I predoni del Sahara/Capitolo 29 - Il vecchio Samuele

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Capitolo 29 - Il vecchio Samuele

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29 - Il vecchio Samuele


La casa del vecchio ebreo non era già una meschina costruzione, come appariva all'esterno.

Aveva un elegante cortile con chioschi di purissimo stile moresco, come tutte le case del Marocco, con una bellissima fontana nel mezzo, dal getto altissimo e abbondante; il porticato a mosaico, e palme all'intorno che proiettavano una deliziosa ombra, doppiamente pregiata sotto quel clima ardentissimo.

Numerose porte, cogli stipiti di marmo, che mettevano in altrettante stanze, s'aprivano sotto i chioschi riparati da tende.

Dappertutto vi erano tappeti e divani di marocchino, lusso insolito in una città come Tombuctu, perduta all'estremità del Sahara, in un paese affatto selvaggio.

Il vecchio ebreo, che pareva ringiovanito istantaneamente di venti anni, aiutò la giovane a scendere da cavallo, mentre due schiavi negri recavano dei vassoi colmi di frutta, di pezzi di zucchero e di aranci, importati, chissà con quali spese, dagli stati barbareschi del settentrione.

“È ben la figlia del defunto Nartico, il mio vecchio amico, che mi onoro di ospitare?” chiese l'ebreo, dopo averla fatta sedere su un soffice divano.

“Sì, io sono Esther Nartico, figlia del negoziante di Tombuctu, morto otto mesi or sono fra le braccia di Tasili.”

“E le mie,” disse il vecchio.

“Voi avete assistito alla morte di mio padre!” esclamò la giovane, con voce commossa.

“Gli ho chiuso gli occhi. Ma voi come vi trovate qui? Io so che Tasili era partito pel Marocco onde dare ai figli il triste annuncio.” Esther gli narrò brevemente l'avventurosa traversata del deserto assieme al marchese di Sartena e tutte le varie vicende toccate alla piccola spedizione, fino al tradimento di El-Melah e all'arresto di Ben e dei suoi compagni.

Il vecchio ebreo ascoltò in silenzio, con viva attenzione, poi quando la giovane ebbe terminato, disse:

“Dunque si ignorava che il colonnello Flatters era stato assassinato nel deserto e che i Tuareg, per attirare una seconda spedizione, avevano fatto spargere la voce che era stato condotto prigioniero a Tombuctu?”

“Il marchese di Sartena, al pari di molti altri, aveva creduto a quelle voci.”

“Non aveva sospettato di quel El-Melah?”

“No,” rispose Esther. “Solo stamane ho saputo che egli era una delle guide del colonnello e che il suo vero nome era El-Aboid.”

“Meritava venti volte la morte.”

“Credete voi che vi sia qualche speranza di strappare il signor di Sartena ed i suoi compagni al sultano?” chiese El-Haggar. “Voi non dovete ignorare che gli stranieri non mussulmani, sorpresi in Tombuctu, vengono messi a morte.”

“Ed a quale morte!” disse il vecchio. “Non sono trascorsi due mesi da che ho veduto bruciare un ebreo che era venuto qui con una carovana di tripolini.”

“E mio fratello dovrebbe subire egual sorte!” gridò Esther, rabbrividendo e nascondendosi gli occhi. “Salvateli, Samuele Haley, salvateli per l'amicizia che avevate per mio padre! Io sono ricca, ho una cassa piena d'oro e la metto tutta a vostra disposizione.”

“Coll'oro qui tutto si può fare: corrompere funzionari, kissuri e carcerieri,” rispose l'ebreo. “Anch'io ho accumulato una vistosa fortuna e se sarà necessario la spenderò pur di salvare il figlio del mio caro amico ed i suoi due compagni.”

“Oh!... Grazie, Samuele!” esclamò Esther, prendendogli le mani e stringendogliele fortemente. “È Dio che ci ha fatto incontrare.”

“Voi rimanete qui,” disse il vecchio. “La mia casa è a vostra disposizione, i miei servi, che sono fedelissimi, sono ai vostri ordini. Fra un'ora sarò di ritorno e chissà che non vi rechi delle buone notizie.”

“Dove andate?”

“Da un arabo mio amico, personaggio molto influente.”

“Non ci tradirà?”

“No, non temete. Egli mi è affezionato, avendogli io salvato la vita sul Niger, e avendogli reso molti preziosi servigi. Egli pagherà il suo debito di riconoscenza.”

Chiamò i due schiavi, diede loro alcuni ordini, poi uscì appoggiandosi al bastone.

“Signora,” disse il moro, quando furono soli. “Ciò si chiama aver fortuna; senza l'incontro di questo vostro correligionario, non so che cosa avremmo potuto fare.”

“È vero, El-Haggar. Che riesca a salvarli?”

“Io ho fiducia in quel vecchio.”

“Se Ben ed il marchese dovessero morire, io non sopravviverei.”

Mentre si scambiavano i loro timori e le loro speranze, i due negri avevano portato il caffè, dei pasticcini e delle frutta secche. Esther ed il moro erano però così preoccupati che assaggiarono appena qualche tazza di moka.

Non potevano rimanere fermi, tanta era la loro impazienza e la loro angoscia. L'ora era già trascorsa, ed il vecchio Samuele non era ancora tornato. E come era stata lunga quell'ora; specialmente per la povera Esther.

Verso mezzodì la porta finalmente si aperse e comparve il vecchio ebreo accompagnato da un arabo di statura piccola, magrissimo, dalla pelle quasi nera, vestito rigorosamente di bianco, con una piccola fascia verde intorno all'immenso turbante, distintivo che hanno diritto di portare coloro che hanno compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, alla tomba del Profeta.

Era forse più vecchio di Samuele, a giudicare dalle profonde rughe che gli solcavano la fronte, tuttavia pareva che non avesse perduto nulla della sua agilità e procedeva ancora ritto, con passo leggero, pieno di maestà e di grazia.

“Ecco l'amico di cui vi ho parlato,” disse Samuele, presentandolo a Esther. “Egli sa ormai tutto ed è anche pronto a tutto.” L'arabo salutò gentilmente con un salam graziosissimo, poi dopo aver guardato, non senza una viva ammirazione, la giovane ebrea, disse “Non vi nascondo, signora, che la cosa è grave, perché io ho saputo che i prigionieri, prima di arrendersi, hanno freddato quattro o cinque guardie del sultano. La loro morte è stata ormai decretata: l'ebreo sarà bruciato, i due cristiani decapitati. Nondimeno noi cercheremo di strapparli al sultano.”

“Ah! Signore!” singhiozzò Esther. “Salvateli! Salvateli!”

“Io sono il capo del quartiere arabo ed ho amici devoti, pronti a obbedirmi e anche a ribellarsi, se lo desiderassi, contro l'autorità del sultano, tuttavia non sono così numerosi da poter affrontare da soli i kissuri, uomini di guerra e fedeli al loro signore. Vi sono però qui dei predoni, che non si farebbero scrupolo alcuno a mettersi in lotta col sultano, purché non si risparmi l'oro.”

“Ma quale progetto avete voi?” chiese El-Haggar. “Di strappare i prigionieri colla forza.”

“Assaltando la kasbah?”

“No, non si riuscirebbe a nulla, essendo troppo solida e troppo ben guardata. Noi porteremo via i vostri padroni prima che salgano il patibolo, approfittando dello scompiglio che susciteranno i miei uomini.”

“Riusciremo?”

“Con tre o quattrocento persone risolute vinceremo facilmente la scorta dei kissuri. Duecento posso fornirle io.”

“E le altre?” chiese Esther.

“Le recluteremo fra i Tuareg. Quei predoni sono sempre pronti a tutto, quando hanno dell'oro da guadagnare.”

“Io offro ventimila talleri,” disse Esther.

“Per guadagnare una simile somma i Tuareg darebbero fuoco anche alla kasbah del sultano.”

“Chi s'incaricherà di reclutarli?” chiese Samuele.

“Lascia fare a me, amico,” disse l'arabo. “Conosco parecchi capi Tuareg e se volessi potrei avere anche mille predoni prima che siano trascorse dodici ore.”

“Signora, siete giunta qui con una carovana?” proseguì l'arabo volgendosi verso Esther.

“No, siamo venuti qui con una minuscola scorta e una diecina di cammelli.”

“Avete dei mehari rapidissimi? Ne occorrono tre pei prigionieri, perché appena noi li avremo liberati dovranno lasciare immediatamente Tombuctu e correre al Niger. Io manderò uno dei miei uomini a Kabra per acquistarvi una buona scialuppa.”

“M'incaricherò io di trovare i mehari,” disse Samuele.

“E noi faremo inoltrare i cammelli fino a Kabra, dai nostri beduini,” disse El-Haggar. “Così al momento dell'imbarco troveremo i nostri bagagli pronti.”

“Ci rivedremo questa sera,” disse l'arabo, alzandosi. “Vi porterò buone nuove.”

“Quando avrà luogo il supplizio?” chiese Esther, con voce tremante.

“Domani mattina, sulla piazza del mercato, ma noi vi saremo tutti e v'assicuro che andrà male pei kissuri del sultano.”

Esther attese che l'arabo se ne fosse andato, poi volgendosi verso Samuele, lo informò del tesoro sepolto nel pozzo e che era necessario estrarre prima della fuga.

“Questa sera andremo a prenderlo,” disse il vecchio. “Lo divideremo in varie casse e lo caricheremo sui cammelli. Avete fiducia in questo moro?”

“Completa.”

“Egli s'incaricherà di condurlo a Kabra coi cammelli. Non tremate, Esther, tutto andrà bene e domani stringerete fra le braccia vostro fratello.”