I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/Fra i ghiacci del Polo Artico

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Fra i ghiacci del Polo Artico

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Un'avventura in Siberia I cacciatori di lupi

FRA I GHIACCI DEL POLO ARTICO


– Conoscete le morse? – mi chiese una sera papà Roskoff, il famoso cacciatore di lupi che vi ho fatto conoscere in altri due raccontini di questa Bibliotechina Aurea.1

– Sì, – risposi, – sono anfibi somiglianti un po' alle foche, lunghi quattro ed anche cinque metri, con una circonferenza di due o tre, pesanti un migliaio di chilogrammi e che abitano i mari polari. Hanno il muso corto e largo, la bocca ornata di enormi canini che sovente raggiungono una lunghezza di novanta centimetri, formati d'un avorio finissimo molto ricercato.

– Benissimo – mi disse Roskoff, soddisfatto da quella descrizione sommaria. – Sapete perché si dà loro una caccia accanita?

– Per spogliarle della pelle e per ricavare dal loro grasso l'olio.

– Ben detto; ma ora vi dirò il resto.

Roskoff aspirò alcune boccate di fumo, poi disse:

– Un tempo le morse erano numerosissime su tutte le spiagge siberiane e anche sulle coste dell'Europa settentrionale.

«Su certe isole polari ve n'erano tante che in un solo giorno si riusciva ad ammazzarne per fino mille.

«Quegli anfibi hanno delle abitudini curiosissime. Quando comincia la primavera, si radunano in certi seni delle spiagge e vi rimangono per un paio di mesi. Formano dei veri accampamenti divisi per sezioni. Ogni famiglia ha il suo riparto e nessuna cerca d'invadere lo spazio riservato all'altra.

«Se qualche tricheco – si chiamano anche con questo nome le morse – lo facesse, il capo della famiglia non tarda a balzargli addosso ed allora succedono dei combattimenti accanitissimi.

«I cacciatori di morse, aspettano precisamente quell'opera per fare strage di quei poveri anfibi.

«Scoperto uno di quei grandi accampamenti, sbarcano i marinai e questi cominciano il macello servendosi di mazze ferrate.

«Quando sono in acqua, le morse possono diventare pericolose, essendo agilissime, anzi molte imbarcazioni sono state rovesciate ed i loro marinai non vi sfuggirono alla morte; quando, invece, si trovano a terra, si muovono malamente e si lasciano uccidere quasi senza difendersi.

«Io, avendo udito parlare di quelle grandi cacce, fui preso dal desiderio di prendere parte ad una di quelle spedizioni.

«Avevo fatto la conoscenza con un valente pescatore, certo Michele Salomeff, soprannominato re delle morse, perché, in questo genere di caccia, non aveva l'eguale.

«Avendo appreso che stava per imbarcarsi con un suo compagno, andai a trovarlo e gli offersi i miei servizi.

«"Tu sei troppo bravo cacciatore per rifiutarti" mi disse Michele. "Vieni e noi prenderemo tante pelli da affondare la mia barca."

«Due giorni dopo c'imbarcavamo su di un piccolo cutter e lasciavamo la foce dell'Obi, diretti verso occidente.

«Era freddo assai e per conseguenza il mare era alquanto gelato, tribolando non poco il nostro piccolo veliero.

«Non mi inquietavo però, avendo piena confidenza nell'abilità marinaresca del re delle morse e del suo compagno, un vecchio russo della terra di Teman.

«"Mi dirai almeno dove mi condurrai" chiesi a Michele Salomeff che si era seduto presso la barra del timone.

«"Noi ci spingeremo molto lontano, verso l'isola di Kalguef" mi rispose il cacciatore. "Non darti pensiero della lunghezza del nostro viaggio, amico. Il mio veliero è piccolo, ma a prova di scoglio e le provviste sono abbondanti."

«Stette un momento silenzioso, poi mi disse con un certo fare misterioso:

«"Io conosco un certo luogo dove troveremo morse in grande quantità. Faremo un vero massacro".

«"Purché non le abbiano distrutte gli altri cacciatori" osservai.

«"Nessuno può avere scoperto quel rifugio. Io l'ho trovato per puro caso e non mi sarò mai ingannato di trovare colà tante morse riunite; è vero Wigo?"

«"Sì" rispose il vecchio russo. "Vedrai, Roskoff, che rimarrai molto sorpreso entrando in quel luogo."

«"Basta" disse Michele. "Badate alle vele e aprite bene gli occhi. Il mare mi sembra che voglia diventare cattivo."

«Ed infatti le onde si accavallavano lungo la costa sballonzolandoci molto ruvidamente. Vi erano certi momenti in cui credevo che il nostro piccolo veliero dovesse andarsene a picco o fracassarsi contro le numerose scogliere che apparivano lungo le spiagge.

«Verso sera il mare divenne più cattivo. Dall'oceano soffiava un vento freddissimo che ci gelava perfino le ossa e ci spingeva addosso un nevischio sottile che strappava dai grandi banchi di ghiaccio.

«Tutta la notte combattemmo contro le onde, prendendo solamente qualche ora di riposo. Il nostro cutter, nondimeno, percorse tanto spazio che all'indomani eravamo in vista della punta Remenka. Anche colà il mare era cattivissimo.

«Essendo quelle spiagge tagliate quasi a picco, le onde rimbalzavano furiosamente, con un fragore assordante, minacciando di capovolgere il nostro piccolo veliero.

«"Prevedo che la finirà male per noi se non troviamo qualche rifugio" dissi a Michele.

«"La nostra barca non fu costrutta per nulla a Lobiska" mi disse Michele Salomeff che teneva sempre la barra del timone. "E poi da quando in qua una spedizione comandata dal re dei cacciatori cedette al mare e ai ghiacci? Animo, Wigo, molla la randa e lascia che il vento urli a suo piacimento e che il mare borbotti a suo talento. Vi prometto questa volta, se la va bene, almeno cinquanta denti di morsa e tanto olio da empire la scialuppa quattro volte. Guarda i tuoi fiocchi, Roskoff, e lascia che corra."

«Il cutter non tardò ad allontanarsi dalla costa, rollando vivamente sotto le larghe ondate che venivano dall'est, a tutte vele gonfie e con rapidità sufficiente per giungere prima di sera nell'isola di Kalguef. Il mare continuava a montare, accavallandosi fra l'isola e la costa di Tinan, spingendo innanzi banchi di ghiaccio scesi dalle fredde regioni del settentrione, di tutte le forme e di tutte le dimensioni, conosciuti per lo più sotto i nomi di drift-ices. Quei ghiacci si cozzavan gli uni con gli altri, con violenti scoppi. Qualche montagnola aguzza aguzza, di un'altezza notevole, brillante pei raggi solari che vi si riflettevan sopra, dondolavasi fra le onde capeggiando pericolosamente e minacciando di capitombolare, e sulla cui cima, fra le fessure e gli sporti, nidificavano centinaia di uccelli polari, gabbiani e procellarie.

«Il mare ingrossò maggiormente verso mezzodì, accompagnato da buffi impetuosi di vento freddissimo. Noi un po' impressionati da quelle continue ondate, manovravamo con furia alle vele, prendendo terzaroli sulla randa e imbrogliando la trinchettina. Colpi di mare, l'un dietro l'altro, sollevavano improvvisamente il cutter, urlando lungo i bordi, saltando sulle murate, ed incubandoci con gran pericolo di affondarci.

«Michele Salomeff, senza smarrirsi d'animo, benché vi fosse molto da temere, cercava, saldo alla barra del timone, di tenere la scialuppa dritto il capo Remenka, il quale cominciava a disegnarsi fra le brume. Si sforzava di evitare i colpi di mare, mentre noi, un po' sbigottiti, ci affannavamo a gettar l'acqua.

«Il vento urlava sempre su tutti i tuoni, infuriando contro le vele, e il mare faceva rollar i ghiacci, i quali capitombolavano ad ogni istante, minacciando di schiacciare il nostro veliero-scialuppa. In mezzo agli elementi scatenati, volteggiavano rapide rapide, bande di procellarie, quei funebri uccelli delle tempeste volavano via sfiorando i flutti, in modo che pareva che corressero sull'acqua, per la qual cosa furono anche chiamate Piccoli Pietri, alludendo al miracolo di San Pietro, il quale attraversò il burrascoso lago Genazaret camminando sul liquido elemento.

«Noi lottammo fino a sera cercando di guadagnare la punta Remenka, sempre respinti dai flutti e tribolati dal vento che aveva girato al nord, e non vi fu caso che potessimo riuscire. Per il che, fummo costretti a continuare il viaggio sotto costa, tenendo arditamente testa al mare, fino a che un po' prima che il sole sparisse interamente, giungemmo dinanzi alla baia di Promoi alla cui imboccatura, dopo molto faticare un lungo bordeggiare, potemmo approdare.

«La costa era dirupata e completamente deserta, e ovunque coperta di nevi e di ghiacci, alcuni dei quali di uno spessore ragguardevole si protendevano per un buon tratto in mare. Tirammo a secco la navicella e sbarazzato un po' di terreno della neve, rizzammo la tenda, accendendo un buon fuoco.

«Eravamo così stanchi, che appena cenato ci avvolgemmo nelle nostre pellicce, accanto alla crepitante fiamma.

«L'indomani ci alzammo per tempissimo, onde sorprendere le morse. Caricatici dei fucili e delle scuri, con un freddo che superava i 30 gradi sotto zero, ci mettemmo in cammino, costeggiando la siepe e sprofondando nella neve fino a mezza gamba.

«"Giovinotto mio" mi disse Michele, rispondendo ad una mia domanda "io ti ho condotto in questi locali a mostrarti una caverna che credo da me solo conosciuta e dove troveremo da menar le scuri. È un bel rifugio di morse e tutte le volte che l'ho visitata, non ho mai trovato meno di cinquanta dozzine di denti. Vieni con me e tu non avrai da lagnarti di questa spedizione."

«Il re delle morse, tenendosi alla larga, più che fosse possibile dalle rupi, per non venir seppellito da qualche valanga, ci condusse in mezzo a certi franamenti, dove era duopo far salti di camoscio per procedere. Esaminò più volte le rupi circostanti per non ingannarsi sulla via da seguire, mostrandoci, certe volte, ossami che asseriva esser di morse e di foche uccise da lui in altri tempi, quando le coste formicolavano di quegli animali, e arrestossi a poca distanza da una fenditura che sprofondavasi nella montagna, a un centinaio di passi dal mare.

«"Alto!" comandò Michele. "Siamo al luogo."

«Si udivano uscire dalla spaccatura, che dava in un'ampia caverna, in mezzo alla quale trovavasi un laghetto d'acqua marina, mantenutovi dalle grandi maree a trastullo delle morse, rauchi ruggiti, come se si trovassero là entro centinaia di bestie feroci, seguiti da tuffi come di corpi che precipitino nelle acque. Il re delle morse, udendo quei fragori, si mise a stropicciarsi le mani callose, con viva soddisfazione.

«"Giovinotti miei" diss'egli, volgendosi verso di noi. "Le mie previsioni non si sono ingannate e come potete udire, le morse si trastullano nella caverna. Vi sarà molto da fare là entro. Spicciamoci a nasconderci prima che le sentinelle diano l'allarme."

«Ci indicò una rupe che si trovava a poca distanza dalla caverna e si affrettò a raggiungerla.

«Io e Wigo l'avevamo seguìto quantunque fossimo un po' stanchi. Egli si accomodò fra le rocce, occupando un posto da cui poteva spiare a suo agio l'entrata e notare le manovre delle morse, senza correr pericolo di esser scoverto.

«"Ohe! Mastro Michele" chiese Wigo. "Che cosa facciamo noi qui, mentre le morse sono nella caverna? Se si tratta di lavorar di scure bisognerà entrar laggiù."

«"Zitto, vecchio mio" disse il re delle morse strizzando gli occhi. "Se tu sapessi la decima parte di quello che so io, non parleresti così. Le furbe hanno delle sentinelle, e se noi ci facessimo vedere, non tarderebbero a dare l'allarme e tutte le morse, in meno tempo di quello che tu abbi a credere, si caccerebbero in mare, e per noi la sarebbe finita. Aspettiamo che cada la notte e le sorprenderemo addormentate e, dopo d'aver chiusa la porta con dei blocchi di ghiaccio, faremo un vero macello."

«Ci arrendemmo alle ragioni di Michele e aspettammo la sera. Durante il giorno parecchie morse si recavano al mare e altrettante ritornavano nella grotta, la quale pareva che servisse di rifugio a tutti gli anfibi dei dintorni. Nulla più curioso che il vedere quegli animali trascinarsi penosamente a terra, allungandosi e accorciandosi, con mosse spezzate e con certi sforzi da credere che soffrano immensamente a camminare sulle rocce.

«Potete immaginarvi come battessero i nostri cuori, vedendo tanti animali andare e venire. Dovetti fare degli sforzi per non scaricare le mie armi.

«Appena fu notte fatta, e i ruggiti cessarono del tutto, tacitamente, cogli occhi ben aperti e gli orecchi tesi, munitici delle armi, raggiungemmo la caverna, la quale doveva riboccar di morse.

«Senza rumore di sorta, rotolammo dei macigni verso l'apertura, fortunatamente abbastanza stretta, ammonticchiandoli gli uni sugli altri in modo che un'ora dopo non vi era che un foro capace di lasciarci entrare e proprio sotto la vôlta.

«"Animo" disse Michele, traendo l'acciarino e accendendo un fanale. "Or che i piccini sono in gabbia, possiamo dormire senza paura che abbiano a fuggirsene."

«Nella notte si udì qualche ruggito nella caverna, ma niente di più. Al primo raggio di sole prendemmo le scuri, e scivolammo arditamente nella caverna, dove ci arrestammo dinanzi a una vera moltitudine di animali.

«Ve ne erano più di cento attorno allo stagno fra maschi, femmine e piccini. Alla nostra comparsa vi fu un fuggi fuggi generale in tutti gli angoli della caverna e nelle acque, troppo basse però per nasconderli interamente. Noi, stimando cosa poco prudente avventarci in mezzo a quella numerosa banda, sapendo di che cosa sono capaci le morse ferite, ci accomodammo sulle rocce più alte, e di là cominciammo a moschettare piccoli e grandi senza pietà.

«Non è a descrivere il furore e lo spavento delle disgraziate bestie fatte segno ai nostri colpi. Ubriacati dalla polvere noi tiravamo incessantemente, decisi a farne un gran macello. Maschi e femmine si precipitavano ruggendo come leoni ai piedi delle rupi sforzandosi di giungere fino a noi; alcuni anfibi si trascinavano verso l'uscita cercando smuoverne i massi che l'otturavano, e si rifugiavano nelle acque dalle quali ne uscivano sloggiati dalle nostre palle, costringendoli a tornare allo stagno.

«Il re delle morse, in tanti anni di caccia, non aveva mai assistito ad un simile macello. Ritto su di una roccia, fuori di portata dalle ire delle morse, tirava a colpo sicuro, abbattendone una a ogni scarica, incoraggiando noi colla voce e coll'esempio e promettendoci denti a bizzeffe e tante botti d'olio da caricare dieci scialuppe.

«Il macello continuò fino che le munizioni vennero meno. Il suolo era sparso di morti e di moribondi e veri torrenti di sangue, seguendo il naturale pendìo della caverna, si riversavano nello stagno ad arrossire le acque. Sei o sette rantolavano negli angoli cercando fuggire e altrettante incolumi, ma mezze morte dallo spavento, si trascinavano ruggendo da un capo all'altro dell'antro, cercando rifugiarsi nelle fenditure delle pareti.

«Afferrammo le scuri, e piombammo sulle superstiti, le quali caddero in breve tempo sotto i nostri colpi senza arrecarci danno alcuno. La caverna poco prima piena di fragori, tutta scossa dalle detonazioni e dai ruggiti, era tornata silenziosa.

«Centododici morse furono così uccise in poco meno di due ore, una vera fortuna per noi. Solennizzammo il macello con copiose libazioni e un banchetto fatto esclusivamente di carne di morsa. Restammo due giorni nella caverna, occupati a mozzar quei colossali denti, dall'avorio durissimo, che ha la proprietà di non ingiallire come quello degli elefanti e che per conseguenza in commercio viene maggiormente ricercato e meglio pagato. Carichi dei preziosi ossi, ce ne ritornammo in poche ore alla costa di Teman, favoriti da un buon vento, dove chiamammo a raccolta tutti i barcaiuoli dei dintorni per andare a raccogliere il grasso degli anfibi.

«Il re delle morse ricavò una così grossa somma da quell'avorio da rinunciare per sempre alla vita del mare.

«Quella strage segnò il ritiro delle morse dalle coste meridionali di Kalguef; ora non si trovano che a settentrione, anche colà, cacciate ogni anno dagli olandesi, dai danesi, dai norvegiani e dai russi, tendono a sparire, ed è probabile che fra qualche anno non ne rimanga più una su tutta l'isola.»

– E voi, avete guadagnato molto in quella spedizione? – gli chiesi.

– Fu il principio della mia fortuna – mi rispose il siberiano. – Coi denari ricavati l'anno seguente armai una piccola nave e intrapresi una spedizione per mio conto facendo una grande battuta contro le foche orsine, anzi una vera strage, forse maggiore di quella della caverna.

«Mi avevano riferito che ad occidente della foce dell'Obi si erano trovate le tracce di un rookeries, ossia d'un accampamento di foche.

«Sapendo che quegli anfibi usano occupare ogni anno gli stessi quartieri, andai ad aspettarli in quel luogo.

«Vi sembrerà strano, eppure tutti gli anni, alla medesima epoca, le foche giungono dai mari del nord e si radunano negli accampamenti abbandonati un anno prima.

«Verso la metà d'aprile giungono prima alcuni vecchi maschi e sono gli esploratori. Vanno a esaminare i loro vecchi quartieri e se li vedono ancora deserti, tornano ad avvertire i compagni.

«Al 15 di giugno, con una puntualità strana, arrivano maschi, e femmine, a squadre numerosissime e si dividono il campo.

«Primi a prendere terra sono i maschi. Esplorano i dintorni per accertarsi che non vi siano nemici, poi si gettano in mare e vanno incontro alle femmine, chiocciando come galline. Le accarezzano, le abbracciano colle pinne poi le prendono pel collo coi denti e se le portano a terra.

«È uno spettacolo meraviglioso, sorprendente, ve lo assicuro.

«Lo rookeries da me scoperto, era popolarissimo di foche e in otto ore, aiutato dai miei uomini, riuscii a uccidere ben quattrocento anfibi e altrettanti nei giorni seguenti.»

– Una vera fortuna – diss'io.

– Ricavai trecentomila lire in tre giorni – mi rispose Roskoff.

Stette un momento zitto, fumando con maggior furia, poi mi disse:

– Peccato che sia diventato vecchio; avrei potuto raccogliere delle buone migliaia di rubli con poca fatica.

Vuotò d'un fiato la sua tazza di birra e mi stese la mano.

– Spero rivedervi ancora – mi disse.

Invece non lo rividi mai più.