I pirati della Malesia/Capitolo XXXIII - La sconfitta di James Brooke

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Capitolo XXXIII - La sconfitta di James Brooke

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Capitolo XXXIII - La sconfitta di James Brooke
Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin Capitolo XXXIV - Conclusione

Capitolo XXXIII
La sconfitta di James Brooke


Il kampong di Orango-Tuah era un grosso villaggio malese fortificato, come lo sono in generale tutti quelli del Borneo, per difendersi dalle scorrerie dei popoli dell’interno e specialmente dei Dayachi, coi quali sono sempre in guerra.

Si componeva di trecento capanne di legno coi tetti coperti di foglie di nipa, difese da alte e solide palizzate e da fitti macchioni di bambù spinosi, ostacoli quasi insuperabili pei piedi e le membra nude degli indigeni.

Gli abitanti potevano inoltre contare su una mezza dozzina di prahos armati di spingarde, che stazionavano in un piccolo lago comunicante col mare per mezzo d’un canale.

Orango-Tuah, un malese robustissimo, dalla tinta fosca, cogli occhi obliqui e gli zigomi assai sporgenti, che era stato scorridore del mare prima delle sanguinose repressioni di James Brooke, prontamente avvertito, s’affrettò a recarsi incontro al suo principe, seguito da grande numero di sudditi recanti rami resinosi accesi.

L’accoglienza fu festosa. Tutta la popolazione, svegliata dai tam-tam, accorse in massa a felicitare il futuro signore di Sarawack.

Orango-Tuah condusse gli ospiti nella migliore capanna del villaggio, poi, avendo appreso che le guardie del governatore li inseguivano, fece appostare una cinquantina d’uomini armati di fucili nei vicini boschi, per respingerle.

Prese quelle misure, fece radunare i suoi sottocapi a consiglio, per promuovere l’insurrezione nei villaggi malesi e raccogliere un corpo considerevole, prima che la notizia della fuga del principe giungesse a Sarawack.

La stessa notte quaranta emissari partivano per l’interno e tre prahos uscivano in mare per avvisare i malesi costieri della grande lotta che si preparava, mentre due altri venivano mandati ad incrociare al capo Siriki per far poggiare le bande di Mompracem verso il kampong.

Ada invece inviò uno dei marinai dello yacht alla foce del fiume, per avvertire lord James di ciò che si preparava.

L’indomani i primi rinforzi cominciarono ad affluire da tutte le parti per combattere sotto le bandiere del loro principe.

Anche dal mare giungevano ad ogni istante dei prahos carichi di numerosi equipaggi e armati di qualche pezzo d’artiglieria.

Tre giorni dopo, settemila malesi accampavano intorno al kampong. Non attendevano che le bande di Mompracem per mettersi in marcia verso Sarawack e piombare improvvisamente sulla città.

Già tutte le vie dell’interno erano state fortemente occupate, per impedire ai Dayachi di recare notizie sull’estendersi dell’insurrezione al rajah, il quale doveva ancora ignorare la fuga del suo avversario.

Il quinto giorno la flottiglia di Mompracem si ancorava sulla spiaggia del kampong. Era composta di ventiquattro grossi prahos, armati di quaranta cannoni e di sessanta spingarde e montata da duecento combattenti, che per coraggio e per abilità guerresca valevano mille malesi.

Appena sbarcato, Sambigliong si recò da Ada che era stata alloggiata nella stessa abitazione di Orango-Tuah.

— Signora, — disse, — le tigri di Mompracem sono pronte a piombare su Sarawack. Hanno giurato di liberare Sandokan ed i suoi amici o di farsi uccidere tutti.

— I malesi non aspettavano che voi, — rispose la giovinetta. — Giuratemi però, innanzi tutto, che non farete alcun male a James Brooke e che se lo vincerete, lo lascerete libero.

— Proteggeremo la sua fuga, giacché lo volete. Voi parlate in nome del nostro capitano e noi vi obbediremo.

Due ore dopo, l’esercito malese, guidato dal futuro sultano, lasciava il kampong prendendo la via costiera, mentre la flottìglia di Mompracem, sulla quale si erano imbarcati Ada e Kammamuri, prendeva il largo, seguita da altri cento prahos accorsi da tutti i villaggi della vasta baia di Sarawack.

Tutte le misure erano state prese per sorprendere la capitale del rajah e il giorno era stato fissato per assalirla contemporaneamente dalla parte di terra e dalla parte del fiume.

La flottiglia, che navigava lentamente per lasciar tempo alle truppe di ordinarsi e di avanzare, ogni sera si radunava sotto la costa per attendere i corrieri di Hassin. Sambigliong, però, doveva faticare assai a calmare l’impazienza dei tigrotti di Mompracem, i quali ardevano dal desiderio di vendicare la sconfitta toccata al loro capo.

Quattro giorni dopo, verso il tramonto, la flottiglia giungeva alla foce del fiume. Quella stessa notte le truppe di Hassin dovevano piombare sulla capitale.

Aier-Duk, che comandava i tigrotti di Mompracem, ordinò al ‘‘praho’’ che era montato da Ada di tenersi celato in una piccola cala della foce, per non esporre la giovinetta agli orrori della battaglia; ma Kammamuri passò sul legno del capo, non volendo rimanere inoperoso in quel supremo momento.

— Riconducimi Tremal-Naik, — gli disse Ada, prima che si separassero.

— Mi farò storpiare, ma il padrone sarà salvo, — rispose il bravo maharatto. — Appena saremo sbarcati andrò a circondare il palazzo del rajah, poiché sono certo che i prigionieri sono tenuti là dentro.

— Va, mio valoroso, e che Iddio ti protegga!

Aier-Duk aveva dato gli ultimi ordini pel combattimento. Aveva messo alla testa della squadra i prahos più grossi, armati di cannoni e montati dai più intrepidi pirati di Mompracem.

Alle dieci di sera la flottiglia si mise in moto, salendo rapidamente il fiume. Tutte le vele erano state ammainate per tenere i ponti sgombri e le piccole navi salivano a remi.

Il fiume pareva deserto: nessuna nave nemica appariva, né presso la riva destra, né presso quella sinistra, e perfino le foreste, facili a difendersi, erano prive di soldati.

Quel silenzio però non rassicurava Aier-Duk. A questi pareva impossibile che nulla fosse trapelato della insurrezione che da cinque giorni irrompeva attraverso il reame e che il rajah, uomo astuto, audace, ben servito dai Dayachi e dalla guardia indiana, si lasciasse sorprendere. Temeva invece un agguato presso la città e aguzzava gli sguardi e tendeva gli orecchi.

A mezzanotte la flottiglia non era che a mezzo miglio da Sarawack. Le prime case si cominciavano a distinguere sulla oscura linea dell’orizzonte.

— Odi nulla? — chiese Aier-Duk a Kammamuri, che gli stava a fianco.

— Nulla, — rispose il maharatto.

— Questo silenzio m’inquieta. Hassin dovrebbe già essere giunto e avrebbe dovuto già cominciare l’attacco.

— Forse aspetterà di udire i nostri cannoni.

— Ah!...

— Che cos’hai?

— La flotta!...

Ad una svolta del fiume erano apparse le navi del ‘‘rajah’’ in linea di battaglia, pronte a respingere l’attacco.

D’improvviso quindici o venti lampi ruppero le tenebre, seguiti da un orribile rimbombo. La flotta di Brooke aveva cominciato un fuoco infernale contro la squadra degli assalitori.

Un urlo immenso echeggiò sul fiume.

— Viva Mompracem!...

— Viva Hassin!...

Quasi nello stesso momento, verso il nord della città, si udirono furiose scariche di moschetteria. Le truppe di Hassin piombavano sulla capitale.

— All’abbordaggio, tigrotti di Mompracem!... — tuonò Aier-Duk. — Viva la Tigre della Malesia!

I prahos si gettano contro le navi del rajah, nonostante la mitraglia che spazza i ponti e le palle che massacrano le manovre. Nessuno resiste alla furia di quell’assalto.

In un baleno le navi sono circondate da ogni parte, da quei numerosi legni montati dai più intrepidi scorridori del mare della Malesia!

Tigrotti e malesi s’inerpicano su pei fianchi delle navi, superano le murate, invadono i ponti, circondano gli equipaggi impotenti a resistere a tanta furia, li disarmano e li rinchiudono nelle stive e nelle batterie. Le bandiere del rajah vengono ammainate ed in loro vece si alzano quelle rosse di Mompracem, adorne di una testa di tigre.

— A Sarawack!... — tuonano Kammamuri e Aier-Duk.

I prahos riprendono il largo per piombare sulla città. La battaglia, impegnata dalle truppe malesi, ferve intanto ed è accanita nelle vie della capitale.

In tutti i quartieri la moschetteria tuona e perfino sui canali. Si odono le urla dei malesi, i quali si avanzano verso la piazza ove sorge il palazzo del rajah.

Alcune case bruciano in diversi luoghi, spandendo all’intorno una luce sanguigna, mentre in alto volteggiano nembi di scintille che il vento porta lontano attraverso le campagne.

Aier-Duk e Kammamuri approdano sulla calata e alla testa di quattrocento uomini irrompono nel quartiere cinese, i cui abitanti sono pure insorti.

Due drappelli d’indiani della guardia, appostati allo sbocco del quartiere, cercano di respingerli con due scariche, ma le tigri di Mompracem li assaltano colle scimitarre in pugno e li mettono in fuga disordinata.

— Al Palazzo!... — urla Kammamuri.

E, trascinandosi dietro quelle bande formidabili, giunge sulla grande piazza. Il palazzo del rajah non è difeso che da un pugno di guardie le quali, dopo una breve resistenza, si disperdono.

— Viva la Tigre della Malesia! — tuonano i pirati di Mompracem.

Una voce, squillante come una tromba, echeggia nell’interno del palazzo:

— Viva Mompracem!...

È la voce di Sandokan. I tigrotti l’hanno riconosciuta.

Irrompono su per le scale, abbattono le porte che erano state barricate, percorrono all’impazzata le stanze e finalmente, in una cella difesa da solide inferriate, trovano Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e Tanauduriam.

Non lasciano loro il tempo di parlare. Li sollevano fra le braccia e li portano in trionfo sulla piazza, fra urla assordanti.

Proprio in quel momento un’onda d’indiani fuggiaschi, respinti dalle truppe di Hassin, si riversa sulla piazza.

Sandokan strappa una scimitarra ad uno dei suoi fedeli e si slancia in mezzo ai fuggiaschi, seguito da Yanez, da Tremal-Naik e da una ventina dei suoi.

Gl’indiani si dispersero, ma un uomo rimase: era James Brooke, colle vesti stracciate, la sciabola insanguinata ancora in pugno, gli occhi torvi.

— Siete mio!... — gridò Sandokan, afferrandogli la sciabola.

— Voi! — esclamò il rajah con voce cupa. — Ancora voi!

— Mi dovevate questa rivincita, Altezza.

— Il mio regno è finito ed io non sono che un prigioniero, riservato alle vendette del nipote di colui ch’io difesi colla mia spada e che mi diede, in ricompensa, un così malfermo trono.

— Non un prigioniero, James Brooke: voi siete libero, — disse Sandokan, facendogli largo fra i pirati. — Aier-Duk!... Conduci Sua Altezza alla foce del fiume e veglia sulla sua vita.

L’ex rajah guardò Sandokan con stupore, poi, vedendo irrompere nella piazza i malesi di Hassin che emettevano delle grida di morte contro di lui, seguì rapidamente Aier-Duk, che aveva radunato attorno a sé una trentina d’uomini.

— Ecco un uomo che non ritornerà più mai su queste spiagge, — soggiunse Sandokan. — La potenza del rajah James Brooke è tramontata per sempre!...1




Note

  1. Sandokan fu profeta; James Brooke non ritornò mai più a Sarawack. Roso dalle febbri, colpito da paralisi, privo di mezzi, si ritirò in Inghilterra, dove sarebbe morto in miseria se i suoi compatrioti, dopo un meeting tenuto in suo favore, non avessero aperto delle pubbliche sottoscrizioni che gli resero parecchie migliaia di sterline. Morì nel 1868 a Devon quasi ignorato, dopo aver fatto parlare il mondo intero di sé, durante il suo regno. [N.d.A.]