presto, signore, giacché questa sera il vostro Realista sarà certamente in vista del Matang.

James Brooke lo guardò per alcuni istanti fisso fisso, come se avesse voluto leggergli nell’anima, poi disse:

— Seguitemi.

— Volete metterci i ferri di già? — chiese Sandokan sempre sardonicamente.

— Finché rimarrete a bordo del mio legno vi tratterò come miei ospiti, — rispose James Brooke con nobiltà. — Venite.

Scese nel quadro, seguito da Sandokan e da Yanez e si fermò dinanzi alla tavola che era stata copiosamente imbandita.

— Dopo un così lungo e terribile combattimento, che non vi ha lasciato nemmeno un minuto di tregua, voi al pari di me avrete fame, — disse. — Se non vi rincresce, fatemi compagnia.

— Con piacere, — rispose Sandokan, mentre Yanez s’inchinava in silenzio.

Il rajah e i due capi della pirateria malese si misero a mangiare col miglior appetito, chiacchierando come se fossero i migliori amici del mondo, anziché i più acerrimi nemici.

Gareggiavano di cortesie, parlavano di mari, di navigazioni, di costruzioni navali, di armi e di abbordaggi, senza mai fare la più piccola allusione alle loro rivalità, né all’isola di Norfolk o di Mompracem.

Chi li avesse veduti, non avrebbe mai supposto che tre ore prima quei formidabili uomini si fossero assaliti con pari furore, decisi a sterminarsi, e che uno si chiamava lo Sterminatore dei pirati e gli altri due erano i capi dei più terribili scorridori del mare del Borneo.

Quando si alzarono da tavola, la notte stava per calare. James Brooke offrì loro delle tazze di caffè e degli eccellenti sigari di Manilla, poi li condusse sul ponte continuando a chiacchierare familiarmente, con grande stupore dell’equipaggio.

La nave, spinta da una brezza favorevole che gonfiava la randa e le vele di trinchetto e di parrocchetto ed i fianchi del bompresso, si dirigeva velocemente verso il Matang, la cui cima maestosa, alta duemilanovecento metri, giganteggiava verso ponente, indorata dagli ultimi raggi del sole.

Il mare perdeva a poco a poco i suoi riflessi di fuoco, per assumere delle tinte brunastre, interrotte da striature color dell’acciaio, ma che avevano ancora dei fugaci bagliori d’oro.

Alcuni uccelli marini volteggiavano per l’aria tranquilla, ora piombando in mare ed ora alzandosi rapidamente con un gridìo acuto. Erano starne, uccelli che s’incontrano dovunque fra i tropici e l’equatore, sule, rondoni di mare, petrelli.

Il rajah ed i due capi della pirateria passeggiavano da una mezz’ora, continuando a chiacchierare, quando il primo si fermò bruscamente, guardando verso prora. Fra le tenebre che erano allora calate, addensandosi sul mare, aveva scorto due punti luminosi brillare in direzione di Matang.

La sua fronte si corrugò e la sua faccia, fino allora sorridente e bonaria, assunse tutto d’un tratto un aspetto quasi terribile. Si volse verso un marinaio dicendogli:

Sandokan e Yanez non avevano pronunciato una sola parola. I loro sguardi però si erano fissati, con una certa ansietà, su quei due punti luminosi, uno rosso e l’altro verde, che indicavano la presenza d’una nave.

Pochi istanti dopo un razzo s’alzava dalla poppa del Realista e scoppiava in alto, spandendo all’intorno una pioggia di scintille d’oro.

Il rajah, ritto sulla prora della sua piccola nave, guardava sempre i due punti luminosi. Ad un tratto un altro razzo fendette le tenebre verso Matang, mostrando uno scintillìo di punti azzurrognoli.

— La nave è là, — disse James Brooke.

— Accendi un razzo.

Poi, volgendosi verso Sandokan e Yanez:

— Voi non siete più miei ospiti, — disse con accento quasi duro. — Io ridivento lo Sterminatore dei pirati.

— È quella nave che deve condurci nei mari dell’Australia? — chiese Sandokan con voce pacata.

— Sì, — rispose asciutto il rajah.

— Noi siamo pronti.

Una scialuppa era stata calata in mare dall’equipaggio del Realista e vi avevano preso posto un ufficiale e otto marinai, armati di fucili e di scuri.

Sandokan, prima di accostarsi alla scaletta che era stata subito calata, si avvicinò al rajah e, guardandolo fisso, gli disse con voce lenta e misurata:

— James Brooke, noi un giorno ci rivedremo ancora: il cuore me lo dice.

Un sorriso ironico sfiorò le labbra dello Sterminatore.

— Ne dubitate? — chiese Sandokan.

— Sì.

— V’ingannate, James Brooke. Quel giorno, guardatevi dai pirati di Mompracem e anche dai Dayachi.

— Che cosa volete dire? — chiese il rajah, sul cui volto era passata un’ombra d’inquetudine. — I Dayachi di Muda-Hassin, il nipote del sultano, sono stati domati ed il pretendente è in mia mano.

— Vedremo se quel giorno Muda-Hassin lo sarà ancora. Addio, James Brooke!... La lotta fra me e voi non è finita e forse avete avuto torto a risparmiarmi la vita.

Ciò detto, Sandokan scese rapidamente la scaletta e balzò fra i soldati, seguito da Yanez, da Sambigliong e da Tanauduriam che erano stati condotti in coperta.

La scialuppa, ad un breve comando dell’ufficiale, prese il largo, dirigendosi verso i due punti luminosi che brillavano fra le tenebre.

Prima però che s’allontanasse, Sandokan alzò il capo e vide il rajah curvo sul bordo che lo guardava.

Gli fece un gesto colla mano che voleva significare un addio, ma anche una minaccia, poi si sedette accanto a Yanez dicendogli:

— Andiamo a vedere la nave dei forzati.

— Sarà allegra come un funerale, — disse il portoghese, sorridendo.

— Diventerà più tardi allegra come una festa, — mormorò il capo dei formidabili pirati, in lingua bornese.

— Che cosa vai meditando, Sandokan?

— Un colpo superbo, mio buon Yanez. Dei forzati non sono dei galantuomini e tanto meno dei paurosi. Saranno pronti a tutto, pur di riacquistare la libertà. Zitto, ed aspettiamo gli eventi.

La scialuppa, spinta da tre paia di remi, scorreva rapida su quei flutti d’inchiostro.

I soldati, coi fucili fra le ginocchia, si erano seduti dinanzi e di dietro ai quattro prigionieri per impedire loro una evasione, cosa d’altronde impossibile, trovandosi la scialuppa a più di dieci miglia dalla costa.

Un’ora dopo, la massa del vascello era visibile, essendo intanto spuntata la luna dietro le alte cime del Matang. Era una grossa fregata a tre alberi, di forme gigantesche, una di quelle vecchie navi a vela che facevano parte delle squadre inglesi del 1830, buone veliere nei loro tempi, ma ormai quasi fuori d’uso.

Sandokan e Yanez la osservarono tranquillamente, ammirando l’alta alberatura e la vastità dello scafo, poi si guardarono sorridendo.

— Saremo in numerosa compagnia, — disse il primo.

In quell’istante urla rauche, che pareva nulla avessero di umano, rimbombarono nel ventre dell’enorme nave, con uno scoppio che pareva il lontano ruggito di una banda di belve feroci, poi bruscamente si spensero mentre una voce, partita dal ponte, gridava:

— Chi vive?

— Scialuppa del rajah, — rispose l’ufficiale di James Brooke.

— Arresta!...

La scialuppa con pochi colpi di remo abbordò la fregata sotto la scala già abbassata.

— Seguitemi, — disse l’ufficiale a Sandokan ed a Yanez.

I due capi della pirateria obbedirono senza fare obbiezione e salirono la scala, scortati da quattro soldati.

Giunti sulla coperta, un ufficiale mosse incontro a quello del rajah, proiettando su di lui la luce d’un fanale.

— Ecco gli uomini, signore, — disse quest’ultimo. — James Brooke ve li affida.

— Sono questi i due famosi pirati? — chiese il tenente della fregata, gettando uno sguardo scrutatore su Sandokan e Yanez.

— Sì, signore.

— Due pericolosi.

— Da sorvegliarsi attentamente.

— Lasciate fare a noi, signori. I miei saluti e quelli del capitano a Sua Altezza.

— Partite?

— Subito. Il vento è favorevole per raggiungere le coste settentrionali del Borneo.

Mentre l’inviato del rajah ed i suoi uomini tornavano nelle scialuppe e la fregata virava di bordo, mettendo la prora verso il nord, il tenente chiamò quattro marinai ed indicando loro Sandokan e Yanez, disse:

— Incatenate quei nuovi passeggeri e conduceteli sotto coperta: sono pericolosi. Udendo quelle parole, Sandokan aveva fatto un gesto che tradiva un imminente atto di ribellione, ma Yanez gli si era accostato, dicendogli rapidamente:

— Calma, fratellino, o manderai a male il tuo piano.

— Hai ragione, — rispose Sandokan, coi denti stretti.

Un mastro d’equipaggio s’accostò a loro portando delle catene e le mise alle loro gambe in modo da impedire che facessero un passo troppo lungo, poi li spinse ruvidamente verso prora, dicendo:

— Venite, furfanti.

Non aveva ancora terminato la parola che la destra di Sandokan gli piombava sulle spalle con tale impeto, da farlo curvare quasi sul tavolato.

— A me furfante? — gridò con voce che sibilava. — Tu ignori dunque che io fino a stamane ero il capo dei pirati di Mompracem e che sono di sangue reale?

— Bada!... Sono un uomo che uccide!...

Il tenente, vedendo quell’atto e udendo quelle parola, era accorso. Invece di rivolgersi contro Sandokan, allontanò con una scossa il mastro, dicendogli con voce severa:

— Questi due uomini sono sotto la protezione del rajah di Sarawack e non sono volgari malfattori. Chi insulterà costoro, lo farò mettere ai ferri.

— Io rinuncio alla protezione di James Brooke, — disse Sandokan, con fierezza. — Qui domando di essere pari agli altri, ma sventura a colui che mi insulterà! Andiamo!...

Dopo aver fatto un leggero saluto all’ufficiale, seguì il mastro che li precedeva, guardandosi alle spalle come se temesse ancora di sentire quella mano poderosa, che gli aveva fatto crocchiare le ossa.

Giunti a prora, scesero una scaletta e passarono nel frapponte dove Sandokan e Yanez si arrestarono, facendo un gesto di ribrezzo.

— È una bolgia questa? — chiese il portoghese. — Vivaddio non credevo di dover finire qui dentro. Qui vi è l’inferno dei dannati.

— Sì, ma un inferno che presto irromperà come un vulcano, — disse Sandokan. Poi volgendosi verso il mastro, gli chiese:

— È questo il nostro posto?

— Laggiù, verso poppa, — rispose il marinaio.

— Andiamo!...