I vasi di porcellana
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I VASI DI PORCELLANA.[1]
1.
Firenze, Signor Giacomo Ginori.
Le due casse, condotta Pietro Vico,
Porcellane mi giunsero; ma, amico,
Enormi prezzi e pessimi lavori.
Tanto in genere. In specie poi vi dico,
Quanto ai campioni due, vasi da fiori,
Mal dorati, bruttissimi colori,
Poca solidità, disegno antico.
Ricevuta la lettera[2] vi scrivo,
Ponetene sei scudi a mio dovere
Diffalcando in fattura l’eccessivo!
E accusandovi ben condizionati
I colli, sono al vostro buon piacere,
Roma 6 Luglio 32. Cagiati.
21 aprile 1834.
Note
- ↑ In questo e nel seguente sonetto ho creduto discostarmi dal solito vernacolo romanesco, onde introdurre due esempi di commerciali contrattazioni, e compier quindi l’idea col 3° sonetto, nel quale tornandosi allo stil consueto si offre un giudizio sulla fede di que’ traffichi.
- ↑ Sottintendi: che. È superfluo già l’avvertire che questi versi imitano il mercantile epistolare [sic].
I VASI DI PORCELLANA.[1]
2.
Ma llei gli osservi se cche vvasi! Costa
Più il porto a mmé, cche a llei tutto il campione.
Non si lasci sfuggir quest’occasione,
Ch’io glieli do pper acquistar la posta.[2]
Colori a ffuoco, ggiàa,[3] smalto di crosta:[4]
Glieli mantengo io, siggnor Barone,
Per porcellana vera del Giappone,
Fabbrica di Pariggi e ffatti apposta.
Venti scudi, dio mio!, valgono a ppeso.
Che bbei due capi! Lei, caro siggnore,
Bbenedirà il danaro che ccià[5] speso.
Mi maraviglio. Io glieli mando a ccasa,
E llei dopo a ssuo comodo... Ho l’onore:
Servitor suo: mi favorisca spesso.[6]
21 aprile 1834.
Note
- ↑ A differenza del sonetto 1°, si è in questo adottata la ortografia usata pel dir romanesco. Quello però non era che una rappresentanza di una lettera scritta: ma dovendo il presente porre sott’occhio la pronunzia romana (che di pochissimo diversifica dalla romanesca; malgrado la miglior correzione del dire), abbiamo stimato di non abbandonare il nuovo nostro sistema ortografico.
- ↑ L’avventore.
- ↑ Già. Lo abbiamo scritto con due a, onde esprimere il suono prolungato di questa vocale nella parola già; allorchè serve essa di approvazione a ciò che si ascolta obiettarsi da alcuna persona.
- ↑ Smalto profondo, spesso.
- ↑ Ci ha: che si pronunziano in una sola emissione di voce.
- ↑ [Manca, come si vede, la rima.]
LI VASI DE PORCELLANA.[1]
3.
Jjeri er padrone mio crompò[2] ddu’ vasi
Dipinti a ttinta verde e oro ggiallo,
Che ssenza le campane de cristallo
Je so’ ccostati venti scudi o gguasi.[3]
Anzi li chiama lui rari sti casi,
Ché vventi scudi vale uno a bbuttallo:
Quantunque er conte Rubbi e ’r dottor Gallo[4]
Nu’ ne pàreno troppo perzuasi.
Tu ssai si[5] ppe’ ccontratti sce so’[6] ometti
Da mett’appetto[7] a cquelli du’ siggnori,
Che rraschierìeno[8] er lustro a li papetti.[9]
Dicheno dunque che sti vasi iggnudi,
Ciovè[10] ssenza campane e ssenza fiori,
Ponno ar giusto valé ttredisci scudi.
21 aprile 1834.
Note
- ↑ Vedi la nota 1 del sonetto primo.
- ↑ Comperò.
- ↑ Quasi.
- ↑ Personaggio famoso in Roma, che da servente di ospedale è passato a forza d’ingegno ad avere titolo, e sostanza di marchese. A nessuno meglio che a lui può addirsi il romano termine di lesto-fante.
- ↑ Se.
- ↑ Ci sono.
- ↑ Da mettere appetto.
- ↑ Raschierebbero.
- ↑ Moneta papale di argento, da due paoli. La lira romana.
- ↑ Cioè.