Il Baretti - Anno II, n. 15/Kostantin Nikolàjevic Bàtjuskov

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Kostantin Nikolàjevic Bàtjuskov

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Konstantin Nikolàjevic Bàtjuskov

1797-1855

Apre, come il Waliszewski notò, la serie dei destini tragici nella letteratura russa. La sua longevità fu dimezzata dalla follia, triste eredità materna, che fasciò di tenebra e ridusse a squallida vegetazione i suoi ultimi 33 anni.

Figlio di un proprietario nobile di Vològda, Bàtjuskov non conobbe le carezze della madre, impazzita poco dopo la sua nascita, perchè tosto allontanato da lei e mandato a Pietroburgo. Colà esercitò profondo influsso sulla sua educazione un parente del padre, il Muravjòv, amico del grande Karamzin o scrittore egli stesso, fervido cultore dell’antichità classica o della letteratura italiana. Sotto la sua guida Bàtjuskov studiò specialmente lingua e poesia latina, da lui ebbe la prima rivelazione del mondo classico. La poesia ellenica, invece, non gli si rivelò che per il tramite delle versioni, e ne esegui egli stesso, e di molto riuscito, di seconda mano, dal francese.

In quel tempo Bàtjuskov strinse amicizia con vari giovani letterati, che da pochi anni avevano fondato una «Libera società degli amici della letteratura, delle scienze e delle arti», cercando di sfuggire alle strettoie dell'imperante pseudo classicismo retorico.

Come gli altri nobili del tempo, servi, compiuti gli studi, nell’amministrazione statale: prima, per brevissimo tempo, in quella civile, poi nella militare. Il 1807 lo vide combattere contro Napoleone sul Niemen e cader ferito a Heilsberg. Durante la campagna si legò strettamente col commilitone Pètin, un giovine dall’anima pura o generosa, che divenne per lui l’ideale dell’amico e rappresentò nella sua vita la parte di Andrèj Turghènjev in quella di Zukòvskij. Sei anni dopo lo perderà nella «battaglia delle nazioni», sotto le mura di Lipsia, e lo rievocherà più tardi in una delle sue più belle liriche.

Ricoverato, dopo la ferita, a Riga, nella casa di un ricco mercante, Bàtjuskov s’innamorò, pare ricambiato, della figlia dell’ospite, ma, non avendola ottenuta in moglie, se ne parti affranto e cercò rifugio nel podere paterno.

Nel successivo soggiorno del 1809-10 a Pietroburgo e a Mosca, fra le letture di Orazio, di Voltaire e di Parny (che, nonostante la sua mediocrità, ebbe in Russia una voga immensa o una pleiade di traduttori e di imitatori, non escluso il giovine Pùskin) e la frequentazione di scrittori come Zukòvskij, Karamzì e Vjàzemskij, lo spirito di Bàtjuskov si avviò alla maturità attraverso un eclettismo che, traducendosi in perpetue oscillazioni del gusto e nell’assenza di una linea artistica continuativa, non gli permetterà, se non in rari felici e fulgidi istanti, di attingere la perfezione.

Nel 1812 l’incendio di Mosca sferra gli sdegni misogallici del Poeta, che, già grande ammiratore dei francesi, li chiama ora «vandali» e «barbari», degni della ghigliottina, come i loro libri del rogo: nelle sue poesie di quell’anno un soffio impetuoso di amor patrio spazza ogni traccia di quell’epicureismo che era stato il motivo dominante della sua opera anteriore. Ma la grande guerra nazionale del 1812-1814 lo fa accorrere nelle linee prime anche come soldato: a Lipsia lo strazia la morte, cui già s’accennò, dell’amico fraternamente amato, caduto al suo fianco nelle acque rabide della Pleiss; a Parigi, dove il turbine della vittoria l’ha trascinato, lo esalta l’ingresso trionfale delle armi coalizzate, con Alessandro I alla testa.

Dopo una breve permanenza in Germania, dove fra tutti più lo affascina Schiller, e in Inghilterra, torna per mare, attraverso la Svezia, in patria. Il ritorno è assai triste: il male nervoso che lo trarrà alla demenza lo insidia. Le tetre ruine di un antico castello sulla dirupata costa svedese gli ispirano un’altra stupenda elegia, tutta adombrata di malinconia ossianica, che Bjelinskij dirà artisticamente perfetta.

E’ anche a questo momento che i biografi di Bàtjuskov fan risalire le sue prime manifestazioni di mistica religiosità: altre volte, nella letteratura russa, il misticismo farà da battistrada alla follia.

A Pietroburgo un secondo amore sfortunato precipita il suo destino: i suoi nervi s’ammalano gravemente e d’ora innanzi non gli daranno più tregua. Il suo misticismo si accentua: ormai egli parla di sè medesimo come di un «epicureo pentito» e scrive: «la vita non è l’eternità, per fortuna nostra, e il patire ha una fine!»

Lo spirito, che tanto aveva cantato l’Ellade luminosa, l’ebbrezza dei cori bacchici, la tenerezza o il fuoco della passione amorosa, cade vieppiù sotto l’impero della malattia universale del tempo: la «mirovàja totkà» (l’equivalente russo del «Wellchmerz»), si affratella a Chateaubriand e a Byron, l’intima religiosità di Zukòvskij lo conquide più intimamente.

Nel 1817, lo stesso anno in cui incontrò Pùskin giovinetto nella società di Zukòvskji, la Musa di Bàtjuskov ha, prima di spegnersi, l’ultimo vivido sprazzo nella più famosa delle sue composizioni, considerata tuttavia a torto come il suo capolavoro (già Bjelìnskij ne rilevò, accanto ai fulgori, le opacità e le debolezze): «Il Tasso morente», poemetto elegiaco, classico di paludamento, ma romantico d’intonazione e di contenuto. Il vate italiano aveva sempre fortemente occupato l’immaginazione del poeta russo, pure per le fortunose vicende della sua vita, nelle quali Bàtjuskov, ancora fanciullo e adolescente, aveva visto riflessi e, con presaga angoscia, anche anticipati i dolori della propria esistenza. Il canto del «dolco cigno», che Bàtjuskov pone sulle labbra del Tosso agonizzante, è, veramente,il suo canto del cigno.

Gli ultimi anni della vita cosciente di Bàtjuskov non sono che un correre affannoso verso un miraggio che da lui più e più si slontana: la salute e la pace. Da Pietroburgo al mezzodì della Russia, di là in Italia, dove l’intercessione di Zukòvskij gli ha ottenuto un posto alla legazione russa di Napoli, ma dove neppure il clima può nulla contro il suo male; da Napoli, a scopo di cura, in Germania,e poi di nuovo in patria. A Simferòpol, nel 1821, la notte sì addensa definitivamente intorno al suo spirito.

Nella poesia di Bàtjuskov, sono originalmente e fondamentalmente classici, oltrè alle forme, alcuni dei principali impulsi, spiriti e accenti: l’esaltazione della vita, della gioia e dell’amore sotto il sereno cielo ellenico, una leggera e leggiadra filosofia fra anacreontica ed epicurea che ha per ideale «una modesta ombra, la pace dell’animo, la libertà della vita e della creazione», la tendenza (che quasi sempre prevale) ad una chiara e limpida concretezza; ma fin quasi dall’inizio, e sempre più spiccate, diffuse e frequenti col proceder degli anni o delle influenze estranee, troviamo nel classicismo di Bàtjuskov delle sfumature, incrinature, infiltrazioni eterogenee, dalle quali vapora come un velo di romanticismo, sia pure squisito, che si stende sul contenuto di quello e lo appanna. Sarà dapprima il ricorrere numeroso di una nota fortemente elegiaca di tenerezza e di tristezza, che ci farà ricordare il romanticismo di un latino che Bàtjuskov tradusse felicemente: Tibullo, ma verranno poi anche le ombreggiature di tetraggine ossianica, come in alcune delle poesie già menzionate che pur sono fra le sue migliori, le inflessioni karamziniane o le preoccupazioni moralistiche, religiose, ascetiche alla Zukòvskij, anche se il suo incontestabile buon gusto lo terrà le mille miglia lontano dal grottesco romanticismo medievale di quest’ultimo e dal sentimentalismo lacrimoso di Karamzin, che aveva culminato nella «Povera Lisa», croce e delizia dei cuori sensibili della generazione precedente.

La personalità poetica di Bàtjuskov riesce cosi molto complessa e composita: il cantore della voluttà, del vino e dell’amore, il sacerdote delle Muse e delle Grazie, vive in lui, in più o meno armonica simbiosi, col sognatore malinconico, col filosofo cupamente pessimista, con l’asceta e col mistico: egli attinge le sue ispirazioni alla fonte Castalia, ma altresì al nebuloso mare scandinavo, sul quale ancora echeggiano per lui il canto ispirato degli scaldi e il grido di guerra dei vichingi e anche l’esaltazione anacreontica e l’ebrezza dionisiaca appare in lui solo un mezzo per «dimenticarsi e scordando che tutto è labile quaggiù e che la morte è il retaggio sicuro di ogni vivente.

Il posto che Bàtjuskov, nonostante una relativa povertà e monotonia di contenuto, occupa nella letteratura russa è importantissimo.

Nei facili quanto caduchi triumvirati, che la fama spesso amò in Russia comporre per riunire, più o meno ibridamente, i nomi dei suoi poeti prediletti, Bàtjuskov fu prima affiancato al venerando maestro Karamzin e al devoto amico Zukòvskji, poi a quest’ultimo ed al sommo Pùskin, a Pùskin che appena sorgeva, promettente aurora di un magnifico giorno, nel momento stesso in cui Bàtjuskov stava per tramontare nel più tragico dei silenzi.

Non è a stupire se tali effimeri triumvirati furon presto disfatti da un più maturo senso critico, che a Bàtjuskov, poeta eminentemente di transizione, assegnò il debito posto nella graduatoria poetica russa: fra Zukòvskij da un lato che, per quanto di pochi anni maggior di lui, è spiritualmente ancora tutto impregnato di passato, e dall’altro Pùskin, che rappresenta e schiude il fulgido avvenire.

Rispetto al primo, se gli appare inferiore per ricchezza di contenuto, per organica pienezza o continuità di sviluppo, per vastità di creazione, Bàtjuskov è senza dubbio immensamente superiore per nervosa modernità, complessità e raffinatezza psicologica e sopratutto per artistica purezza di stile, di forme o di ritmi. Si può, anzi, dire che quanto Zukòvskij fece per il contenuto della poesia russa, Bàtjuskov lo fece per la forma. Come prosatore, poi, — chò egli scrisse anche in prosa — deve senz’altro dirsi all’altezza di Zukòvskij, essendosi rivelato eccellente stilista specialmente nei suoi saggi su Lomonòssov o Kantenìr, sulla poesia o sui poeti, e nei «Frammenti di lettere di un ufficiale russo dalla Finlandia».

Rispetto a Pùskin, pur essendo rimasto a tanta distanza dalla sua artistica perfezione, dal suo geniale equilibrio di sostanza e di forma, dalla sua universalità d’ispirazione, che lo fanno insieme rappresentativo di tutta la poesia di una razza, Bàtjuskov ha, tuttavia, la gloria di esser stato uno dei suoi più grandi maestri di arte poetica (gli altri furono Lomonòssov, Derzàvin e Zukòvskij), sia pure per venire anche lui, come gli altri tutti, superato dall’alunno; ed ha, poi, in particolare, il vanto di avergli trasmesso una tecnica poetica così perfezionata e un verso così armonioso, così limpido e così fluido, che Pùskin — non lo diciamo noi, ma lo dice Bjelìnakij — ben poco dovette ancora aggiungervi, e forse solo una maggior dovizia e purezza di lingua, per farne uno strumento perfetto. Anche la classica chiarezza e determinatezza del concetto poetico e della immagine lirica, che, sotto ogni velatura romantica, abbiamo visto costituire uno dei pregi essenziali di Bàtjuskov, spiega le simpatie di Pùskin per questo poeta e l’azione che su Pùskin egli esercitò. Il temperamento artistico del massimo fra i russi e quell’amore della concretezza o dell’evidenza in poesia che gli faceva riporre la più alta ambizione nello scrivere in modo che tutti, «dal più grande al più piccolo», lo comprendessero, dovevano naturalmente portarlo verso chi aveva scritto queste parole adamantine: «Vivi come scrivi e scrivi come vivi, altrimenti tutte lo risonanze della tua lira saranno false».

Alfredo Polledro.