Il Partigiano D'Artagnan/Capitolo XI

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Capitolo XI - Partigiano in montagna

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Alle ore sette di uno dei primi giorni di agosto del 1944, cessato il coprifuoco, in bicicletta, distanziati gli uni dagli altri, per non dare nell’occhio, partimmo da Persiceto. Il padre di Serrazanetti, ottantenne, faceva la staffetta. In tre avevamo documenti falsi, il quarto ne era sprovvisto, ma si era bardato da garzone contadino, così che nessuno gli chiese il documento, nonostante ci appressassimo agli Appennini e la sorveglianza aumentasse.

Incontrammo pattuglioni di brigata nera in servizio, altri gruppi numerosi piazzati nelle caserme, fortezze di fatto, ma che non sembravano avere una certa tranquillità per quei sacchi di terra ammucchiati, anche se dietro vi era piazzata una mitragliatrice. Arrivammo ad un paesino ove la caserma era un vero fortilizio, opere in cemento, cavalli di frisia, filo spinato ovunque, però non c’erano armati e, alla mia domanda, mi si rispose che ormai si era in zona di nessuno; quella caserma era stata attaccata giorni prima dai partigiani e le brigate nere non si azzardavano ad inviare una nuova guarnigione.

Il padre di Serrazanetti ci salutò e tornò a Persiceto, i miei amici consegnarono le biciclette che avevano preso in prestito e a piedi ci incamminammo su per la montagna.

In cima ad essa vi era un casolare. Arrivati nell’aia il contadino ci invitò a mangiare un piatto di riso e fagioli. Io ne avrei mangiati dieci, si girava dal mattino ed era ormai pomeriggio. Appena terminato, i miei compagni andarono nel fienile, estraendovi tre mitra con quindici caricatori, alcune bombe a mano, roba nascosta quando erano scesi. Poi, salutati tutti i componenti della famiglia, ci incamminammo sempre per sentieri sui crinali, verso Montefiorino. Come primo punto di riferimento avevamo il ponte di Samone.

Ogni tanto cercavamo fra i montanari che si incontravano uno che almeno per un tratto ci facesse da guida, venivano volentieri, solo si scusavano perché, data l’età, (giovani non ce n’erano) sarebbero stati lenti, il loro motto era: «Lì, oltre "cinq minut"». Il che voleva dire marciare per due - tre ore ad una andatura impossibile (per fortuna che erano anziani!).

La scarsa alimentazione e lo sforzo fisico mi procurarono un male alla testa insopportabile; non riuscivo a continuare il cammino. Erano ormai le due di una notte buia più del solito, non si vedevano casolari, anche perché in montagna sono molto radi. Finalmente ci accorgemmo di una casa quando vi eravamo a pochi metri.

Due di noi si appostarono agli angoli per sicurezza, uno bussò, ribussò più forte, una voce dal primo piano chiese chi era. «Partigiani» fu la risposta. Si sentì un gran trambusto, diverse persone in fretta scesero le scale; fummo invitati ad entrare, ci diedero di che rifocillarci e, mentre si era seduti, due bambini dalla cima della scala ci osservavano, al che la mamma disse: «Loro non hanno mai visto i partigiani, come del resto anche noi».

Li invitammo a scendere ed essi, senza farsi pregare, vennero a toccare quei partigiani di cui avevano sentito parlare tante volte, senza mai vedere. Ci riposammo per una mezz’ora, ringraziammo tutti i componenti della famiglia che, seppure per breve tempo, si erano comportati da fiancheggiatori e quindi passibili di fucilazione.

Camminammo tutta la notte; ci si vedeva da poco che i miei compagni, additando un fienile fiancheggiante la casa, esclamarono: «Ecco, qui vi è la prima formazione partigiana!» Io non vedevo nessuno, solo quando fui in direzione del fienile m’accorsi di una trentina di canne, fra fucili e mitra che ci tenevano sotto tiro. Fu scambiata la parola d’ordine, scese il comandante, assieme mangiammo una zuppa di latte con pane insipido, poi proseguimmo per raggiungere la nostra compagnia, che ad un’ora di cammino trovammo alla Rocchetta.

Qui l’inquadramento era militare.

Come era organizzata una formazione (compagnia)? Una squadra era composta da sei - otto uomini, minimo due squadre formavano un gruppo, almeno due gruppi costituivano una formazione. Più formazioni un battaglione, più battaglioni una brigata. Ovviamente vi era il capo-squadra, il capo-gruppo comandante, il vice-comandante, il commissario politico per formazione e inoltre un intendente addetto al vettovagliamento, quando era possibile, con il grado di maresciallo.

Fra i capi-squadra vi era da tempo Nicoli Enrico di Persiceto. Tutti noi entrammo nella sua squadra: Serrazanetti mitragliere, Forni Dario aiutante mitragliere, io con gli altri quale gruppo di difesa dell’arma.

Per circa una settimana non successe nulla di anormale, si facevano pattuglioni notturni per esplorare continuamente la zona assegnata alla nostra formazione, a volte di notte si era comandati per azioni varie, organizzate di norma dal comando generale. Noi eravamo arrivati in montagna l’ultimo giorno della grande battaglia campale, che fu quella di Montefiorino.