Il Partigiano D'Artagnan/Capitolo XII

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Capitolo XII - La Repubblica di Montefiorino

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Quando l’otto settembre 1943 i componenti la casa Savoia, insieme con i dirigenti governativi, abbandonarono l’Italia in balia dei nazisti, per salvare le proprie persone, lasciando le forze armate italiane allo sbaraglio senza ordini, senza guide, senza direttive, si realizzò, anche se in misura limitata, una unità fra i soldati italiani ed il popolo. Si affiancarono gli uni agli altri nel combattere i nazisti, come avvenne a Porta S. Paolo a Roma.

Tutte le forze democratiche si organizzarono, tutti gli amanti della libertà cercarono dopo tanti anni di sopraffazioni e di dittatura fascista, culminata nella rovina completa della guerra, di creare un movimento capace di unirli e di convogliarli contro l’invasore tedesco e il traditore fascista. Ne nacque una lotta epica con punte di un’immensa importanza. Montefiorino fu il primo territorio italiano ad essere Repubblica.

Come in tutta l’alta Italia, sulle montagne modenesi alcuni giovani, fra i quali vi è Mario Ricci, ex combattente in Spagna, che conosce la guerriglia ed ha ampie doti di strategia, danno vita ad un primo nucleo armato. Le attività di questo gruppo sono dei fulminei attacchi a pattuglie nemiche o ad automezzi isolati, per poi effettuare un rapido spostamento di decine di chilometri e attaccare di nuovo in un altro luogo, ripetendo continuamente i combattimenti. Dopo poco tempo questo gruppo diviene leggendario come leggendario ne diviene il comandante "Armando".

A centinaia i giovani accorrono ad ingrossare la sua formazione. Per armare tutti questi volontari non si può che prendere le armi ai fascisti. Dal gennaio al marzo 1944 vengono infatti disarmati i presidi fascisti di Pavullo, di Lama Mocogno, di Polinago. I nazisti ed i fascisti rispondono barbaramente, bruciando e devastando tutto a Monchio, a Susano, a Costrignano.

L’affluenza dei giovani è massiccia. Ormai sono migliaia. Si compongono tante formazioni, si costituiscono nuovi battaglioni e si dà vita ad una grossa unità armata: la divisione "Modena", facente parte delle brigate Garibaldi. In aprile i garibaldini della "Modena" sul Monte Penna sostengono il primo combattimento campale.

Il tipo di lotta cambia. Dai colpi di mano a sorpresa si passa a schieramenti di compagnie e battaglioni, manovrando a seconda della necessità con i rinforzi a sostenere un attacco frontale di più colonne nemiche; si passa quindi al contrattacco, costringendo il nemico a ripiegare in disordine. La battaglia ha la durata di dodici ore. Da quei giorni in cui Armando è considerato il comandante in capo, la divisione dispone di 5.000 uomini e controlla circa 1.000 Kmq di territorio tra il Secchia e il Panaro.

Con una tale forza Armando progetta la liberazione di una vasta zona alle spalle, quasi 50 km. a ridosso della linea gotica; ma per costituire un’area libera occorre eliminare tutti i presidi nemici. Alla fine di maggio la prima parte del piano è attuata: tutti i ponti sono fatti saltare, tutte le strade sono interrotte, i presidi nazifascisti della montagna non possono più ricevere rinforzi, né soccorrersi a vicenda. Nella prima decade di giugno i partigiani liberano i centri di Prignano, Castellarano, Frassinoro, Cerredolo, Palagano, Toano, Villa Minozzo, Ligonchio, Piandelagotti, Polinago.

In queste operazioni i tedeschi e i fascisti hanno perduto oltre 1.300 uomini, un numero considerevole di automezzi, di armi e di munizioni, inoltre i partigiani hanno distrutto quattro autoblindo e ventitré tra cannoni e mortai. In mano ai nazifascisti, al centro della zona operativa, è restato Montefiorino, dominato dalla rocca medioevale, trasformata in poderosa fortezza.

Alle due del mattino del 18 giugno 1944 i garibaldini, dopo una riuscita manovra di avvicinamento, muovono all’attacco. Espugnano prima tutti i capisaldi difensivi ed infine la rocca, con l’occupazione della quale si realizza il piano della zona libera che, elettrizzando gli animi, farà dire ai partigiani: «Oggi proclamiamo la Repubblica in tutta l’Italia».

Ora gli uomini di Armando sono più di 8.000 e pongono al comando problemi organizzativi sempre nuovi e complessi. Inoltre c’è da provvedere alle necessità della popolazione e pensare alla difesa di questa prima Repubblica partigiana, la quale è come un piccolo stato che i partigiani debbono far funzionare. È il banco di prova delle loro capacità e di quelle dei contadini e degli operai, che sono sempre stati esclusi dalla direzione della cosa pubblica. Sapranno governare quel territorio?

Montefiorino è il primo esperimento e dà una risposta affermativa. Anzitutto il popolo è chiamato ad eleggere liberamente i suoi amministratori ed essi promuovono immediatamente alcune riforme tipiche di uno stato moderno. Si stabilisce ad esempio la proporzionalità dei tributi in base al reddito, diminuendo le tasse ai meno abbienti. I prezzi delle derrate alimentari vengono stabiliti da una commissione, di cui fanno parte sia rappresentanti dei produttori che dei consumatori. L’ordine pubblico viene assicurato dalla polizia partigiana e regolari tribunali, coadiuvati dalle giurie popolari, assicurano la continuità della giustizia.

Nello stesso tempo si procede alla sistemazione militare del territorio. Le varie formazioni della "Modena" vengono organicamente collegate con quelle reggiane, forti di 2.000 uomini. Al comando di questo vero e proprio corpo di armata è Armando, commissario generale è Davide (Osvaldo Poppi). Si organizzano i servizi sanitari con la costituzione di un ospedale centrale a Fontanaluccia e di infermerie a Farneta ed in altre zone. A Frassinoro i partigiani costruiscono una pista per facilitare gli aviolanci e per l’atterraggio di aerei. A Montefiorino, sede del comando, si costituisce l’autoparco dotato di garage ed officina di riparazione. Qui ha pure la sua sede una missione militare inglese, che mantiene i contatti con il comando alleato. Da esso dipendono gli avio-rifornimenti (sempre però limitati, perché i garibaldini non godono le simpatie politiche degli alleati). In luglio giungerà a Montefiorino anche un ufficiale del risorto esercito italiano con l’incarico di preparare il terreno per accogliere il lancio di un battaglione di paracadutisti della divisione "Nembo", che il nostro governo ha destinato a rafforzare lo schieramento partigiano.

Montefiorino si trova in una posizione strategica di prim’ordine, controllando due strade statali indispensabili ai nazisti per collegare l’Emilia, la Toscana e la Liguria ed è anche una grossa minaccia per tutta la linea gotica, sulla quale viene concentrata l’intera potenza militare nazista.

Alla fine di giugno il generale nazista Messene, comandante il settore appenninico propone, a nome delle forze armate tedesche, una tregua al comando partigiano, per indurre la divisione "Modena" a sospendere le puntate offensive. La proposta è un espediente per guadagnare tempo e organizzare il contrattacco. Ma i partigiani non abboccano ed al delegato del generale Messene rispondono che con i nazisti si può solo combattere. Il 19 luglio da Piandelagotti i tedeschi vibrano il colpo di maglio che deve scardinare la linea partigiana. La IV divisione resiste per dieci ore, il tempo necessario per permettere ad Armando di organizzare il contrattacco, spostando verso la zona di combattimento la divisione speciale che per metà è composta (formandone un battaglione) da soldati russi, fuggiti dai campi di prigionia nazisti.

Sono proprio i partigiani sovietici che li attaccano frontalmente al grido di «Hurrah Stalin» ed assieme agli altri partigiani rioccupano Piandelagotti, infliggendo grandi perdite al nemico. Un partigiano scriverà su un muro: «Da Piandelagotti non si passa: riprovare per credere!» La grossa disfatta costringe i tedeschi a preparare un piano più complesso, il quale prevede l’attacco a più punti dello schieramento partigiano, per impedire l’intervento in aiuto dei punti deboli da parte delle formazioni non impegnate.

Così, mentre gli alleati sono alle porte di Firenze, ad un centinaio di chilometri i tedeschi ritirano dalla linea gotica, dal fronte, più di 20.000 uomini. Altri 5.000 li fanno affluire dal piacentino, altri 5.000 li ricevono dai fascisti e possono così concentrare attorno alla Repubblica partigiana più di 30.000 uomini con cannoni di medio e grosso calibro, carri armati, autoblindo e lanciafiamme. Secondo il piano nazista le forze di attacco, suddivise in più colonne, dovranno penetrare simultaneamente nella zona libera da più punti, separare e battere le divisioni partigiane, per poi annientarle.

Il 29 luglio 1944 i nazisti attaccano su tutto il fronte, ma riescono ad avanzare solo verso Villa Minozzo e Cerredolo. Non fanno progressi negli altri settori.

Il giorno 30 sui reparti reggiani schierati a difesa del Secchia, fra Castellarano e Cinquecerri, si scatena un violentissimo fuoco di artiglieria. Assaliti prima frontalmente, poi minacciati di aggiramento, i reggiani debbono ripiegare, ma pur ritirandosi impegnano pesantemente il nemico, il quale sfoga la propria ira bruciando tutto ciò che trova ed il 30 alla sera, provatissimo, sospende l’attacco per portare in linea nuove forze.

Il 31, superata Villa Minozzo, i tedeschi minacciano di aggiramento la V divisione che, dietro ordine del comando, si spingerà in avanti, passando fra le maglie naziste e si attesterà fuori dall’accerchiamento. A questo punto il capo della missione alleata non solo ha fatto sospendere il lancio dei paracadutisti della "Nembo", ma ha anche ordinato la distruzione del deposito di armi e di munizioni del battaglione. Queste erano state avio-lanciate e invano il comando partigiano le aveva chieste, per rifornire i suoi uomini e la popolazione che chiedevano armi per difendere la Repubblica. Il 2 agosto, frazionate le forze, si attraversano le maglie naziste per poi concentrarsi e liberare nuovi paesi: Lizzano, Vidiciatico, Castelluccio, Monteacuto, Pianaccio.

Per tutto l’inverno verrà tenuta la linea del fronte che da S. Marcello Pistoiese passa per Monte Spigolino, Riva, Rocca Corneta fino a oltre il Monte Belvedere. Le perdite partigiane sono di 250 fra caduti e dispersi, più 70 feriti; il nemico ha lasciato sul terreno 2.080 morti ed un numero imprecisato di feriti.

Sono una ventina i persicetani che, prima, durante e dopo la Repubblica di Montefiorino, hanno militato nella divisione "Modena" e vi è anche chi per quella prima Repubblica italiana ha perso la vita come il partigiano Rusticelli, proveniente dall’arma dei carabinieri. Ma Montefiorino era stata da noi proclamata Repubblica.

Era la prima Repubblica italiana ed i partigiani continuavano a ripetere: «Oggi Montefiorino, domani tutta l’Italia».

Usciti dal cerchio tedesco a Montefiorino c’installammo alla Rocchetta, ma fu una permanenza breve, una sera si partì e, dopo la solita lunga marcia, si arrivò a Sasso Guidano, luogo questo in cui rimanemmo una ventina di giorni. Durante la giornata facevamo camminate a piedi fino a Verica, paesino di una certa consistenza a sette Km da Pavullo. La mulattiera che si percorreva era incassata allora nella montagna, tanto che quando pioveva, serviva anche da scolo delle acque piovane. Ai lati vi erano due grosse siepi, per tutta la lunghezza in agosto e in settembre erano piene di more, così avevamo anche la frutta.

Alla sera si dormiva in un grande fienile ed essendoci molto fieno si poteva farne un rotolo da usare come cuscino anziché il solito zaino delle bombe a mano, che ovviamente era più duro e scomodo. Quasi tutte le sere, prima di dormire, disposti gli uomini di guardia, tutti gli altri intonavano canzoni partigiane. Io non cantavo, i miei compagni non volevano perché avrei rovinato tutto, effettivamente per il canto sono sempre stato la negazione. Non cantavano "Bella ciao" perché la canzone è uscita a guerra finita e originata dalle mondine, ma altre; di una ricordo ancora le strofe che erano:

Noi siam la tenaglia possente
Noi siamo chi suda e lavora
Finiam di soffrire che è l’ora
Finiam di soffrire che è l’ora
O ladri del nostro sudore
Il sangue dei servi già freme
Spezziam le servili catene
Insorgiamo che giunta è la fin
Insorgiamo che giunta è la fin

Non più vagabondi e signori
Non più proletari e padroni
Il pane ad ognun che lavori
Il pane ad ognun che lavori
Uguaglianza e giustizia vogliamo
Al mondo siam tutti fratelli
Noi siamo le schiere ribelli
Insorgiamo che giunta è la fin
Insorgiamo che giunta è la fin.

Ogni tanto il comando ordinava delle missioni notturne con i compiti più svariati. Una sera fui comandato in missione assieme ad un partigiano della zona, che conosceva molto bene i luoghi. Il comando ci diede una ricevuta da consegnare a chi ci dava un determinato pacco, da portarsi poi al comando generale. Girammo sulle creste delle montagne, poi per sentieri, mulattiere, al buio. Effettivamente il mio compagno doveva essere di casa, era un fenomeno nell’orientarsi e nel prevedere anche i sentieri che avremmo trovato più avanti.

Arrivammo ad un paese, qui vi erano dei tedeschi, dovevamo avere la massima prudenza, poiché il comando si era raccomandato di non provocare, anzi di evitare, nel modo più assoluto, sparatorie in quel paese. Tutto era calmo, facemmo un giro di ispezione, per studiare il posto, dopo di che, trovata la casa, bussammo. Ci fu risposto, demmo la parola d’ordine, la porta si aprì ed in un attimo si richiuse. Al lume di una candela facemmo la firma su quel "buono" datoci dal comando (ovviamente col nome di battaglia e io firmai "Dartagnan"); ci fu consegnato un pacco, salutammo e dopo un attimo eravamo di ritorno.

Era circa un’ora che si camminava su una strada mulattiera quando distintamente sentimmo il passo di molte persone che ci venivano contro, subito ci sdraiammo uno da una parte e l’altro dall’altra della mulattiera. Demmo un forte: «Chi va là?» Si sentì un tramestio velocissimo, poi silenzio. Dal buio una voce secca disse: «Partigiani! Avanti uno con le mani alzate.» S’avvicinò un’ombra, il mio compagno s’alzò, andò incontro a quell’ombra. Si riconobbero, era una pattuglia partigiana in perlustrazione, ci stringemmo la mano, augurandoci buona notte. Non vi furono altri incidenti.

Portammo al comando il pacco, tornammo alla formazione e finalmente ci mettemmo a dormire che già albeggiava. Non tutte le missioni erano simili. A volte si correvano grossi rischi. Il Comitato di Liberazione Nazionale condannò a morte un criminale, non so se fosse un federale o quale carica ricoprisse a Modena, comunque era responsabile di diversi eccidi e famoso come torturatore. Due modenesi, pratici di tutti i meandri della città di Modena, furono comandati di eseguire la sentenza e nel modo più assoluto di ritornare immediatamente in formazione: non indugiare un attimo di più a Modena.

Partirono da Montefiorino e senza intoppi arrivarono in città, così anche davanti alla porta della casa predestinata, suonarono e dall’interno per uno spioncino furono guardati, ma siccome i due incaricati erano in una divisa fascista impeccabile, compresi i gradi, vennero fatti entrare immediatamente. «Siete voi il camerata... (nome e cognome)?» Alla risposta affermativa eseguirono l’ordine lì sulla porta.

Poi, siccome avevano entrambi la fidanzata, vi si recarono, dandosi appuntamento al mattino successivo. Sempre in divisa, inforcarono le rispettive biciclette e, distanziati uno dall’altro, iniziarono il viaggio di ritorno per la Via Giardini. Fatti alcuni chilometri, ad una svolta della strada trovarono un posto di blocco. Cercare di evitarlo era ormai impossibile, continuarono la loro marcia, come d’accordo, distanziati. Il primo passò in mezzo alla brigata nera, fece un saluto e tutto andò liscio, così pure il secondo, soltanto che ad un centinaio di metri più avanti, chissà per quale ragione, uno della brigata nera, che si era allontanato, stava facendo ritorno nel gruppo. Conoscendo il secondo partigiano gli intimò di fermarsi, questi si arrestò, appoggiò la bicicletta in terra e con un balzo fu addosso al brigatista.

Ne nacque una colluttazione. Quelli del posto di blocco non si mossero, credendo fosse una lite fra commilitoni. Il partigiano estrasse la pistola, l’altro fu lesto ad afferrarlo al polso ed essendo più robusto, teneva il pugno armato rivolto in basso. Gli attimi passavano, quelli del posto di blocco, ancora indecisi sul da farsi, lentamente si stavano avvicinando. Il partigiano, non sapendo che fare, premette il grilletto; un colpo partì, colpendo la sua gamba. Il brigatista rimase per un attimo interdetto, ciò gli fu fatale, perché il partigiano, sentendosi allentare il polso, velocissimo alzò l’arma e fece partire un secondo colpo nella fronte del brigatista, poi velocissimo, inforcò la bicicletta e, prima che quelli del posto di blocco si rendessero conto di cosa era successo, era ormai lontano.

Abbandonata la strada, insieme al compagno per boschi e macchie tornò in formazione, dopo essersi fasciata la ferita con brandelli di camicia. Appena giunto, fu medicato, fortunatamente era una ferita leggera. «Bravi» disse il comandante «avete portato a termine la missione, però avete disobbedito alla consegna avuta, quindi sarete puniti». Ebbero entrambi mezza giornata di palo.

Questa era la seconda punizione che si infliggeva in montagna e consisteva nell’essere legati ad un palo o ad un albero per un certo periodo di tempo. Questo era l’ordine delle punizioni:

  1. Richiamo.
  2. Palo.
  3. Disarmo per un certo periodo, anche in corso di combattimenti.
  4. Allontanamento per ordine del comando con divieto alle formazioni di prenderlo in forza, quindi abbandono a se stesso.
  5. Fucilazione.

Quest’ultima avvenne nel caso Nello, comandante di brigata, per aver fucilato degli ostaggi e sottratto ottanta mila lire con cui aveva comprato un appartamento.

Saltuariamente, quando al comando veniva comunicato da informatori il passaggio di truppe sulla via Giardini, sempre di notte, si preparavano imboscate con un numero ristretto di partigiani, massimo una formazione. Ci si appostava dove la strada faceva una doppia curva con tratto rettilineo, si piazzava una mitragliatrice all’inizio, una alla fine. Si scaglionavano gli altri a monte della strada, armati di mitra e bombe a mano. I tedeschi erano sempre in colonna su mezzi meccanizzati oppure in truppa su cassoni. A dare il via era la mitragliatrice di testa, immediatamente ne seguiva un inferno. Raffiche di mitra e bombe a mano per pochi minuti si abbattevano sulla colonna, poi noi sparivamo, spesso facendo decine e decine di chilometri, per tornare alla base.

Ad eccezione dei paesi abbastanza grossi quali Pavullo, Zocca, Montese, Gaiato, non esistevano grandi concentramenti di nazifascisti. Tutti gli altri centri erano fortificati (specie dalla brigata nera) negli alloggiamenti con muretti alle finestre, nelle piazzole con sacchi di terra a semicerchio o più ampiamente a mo’ di vera e propria trincea. In molti casi il presidio, venendo a conoscenza della vicinanza di formazioni partigiane, abbandonava tutto.

Vi era un piccolo paese, di cui non ricordo il nome, dove il presidio, composto da venti militi, aveva indugiato, forse perché chi lo comandava si credeva al sicuro, forse per paura di disubbidire alla consegna. Avvenne che una delle nostre formazioni ebbe l’ordine di far sgombrare quel presidio.

I partigiani partirono nel pomeriggio avanzato, arrivarono al paese a notte fonda. Un gruppo ebbe l’ordine di circondare la caserma, l’altro di entrare silenziosamente. Neutralizzate le due sentinelle di guardia questo irruppe nello stanzone dormitorio. Fu tale la sorpresa che nessuno reagì al comando di alzare le mani. Così, dopo averli disarmati, si prese il loro nome e cognome con l’intimazione che, se ritrovati in armi una seconda volta, sarebbero stati fucilati. Ed uno alla volta, dopo aver sequestrato anche le divise, furono fatti uscire e mandati quindi a casa.

Fuori ormai era l’alba, il primo gruppo, quello che in precedenza aveva circondato la caserma, si era disposto in doppia fila all’uscita e ad ogni brigatista che passava in mutande, erano calci nel sedere e schiaffoni. Certo è che se la situazione fosse stata inversa, loro ci avrebbero fucilato. In quel gruppo di brigatisti neri (leggendone la lista), ne trovai uno di Persiceto, che conoscevo molto bene, non ne faccio il nome perché ormai deceduto. Non era comunque una cattiva persona.

In diverse occasioni nell’attaccare caserme o presidi ci si imbatteva in militari, quelli che per non vedere il padre arrestato rispondevano al bando Graziani. Un giorno attaccammo la caserma a Pavullo, facendo prigionieri proprio una decina di questi militari che rimasero con noi, divennero partigiani e come tali si batterono fino alla fine. Anche fra questi vi era un persicetano, abitava a Castagnolo (il nome forse era Toni).

Una delle maggiori difficoltà era reperire l’alimentazione per tutte le persone. Si mangiava quello che c’era, a vent’anni si ha sempre fame. Il pane, quando si trovava, era insipido e per mangiarlo nel latte ci voleva tanta fame. Si compravano mucche e maiali per farne spezzatini, ai possidenti si dava una ricevuta, ove era stampato "Brigate Garibaldi, Divisione Modena" con il timbro della brigata e la firma di chi personalmente aveva avuto l’animale; le ricevute furono tutte pagate dal governo italiano.

Ai contadini pagavamo molto spesso in contanti, che ci pervenivano tramite il Comitato di Liberazione Nazionale e che erano frutto di sottoscrizioni da parte di migliaia di lavoratori secondo le possibilità e che, in qualche modo, erano legati alla resistenza. Nelle campagne persicetane vi erano addirittura dei collettori appositi, quali Medeo il sarto (Via Permuta - Lupria), Martini Enrico ed altri.

Prevalentemente si raccoglieva farina di castagne, si mangiava cotta sulle braci e a volte asciutta, in polvere, mentre si camminava nei tanti trasferimenti e questo era un mangiare arduo e difficoltoso. L’ottanta per cento dei partigiani (le Brigate Garibaldi erano di ispirazione comunista), portava un fazzoletto rosso al collo, ma va messo in evidenza che di questi comunisti in ogni formazione ve ne erano non più di due o tre, gli altri forse lo sono diventati dopo, ma il fazzoletto rosso era soprattutto un simbolo di antifascismo. E questo intendevano sottolineare quelli che lo portavano.