Il Fiore delle Perle/12. L'assalto della giunca

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12. L'assalto della giunca

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– Hai udito qualche rumore? – chiese la giovanetta.

– No, Than-Kiù – rispose Hong. – Mi sembravi così leggera, che t’avrei portato volontieri fino alla giunca.

Than-Kiù sorrise, ma non rispose, e si mise a camminare dietro a Hong, il quale s’apriva faticosamente il passo fra quel caos di ebani verdi, di legni del ferro, così chiamati perchè le loro fibre sfidano le migliori lame, di latanie, di cocchi, di tamarindi, di pandami e di manghi che intrecciavano confusamente i loro rami e le loro foglie gigantesche.

Dopo d’aver costeggiato per qualche tempo la riva, Hong si fermò, additando a Than-Kiù una massa nera che galleggiava in mezzo al fiume.

– La tow-mêng? – chiese ella.

– Sì, la giunca di Tseng-Kai.

– Budda li ha protetti – mormorò la giovane.

Poi volgendosi verso Hong e stringendogli la mano, gli disse con voce dolce:

– Grazie ancora, mio amico; Than-Kiù non dimenticherà mai questa notte.

Quindi guardandolo fisso e posandogli le mani sulle spalle, aggiunse:

– Tu sei leale.

– Cosa vuoi dire con queste parole? – chiese Hong.

– Tu mi hai compresa... tu, che mi ami – mormorò ella.

– Sì, ma senza speranza, perchè Romero ti ha spezzato il cuore, è vero, Than-Kiù? – chiese egli con profonda tristezza.

La giovane chinese gli mise un dito sulle labbra come per impedirgli di proseguire e scese la riva dicendo:

– Andiamo, mio fedele amico: avremo appena il tempo per prepararci alla difesa. —


Capitolo XII

L'assalto della giunca

La tow-mêng si trovava ancorata al medesimo posto dove l’avevano lasciata, a eguale distanza dalle due rive, con le vele semiabbassate, non avendo forse il sospettoso Tseng-Kai stimato prudente di farle levare, onde essere in grado di prendere prontamente il largo al menomo indizio d’una aggressione. [p. 80 modifica]

Quantunque distasse duecento passi dal luogo ove erano giunti Hong e la sua compagna, essi, guardando attentamente, poterono distinguere alcuni uomini che erano aggruppati sul castello di prora, forse in attesa del ritorno della canoa.

Il chinese stava per aprire la bocca onde mettessero in acqua il canotto e si recassero a raccoglierli, quando credette di udire in mezzo al bosco, a non molta distanza dalla riva, uno scricchiolìo di rami ed uno stormire di fronde. Arrestò il grido che stava per mandare e strappò bruscamente il fucile a Than-Kiù, puntandolo verso gli alberi.

– I pirati di già? – chiese la giovane chinese.

– Lo temo – rispose Hong.

– Fortunatamente siamo vicini alla giunca.

– Ma se noi gridiamo, prima che Tseng-Kai sia qui, i pirati ci avranno presi.

– Cosa vuoi fare?

– Attraversare il fiume a nuoto e giungere inosservati presso la tow-mêng. Hai paura dell’acqua?...

– No, Hong.

– Allora aggrappati al mio collo e lascia a me l’incarico di portarti in salvo.

– Ti sarò d’impiccio.

– Sono abituato ad attraversare i larghi fiumi della Manciuria, e questo nel paragone è un ruscello.

– Con te non temo, Hong.

Cinse col braccio destro il collo del chinese, mentre con la sinistra teneva alto il fucile per non bagnarlo, e gli si abbandonò sul dorso.

Hong scese risolutamente in acqua e già stava per slanciarsi nella corrente, quando Than-Kiù lo trattenne, dicendogli:

– Non vi saranno dei coccodrilli in questo fiume?...

– È probabile.

– E non ti mozzeranno le gambe?

– Dovessi perderle io non ti lascerei, e poi, che importerebbe a te?... Io non sono Romero.

– Hong! – esclamò Than-Kiù, con accento di dolce rimprovero. – Io non voglio che tu muoia.

Il chinese girò il capo sfiorando il viso della giovanetta e la guardò negli occhi, quasi fosse stupito di quella risposta, poi disse:

– Grazie, Fiore delle perle, ora posso sfidare tutti i coccodrilli del Talajan.

Il chinese, che aveva l’acqua fino alle spalle, s’abbandonò alla corrente mettendosi a nuotare vigorosamente. Tagliava il fiume in linea [p. 81 modifica] obliqua per poter giungere più facilmente alla tow-mêng e con poderosi colpi di tallone cercava di tenersi meno immerso che poteva, per non far bagnare a Than-Kiù il fucile.

La corrente nel mezzo era rapida e formava dei gorghi, ma Hong sviluppava tutta la sua forza che doveva essere veramente potente e non si lasciava trasportare nè girare; pareva anzi che non fosse menomamente imbarazzato nè dal peso che portava sulle spalle, nè dalle vesti.

Erasi allontanato dalla riva di trenta passi, quando Than-Kiù udì un fischio, poi vide qualche cosa di sottile e di rigido immergersi nella corrente, a soli pochi passi.

– Cos’è stato? – chiese Hong, che aveva pure udito quel leggero sibilo.

– Mi parve una freccia – rispose la giovanetta.

– Lanciata di certo da qualche cerbottana. Stiamo in guardia, poichè questi abitanti, al pari dei dayaki del Borneo, usano frecce avvelenate col succo dell’upas.

Si distese più che potè raddoppiando le bracciate per mettersi fuori di tiro da quei proiettili mortali, poi quando si vide quasi in mezzo al fiume, si mise a gridare.

– Oh!... Tseng-Kai!...

Gli uomini che stavano sul castello di prora e che pareva non si fossero accorti di nulla fino allora, essendo forse intenti a guardare verso l’alto corso del fiume, si precipitarono verso la murata guardando in acqua.

– Per centomila pagode!... – gridò una voce. – Vorrei essere divorato da un coccodrillo, se non ho udito pronunciare il mio nome.

– Taci – gridò Hong. – Getta una scala od una corda, Tseng-Kai.

Il vecchio chinese, poichè era lui in persona che vegliava sulla tow-mêng fece gettare una scala di corda e Hong e Than-Kiù, grondanti d’acqua, salirono a bordo.

– Voi... soli... in questo modo!... – esclamò Tseng-Kai con stupore. – Grande Budda!... Cos’è accaduto?...

– Va’ a spogliarti e cambiare le vesti – disse Hong a Than-Kiù. – Ed ora sono da te, vecchio mio. Se vuoi salvare la tua giunca, non hai un momento da perdere.

– Cosa dici?...

– Dico che siamo stati traditi da quella canaglia di pescatore e che fra poco noi verremo assaliti.

Poi in poche parole gli narrò quanto era avvenuto e del grave pericolo che correvano tutti.

– Ah!... Furfante d’un malese!... – gridò il vecchio Tseng, con ira. – Egli spera di impadronirsi della mia giunca!... Vedrà che bel [p. 82 modifica] giuoco preparerò io ai suoi pirati!... Scorticheremo i piedi a tutti e così bene, da farli urlare come dannati!... Va’ a indossare delle vesti asciutte, Hong, e quando tornerai sul ponte, vedrai che tutto sarà pronto per ricevere quegli squali d’acqua dolce.

Ciò detto fece salire in coperta tutto l’equipaggio composto di quindici robusti garzoni che avevano fatto le loro prove contro i sanguinarii pirati del Tonchino, comandò loro di calzare le grosse scarpe di mare, poi scelti quattro dei più forti, fece portare in coperta una cassa che teneva nascosta nella sua cabina.

Quando i quattro marinai, dopo non poco fatica, la ebbero disposta a poppa, essendo pesantissima, con due colpi di scure Tseng la sfondò. Tosto un torrente di pallottole di metallo, grosse come noci e munite di punte aguzze, si dispersero per la coperta, correndo in tutte le direzioni.

Erano due o tremila e fors’anche di più, sicchè occuparono quasi tutta la coperta, dal castello di prora al cassero. Quelle pallottole inoffensive, o quasi, per gli uomini che hanno i piedi calzati dai grossi stivali di mare, ma terribili per coloro che hanno i piedi nudi, sono usate dalle navi che esercitano la tratta dei coolies, ossia degli emigranti chinesi destinati alle miniere di salnitro o di guano del Chili e del Perù. Succedendo sovente che quei poveri emigranti, quasi sempre imbarcati con raggiri o colla violenza, si ribellino in causa dei cattivi trattamenti che subiscono a bordo delle navi – maltrattamenti che sono eguali se non peggiori a quelli che subivano gli schiavi africani a bordo delle navi negriere – i comandanti delle giunche, per evitare di venire massacrati coi loro equipaggi, si limitano a rovesciare sulla coperta una cassa o due di quelle pallottole, mettendosi poi in salvo sul castello di prora e sul cassero.

Essendo i coolies a piedi nudi, si vedono arrestati di colpo e sono costretti a ritirarsi nel frapponte, se non vogliono farsi sterminare dagli equipaggi i quali non si fanno scrupolo alcuno di adoperare anche le armi.

Tseng-Kai, che aveva pure esercitata la tratta dei coolies, aveva conservata una cassa di quei ninnoli pericolosi e li aveva fatti spargere per la coperta per scorticare ora i piedi dei pirati.

Ciò fatto fece piazzare il cannone a poppa, sul cassero, essendo il più alto, facendolo caricare a mitraglia, e sul castello di prora una grossa spingarda che teneva nascosta nella stiva; quindi distribuì lungo le murate di prora e di poppa parecchie bombe e quanti fucili possedeva, ottime armi a retrocarica, che dietro consenso di Hong aveva prelevato dalle casse degli insorti.

Quando Than-Kiù, che aveva riprese le sue vesti di donna e Hong [p. 83 modifica] ricomparvero sul ponte, la tow-mêng si trovava in grado di sostenere la lotta.

– Vedo che non hai perduto il tuo tempo – disse Hong al vecchio chinese. – Io veramente non credevo che tu disponessi di tanti mezzi di difesa.

– Ci ho sempre tenuto assai a conservare la mia giunca, e non ho mai lesinato per renderla ben munita. Se gli squali d’acqua dolce vogliono provare, siano i benvenuti. Scorticheremo ben bene i loro piedi e scalderemo i loro dorsi con un uragano di mitraglia. Siamo pochi, è vero, ma posso contare su due valorosi che valgono per quattro: su te e sulla sorella dell’eroe degli uomini gialli.

– Faremo del nostro meglio, è vero, Than-Kiù?...

– Sì – rispose la giovanetta, sorridendo. – So ancora maneggiare bene il fucile.

– Affido a voi la difesa del castello di prora colla metà dei miei uomini – disse Tseng-Kai. – Io difenderò la poppa e cannoneggerò i prahos che verranno dal mare.

Poi tuonò:

– In alto le vele e issate le ancore.

I marinai stavano per eseguire il comando, quando si videro due grandi ombre apparire quasi simultaneamente alla foce del fiume, una presso la riva destra e l’altra verso la sinistra, ed arrestarsi nel mezzo, come se avessero voluto impedire il passo a qualsiasi nave.

– Per Fo e Confucio!... – esclamo Hong. – Sono di già qui!...

– Ci spiavano – disse Than-Kiù.

– Ebbene noi li demoliremo a cannonate, poi passeremo sui loro scafi – disse Tseng-Kai.

– Guarda il fiume!... – gridarono in quell’istante i marinai che stavano sul castello di prora.

Il vecchio marinaio, Hong e Than-Kiù si volsero precipitosamente e non poterono trattenere un grido di furore.

Dieci grandi canoe, scavate nei tronchi di giganteschi tek, alberi che hanno le fibre così dure da sfidare anche le palle di cannone, scendevano rapidamente il fiume, in linea di battaglia.

Erano pesanti imbarcazioni lunghe quindici ed anche sedici metri, montate ognuna da ventiquattro remiganti e da un timoniere e che al momento opportuno dovevano diventare altrettanti combattenti, poichè erano tutti armati di larghi bolos e di kampilang, specie di sciaboloni colla punta in forma di doccia e non pochi anche di fucili.

Erano adunque un duecentocinquanta uomini, valorosi di certo, che muovevano all’assalto della povera tow-mêng che ne aveva solamente diciotto, senza contare i due prahos che avevano sbarrata la foce del [p. 84 modifica] fiume e che erano probabilmente armati di falconetti, da palle di due a quattro libbre, come usano portare i velieri mindanesi.

Malgrado tanta sproporzione di forze, nè il vecchio chinese, nè Than-Kiù, nè Hong, parvero spaventarsi.

– Le tue ultime istruzioni? – chiese Than-Kiù a Tseng-Kai.

– Respingere prima le canoe, poi usciremo in mare passando addosso ai due prahos – rispose il marinaio. – Voi fulminate le barche ed io cannoneggio i due velieri.

– Sta bene – risposero Hong e la giovanetta.

– Una parola ancora – disse il vecchio. – Se vogliono salire a bordo, lasciateli venire in coperta onde provino un po’ i miei giuocattoli, e badate che non s’impadroniscano del castello di prora o siamo perduti.

– Non temere: i fucili a retrocarica e la spingarda basteranno.

Si strinsero la mano e si divisero; Tseng-Kai salì sul cassero con otto uomini e Hong e Than-Kiù sul castello di prora cogli altri sette.

– Non esporti troppo, Than-Kiù – disse Hong, alla giovane chinese. – So che tu sei valorosa, ma la tua vita mi preme.

– Cercherò di risparmiarla non avendo ancora compiuta la mia missione – rispose ella.

– È per Romero che la vuoi conservare? – chiese Hong, con voce amara.

– No – diss’ella. – È per pagare il mio debito con lui.

– Grazie, Than-Kiù. Ora posso affrontare la morte tranquillo. Eccoli!... Ohe, in mano i fucili!... Cominciamo a diradare le loro file, prima che giungano sotto la tow-mêng.

Le dieci canoe avanzavano con grande furia. I pirati sapevano che attraversando più rapidamente che era possibile la distanza, meno perdite avrebbero subìte, poichè non si trovavano in grado di rispondere al fuoco della giunca, non avendo che pochi fucili e fors’anche vecchi di qualche secolo.

La loro forza sta sempre nelle armi bianche, nei potenti e taglientissimi kampilang, bolos e parang, nei kriss e nei lambing specie di giavellotti corti colla punta assai acuta, che lanciano con molta abilità. Se riescono a salire sul ponte delle navi è finita per l’equipaggio che le difende, perchè quegli arditi isolani lottano col furore delle tigri ed anche in pochi osano scagliarsi su nemici quattro o cinque volte più numerosi.1 [p. 85 modifica]

I marinai chinesi agli ordini di Hong e di Than-Kiù, s’affrettarono a obbedire al comando. Riparatisi dietro la murata, cominciarono un fuoco terribile contro le prime canoe, mentre il capo del Giglio d’acqua faceva giuocare la spingarda che era stata caricata con rottami di ferro e soprattutto con chiodi.

Urla terribili accolsero quella prima scarica. Parecchi remiganti caddero sui banchi, stecchiti da quell’uragano di ferro e di piombo, mentre altri, più o meno gravemente feriti, si dibattevano nel fondo delle imbarcazioni, mandando grida di dolore.

– Bel colpo!... – gridò Tseng-Kai, dal cassero. – Fuoco, amici e scaldate per bene i dorsi a quelle canaglie!... Ora a me!...

Mentre Hong e Than-Kiù ricaricavano frettolosamente la spingarda ed i loro compagni ricominciavano le scariche micidiali, imitati dai chinesi di poppa, il vecchio Tseng-Kai faceva rombare il cannone, cercando di disalberare i due prahos i quali tentavano di appressarsi per prendere in mezzo la povera giunca.

La battaglia era cominciata d’ambo le parti con pari furore.

I pirati delle canoe non rispondevano ancora, mirando pel momento a farsi rapidamente sotto la tow-mêng per scagliarsi poi all’abbordaggio, ma i due piccoli velieri avevano subito risposto con le spingarde, lanciando sulla coperta del legno che volevano predare palle da due libbre le quali però, sia in causa della cattiva qualità della polvere o della poca portata delle armi, non ottenevano che degli scarsi successi.

Il fuoco degli assaliti, ben diretto e prodotto da armi moderne, faceva strage fra le file degli assalitori. Le palle dei fucili soprattutto, dotate di molta penetrazione, scheggiavano profondamente perfino le grosse canoe e non di rado abbattevano contemporaneamente due uomini in un solo colpo.

Hong e Than-Kiù, impavidi e calmi, comandavano le scariche ed appoggiavano il fuoco dei fucili con tiri ben aggiustati della loro spingarda, abbattendo buon numero d’avversari.

Già tre canoe, prive dei loro equipaggi, i cui componenti erano [p. 86 modifica] stati uccisi o gravemente feriti, andavano alla deriva col loro carico di morti e di moribondi, quando le altre, che avevano continuata la corsa, giunsero sotto la prora della tow-mêng.

– Tutti dietro al bordo!... – gridò Than-Kiù. – Lasciateli salire e fucilateli a bruciapelo.

Hong, dopo d’aver caricata la spingarda a mitraglia per potere, all’occorrenza, spazzare il ponte, si era armato d’un fucile e di una scure e si era gettato dietro alla murata, pronto a respingere i primi assalitori.

Intanto Tseng-Kai, che doveva essere un artigliere provetto, con due colpi di cannone aveva disalberato il praho più vicino, mandandolo ad arenarsi su di un banco di sabbia e con tre altri aveva smontata la spingarda del secondo e demolito parte delle murate, mettendolo quasi fuori di combattimento.

Sbarazzatosi pel momento di quei due avversari, si rivolse contro i pirati delle canoe, ben più pericolosi di quelli dei due prahos, poichè ormai erano già sotto la giunca e quindi al coperto dai colpi di cannone e di spingarda.

– Hong!... – urlò il vecchio, che aveva impugnata una specie di scimitarra dalla lama larga e pesante ed una rivoltella di grosso calibro. – Bada che non riescano a salire sul cassero o verremo tutti trucidati.

– Non temere – rispose il chinese. – Qui non metteranno piede!...

I pirati, abbandonate le canoe, salivano urlando ferocemente per spargere maggior terrore. Avevano circondata interamente la giunca e tentavano di scalarla aggrappandosi ai cordami, alle bancazze, alle ancore sospese a prora, alle cubie delle catene, alle sartie ed ai paterazzi.

I primi che riuscirono ad aggrapparsi alle murate, caddero con le teste fracassate dalla prima scarica, rovesciandosi addosso ai compagni che stavano sotto, i quali, a loro volta, precipitarono nelle canoe.

Quel primo smacco non era però tale da spaventarli. Altri salivano da tutte le parti, aiutandosi vicendevolmente, incoraggiandosi con clamori spaventosi, mentre i loro compagni che possedevano dei fucili, li scaricavano facendo un gran fracasso inoffensivo.

A prora ed a poppa, gli spari si succedono agli spari con una rapidità prodigiosa. Le armi a retrocarica hanno buon giuoco contro quelle masse compatte che tentano di varcare le murate e di rovesciarsi in coperta.

I pirati cadono a dozzine con le teste fracassate, ma altri prendono il posto dei caduti menando furiosamente gli scintillanti kampilang

  1. L’audacia dei pirati malesi è incredibile. Per darne un esempio basterà citare l’ardimentoso saccheggio della nave inglese il Pegù, avvenuto l’11 luglio del 1897. Questa nave, che fra marinai e passeggeri contava sessanta persone, aveva imbarcato a Edee, fra Penang e Atchin, dodici pirati sumatrini che si erano spacciati per tranquilli coltivatori. La sera stessa, tre di quegli arditi furfanti uccidevano nella loro cabina il capitano e ferivano gravemente il secondo, mentre gli altri si scagliavano improvvisamente sull’equipaggio e sui passeggeri uccidendone quaranta a pugnalate. Rimasti padroni della coperta, si impossessarono della cassa del capitano contenente 15.000 scudi poi calata in mare una scialuppa fuggirono verso Sumatra. Il Pegù, dopo molte fatiche, giungeva a Teluk-Semane dove denunciava il fatto alle autorità olandesi.