I pirati della Malesia/Capitolo XXXI - Il governatore di Sedang

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo XXXI - Il governatore di Sedang

../Capitolo XXX - Lo yacht di lord James I pirati della Malesia/Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin IncludiIntestazione 11 aprile 2010 75% Letteratura

Capitolo XXXI - Il governatore di Sedang
Capitolo XXX - Lo yacht di lord James Capitolo XXXII - La fuga del principe Hassin

Capitolo XXXI
Il governatore di Sedang


Dodici ore dopo, una scialuppa montata da sei bughisi dell’equipaggio dello yacht, dal lord, Ada e Kammamuri, saliva il fiume per giungere a Sedang.

I marinai avevano indossato i loro costumi nazionali consistenti in gonnellini variopinti ed in un piccolo turbante, e il lord e Ada, tinti d’un bel color bronzino, si erano avvolti in ricche vesti di colori vivaci, strette alla cintola da larghe fasce di seta rossa, per farsi credere principi indiani in viaggio per una gita di piacere.

Solamente Kammamuri aveva conservato il suo costume maharatto, il quale non poteva far nascere alcun sospetto. Il fiume, poco largo e dalle acque assai torbide, era quasi deserto. Solamente di tratto in tratto appariva sulle sue sponde qualcuna di quelle grandi capanne piantate sopra fitte file di pali, ad una altezza di quindici o venti piedi, di fabbricazione dayaca.

Invece vi erano grandi boscaglie di alberi gommiferi di giunta wan, di piper nigrum, già coperti di bacche rossastre che danno un granello assai aromatico, di gluga, dalla cui corteccia macerata si estrae una specie di carta; d’immensi alberi della canfora esalanti un acuto profumo e di banani, di areche e di rotang, piante sarmentose queste, che in quelle regioni tengono luogo delle liane e che raggiungono lunghezze straordinarie, poiché toccano sovente i trecento metri.

In mezzo a quella ricca vegetazione si vedevano talora delle scimmie dal naso lungo, dondolarsi sulle più alte cime degli alberi, o volteggiare dei calaos giganti, stravanganti volatili che hanno dei becchi enormi, grossi quanto l’intero corpo e sormontati da un bizzarro elmetto in forma d’una grande virgola. Apparivano pure bande di splendidi argus, adorni di lunghissime penne, di kakatue nere e anche qualcuno di quei pipistrelli enormi che gl’indigeni chiamano kulang, grossi come un piccolo cane e colle ali così larghe che misurano, perfino un metro e trenta centimetri.

A mezzogiorno la scialuppa, che saliva il fiume col favore della marea, giungeva dinanzi a Sedang, ancorandosi alla estremità della borgata.

Quantunque vanti il nome di città, Sedang non è che un villaggio pari a Kutsching, la seconda cittadella del reame di Sarawack. A quell’epoca si componeva d’un gruppo di qualche centinaio e mezzo di capanne piantate su pali, essendo quasi tutte abitate da Dayachi-lant, ossia da Dayachi costieri, di alcune casette coi tetti arcuati appartenenti a pochi cinesi e di due edifici in legno, uno abitato dal nipote di Muda-Hassin, che veniva guardato come un prigioniero, non ignorandosi che aspirava alla riconquista del trono, e l’altra dal governatore, creatura devotissima al rajah e che aveva sottomano una ventina d’indiani armati.

Non essendovi a Sedang nemmeno la più modesta trattoria, il lord acquistò una delle più belle casette cinesi, situata presso il fiume, all’estremità settentrionale della cittadella, vi condusse Ada e Kammamuri, poi disse alla nipote:

— La mia missione finisce qui. Tutto quello che ho potuto fare per te, senza compromettere il mio onore di marinaio inglese e di compatriota di James Brooke, io l’ho fatto.

“Alla guerra che tu ed i pirati state per far scoppiare, io non posso partecipare, quantunque lo Stato di Sarawack sia indipendente affatto, non abbia legami coll’Inghilterra, e quantunque abbia avuto a dolermi ultimamente della eccessiva rigorosità di Brooke per Tremal-Naik. Io rimango tuo zio e tuo protettore, ma come inglese devo serbarmi neutrale.

— Dunque voi ci lasciate già? — disse Ada con dolore.

— È necessario. Ritorno al mio yacht, ma non lascerò la foce del fiume prima che siano aperte le ostilità, per potere, nel caso, proteggervi. Tu non hai dimenticato di essere una donna abbastanza energica per agire anche da sola.

— Oh sì, zio!... Sono risoluta a tutto.

— Ti lascio quattro dei miei marinai, i quali hanno l’incarico di difenderti e di aiutarti. Ti obbediranno come a me stesso e sono uomini d’un provato coraggio e d’una fedeltà sicura.

“Addio, e qualunque pericolo ti minacciasse, manda a me uno dei miei marinai. Il mio yacht è armato e ad ogni tua richiesta salirà prontamente il fiume.

Si abbracciarono a lungo, poi il lord tornò ad imbarcarsi e ridiscese il fiume. La giovinetta era rimasta sulla riva e lo guardava allontanarsi senza fare attenzione ad una guardia del rajah, che si era avvicinata osservandola con viva curiosità, non esente da una certa diffidenza.

Solo se ne accorse quando vide quell’uomo al suo fianco.

— Chi siete voi? — chiese la guardia.

La giovinetta gettò su quell’indiano uno sguardo acuto ed altero.

— Che cosa vuoi tu? — gli chiese.

— Sapere chi siete, — rispose l’indiano.

— Ciò non ti riguarda.

— E’ l’ordine, poiché voi siete una straniera.

— L’ordine di chi?

— Del governatore.

— Non lo conosco.

— Ma egli deve sapere chi sbarca a Sedang.

— Ed il motivo?...

— Qui vi è il nipote di Muda-Hassin.

— Non so chi sia.

— Il nipote del Sultano che prima regnava in Sarawack.

— Non conosco sultani.

— Non importa: io devo sapere chi voi siete.

— Sono una principessa indiana.

— Di quale regione?...

— Della grande tribù dei maharatti, — disse Kammarhuri, che si era silenziosamente avvicinato a loro.

— Una principessa maharatta!... — esclamò l’indiano trasalendo. — Ma anch’io sono maharatto.

— No, tu sei un rinnegato, — disse Kammamuri. — Se tu fossi un vero maharatto saresti libero come me e non schiavo o servo d’un uomo che appartiene alla razza dei nostri oppressori, d’un inglese.

Il soldato del rajah ebbe negli occhi un lampo d’ira, ma subito quel lampo si spense e chinò il capo, mormorando:

— E’ vero.

— Vattene, — disse Kammamuri. — I liberi maharatti disprezzano i traditori.

L’indiano trasalì, poi alzando gli sguardi che apparivano umidi, disse con voce triste:

— No, non ho dimenticato la mia patria, non ho dimenticato la mia tribù, non si è spento nel mio cuore l’odio verso gli oppressori dell’India e sono ancora maharatto.

— Tu!... — disse Kammamuri, con maggior disprezzo. — Dammene una prova!...

— Comanda.

— Ecco la mia padrona, una principessa d’una delle nostre più valorose tribù. Giurale obbedienza come le giurarono tutti i liberi figli delle nostre montagne, se l’osi!...

L’indiano girò intorno un rapido sguardo, per accertarsi di non essere osservato, poi cadde ai piedi di Ada colla fronte nella polvere, dicendo:

— Comanda: per Sivah, Visnù e Brahma, divinità protettrici dell’India, io giuro di obbedirti.

— Ora ti riconosco per un compatriota, — disse Kammamuri. — Seguici!...

Entrarono nell’abitazione cinese che era guardata dai quattro marinai dello yacht, i quali tenevano nelle cinture delle rivoltelle per proteggere la nipote del padrone contro qualunque attentato da parte delle guardie del rajah, e s’arrestarono in una stanzuccia colle pareti coperte di carta fiorita di Tung, ammobiliata con leggerissime sedie di bambù e con alcuni tavoli ingombri di teiere e di chicchere di porcellana color del cielo dopo la pioggia, la tinta favorita dei figli del Celeste Impero.

— Comanda, — ripetè l’indiano, prostrandosi nuovamente dinanzi ad Ada.

Allora la giovinetta, fissando su di lui un lungo sguardo, come se volesse leggergli nell’animo, gli disse:

— Sai che io odio il rajah?

— Tu!... — esclamò l’indiano, rialzando il capo e guardandola con stupore.

— Sì, — disse la giovinetta con energia.

— Hai forse avuto da lagnarti di lui?

— No, ma l’odio perché è inglese, l’odio perché io sono maharatta e lui appartiene alla razza degli oppressori dell’India e perché un giorno appartenne a quella compagnia che distrasse l’indipendenza dei nostri rajah. Noi, popoli liberi, abbiamo giurato odio eterno a quegli uomini della lontana Europa.

— Ma tu dunque sei potente? — chiese l’indiano con maggior stupore.

— Ho uomini valorosi, ho navi e cannoni.

— E vieni a portare la guerra qui?

— Sì, giacché qui trovo un oppressore della nostra patria, che ora cerca di opprimere altri uomini di colore al pari di noi.

— Ma chi ti aiuterà nell’impresa?...

— Chi?... Il nipote di Muda-Hassin.

— Lui!...

— Lui.

— Ma se è prigioniero!

— Noi lo libereremo.

— E lo sa lui, che tu ti prepari a lottare in suo favore?...

— No, ma lo vedrò.

— Ti ho detto che è come prigioniero.

— Deluderemo la vigilanza delle guardie.

— In quale modo?...

— Lo troverai tu il modo.

— Io!...

— Ecco la prova che attendo da te, se sei veramente un maharatto.

— Ho giurato di obbedirti e Bangawadi non mancherà alla parola data, — disse l’indiano con voce solenne.

— Sentiamo, — disse Kammamuri, che fino allora era rimasto silenzioso. — Quante guardie vegliano su Hassin?

— Quattro.

— Giorno e notte?

— Sempre.

— Senza mai lasciarlo?

— Non lo abbandonano mai.

— Vi è qualche maharatto fra quegli indiani?

— No, sono tutti del Guzerate.

— Fedeli al governatore?...

— Incorruttibili.

Il maharatto fece un gesto di stizza e parve immergersi in profondi pensieri. Poi frugò nell’ampia cintura che stringevagli i fianchi e levò un diamante grosso come una nocciuola.

— Recati dal governatore, — disse, rivolgendosi all’indiano, — e gli dirai che la principessa Raibh gli offre questo e lo prega di accordarle una visita.

— Ma, che cosa intendi fare, Kammamuri? — chiese Ada.

— Ve lo dirò poi, padrona. Va’, Bangawadi: contiamo sul tuo giuramento.

L’indiano prese il diamante, si prostrò un’ultima volta dinanzi alla giovinetta e uscì a rapidi passi.

Kammamuri lo seguì collo sguardo fino a che potè, poi volgendosi verso Ada disse:

— Spero, padrona, che noi riusciremo.

— A fare che cosa?

— A rapire Muda-Hassin.

— Ma in qual modo?...

Kammamuri, invece di rispondere, levò dalla cintura una scatoletta e mostrò alcune pillole piccolissime che esalavano uno strano odore.

— Me le ha date il signor Yanez, — diss’egli, — e so per prova quanto siano potenti. Basta lasciarne cadere una in un bicchiere d’acqua o di vino o di caffè per addormentare istantaneamente la persona più robusta.

— Ed a che cosa possono servire? — chiese la giovinetta con maggior sorpresa.

— Per addormentare il governatore e le guardie che vegliano nella casa di Hassin.

— Non riesco a comprenderti.

— Col regalo che gli abbiamo mandato, il governatore c’inviterà a pranzo o lo inviteremo noi. M’incarico io di fargli bere il narcotico, e quando lo vedremo addormentato, andremo da Hassin, e là ripeteremo il giuoco colle guardie.

— Ma ci lasceranno entrare dal prigioniero, quegl’indiani?...

— Si incaricherà Bangawadi di aprirci il passo, fingendo d’aver ricevuto l’ordine dal governatore di farci visitare Hassin.

— Ma dove condurremo il prigioniero?...

— Dove vorrà lui, dove avrà i suoi partigiani. M’incarico io di far trovare dei cavalli dai nostri uomini.

Stava per uscire, quando vide ritornare Bangawadi. L’indiano pareva contento, perché aveva il sorriso sulle labbra.

— Il governatore vi attende, — diss’egli, entrando.

— Ha gradito il dono?... — chiese Kammamuri.

— Non l’ho mai veduto così di buon umore come quest’oggi.

— Andiamo, padrona, — disse il maharatto.

Uscirono preceduti dalla guardia e seguiti dai quattro marinai dello yacht, che avevano ricevuto dal lord l’ordine di non lasciarla un solo istante. Pochi minuti dopo giungevano al palazzo del governatore di Sedang.

Quel fabbricato, chiamato pomposamente palazzo dagli abitanti, era una modesta casa di legno, a due piani, col tetto coperto di tegole azzurre come le abitazioni del quartiere cinese di Sarawack, cinta da una palizzata e difesa da due pezzi di cannone arrugginiti, tenuti là più per spauracchio che per servizio, poiché non avrebbero potuto sparare due colpi di seguito senza scoppiare. Una dozzina d’indiani, vestiti come i sipai del Bengala, colla giacca rossa, i calzoni bianchi, il turbante sul capo, ma i piedi nudi, stavano schierati dinanzi alla cinta e presentarono le armi, con bel garbo, alla principessa dei maharatti. Il governatore attendeva la giovanetta ai piedi della scala, segno evidente che quel regalo di grande valore aveva fatto il suo effetto.

Sir Hunton, comandante di Sedang, era un anglo-indiano che aveva preso parte alla sanguinosa crociera del Realista contro i pirati del Borneo, in qualità di mastro d’equipaggio.

Non aveva più di quarant’anni, ma ne dimostrava di più, non essendo quel clima troppo propizio per gli stranieri. Era alto come tutti quelli di razza indiana, ma era tarchiato; aveva la pelle leggermente abbronzata con certe sfumature dorate, gli occhi nerissimi, la barba più folta dei puri indostani e già brizzolata.

Avendo dato prove di grande coraggio e di fedeltà, era stato destinato al comando di Sedang coll’incarico di esercitare un’attiva vigilanza sul nipote di Muda Hassin, non ignorando James Brooke di avere un potente e pericoloso rivale nel parente del defunto Sultano.

Sir Hunton, vedendo la principessa indiana, le mosse incontro tendendole la mano e scoprendosi il capo, poi le offerse galantemente il braccio e la condusse in un salottino arredato con una certa eleganza e con mobili europei.

— A quale evento fortunato devo l’onore della vostra visita, Altezza? — chiese egli, sedendosi di fronte alla giovinetta. — E’ un caso raro vedere giungere in questa cittadella, perduta sulle frontiere del reame, una persona distinta come voi.

— Compio un viaggio di piacere nelle isole della Sonda, sir, e non ho voluto tralasciare di vedere anche Sedang, avendo solamente qui la possibilità di ammirare quei formidabili tagliatori di teste che chiamansi Dayachi.

— Siete qui venuta per pura curiosità? Credevo per altro scopo.

— E quale?...

— Per vedere il nipote di Muda-Hassin.

— Non so chi sia.

— Un rivale del rajah Brooke; passa il tempo sognando cospirazioni.

— Un uomo interessante, dunque?

— Può. essere.

— Col vostro permesso non mancherò di visitarlo.

— A qualunque altra persona non lo permetterei, ma a voi, Altezza, che venite dall’India e che perciò non potete avere alcun interesse fuorché la curiosità, non negherò questo favore.

— Grazie, sir.

— Vi trattenete molto qui?...

— Alcuni giorni, finché il mio yacht riparerà alcuni guasti.

— Siete giunta con uno yacht?...

— Sì, sir.

— E andrete poi a Sarawack?

— Certamente; voglio vedere il famoso sterminatore dei pirati, essendo io una delle sue più ardenti ammiratrici.

— È un valent’uomo il rajah!

— Lo credo.

— Ritornate allo yacht questa sera?...

— No, ho preso a pigione una piccola casa.

— Allora spero mi farete l’onore di accettare ospitalità nella mia casa.

— Ah!... signore!...

— E’ la migliore di Sedang.

— Grazie, sir, ma preferisco essere libera.

— Allora spero che vi tratterrete oggi presso di me.

— Non potrei rifiutare una simile cortesia.

— Farò il possibile onde non abbiate ad annoiarvi, Altezza.

— Intanto mi farete vedere il vostro regale prigioniero, — disse Ada, ridendo.

— Dopo il pranzo, Altezza, andremo a bere il thè da Hassin.

— E’ un uomo gentile od un selvaggio?...

— Un uomo astuto ed educato, che ci farà buona accoglienza.

— Conto su di voi, signore. Questa sera sarò vostra commensale.

Si era alzata ad un cenno di Kammamuri, il quale l’aveva seguita, tenendosi in un angolo del salotto. Il Governatore la imitò e la condusse fino alla porta, dove il drappello indiano le rese gli onori spettanti al suo grado di principessa indostana.

Ritornata alla propria abitazione, seguita sempre da Kammamuri e dai quattro marinai dello yacht, ritrovò l’indiano Bangawadi che l’attendeva sulla porta, nella posa d’un uomo che aspetta con una certa impazienza.

— Ancora tu? — chiese la giovinetta.

— Sì, padrona, — rispose egli.

— Hai delle novità?...

— Ho parlato con Hassin.

— Quando?

— Pochi minuti or sono.

— E che cosa gli hai detto?...

— Che delle persone s’interessano alla sua sorte e che cercano di farlo evadere.

— Che cosa ti ha risposto?

— Che è pronto a tutto.

— Sei un brav’uomo, Bangawadi.

— E lo sarai di più se tu tornerai da lui, — aggiunse Kammamuri.

— Sono a vostra disposizione.

— Va’ allora, e gli dirai che questa sera la principessa Raibh andrà a visitarlo in compagnia del governatore e che cerchi di essere solo, almeno nelle sue stanze. Dirai inoltre a lui che lasci a me la cura di preparare il thè pel governatore.

Poi, levandosi dalla cintola un piccolo diamante, glielo porse aggiungendo:

— Questo è per te e pagherai da bere alle sentinelle che vegliano sulla casa di Hassin. Questa sera poi pagherò io!...