Il Fiore delle Perle/11. I pirati del Talajan

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11. I pirati del Talajan

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[p. 70 modifica] [p. 71 modifica] passare la notte tranquilla, mentre Sheu-Kin si era messo a passeggiare intorno a quell’ammasso di provviste e di reti.

Di quando in quando però si accostava ad un pertugio che serviva di finestra ed ascoltava i mille rumori della foresta, poi s’avvicinava alla porta della cucina per vedere se il pescatore dormiva. Pur girando e rigirando, sentiva però che un sonno irresistibile a poco a poco lo prendeva. Si stropicciava gli occhi, si pizzicava perfino le carni e cercava di reprimere gli sbadigli, ma le palpebre gli diventavano sempre più pesanti. Sentendosi impotente a vincerlo e non osando addormentarsi, fece per avvicinarsi ai compagni. Ad un tratto si sentì mancare bruscamente le forze, un turbamento lo prese e cadde in mezzo ad un mucchio di reti, colpito da un sonno fulminante.

Era passata un’ora, forse due, quando Hong, che aveva il sonno leggero, fu svegliato da alcuni colpi che pareva venissero dalla porta d’entrata. Credendo che fosse il pescatore che lo chiamasse, s’alzò rapidamente.

La torcia bruciava ancora, potè quindi subito vedere Sheu-Kin sdraiato in un angolo della capanna, placidamente addormentato.

– Il sonno lo ha vinto – mormorò. – Fortunatamente mi sono svegliato.

Guardò Than-Kiù e Pram-Li e li vide entrambi addormentati. Ad un tratto si ricordò dei colpi uditi e fece per avvicinarsi alla porta per interrogare il pescatore. Uno scricchiolìo che veniva dalla stanza vicina, lo arrestò di colpo.

– Cosa vuol dire ciò? – mormorò, allungando le mani verso il fucile. – Che siamo stati traditi?...

S’avvicinò con precauzione a Pram-Li e lo scosse dapprima leggermente, poi vigorosamente. Pareva che anche il malese fosse stato colto da un sonno ben profondo, poichè non apriva gli occhi.

Un sospetto balenò nel cervello del cinese.

– Che il bram o le sigarette contenessero qualche narcotico? – si chiese.

S’avvicinò a Than-Kiù e la toccò. Bastò quella semplice pressione della mano, perchè la giovanetta si svegliasse.

Stava per chiedere a Hong cosa desiderava, ma s’arrestò vedendo il cinese porsi un dito sulle labbra, come per invitarla a tacere, poi accostarsi e sussurrarle agli orecchi:

– Than-Kiù, siamo traditi.

– Dal pescatore? – chiese ella con un filo di voce.

– Sì. I nostri compagni, assieme al bram hanno bevuto qualche potente narcotico, e non è possibile svegliarli. [p. 72 modifica]

– Ed il pescatore?...

– Taci: odi?...

Than-Kiù tese gli orecchi, e udì aprirsi lentamente, con precauzione, la porta della capanna, poi un passo leggero che s’avvicinava.

– Sì, – diss’ella, – siamo traditi, però non ci lasceremo sorprendere. Dammi il mio fucile, e vediamo cosa sta per succedere.

Poi invitò il cinese ad accostarsi alla parete che divideva la capanna.



Capitolo XI

I pirati del Talajan

La luce del ramo resinoso, filtrando attraverso il tramezzo che era formato di bambù e di foglie intrecciate, rischiarava sufficientemente la cucina, per vedere quanto vi succedeva.

La prima cosa che Hong e Than-Kiù videro, fu il malese ritto in piedi, armato d’un lungo pisan-laut, una specie di pugnale acuminatissimo. Stava curvo innanzi, come se ascoltasse con viva attenzione.

Stette in quella posa alcuni istanti, poi s’avvicinò alla porta e l’aprì lasciando il passo a due uomini seminudi al par di lui, armati di bolo e di kriss. Sembravano due malesi, ma non permettendo la scarsa luce di vedere la loro tinta, potevano anche essere due mindanesi.

Fra quei tre individui s’impegnò sottovoce una rapida conversazione.

– Dormono, orang-kaja?1

– Sì, – rispose il pescatore, – due di loro poi, ai quali ho dato da bere dell’oppio sciolto nel bram, non si sveglieranno prima di ventiquattro ore.

– E gli altri due?...

– Una è una fanciulla, e non ci darà impaccio, l’altro è il più vigoroso, e fors’anche il più ardito, e non vorrà di certo abbandonare i suoi due compagni che non si possono svegliare.

– Allora possiamo agire.

– Con piena sicurezza. La giunca è ancorata alla foce del fiume e fra tre ore sarà in nostra mano.

– È armata?...

– Ha un solo cannone e quindici uomini d’equipaggio.

– Essendo ancorata alla foce del fiume può sfuggirci, orang-kaja. [p. imm7 modifica] [p. - modifica] [p. 73 modifica]

– Vi sono dei banchi di sabbia alla foce, manderemo quindi alcuni abili nuotatori a tagliare le funi delle ancore. Prima che i cinesi se ne accorgano, la corrente manderà la giunca ad arenarsi.

– Si tratta di ripetere il giuoco della cannoniera?

– Sì – disse il pescatore. – Sono tutti radunati?...

– Fra due ore saranno tutti imbarcati.

– Ed i due prahos?....

– Sono stati avvertiti di tenersi nascosti alla foce del fiume, onde tagliare la via alla giunca.

– Allora andiamo.

– E questi uomini?...

– Li prenderemo domani, non temere. La fanciulla mi preme.

Ciò detto, il pescatore ed i suoi compagni uscirono, chiudendo con precauzione la porta. Hong aveva fatto atto di slanciarsi dietro ai tre furfanti, ma Than-Kiù lo aveva prontamente arrestato.

– Cosa vuoi fare, Hong?...

– Inseguirli e ucciderli – rispose il cinese, risolutamente.

– Puoi cadere in una imboscata; forse quegli uomini non sono soli, e poi anche uccidendoli non salveresti la tow-mêng di Tseng-Kai.

– Non hai udito le ultime parole del pescatore?... «La fanciulla mi preme.» Per Fo e Confucio!... Finchè sarò vivo io, quel furfante non ti toccherà.

– Non mi ha ancora in mano, Hong. Pensiamo invece a salvare Tseng-Kai dal tradimento ordito dai pirati. Se la tow-mêng si arena, i cinesi sono perduti.

– Che cosa fare?...

– Bisogna avvertire Tseng-Kai.

– Chi ci andrà?...

– Io, Hong.

– Tu!... – esclamò il cinese. – E credi che io ti lascerei attraversare di notte la foresta, la quale può essere occupata dai pirati?...

– Allora andrai tu, ed io rimarrò qui a vegliare su Sheu-Kin e Pram-Li.

– Per farti prendere da quel birbante?... Oh mai!...

– Ma allora, cosa mi consigli di fare?

– Ci andremo assieme, perchè io non voglio abbandonarti.

– Ed i nostri compagni?... Non possiamo portarli con noi, nè abbandonarli qui.

– Per Fo e Confucio!... – esclamò il cinese, battendosi la fronte. – Ho trovato!... Possiamo avvertire Tseng-Kai del tradimento e salvare anche questi due dormiglioni.

– In qual modo, Hong?... Parla, affrettati; i minuti sono preziosi. [p. 74 modifica]

– Andremo a nasconderli in qualche fitta macchia; poi domani verremo a cercarli.

– E le pantere ed i gattopardi?...

– Speriamo che li risparmino; noi non possiamo fare di più. Arma il fucile ed attendimi.

Passò nella cucina, aprì la porta con precauzione ed uscì inoltrandosi nella foresta. La sua assenza durò pochi minuti, e quando ritornò sembrava lietissimo.

– I pirati si sono allontanati ed ho trovato un luogo dove nascondere i nostri compagni, al sicuro anche dai denti delle belve. Seguimi, Than-Kiù, apri bene gli occhi e fa’ fuoco su qualunque persona vedi.

Afferrò Pram-Li e lo sollevò con tutta facilità, essendo dotato d’una forza erculea, poi uscì seguìto dalla giovanetta che teneva il fucile imbracciato, per essere pronta a difendere i compagni.

Il cinese lasciò la macchia, scese la riva del fiumicello, entrò nella corrente tenendo ben alto Pram-Li, essendo l’acqua profonda più di un metro e mezzo, e si diresse verso un’isoletta boscosa che sorgeva trenta passi più innanzi.

Depose il compagno in mezzo ad un macchione di banani selvatici, le cui foglie gigantesche erano più che sufficienti per nasconderlo agli sguardi più acuti, poi tornò sollecitamente nella capanna e vi trasportò Sheu-Kin. Durante quella gita i due poveri addormentati non avevano fatto il più piccolo gesto, il che provava che la dose d’oppio somministrata loro dall’astuto pescatore, doveva essere stata ben forte per ridurli in quello stato.

Ciò fatto, Hong raggiunse Than-Kiù che era rimasta sulla riva, e le disse:

– Ora possiamo partire. I gattopardi e le pantere nere hanno troppa paura dell’acqua per andarli a divorare su quell’isoletta. Domani verremo a riprenderli ed a pagare con del buon piombo l’ospitalità di quel brigante di pescatore. Sta’ sempre vicina a me, Than-Kiù, e non temere. Se sarà necessario mi farò uccidere, ma tu non cadrai nelle mani dei pirati.

– Grazie, Hong – rispose la giovanetta. – Tu sei un valoroso.

Un lampo d’orgoglio brillò negli occhi del cinese, udendo quelle parole uscire dalle labbra della sorella dell’eroe degli uomini gialli.

– Sì, – diss’egli, – mi farò uccidere, ma tu giungerai alla tow-mêng.

Si mise il fucile sotto il braccio, dopo d’aver cambiata la cartuccia per tema che l’umidità della notte l’avesse guastata, e fece cenno alla giovanetta di tenersi presso di lui dicendo: [p. 75 modifica]

– Questo corso d’acqua deve mettere nel Talajan a non molta distanza dalla foce, quindi seguendo le sue rive noi non correremo il pericolo di smarrirci.

Si misero entrambi in marcia, tenendosi sul margine della foresta, girando gli sguardi in tutte le direzioni per non venire sorpresi, e procurando di non far rumore.

Essendo la riva del fiumicello bassa e quasi uguale, senza rocce e senza crepacci, potevano procedere rapidamente, senza essere obbligati ad aprirsi il passo fra la massa intricata dei vegetali. Tenendosi poi presso l’acqua, avevano inoltre il vantaggio, in caso di pericolo, di poter attraversare il fiume e di porsi in salvo sull’opposta riva.

Nessun essere umano si scorgeva nè da una parte nè dall’altra del corso d’acqua, ma in mezzo alla foresta, fra la fitta oscurità del fogliame, si udivano dei rumori continui che facevano trasalire Hong e la valorosa giovane, quantunque entrambi non fossero persone da spaventarsi così facilmente.

Si udivano agitarsi le fronde, sebbene non soffiasse alcun alito di vento; poi dei rami scricchiolare e spezzarsi bruscamente, come se qualche animale avesse cercato, con una fuga precipitosa, di sottrarsi a qualche repentino assalto; quindi dei fruscìi misteriosi, dei miagolìi soffocati, dei mugolìi sordi. Certamente sotto quei grandi vegetali, in mezzo alle tenebre profonde, gli animali da preda facevano le loro scorrerìe, e qualche urlo improvviso, o qualche bramito straziante, indicavano che le sanguinarie pantere ed i feroci gattopardi avevano atterrato o qualche grosso cignale, o qualche cervo, o avevano sorpresa qualche banda di scimmie.

Hong e la sua compagna non si arrestavano però, anzi affrettavano il passo, per giungere alla tow-mêng prima che i pirati si fossero radunati per assalirla.

Ad un tratto il cinese, che camminava dinanzi, si fermò dietro le grosse radici di un mango, le quali si protendevano verso il fiume, formando delle bizzarre arcate.

– I pirati? – chiese Than-Kiù.

– No, – rispose Hong, – vi è un avversario forse più pericoloso e che sembra disposto a chiuderci il passo. Guarda presso il tronco di quell’albero.

Than-Kiù guardò nella direzione indicata, e vide ai piedi d’un colossale tek, il quale cresceva presso la riva del fiume, due punti luminosi, a luce verdastra, che brillavano fra le tenebre.

– Un gattopardo?... – chiese, senza manifestare la menoma apprensione.

– Od una pantera nera – rispose Hong. [p. 76 modifica]

– Che ci assalga?...

– Pare che ne abbia l’intenzione, Than-Kiù.

– Fortunatamente abbiamo dei buoni fucili.

– Che non possiamo adoperare.

– Perchè, Hong?

– Perchè alle detonazioni accorrerebbero i pirati, e tu verresti presa, mentre io non lo voglio, dovessi sfidare la morte, mi comprendi, Fiore delle perle? – disse il chinese, marcando le ultime parole. – Io ho paura del malese che forse ti ama.

– E che importa?...

– Ma nelle sue mani tu saresti perduta – disse Hong, con voce sorda.

– Per Romero?...

– Per lui... e forse per altri.

Than-Kiù, stupita di quella inaspettata risposta, stava per chiedere al chinese cosa volessero significare le sue parole, quando un sordo brontolìo che veniva dalla parte ove sorgeva il colossale tek, la fece ammutolire.

La belva, per un istante dimenticata, pareva che volesse avvertirli che cominciava ad inquietarsi.

– Than-Kiù – disse Hong, con una viva emozione. – Sta’ dietro di me, e qualunque cosa mi accada, non esporti agli artigli di quella fiera.

– Cosa vuoi fare, Hong?... – chiese ella con ansietà. – Tu vuoi esporre la tua vita per salvare me.

– Accopperò la belva col calcio del mio fucile.

– Sei pazzo?... Siamo in due.

– Sfiderò la morte io solo, per salvare il Fiore delle perle.

Ciò detto, senza attendere altre parole, fidente nella propria forza erculea e nella propria audacia, l’intrepido chinese mosse risolutamente contro la belva, impugnando con ambe le mani la canna del fucile.

Than-Kiù, sorpresa da tanto coraggio, era rimasta immobile, col dito sul grilletto della sua arma, risoluta a far fuoco se avesse veduto il compagno in pericolo, la detonazione avesse dovuto attirare tutti i pirati dei dintorni.

La fiera, vedendo appressarsi l’avversario, era balzata sulla riva, mostrandosi intieramente.

Era uno di quei superbi pardi nebulosi che i malesi chiamano kariman-dahan, animali che hanno il corpo assai allungato, le gambe corte e robuste, armate di potenti artigli, la testa piccola, cogli orecchi arrotondati ed il pelame lungo, morbidissimo, lucente, per lo più grigio bruno, a macchie e striature nere.

  1. Capo.