I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/I cacciatori di lupi

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I cacciatori di lupi

../Fra i ghiacci del Polo Artico ../Il deserto di ghiaccio IncludiIntestazione 10 marzo 2018 75% Da definire

Fra i ghiacci del Polo Artico Il deserto di ghiaccio

I CACCIATORI DI LUPI


Miei piccoli lettori, avete mai udito parlare della Siberia? Chissà quante volte questo nome vi sarà giunto agli orecchi e chissà, anche, quante volte avrete provato un brivido di freddo nell'udirlo.

Siberia vuol dire freddo, gelo, ghiaccio ed infatti non si dice, durante l'inverno: che freddo da Siberia?

Eppure non è veramente così quel paese. D'inverno, sulle coste settentrionali, verso l'Oceano Artico, regna un freddo intenso, questo è esatto. Ghiacci e neve si accumulano fra quelle immense pianure, e gli orsi bianchi ed i lupi scendono in gran numero dai banchi di ghiaccio o dalle montagne; nelle regioni meridionali, invece, non fa più freddo che da noi.

Ne volete sapere di più? Durante l'estate fa più caldo in Siberia che nelle nostre Provincie meridionali, ed invece degli orsi si vedono bande immense di tafani e di zanzare che vi mangiano vivi se non proteggete il volto e le mani con certe maschere e certi guanti fatti di crini.

Però, come dissi, in certe parti di quella immensa regione che occupa tutta la parte settentrionale del continente asiatico, il freddo è acutissimo. Figuratevi che durante il dicembre ed il gennaio gli abitanti non possono abbandonare le loro casette di legno, dove giorno e notte bruciano continuamente le stufe, e figuratevi che talvolta gelano perfino il vino, il petrolio e il rhum.

Quando il freddo scema di qualche po', quei disgraziati abitanti, che sono di frequente in lotta colla fame, si mettono in caccia.

Sono tutti violenti, coraggiosi e affrontano indifferentemente il gigantesco orso bianco ed il ferocissimo lupo per pascersi delle loro carni e per vendere le pellicce ai mercanti russi.

Le pellicce anzi costituiscono la principale ricchezza del paese e non se ne raccolgono meno di cinquantamila all'anno, ricavando denari in abbondanza, perché alcune pelli, come per esempio quelle delle volpi azzurre, non si pagano meno di settecento lire l'una e le più belle anche mille.

Fra i tanti cacciatori siberiani, io ne ho conosciuto uno, stabilitosi più tardi in una città della Russia, il quale si era creato una fama straordinaria fra i suoi compatrioti.

Era un ostiako, ossia un mezzo selvaggio; di statura quasi gigantesca, forte come un orso, con certe braccia che avrebbero arrestato un toro, con una barba molto lunga e rossa e due occhi grigi, e riflessi d'acciaio.

Aveva abitato molti anni presso la foce dell'Obi, uno dei più grandi fiumi che attraversano la Siberia, ed aveva accumulato una fortuna rispettabile trafficando in pellicce.

Sapendo che, durante le sue corse in mezzo alle nevi ed ai ghiacci gli erano toccate tante straordinarie avventure, un giorno mi recai da lui per farmene raccontare qualcuna.

Ci eravamo già veduti parecchie volte; anzi era venuto a far colazione a bordo della nostra nave, ancorata in quel tempo ad Arkangelo, uno dei porti più settentrionali della Russia, dove si fa un grande commercio di pellicce.

Lo trovai nella sua isba, una specie di casetta di legno che aveva però ammobiliata con un certo gusto, occupato a fumare la sua pipa monumentale, dinanzi ad un grande bicchiere di acquavite di segala.

– Roskoff, – era il suo nome, – voi mi racconterete quest'oggi una delle vostre più meravigliose avventure. Mi hanno detto che durante il vostro soggiorno in Siberia, ve ne sono toccate di tutte le specie.

Il mio gigante aspirò una boccata di fumo che per qualche istante me lo nascose, si bagnò la lingua con una lunga sorsata di acquavite, poi mi disse con una orribile voce nasale:

– Sì, me ne sono toccate tante durante le mie cacce. Ho corso il pericolo di venire mangiato dagli orsi bianchi, sbranato dai lupi, sbudellato dalle morse ed inghiottito dai ghiacci.

– Una vera criniera di avventure interessanti – diss'io, ridendo.

– Se le aveste provate voi, non avreste certamente riso – mi rispose il siberiano.

– Ne sono convinto. Voi adunque prima mi narrerete la vostra avventura coi lupi.

– E poi?

– E poi le altre; ed io in cambio vi regalerò mezza dozzina di bottiglie di quell'eccellente gin inglese, che avete gustato a bordo del nostro legno.

Avevo toccato il punto debole del mio ostiako, grande bevitore di liquidi molto forti, come lo sono in generale tutti i russi ed i siberiani.

– Il patto è buono – mi disse, ridendo. – Guadagnerò le sei bottiglie in tre sere.

– Allora cominciamo dai lupi.

Roskoff mi offerse la sua borsa ripiena di eccellente tabacco, mi empì un bicchiere del suo detestabile liquore; poi, dopo d'essere rimasto per alcuni istanti pensieroso, mi disse:

– L'inverno era stato freddissimo quell'anno. La foce dell'Obi erasi coperta di banchi di ghiaccio e sul mare si vedevano oscillare, in mezzo alle onde, delle vere montagne, degli ice-bergs come li chiamate voi naviganti.

«Numerosi orsi bianchi, giunti dalla regione polare sui grandi campi di ghiaccio, erano sbarcati minacciando seriamente gli abitanti di quei poveri villaggi che si trovano presso lo sbocco del fiume.

«Dalla parte delle montagne, invece, i lupi erano scesi in bande immense, portando ovunque lo spavento.

«Alla notte, attorno alle capanne, era un concerto incessante di ululati paurosi. Quelle brutte bestie, ordinariamente non molto coraggiose, quando sono in poche, erano diventate così audaci da assediare gli abitanti delle capanne isolate.

«Io in quell'epoca non avevo che vent'anni, pure godevo fama di essere un cacciatore valente e anche dei più coraggiosi. Avevo fatto le mie prime armi sotto un famoso tiratore, ed avevo già nel mio attivo due orsi bianchi, parecchie foche e almeno tre dozzine di lupi.

«Un giorno, mentre stavo preparando delle trappole per le volpi bianche, vedo giungere alla mia capanna un vecchio ostiako, che io conoscevo molto bene.

«"Cosa vuoi, amico?" gli chiesi.

«"Tu non hai paura dei lupi, è vero?" mi disse.

«"No, Vorzoff" risposi io.

«"Allora tu devi farmi un gran favore."

«"Agli amici non rifiuto mai nulla."

«"Si tratta però di rischiare la pelle."

«"La mia è molto dura anche per gli orsi" risposi. "Cosa devo fare?"

«"Accompagnarmi. Mia figlia è moribonda e desidera vedermi prima di spirare."

«Rimasi un po' perplesso. La figlia di Vorzoff abitava a quindici miglia dalla foce dell'Obi e per giungervi bisognava attraversare una vasta foresta di pini frequentata dai lupi.

«"Orsù, decidi" mi chiese il vecchio, vedendomi esitante. "Tu sei un valente cacciatore di lupi e anch'io, nella mia gioventù, lo sono pure stato."

«"Capirai, amico, che anche essendo buoni cacciatori, il pericolo da sfidare è gravissimo."

«"Se vieni, ti regalerò quattro rubli."

«In quell'epoca io era molto povero e una diecina delle vostre lire rappresentava per me una piccola fortuna.

«"Aggiungerò poi due pelli di volpi bianche" disse il vecchio, per tentarmi maggiormente.

«"Andiamo" risposi io, risolutamente.

«"Verrò a prenderti colla mia slitta."

«Avevo appena terminati i preparativi di partenza, quando vidi giungere il vecchio ostiako.

«Montava una comoda slitta tirata da quattro robuste renne, begli animali, somiglianti ai vostri cervi d'Europa, più grandi però e che per noi valgono quanto le vostre mucche, nutrendoci del loro latte.

«Presi il mio fucile, una carabina che avevo comperata da un mercante russo, molte munizioni, una scure ben affilata e solida e balzai nella slitta.

«Ad un segnale del vecchio le renne partirono al galoppo, trascinandoci in una corsa vertiginosa.

«Faceva un freddo intenso, però non c'era vento; e quando questo non soffia dalle regioni polari, si possono sfidare impunemente anche i cinquanta gradi sotto lo zero.

«D'altronde eravamo ben coperti con pelli d'orso bianco ed avevamo la testa riparata da cappucci di pelle di foca foderati di pelo di lupo.

«Il sole, che nelle nostre regioni non rimane sopra l'orizzonte che pochissime ore durante la stagione invernale – mentre, invece, nell'estate non tramonta che dopo la mezzanotte – era già scomparso; però essendo l'aria limpidissima e la pianura coperta d'un alto strato di neve gelata, ci si vedeva benissimo.

«Le renne, eccitate continuamente dalla neve e dalla lunga frusta del vecchio, aumentavano sempre la velocità. Pareva che le povere bestie presentissero già il grave pericolo che ci minacciava.

«Correvamo da un'ora quando scorgemmo all'orizzonte i primi pini della grande foresta che dovevamo attraversare.

«"Vorzoff" diss'io al vecchio "prepariamo le armi."

«"Hai già udito le urla dei lupi?" mi chiese.

«"No, però sono certo che fra poco li avremo alle nostre spalle."

«"Le mie renne corrono come il vento."

«"Anche i lupi hanno buone gambe, vecchio mio."

«"Li faremo correre."

«"Vorzoff, prepariamo le armi" ripetei "sento la selvaggina."

«"Sia" mi rispose l'ostiako.

«Aprimmo i sacchetti delle cartucce, caricammo le carabine, ponendole dinanzi a noi e ci preparammo ad una disperata resistenza.

«Eravamo giunti sotto la foresta. Era formata da pini di dimensioni gigantesche, alti non meno di cinquanta metri e così grossi che quattro uomini non sarebbero riusciti ad abbracciarne il tronco.

«Quale effetto meraviglioso presentavano! La neve si era gelata sui loro rami ed anche i tronchi si erano a poco a poco coperti d'uno strato di ghiaccio.

«Si sarebbe detto che dei maghi avessero innalzata in quel luogo deserto, battuto dai venti della regione polare, una foresta di ghiaccio.

«Crescendo quei vegetali ad una certa distanza gli uni dagli altri, le nostre renne potevano galoppare egualmente.

«Bisognava, nondimeno, fare molta attenzione onde il nostro leggero veicolo non urtasse contro qualche tronco e si sfasciasse.

«Avevamo percorso qualche chilometro senza fare cattivi incontri, quando, tutto d'un tratto, il profondo silenzio che regnava nella foresta, fu rotto da un urlo prolungato.

«"Brutto segno" diss'io al vecchio Vorzoff.

«"Non si tratta che di un lupo isolato" mi rispose egli.

«"È un esploratore, Vorzoff."

«"Lo credi?"

«"Sono certo di non ingannarmi" risposi io.

«"Che preceda qualche grossa banda?"

«"Sì, e l'avverte d'aver scoperta la preda rappresentata dalle nostre persone. Amico Vorzoff, stiamo in guardia!"

«"Le nostre carabine sono pronte" mi rispose tranquillamente il vecchio cacciatore.

«Dopo quel primo urlo era successo un breve silenzio, rotto solamente dallo scalpitìo sonoro dei nostri animali.

«Alcuni minuti dopo però quel sinistro ululato si ripeté e questa volta più vicino.

«Io cominciavo a diventare inquieto, essendo persuaso che quel lupo fosse un esploratore. Quelle urla, che si ripetevano a lunghi intervalli, dovevano essere altrettanti segnali.

«"Vorzoff" diss'io "sbarazziamoci di quell'importuno."

«"Aspetto che si mostri" mi rispose il vecchio eccitando le renne a raddoppiare la corsa.

«Credendo d'aver udito dietro di me come il rompersi d'un ramo mi volsi vivamente e scorsi, a cento passi dalla nostra slitta, l'animale che aveva mandato quell'urlo.

Era un lupo di statura enorme, alto quasi quanto un cane di Terranuova, d'una magrezza però straordinaria, tanto, anzi, che gli si potevano contare le costole.

«"Lo vedi?" chiesi a Vorzoff.

«"Lo vedo e mi pare che sia anche molto affamato" rispose il vecchio. "Se però crede di satollarsi colle nostre carni, s'inganna assai."

«Con un grido stridente arrestò le renne, prese la carabina e la sollevò, mirando lentamente il lupo.

«Questo si era subito fermato, guardandoci con una certa inquietitudine.

«Comprendendo forse che era in pericolo, aprì le mascelle armate di lunghi denti aguzzi e mandò un ululato più lungo de' primi.

«Vorzoff premette il grilletto. Lo sparo fu seguito da un urlo acuto.

«Il lupo, colpito dall'infallibile palla del vecchio cacciatore, era stramazzato sulla neve insanguinandola.

«Io mi ero slanciato giù dalla slitta per andarlo a raccogliere, quando udii Vorzoff gridare:

«"Al galoppo! Eccoli là".

«Un clamore assordante d'urla e di ululati spaventosi s'alzò in mezzo al bosco.

«Ebbi appena il tempo di aggrapparmi alle traverse posteriori della slitta. Le renne erano partite a corsa sfrenata, scuotendo disperatamente le loro lunghe corna ramose.

«Un momento dopo vidi sbucare, al di sotto delle piante, trenta o quaranta lupi grigi, tutti di statura altissima.

«"Non tirare" mi gridò Vorzoff, vedendo che io stavo per far fuoco sulla banda affamata.

«"Ci sono a tiro" dissi.

«"Lasciali stare o precipiteranno l'assalto."

«Abbassai il fucile e guardai, con un certo spavento, la banda.

«I lupi ci davano una caccia vigorosa. Gareggiando in velocità colle nostre renne avevano formato una specie di semicerchio e si sforzavano di mandare innanzi le due ali.

«Di quando in quando mandavano ululati spaventevoli come se avessero cercato, prima di darci l'assalto, di atterrirci.

«Le nostre povere renne, comprendendo che la loro salvezza stava nella celerità delle loro gambe, precipitavano la corsa. Ci voleva tutta l'abilità del vecchio cacciatore per mantenerle sulla buona via.

«Sarebbe bastato un intoppo qualsiasi per mandare in mille pezzi la nostra slitta o farci cadere in mezzo ai lupi.

«Io non ero più capace di frenarmi e tormentavo il grilletto del mio fucile, chiedendo ad ogni istante:

«"Devo cominciare il fuoco?"

«"Non ancora" mi rispondeva sempre il vecchio ostiako.

«"I lupi cominciano a guadagnare."

«"Ti ripeto, non far fuoco, se ti è cara la vita."

«Vorzoff aveva ragione. I lupi, quantunque affamati, temono l'uomo e sebbene numerosi, esitano ad assalirlo. Se però vengono irritati o cominciano a gustare il sangue, diventano furiosi ed allora più nessuno li trattiene.

«Nondimeno il momento dell'assalto si avvicinava. Le nostre renne, esauste da due ore, cominciavano a dar segni di stanchezza ed i lupi guadagnavano su di noi.

«Non erano trascorsi quindici minuti, quando i primi lupi dell'ala destra, preceduti da una bestia di alta statura, ci apparvero sul fianco della slitta.

«"Vorzoff!" gridai. "Ci sono addosso!"

«Il vecchio cacciatore si volse e colla lunga frusta che teneva in mano applicò ai più vicini tre o quattro poderose frustate, strappando a loro urli di dolore.

«Spaventati da quelle brutali accoglienze, rallentarono la corsa lasciandoci guadagnare venti o trenta passi, poi, con uno sforzo, riacquistarono il terreno perduto, galoppando ai fianchi della slitta.

«Le renne, eccitate incessantemente dalla sferza e dalla voce del vecchio Vorzoff, facevano sforzi disperati per ritardare l'assalto dei famelici animali. Ansavano fortemente e sudavano come solfatare non ostante il freddo intenso.

«Le povere bestie non ne potevano più; si esaurivano rapidamente in quegli incessanti sforzi, mentre i lupi guadagnavano sempre.

«Tutto d'un colpo il grosso lupo, che precedeva l'ala sinistra, si scagliò contro la slitta cercando di gettarsi su di me.

«Non esitai più. Con un colpo di carabina lo feci rotolare nella neve col cranio spaccato.

«Allo sparo Vorzoff s'era voltato, dicendomi:

«"Imprudente! Ora bisognerà continuare!"

«Gli altri lupi, vedendo cadere il loro compagno, gli si erano gettati sopra disputandoselo ferocemente. Si mordevano, si accavallavano, urlando spaventosamente.

«Bastarono pochi istanti per far sparire quella prima preda.

«Stuzzicati da quei pochi bocconi, resi più feroci dall'odor del sangue, tornarono a precipitarsi dietro a noi.

«Le renne avevano approfittato di quell'istante di tregua per guadagnare un centinaio di passi. Quel vantaggio fu però subito perduto e rividi i lupi comparire ai lati della slitta.

«Vorzoff aveva legate le briglie alla traversa anteriore del veicolo e aveva impugnato il fucile.

«"Affidiamoci alla perspicacia di questi animali" mi disse. "Speriamo che si tengano lontani dai tronchi degli alberi."

«Un altro lupo, dopo una breve esitazione, si era scagliato contro di noi. Feci fuoco e lo sbagliai. Il carnivoro, invece di fuggire balzò sulla slitta, afferrandomi per una gamba.

«Il vecchio Vorzoff col calcio della carabina lo fece stramazzare poi voltata l'arma scaricò i suoi due colpi nel più folto della banda, facendo due nuove vittime.

«"Tira là in mezzo" mi gridò. "Non arrestarti se vuoi salvare la pelle."

«I lupi si erano nuovamente fermati per divorare i cadaveri dei loro compagni.

«Approfittammo di quell'istante di sosta per ricaricare le armi; poi, quando vedemmo i famelici animali riprendere la corsa, facemmo una nuova scarica ammazzandone altri tre.

«"Bei colpi!" gridò il vecchio, il quale cominciava ad entusiasmarsi.

«"Ve ne sono ancora più di trenta da ammazzare" osservai.

«"Il villaggio abitato da mia figlia è vicino" mi disse Vorzoff.

«"Quanto distiamo ancora?"

«"Non più di due chilometri."

«"Potranno resistere le renne? Mi sembrano prossime a cadere."

«"Resisteranno, Roskoff. Orsù, una nuova scarica."

«Malgrado le perdite gravissime, i lupi ci inseguivano con una ostinazione incredibile, urlando disperatamente. Non si occupavano più a divorare i cadaveri dei loro compagni, avendo forse compreso che quelle soste erano per loro fatali.

«Oramai ci seguivano da vicino, minacciando le nostre povere bestie. Noi continuavamo a sparare, mirando i più vicini.

«Un lupo si era slanciato alla gola d'una delle nostre renne, cercando di farla cadere, ma Vorzoff l'aveva freddato con una fucilata sparata quasi a bruciapelo.

«L'istante temuto s'avvicinava: i lupi ci piombavano addosso da tutte le parti.

«Avevamo lasciati i fucili, non avendo più il tempo di ricaricarli ed avevamo impugnato le scuri. Tiravamo colpi alla cieca, spaccando teste e fracassando dorsi.

«Già ci vedevamo ormai perduti, quando tutto d'un tratto vedemmo apparire fra gli alberi una truppa d'uomini.

«"Ferma, Vorzoff!" gridarono.

«Poi una scarica tremenda partì, facendo un gran vuoto fra la banda famelica.

«Quei salvatori erano gli abitanti del villaggio abitato dalla figlia del vecchio ostiako.

«Avendo uditi i nostri spari, s'erano immaginati che i lupi assalissero qualche slitta ed erano accorsi in buon numero.

«I lupi, dopo d'aver subita una nuova scarica, erano fuggiti, disperdendosi per la foresta. Erano stati ridotti alla metà.

«Ma quella corsa indiavolata era stata affatto inutile.

«Quando giungemmo al villaggio, la figlia del vecchio ostiako aveva appena cessato di vivere, senza aver avuto la consolazione suprema di rivedere suo padre.»