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Il Parlamento del Regno d'Italia/Francesco Annoni di Cerro

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Francesco Annoni di Cerro

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Giuseppe Ameglio Ferdinando Andreucci
Questo testo fa parte della serie Il Parlamento del Regno d'Italia


[p. XIII modifica]Francesco Annoni.

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Appartenente ad antica e nobilissima famiglia di Milano, nato da un padre di sentimenti italianissimi, il conte Francesco, giovinetto ancora, si sentì preso d’ardente desio di battere la carriera dell’armi, e giacchè in que’ tempi si rendeva piuttosto impossibile che difficile il seguire altrimenti una tal vocazione, egli entrò col grado di sottotenente nel reggimento usseri, Re di Sardegna.

Avanzato di grado in grado fino a quello di tenente-colonnello, nel 1847 ei si trovava in viaggio sulle pittoresche rive del Reno, quando alcuni numeri d’un giornale di Firenze, l’Alba, cadutigli a caso tra le mani, gli annunziarono lo svegliarsi dello spirito nazionale in Italia.

Prevedendo che tra breve quel sordo fermento e quel primo agitarsi delle patrie città doveva per avventura tradursi in energica azione, egli corse tosto a raggiungere il proprio corpo, e confidandosi col colonnello del suo reggimento — il quale non era altri che quel generoso magiaro Meszárós, che doveva più tardi prendere una parte sì attiva e cospicua alla sollevazione ungherese e venir condannato a morte dall’Austria — egli espose come fosse suo intendimento di porgere sull’istante le proprie dimissioni.

Lo sconsigliò il Meszárós dal tentare un passo sì ardito e decisivo in quel punto, e fu d’avviso che l’Annoni chiedesse piuttosto, adducendo motivi di salute, un congedo d’un anno per viaggiare in Grecia ed in Turchia.

Ottenuto di fatto un tal congedo, il conte Francesco erasi già posto in via, quando nella generosa Milano scoppiò quell’inudita rivoluzione che doveva eccitare lo stupore e l’ammirazione di tutta quanta l’Europa.

Retrocedendo immediatamente, fu di ritorno nella città nativa, ove saputasi appena la sua presenza, egli venne tosto chiamato presso quel governo provvisorio [p. 30 modifica]che gli affidò la rischiosa e importante missione di recarsi presso il magnanimo re Carlo Alberto, onde impetrarne un pronto ed efficace soccorso. E diciam rischiosa missione, perchè effettivamente il conte Annoni ebbe d’uopo di tutta la propria energia e presenza di spirito onde superare ed evitare gli ostacoli che in quel subbuglio e sconvolgimento generale se gli opposer per via, e sopratutto al confine.

Pervenuto a Torino, egli fu tosto ammesso alla presenza dell’augusto monarca, che gli fece tale un accoglimento gentile da compensarlo ampiamente di tutti i disagi sofferti in cammino, e dei pericoli corsi e schivati.

Se non che, udito quanto esponeagli e ne impetrava l’Annoni, il futuro martire d’Oporto gli confidò trovarsi nel più crudele imbarazzo, mentre per intraprendere una spedizione di tanto momento qual si era quella che gli veniva proposta, aveva appena disponibile un corpo di 5,000 uomini.

— Vostra Maestà non si metta in pena di ciò, risposegli rispettosamente, ma con tutta energia l’inviato lombardo; un porta-bandiera e un tamburo piemontesi che oltrepassino il Ticino, mandati dal re di Sardegna, bastano per ora a tenere a bada gli Austriaci. Son talmente convinto della verità di questa mia asserzione ch’io m’offro, sire, a rimanermi qui in ostaggio, fintantochè il fatto non lo giustifichi appieno.

Carlo Alberto, lodando il patriottico ardimento dell’Annoni, lo rinviò a Milano portatore delle più formali promesse d’ajuto.

Ma un crudel disinganno, foriero, ahimè! fin da quel punto degli erramenti e dei guaj avvenire, attendeva al suo ritorno in patria il conte di Cerro.

La sventura non aveva ancora abbastanza ammaestrati alla rude sua scuola gl’Italiani, e quel grande assioma che fin d’allora purtanto correva sulle bocche di tutti: onde aver la forza esser mestieri possedere l’unione, non moderava ancora la condotta dei più.

L’orgoglio d’un successo, di cui il merito non apparteneva loro gran fatto, avea di soverchio esaltate le menti di alcuni dei reggitori della cosa pubblica [p. 31 modifica]nella capitale della Lombardia, sicchè quando l’Annoni annunziò al comitato della guerra l’imminente arrivo d’un esercito piemontese, poco o punto i membri di quello mostraron curarsi di sì importante novella. Risposero che stavano essi organizzando un’armata, e che d’altronde il nemico, sgominato e fuggente, temeva piuttosto d’essere assalito, di quel che minacciasse attaccare.

Invano l’Annoni, facendosi forte della propria esperienza, obbiettò che gli eserciti non s’improvvisano, che in luogo di sprecar tempo, fatiche e denaro a tentare la formazione di pianta d’una intera armata, cosa assolutamente impossibile, meglio le mille volte valeva levare 60,000 soldati, coi quali si sarebber riempiti i quadri già pronti dei Piemontesi, e quelli far ogni sforzo onde provveder d’armi e di munizioni di qualunque maniera.

Non lo si volle udire, e gli si offerse invece il comando d’un reggimento di cavalleria, comando che, tra il non aver per anco ricevuta notizia dell’accettazione per parte dell’Austria delle sue dimissioni, tra l’affanno ch’ei risentiva nel mirare qual triste piega prendesser le cose, recisamente respinse.

Fusionista fin da quel momento, in cui non tutti lo erano, l’Annoni, scoraggiato, disilluso e giustamente offeso, vedendo il niun caso che facevasi dei suoi savi consigli, si ritrasse per qualche tempo dalla scena politica, vivendo solitario in un suo casino di campagna.

Venuto, tuttavia, più tardi a sapere per mezzo di lettera particolare che la sua dimissione eragli stata consentita dall’Austria, e non permettendogli il suo patriotismo, allorchè le sorti italiane incominciavano già a volgere alla peggio, di rimanersi inoperoso in disparte, mentre la gran madre avea bisogno del braccio di tutti i suoi figli, si diè premura di offrire la propria spada a re Carlo Alberto, che gli provò non averlo dimenticato, nominandolo subito colonnello.

Nel mentre, però, ch’egli stava organizzando l’accordatogli reggimento, accadde la ritirata de’ Piemontesi, l’occupazione di Milano per parte del nemico, e poco [p. 32 modifica]dopo l’armistizio Salasco, dolorosi fatti che indussero il conte di Cerro a refugiarsi a Bologna, ove visse vita privata.

Saputo colà dalla polizia austriaca, gli fu fatto offrire, onde rimpatriasse, con qual fine non si sa bene, un passaporto valevole per due anni; ma egli rifiutò d’accettarlo.

Al primo annunzio della ripresa delle ostilità tra l’Austria ed il Piemonte, l’Annoni consentì di buon grado ad assumere il comando degli Svizzeri di Latour, ed affrettando per quanto seppe e potè la partenza di quel corpo, impaziente com’era di giungere sul luogo dell’azione, il precedette a Genova, ove però non sì tosto giunto, apprese, con qual animo nol diciamo, l’infausta notizia del definitivo disastro di Novara.

Le deplorabili conseguenze di cotanto danno non tardano a manifestarsi successivamente nelle varie province d’Italia, ed al conte di Cerro toccata malaventura di trovarsi impossente spettatore di quelle funeste catastrofi.

A Genova, per la prima, scoppia l’insurrezione, ultimo conato di quel cieco e odioso partito che non rifuggiva dal poggiarsi anche sui rancori e le gare di municipio — eterno guajo d’Italia! — onde tentar di conseguire un impossibile o effimero, ma sempre sanguinoso trionfo, e l’Annoni, fremente in ogni fibra, è costretto d’assistere alla lotta fratricida.

A Firenze, quindi, è testimone di quel moto cittadino che fu detto la restaurazione, moto cui presero parte tanti cospicui personaggi che se l’ebbero a rimproverare sì amaramente dipoi, ma che pur agirono anche in quell’occasione con retto intendimento d’amor patrio, e alcuni de’ quali l’errore involontario commesso in tal circostanza hanno ampiamente riparato in questi ultimi tempi.

A Bologna, infine, egli è presente all’assedio, assiste all’eroica difesa di quel popolo quasi inerme, e dopo la capitolazione e l’ingresso degli Austriaci, rimane alcuni giorni nascosto, poi, quando la sorveglianza è alquanto rallentata, fugge travestito e perviene sino alla frontiera toscana.

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Colà — a Scarperia — è arrestato, ma si reclama dal ministro sardo a Firenze, asserendosi a buon dritto ufficial superiore dell’armata piemontese, e dopo essere stato sostenuto prigione alcune ore, dietro ordine spedito espressamente dalla capitale, è rimesso in libertà e autorizzato a continuare il proprio viaggio.

Non potendosi imbarcare a Livorno, stretta d’assedio dal general d’Aspre, è costretto, per recarsi attraverso le Maremme a Civitavecchia, di passare nel bel mezzo del campo austriaco, e per maggiore fatalità, proprio dinanzi all’antico suo reggimento, usseri Re di Sardegna.

Non riconosciuto, gli è finalmente dato riporre il piede negli Stati piemontesi, e fissarsi a Torino per non più dipartirsene.

Eletto deputato al Parlamento nelle elezioni generali del 1853 dal collegio di Trecate, gli è riconfermato nel 1857, e dagli stessi elettori, il mandato, i quali non hanno che da lodarsi del contegno serbato dai loro rappresentante alla Camera, e dell’attivo ed efficace concorso ch’egli apporta all’illuminato e patriotico governo cui l’Italia va debitrice degli alti destini che s’ebbe, e di quelli anche più eccelsi ch’entro un breve lasso di tempo, giova sperarlo, le sarà dato di conseguire.

Quando i grandiosi e fausti avvenimenti dello scorso anno vennero a coronare in parte l’opera lenta e secura dell’italica redenzione, fin dal 1855 avviata da un sublime ministro e da un eroico monarca, l’Annoni fu inviato presso il commissario regio Farini in Modena, qual comandante generale delle truppe, che con alacrità degna della più alta lode si organizzavano, ond’esser parati ad ogni evento, in quella provincia e nella parmense.

Sopraggiunto poscia, allorchè il novello nucleo d’armati cominciava a prendere ragguardevoli proporzioni, il generale Cossato a ordinarlo, il conte di Cerro rimase presso di lui in qualità di capo dello stato maggior generale, e ciò fino al momento in cui, per secondare i patti di Villafranca e per lasciare che quelle popolazioni manifestassero spontanee e senza pur ombra [p. 34 modifica]d’influenza sarda, i loro voti, vennero ritirati dalla Toscana e dall’Emilia tutti i funzionari piemontesi.

Di ritorno a Torino, l’Annoni venne promosso a maggior-generale; indi a poco fu mandato a Milano a comandarvi in capo la guardia nazionale di sì patriotica e importante città, rilevante carica, nell’adempiere i doveri della quale egli impiega lo zelo, l’abilità e l’energia, onde furono informati gli atti della sua intiera esistenza.