Il Fiore delle Perle/13. Il capo dei pirati di Butuan

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13. Il capo dei pirati di Butuan

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Capitolo XIII

Il capo dei pirati di Butuan

Quando Than-Kiù tornò in sè, con sua grande sorpresa si trovò in una specie di cabina di due metri quadrati, con le pareti coperte di belle stuoie dipinte a vivaci colori, adagiata su un grande cuscino di seta cremisi che occupava il centro di quella cameruccia.

Le sue vesti erano ancora inzuppate d’acqua, eppure non udiva più nè il rombare del cannone e della spingarda, nè lo strepito dei fucili, nè le urla feroci dei pirati. Ai suoi orecchi pervenivano invece i colpi regolari di un gran numero di remi che parevano battessero frettolosamente le acque del fiume ed uno scricchiolìo continuo, che pareva prodotto dall’energica pressione di tutte quelle lunghe aste.

Sempre più stupita s’alzò a sedere e s’accorse che il legno su cui si trovava ondeggiava fortemente, come se stasse per superare qualche rapida corrente o fosse uscito in mare.

– Dove sono io?... – si chiese. – Cos’è accaduto?...

Un risolino ironico che veniva dall’angolo più oscuro della cabina, l’avvertì che qualcuno vegliava su di lei. Si volse da quella parte ed un grido di doloroso stupore gli sfuggì dalle labbra.

Un uomo, un malese a giudicarlo dalla tinta della sua pelle, stava là, con le braccia incrociate sul petto, con gli occhi fissi su di lei.

Bastò un solo sguardo per riconoscerlo.

– Tu!... – esclamò. – Il pescatore!...

Quell’uomo era infatti il pescatore, o meglio il traditore che aveva preparato l’infame agguato, ma non era più seminudo come prima.

Indossava una bella camicia di seta bianca con arabeschi azzurri, [p. imm9 modifica] [p. - modifica] [p. 89 modifica] calzoncini pure di seta, stretti ai fianchi da una larga fascia rossa sostenente due kriss, segno di alto comando, poichè i soli capi o notabili malesi hanno il diritto di portare due pugnali, e aveva la testa stretta da un fazzoletto rosso a fiori gialli.

Egli si avanzò verso Than-Kiù che lo guardava con crescente stupore, credendo di essersi ingannata, e le disse sorridendo:

– Ti chiedevi dove ti trovavi, bella fanciulla?... A bordo d’uno dei miei prahos. Vuoi sapere dove andiamo?... Saliamo il fiume per giungere, più presto che si può, al Bacat e quindi al Butuan.

– Ed io sono tua prigioniera?... – chiese Than-Kiù, impallidendo.

– Ho avuto questa fortuna – rispose il malese, sempre sorridente.

– Miserabile!... Non ti era bastato averci traditi!... – gridò la giovanetta, con disprezzo.

– Se non vi avessi traditi tu non saresti qui.

– Ah!... È per avermi nelle tue mani che hai fatto assalire la giunca?...

– Precisamente no, poichè io credevo di potervi prendere poi, ma vedo che avrei avuto torto a lasciare in pace la tow-mêng, poichè non ti avrei più ritrovata.

– Cos’è avvenuto della giunca?...

A quella domanda una grossa ruga si disegnò sulla fronte del malese, poi disse con sorda collera:

– Erano demoni e non uomini, quelli che la difendevano ed ecco il perchè mi sono sfuggiti di mano quando io credevo di tenerli già. Quei dannati hanno forzata la foce del fiume passando addosso ad uno dei miei prahos e sono usciti in mare. I pescicani li mangino tutti!...

– E...

– Cosa desideri ancora?...

– Sapere cos’è accaduto dell’uomo che mi ha seguita in acqua – chiese Than-Kiù, mentre un fugace rossore le coloriva le guance.

– Di quel bel chinese che si batteva come un demone sul cassero della tow-mêng e che tu chiamavi Hong, se la memoria non mi tradisce?...

– Sì – mormorò la fanciulla, con ansietà.

– È qui.

– Qui!... Lui!...

– L’hanno pescato quasi contemporaneamente a te, ma prima di lasciarsi prendere ha strangolato due dei miei uomini ed è stata una vera fortuna che io l’avessi veduto, giacchè stavano per fracassargli il cranio con un buon colpo di bolo. È forte come cinque uomini quel chinese e coraggioso come una pantera nera.

– Sì – mormorò Than-Kiù. – Forte e valoroso come... — [p. 90 modifica]

S’arrestò soffocando un sospiro, poi guardando il malese con due occhi ripieni di minaccia, gli chiese:

– Cosa ne hai fatto di lui?

– È prigioniero a bordo di questo praho, in compagnia degli altri due.

– Di quali?...

– Di quei due che avevano bevuto il mio eccellente bram.

– Sheu-Kin e Pram-Li?...

– Sì, mi pare che si chiamino così.

– Come?... Sono stati trovati?...

– Ancora sull’isolotto dove li avevate nascosti – rispose il malese, ridendo. – Dormivano così saporitamente, che non si svegliarono che pochi minuti fa e ci volle un bel bagno per deciderli ad aprire gli occhi. Vedi, bella fanciulla; per fare di quelle gherminelle bisogna prima accertarsi di non essere veduti, mentre voi avevate alle calcagna uno dei miei fidi.

– E non hai fatto alcun male a loro?...

– A quale scopo?...

– Nemmeno a Hong?...

– Se non ne ho fatto agli altri, perchè dovevo maltrattare un valoroso?... Io stimo gli uomini valenti e quel chinese è il più ardito di quanti ne ho conosciuti.

Than-Kiù crollò affermativamente il capo e per alcuni istanti rimase silenziosa, come se meditasse qualche cosa, poi guardando nuovamente il malese con due occhi scrutatori, gli chiese:

– E cosa intendi di fare di me, ora che mi tieni nelle tue mani?...

– Ciò che si fa d’una donna che piace.

– Ossia? – chiese Than-Kiù, alzandosi in piedi di scatto, fremente.

– Farò di te la moglie del capo dei pirati del Sultano di Bacat.

– Ah!... E tu credi che io possa accettare?...

– Accetterai, poichè io farò di te la vera regina del Sultanato. Io sono potente quanto e forse più del mio signore, che estende i suoi domini dalle rive del Butuan e del Bacat, fino alle alte montagne di Dicalungan; comando a tutti i suoi prahos ed alle sue canoe ed ai duemila uomini che le equipaggiano; sono ricco, quanto e forse più di lui, ed il mio nome fa tremare perfino il potente Sultano di Selangan, poichè come hai veduto, io vado a corseggiare anche sui suoi fiumi senza che osi contrastarmi il passo. Quale sarà la donna che rifiuterà di diventare la moglie del capo Pandaras?... Tutte quelle del Sultanato di Bacat sarebbero state orgogliose di accettare la mia mano, perfino le figlie del mio signore. [p. 91 modifica]

– Avresti fatto meglio a scegliere tua moglie fra le figlie del Sultano, mentre io non sono che una povera fanciulla.

– Sei una valorosa, e per di più la più bella fanciulla che io abbia veduto, e ciò basta pel capo dei pirati di Butuan. Vuoi essere mia moglie?... Ti giuro che tu non avrai da lagnarti di me, e chissà che un giorno non possa darti anche dei sudditi.

– E se rifiutassi?... – disse Than-Kiù.

– Non risponderei più nè della tua vita, nè di quella dei tuoi compagni – disse Pandaras, con accento minaccioso.

– Sta bene, ma tu non mi hai data ancora una prova d’amarmi per crederti – riprese Than-Kiù, con sottile ironia.

– Sono pronto a dartene: chiedimi quanto vuoi.

Un lampo brillò negli occhi del Fiore delle perle. Comprese subito quale utile poteva ricavare dalla passione di quel selvaggio, e tentò di trarre un pronto profitto.

– Se è vero che tu mi ami, – disse, – tu mi dirai innanzi a tutto che cosa ne hai fatto degli uomini che montavano la cannoniera.

– Ancora? – chiese il pirata, aggrottando la fronte.

– Ti ho detto che fra quegli uomini vi è mio fratello.

– Ah!... È vero, me n’ero scordato.

– Sei stato tu a farli prigionieri, è vero, Pandaras?...

Il malese parve che esitasse. Than-Kiù se ne accorse e gli disse:

– È così che mi dai una prova della tua affezione?...

– Hai ragione – rispose il malese, punto sul vivo dall’accento beffardo della giovanetta. – Sì, sono stati i miei pirati ad assalire la cannoniera.

– Cosa ne hanno fatto degli uomini che la montavano?...

– Alcuni, i più, che avevano prese le armi per difendersi, furono uccisi, ma i capi, che dormivano nelle loro cabine quando i miei uomini abbordarono il legno, furono fatti prigionieri.

– Quanti erano?...

– Una dozzina.

– Vi era una donna fra di loro? – chiese Than-Kiù con ansietà.

– Sì, una fanciulla bianca.

– Ah!... – esclamò la giovane chinese, con voce sorda. – La donna bianca è viva ancora!... La sua stella non l’ha abbandonata adunque!...

Poi, dopo alcuni istanti di silenzio, riprese:

– Vi era anche un uomo dalla pelle abbronzata, dai capelli neri, ricciuti, un uomo forte e valoroso come Hong. L’hai veduto tu?...

– Sì, stava sempre presso alla fanciulla dalla pelle bianca. —

Than-Kiù fece un gesto così brusco, che il malese s’accorse che [p. 92 modifica] una tempesta doveva in quel momento imperversare nel cuore di lei. Le si avvicinò per meglio guardarla, e vide che la giovane chinese aveva la fronte increspata ed il volto smorto.

– Cos’hai? – le chiese. – Mi sembri agitata.

– Nulla – rispose Than-Kiù, con voce brusca. – Pensavo a mio fratello...

Poi saettando sul malese uno sguardo bruciante, gli chiese con voce rotta:

– S’amavano quell’uomo e quella donna, è vero?...

– Mi parve che s’amassero assai, e che lui facesse ogni sforzo per proteggerla. Parlavano sempre assieme e si guardavano teneramente. Seppi poi che erano fidanzati, ma...

– Continua – disse Than-Kiù, che impallidiva sempre. – Continua!...

– Non sarà stato di certo il Sultano di Bacat che avrà loro permesso di sposarsi – aggiunse il malese, ridendo. – Una schiava così bella non si cede ad un altro schiavo.

– Cosa credi che ne abbia fatto di lei il Sultano?...

– Lo ignoro; quando giungeremo al lago lo sapremo.

– Saranno di già giunti a Butuan a quest’ora?

– Lo spero, se quei dannati selvaggi non hanno assalito le mie canoe. Spiano sempre il passaggio dei miei uomini, e appena lo possono li assalgono per trucidarli. Hanno giurato contro di noi un odio inestinguibile. È vero però che alcune delle nostre tribù più selvagge di quando in quando vanno ad assalirli per fare raccolta di teste umane.

– Allora avranno ucciso anche i prigionieri?...

– Spero che le mie canoe abbiano potuto sfuggire agli agguati degli igoroti, e poi, anche se fossero stati catturati, la peggio non sarebbe di certo toccata agli uomini della cannoniera che hanno la pelle bianca e perciò sono temuti o rispettati, ma ai miei. Esigi ora qualche altra prova da me?...

– Sì, una ancora.

– Parla.

– Accorda la libertà ai miei compagni.

Il malese, a quella proposta, fece una smorfia, poi disse:

– Lo farò, ma quando saremo giunti a Butuan. Non mi fido di quell’Hong; è un uomo troppo forte e troppo valente, e potrebbe giuocarmi qualche brutto tiro.

– Concedimi almeno il permesso di poterli vedere.

– Non te lo impedisco. Potrai parlare con loro a tuo piacimento. Ti basta?... [p. 93 modifica]

– Sì – disse Than-Kiù.

– Diverrai mia moglie?...

– Sì, e ti mostrerò come saprò combattere al tuo fianco, però tu non mi avrai finchè non saremo giunti a Butuan.

– Attenderò quel giorno, – disse il malese, raggiante, – e farò di te la donna più invidiata del Sultanato di Bacat.

– Ora mantieni le tue promesse.

– Parla: tu sei la mia sultana.

– Mi condurrai dai prigionieri; desidero vederli.

– Seguimi.

Poi vedendo che la giovanetta aveva le vesti ancora bagnate, disse con tono dispiacente:

– Tu sei bagnata, ed io nulla posso darti per ora. Sui miei prahos non ho mai ospitato donne del tuo paese, ma quando saremo a Butuan ti darò le casse della fanciulla bianca che sono piene di vesti.

– Non inquietarti, per ora. Fa molto caldo, ed un po’ di sole basterà per asciugarmi completamente.

Uscirono dalla cabina, salirono tre gradini e si trovarono sul ponte.

La piccola nave che li trasportava sulle limpide acque del Talajan, era uno dei due velieri che avevano cercato di tagliare alla tow-mêng la ritirata verso la foce.

Era uno svelto legno, lungo dodici metri, fornito di coperta, colla prora assai alta che terminava in una orribile testa di coccodrillo rozzamente scolpita, dipinta in verde e cogli occhi rossi.

Uno dei due alberi mancava, o meglio, non ne esisteva che un pezzo, essendo stato abbattuto dal cannone di Tseng-Kai, e l’altro pareva che fosse stato molto danneggiato essendo stato rinforzato con alcuni solidi bambù.

Venti uomini muniti di lunghi remi, disposti mezzi a babordo e gli altri a tribordo, arrancavano con perfetto accordo, facendo volare la piccola nave sulla rapida corrente, mentre altri sei, armati di fucili, stavano sdraiati a poppa, cogli occhi fissi sulle due rive.

Tutti quei remiganti parevano mindanesi a giudicarli dalla loro tinta rosso cupa e dalle armi che portavano alla cintola, i pesanti e ben affilati bolos; gli uomini però che vegliavano a poppa e che dovevano formare una specie di guardia d’onore del capo, sembravano invece malesi.

Pandaras fece attraversare a Than-Kiù la coperta e la condusse a prora, indicandole uno stretto boccaporto che metteva senza dubbio in qualche bugigattolo.

– Sono là – disse. – Odi?...

– Sì, odo la voce arrabbiata di Hong – rispose la giovanetta. – Sarà molto infuriato di trovarsi prigioniero. [p. 94 modifica]

– Lo credo: vai, mentre io mi occupo dei miei uomini.

– Grazie, capo.

Scese, lesta come uno scoiattolo, una stretta gradinata, e si trovò in una cameretta ancor più piccola della sua e tanto bassa da non poter rimanere col corpo diritto.

Alla scarsa luce che penetrava da uno stretto pertugio, scorse i tre disgraziati compagni coricati l’uno a fianco dell’altro, e colle gambe strettamente legate da corde di fibre di rotang.

Vedendola, Hong ed i suoi compagni avevano mandato tre grida di stupore:

– Than-Kiù!...

– Sì, sono io, amici – disse la giovanetta.

– Per Fo e Confucio!... – gridò Hong. – Non sogniamo noi?...

– Niente affatto.

– Ti vedo libera d’ogni legame.

– E quasi padrona a bordo di questo praho.

– Scherzi tu?... Quale miracolo si è adunque compiuto?...

– Nessuno: sono diventata semplicemente la fidanzata del capo.

– Morte di Fo e di Confucio!... – urlò Hong, cercando, con uno sforzo furioso, di spezzare i legami e d’alzarsi. – Tu fidanzata di quel cane!... Ah!... Than-Kiù!... Ma no, non è possibile che il gentile Fiore delle perle infranga così presto le speranze del povero Hong!...

La giovanetta lasciò che si sfogasse guardandolo tranquillamente, poi avvicinandoglisi col sorriso sulle labbra, gli disse:

– Ed Hong ha potuto credere a questo?... Il Fiore delle perle non ha il cuore doppio, nè dimentica gli amici che hanno esposto già più volte, in ventiquattro ore, la loro vita per salvarlo. No, mio bravo amico, il mio cuore non appartiene al capo dei pirati: io sono la sua fidanzata, ma per quanti giorni ancora?... Dovevo ben pensare a salvare te ed i miei due fedeli compagni.

– Ah!... Grazie Than-Kiù!... – esclamò Hong, raggiante. – Tu adunque speri di ridarci un giorno la libertà?

– Sì, Hong, e forse molto presto.

– E fors’anche... il cuore?... Dimmelo, Than-Kiù.

– Spera – rispose ella sospirando.

Poi scuotendo il vezzoso capo, aggiunse con triste accento:

– Lui... è perduto per sempre per me... egli l’ama... La donna bianca doveva essere fatale al povero Fiore delle perle... ancora... sempre!...