I pirati della Malesia/Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin

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Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin

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Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin
Capitolo XXXI - Il governatore di Sedang Capitolo XXXIII - La sconfitta di James Brooke

Capitolo XXXII
La fuga del principe Hassin


Sir Hunton, che non dubitava di aver invitato un’autentica principessa indiana e che non aveva il minimo sospetto della trama così abilmente ordita dall’astuto maharatto, fece gli onori di casa colla più squisita cortesia e senza risparmi, avendo guadagnato un diamante che non valeva meno di un milione.

Il pranzo offerto alla principessa invitata non poteva essere migliore. Il cuoco aveva saccheggiato la dispensa, i pollai dei dayachi ed i vivai di pesce. Non mancavano nemmeno delle autentiche bottiglie di vino di Spagna, che il governatore aveva ricevuto in dono da un suo amico delle Filippine e aveva serbato, con grande cura, per le grandi occasioni.

Cominciava ad annottare quando stavano per dare l’ultimo colpo di dente al tradizionale pudding.

— Il principe Hassin si inquieterà non vedendoci, — osservò Ada, dopo aver gettato uno sguardo al di fuori. — Le tenebre calano rapidamente, signor governatore.

— È già stato avvertito che andremo a prendere il thè in casa sua, Altezza, — rispose sir Hunton.

— Non facciamoci aspettare troppo.

— Se credete, alziamoci.

— Una passeggiata in riva al fiume ci farà bene.

Si era alzata, gettandosi sul capo una ricca mantiglia di seta per difendersi dall’umidità della notte che è assai pericolosa in quelle regioni. Kammamuri, che aveva preso parte al pranzo nella sua qualità di segretario dell’amabile principessa, era già uscito.

Due marinai dello yacht lo attendevano in riva al fiume.

— E’ tutto pronto? — chiese loro.

— Sì, — risposero.

— Quanti cavalli avete acquistato?

— Otto.

— Dove ci attendono?

— Sul margine del bosco.

— Va bene: raggiungete i compagni.

Ada usciva in quel momento a braccio del governatore. Kammamuri la raggiunse e con un rapido gesto le fece comprendere che tutto era pronto.

La notte era splendida. Ad oriente una nube leggermente rosea, ma che rapidamente diventava grigia, indicava il luogo ove era scomparso il sole. Il cielo si copriva rapidamente di stelle, le quali si specchiavano nelle placide acque del fiume.

Per l’aria volteggiavano i pipistrelli giganti e fra i cespugli e gli alberi svolazzavano miriadi di lucertoline volanti, mentre le to-chi, altre lucertoline, ma simili alle tarantole, uscivano dalle screpolature delle case, per cominciare le loro ardite evoluzioni sui soffitti delle stanze, emettendo i loro lievi gridii che pare dicano: to-chi!... to-chi!...

Sul fiume, qualche battelliere cantava ancora una monotona canzone, mentre le giunche cinesi, le sole navi che salgono fino a Sedang, accendevano le loro monumentali lanterne di carta oliata o di talco.

Mille profumi venivano dalle vicine foreste: gli alberi della canfora, le noci moscate, gli alberi dei garofani ed i mangostani esalavano i loro acuti aromi.

Ada non parlava, ma cercava invece di affrettare il passo; il governatore, che aveva bevuto un po’ troppo, la seguiva, facendo sforzi per mantenersi ritto.

Fortunatamente la via era breve. Pochi minuti dopo si trovavano dinanzi alla reggia dell’erede del sultano, una reggia molto modesta, poiché non era che una casetta a due piani, circondata da una veranda e guardata da quattro indiani armati, incaricati di sorvegliare attentamente il prigioniero.

Il governatore, dopo essersi fatto annunziare, condusse la principessa in un salottino adorno di divani e di tappeti già in gran parte consunti, di alcuni specchi e d’un tavolo sul quale stavano ammucchiati, in pieno disordine, gingilli cinesi, chicchere, teiere, palle d’avorio traforate e simili altre bazzecole.

Il nipote di Muda-Hassin li attendeva seduto su di una vecchia poltrona mezzo sgangherata, sormontata da un piccolo gaviale1 dorato, emblema dei sultani di Sarawack.

Il rivale di James Brooke non aveva in quell’epoca che trent’anni. Era di statura alta, di portamento maestoso, con una bella testa coperta da lunghi e neri capelli, con un viso leggermente abbronzato, adorno d’una barba fuligginosa, ma rada, e due occhi ardenti ed intelligentissimi.

Portava in capo il turbante verde dei sultani del Borneo e indossava una lunga zimarra di seta bianca, stretta ai fianchi da una larga fascia di seta rossa, dalle cui pieghe uscivano le impugnature di due kriss, distintivo dei grandi capi, mentre al fianco pendevagli un golok, pesante sciabola malese, lunga, affilatissima, di ferro battuto.

Vedendo entrare il governatore, s’alzò facendo un piccolo inchino, poi fissò i suoi occhi sulla giovanetta con viva curiosità, dicendo:

- Siate i benvenuti nella mia casa.

— La principessa Raibh aveva mostrato il desiderio di visitarvi e ve l’ho condotta, colla speranza di farvi piacere, — rispose il governatore.

— Vi ringrazio della vostra cortesia, signore. Sono così rare le distrazioni in questa città e ancora più rare le visite!... Il rajah Brooke ha torto di lasciarmi in questo isolamento.

— Voi sapete che il rajah diffida di voi.

— Senza ragione, poiché io non ho più partigiani. La saggia amministrazione del ‘‘rajah’’ Brooke me li ha allontanati tutti.

— I dayachi sì, ma i malesi...

— Anche quelli, sir Hunton... ma lasciamo la politica e permettete che vi offra un buon thè.

— Si dice che voi ne abbiate di quello veramente eccellente, — disse il governatore, ridendo.

— Vero thè fiorito, ve lo accerto; il mio amico Tai-Sin me ne regala sempre, quando approda a Sedang. Servite il thè, — disse poi.

Kammamuri fu lesto a passare in una stanza attigua dove si udiva un rumore di chicchere, e dopo poco entrava seguito da un piccolo malese, il quale recava un servizio completo su di un vassoio d’argento.

Offrì la prima tazza alla sua padrona, la seconda a sir Hunton e la terza al nipote del sultano, poi ritornò nella stanza attigua.

Riempì successivamente quattro tazze, vi sciolse altrettante pillole, poi disse al piccolo malese:

— Seguimi col vassoio.

— Vi sono altri invitati, signore? — chiese il servo.

— Sì, — rispose il maharatto con un misterioso sorriso. — Vi è un’altra uscita senza passare pel salotto?

— Sì.

— Precedimi.

Il malese lo fece passare in una terza stanzetta la cui porta metteva sulla via. A pochi passi vegliavano le quattro guardie.

— Giovanotti, — disse il maharatto, muovendo verso di loro. — La mia padrona, la principessa Raibh, vi offre il thè di Hassin. Giù tutto alla sua salute, ed ecco un pugno di rupie, che vi prega di accettare.

I quattro indiani non si fecero pregare due volte. Intascarono sollecitamente le rupie e tracannarono d’un fiato il thè, alla salute della munifica principessa.

— Buona guardia, giovanotti, — disse Kammamuri, ironicamente.

Ritornò nel salotto del nipote del sultano. Proprio in quel momento il governatore, vinto dal potente narcotico, rotolava giù dalla sedia, stramazzando pesantemente sui tappeti.

— Buon riposo, — disse il maharatto.

— Ada e Hassin si erano alzati.

— Morto?... — chiese quest’ultimo con accento selvaggio.

— No, addormentato, — rispose Ada.

— Non si sveglierà?...

— Sì, ma fra ventiquattro ore e noi allora saremo molto lontani.

— Dunque è vero che voi siete venuta qui per rendermi la libertà?...

— Sì.

— E per aiutarmi a riacquistare il trono de’ miei avi?

— È vero!

— Ma per quale motivo?... Che cosa potrò fare io per voi, signora?...

— Lo saprete più tardi: ora si tratta di fuggire.

— Sono pronto a seguirvi: ordinate.

— Avete dei partigiani?

— Tutti i malesi sono con me.

— Ed i Dayachi?...

— Si batteranno sotto le bandiere di Brooke.

— Conoscete un luogo sicuro ove potrete attendere la riunione dei vostri partigiani?

— Sì, il kampong del mio amico Orango-Tuah. Presso la foce del fiume.

— Andiamo: i cavalli sono pronti.

— Ma le guardie?

— Dormono al pari del governatore — disse Kammamuri.

— Andiamo, — disse Ada.

Il giovane principe raccolse le gioie rinchiuse in un piccolo forziere, staccò da una parete un fucile e seguì Ada e Kammamuri, dopo aver lanciato un ultimo sguardo sul governatore.

Dinanzi alla porta giacevano i quattro indiani, l’uno sull’altro, profondamente addormentati. Kammamuri prese loro le carabine e le cartuccere, poi emise un fischio.

Dal bosco vicino si videro uscire i quattro marinai dello yacht e Bangawadi, i quali conducevano otto cavalli.

Kammamuri aiutò la sua padrona a salire su uno dei migliori, poi balzò agilmente in arcione a un altro, dicendo:

— Al galoppo!...

Il drappello, guidato dal principe che conosceva la via meglio di Bangawadi, si mise al galoppo, seguendo il margine della grande foresta, la quale si estendeva lungo la sponda destra del fiume.

I cavalieri erano già giunti di fronte alla città, quando sulla riva opposta si udì una voce gridare:

— Chi passa?...

— Che nessuno risponda, — disse il principe.

— Chi passa? — ripetè la voce con accento minaccioso.

Non ricevendo risposta, la sentinella, che doveva avere scorto quel gruppo di cavalieri, quantunque la notte fosse oscura, fece fuoco gridando:

— All’armi!...

La palla passò fischiando sopra il drappello e si perdette nella vicina foresta.

— Sprona!... — gridò Kammamuri.

I cavalli partirono di carriera, mentre verso la città si udivano le guardie del palazzo del governatore gridare:

— All’armi!...

Il drappello percorse un buon tratto della riva destra, poi guadò il fiume ad un miglio dalla città e passò su quella sinistra per approfittare della via che conduce verso la costa.

— Credete che c’inseguiranno? — chiese Ada al principe.

— Lo temo, signora, — rispose questi. — A quest’ora avranno già trovato il governatore e accorgendosi della mia fuga si lanceranno tutti sulle nostre tracce.

— Ma sono solamente venti.

— Sedici, signora, poiché quattro dormono.

— Tanto meglio. Potremo respingerli facilmente.

— Ma andranno a cercare soccorsi nei villaggi dei Dayachi e prima di dodici ore avremo ai talloni due o trecento armati.

— Giungeremo prima al kampong?

— Fra due ore vi saremo e se verranno ad assalirei troveranno un osso duro da rodere. Fra due giorni spero di radunare cinque o sei mila malesi ed un centinaio di prahos.

— Armati di cannoni, i prahos?

— Alcuni solamente, e saranno insufficienti per assalire la flotta di Brooke.

— Fortunatamente fra quattro o cinque giorni giungeranno molte artiglierie.

— Delle artiglierie, avete detto?... — esclamò il principe, stupito.

— Sì, servite dai più formidabili pirati del Borneo.

— Da quali?

— Da quelli di Mompracem.

— Di Mompracem?... Sandokan, l’invincibile Tigre della Malesia viene dunque in mio soccorso?...

— Lui no, ma le sue bande forse a quest’ora navigano verso la baia di Sarawack.

— Ma dov’è Sandokan?

— Nelle mani del rajah.

— Lui prigioniero? È impossibile!...

— È stato vinto da forze venti volte superiori alle sue, dopo un terribile combattimento, e fatto prigioniero assieme al suo luogotenente ed al mio fidanzato. E’ per salvarli che io vi ho fatto fuggire.

— Ma dove sono ora?

— A Sarawack.

— Li libereremo, signora, ve lo giuro. Quando i malesi sapranno che le bande di Mompracem prendono parte alla lotta, insorgeranno tutti. James Brooke non ha che pochi giorni di potere.

— Alt! — gridò in quell’istante una voce.

Il principe rattenne violentemente il proprio cavallo e si mise davanti alla giovinetta snudando il golok.

— Chi vive? — gridò.

— Guerrieri di Orango-Tuah.

— Va a dire al tuo capo che il nipote di Muda-Hassin viene a visitarlo.

Poi, volgendosi verso la giovinetta e indicandole una massa che s’alzava sull’orlo d’una grande foresta, le disse:

— Ecco il kampong!... Ora possiamo sfidare le guardie del governatore.



Note

  1. Specie dì coccodrillo molto comune nei fiumi del Borneo. [N.d.A.]