Il Principe della Marsiliana/II

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I III
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II.

Fabio Rosati era un giovane intelligente, il quale sentiva che il bagaglio di cognizioni di cui si era munito negli anni in cui un uomo deve prepararsi alla vita, era troppo leggiero, troppo meschino per permettergli di andar oltre nel mondo. Dotato, come quasi tutti i romani, di quella preziosa qualità che si chiama il senso pratico, egli sperava di farsi strada lo stesso mercè la protezione, l’aiuto di persone altolocate, e, non sentendosi forza sufficiente per vivere di vita propria, voleva porsi nell’orbita di qualche pianeta per fare in quella la parte di satellite. [p. 34 modifica]

A don Pio, carattere chiuso e piuttosto diffidente, egli aveva sentito d’ispirare una certa simpatia, che aveva coltivato con ogni mezzo.

Valendosi delle conoscenze che aveva nelle redazioni dei giornali egli afferrava ogni occasione per far citare il principe della Marsiliana; ora per vantare l’eleganza di un attacco alle corse delle Capannelle; ora per descrivere un ballo al quale non era invitato; ora per annunziare la partenza per un viaggio, e spesso egli stesso spingeva don Pio a fare un dono a un asilo, a compiere un atto benefico qualsiasi per avere mezzo di lodarne l’animo generoso. Lentamente egli aveva assuefatti, prima i giornalisti e poi il pubblico a quel nome che ora figurava spessissimo nelle cronache e così aveva preparato il campo alla elezione politica di don Pio, dopo aver cooperato a quella di presidente del Circolo dei Cittadini e di consigliere comunale.

Giunto al caffè Aragno, Fabio cercò subito con l’occhio i conoscenti con i quali soleva passare la serata, per narrar loro la cena elettorale da “Muzio Scevola„. Scôrse in mezzo ad essi Caruso, che con il solito aspetto di satiro sonnecchiante, parlava senza scomporsi e facevasi ascoltare. Fabio non seppe allora reprimere un moto di dispetto [p. 35 modifica]e stava per uscire senza accostarsi a nessuno, quando il Peronelli, redattore del Fieramosca, e il Sorani, corrispondente della Gazzetta Milanese, due giornalisti con i quali stava di consueto, gli fecero cenno di rimanere.

— Dunque è andato tutto bene? — domandava il Sorani a Fabio. — Ti aspettavo per telegrafare; completa tu i particolari che mi ha dato Caruso; è bene che di questa elezione si parli in provincia: l’idea del principe della Marsiliana è splendida.

— Io conto di fare nel Fieramosca un capo cronaca dell’avvenimento di stasera, — diceva il Peronelli, fumando lentamente la sigaretta e sorbendo il cognac a centellini. — Hai visto, Rosati, se c’erano giornalisti alla cena? Vorrei essere il primo a descrivere questo curioso fatto, perchè, a dirla fra noi, è troppo bello che un principe del Sacro Romano Impero, un grande di Spagna, vada da Muzio Scevola!

— Sarebbe stata più buffa se ci veniva anche la principessa, come voleva il sor Domenico, — osservò Caruso col suo sorriso sarcastico. — Del resto, di giornalisti non ho visto altro che il Massa della Ragione, che ci dormirà sopra ventiquattro ore, poi avrà bi[p. 36 modifica]sogno di altre ventiquattro per pensarci, e dopo una settimana finalmente scriverà il resoconto.

— E tu dove ti metti? — disse Fabio.

— Io non faccio più parte della grande famiglia, — rispose Caruso lasciandosi cadere le lenti dal naso con un fare stanco e noiato. — Io la ripudio, non perchè disprezzi quella certa influenza che il giornalismo conferisce, ma perchè l’esercizio del mestiere è troppo poco rimunerativo, e io ho bisogno almeno almeno di campar bene; è un mestiere da signori, che don Pio potrebbe fare, ma non io.

— Ma chi avrebbe mai supposto, — esclamò il Sorani, che era un ometto magro, tutto nervi, che non sapeva star fermo un istante, — chi avrebbe mai supposto che il principe della Marsiliana, così muto, avesse nel cervello delle idee come quella della stazione in Trastevere! Pareva occupato soltanto di sè, dei suoi cavalli, e stufo anche delle donne.

Fabio involontariamente guardò Caruso, ma questi pareva occupato a tagliare col temperino la punta di un sigaro d’Avana, e nulla rivelava in lui l’uomo che volesse rivendicare la paternità di quella idea, e molto meno vantarsi di averla suggerita. Maggiore [p. 37 modifica]del dispetto che provava in quel momento il Rosati per l’intruso, era la premura per il principe della Marsiliana e il desiderio di vederlo eletto; per questo, invece di allontanarsi senza parlare al Caruso, si chinò all’orecchio di lui e gli disse:

— Hai pensato a comunicare il risultato della cena di stasera ai giornali della mattina e all’Associazione costituzionale-progressista?

— No, — rispose l’altro alzando lentamente gli occhi e rimettendosi le lenti sul naso. — Credevo che questo fosse affar tuo; capirai bene, io non sono nulla, non ho nessuna veste....

— Mi pareva che tu avessi dimostrato tanta devozione alla causa del principe.

— Non mi pare, — rispose Caruso accendendo il sigaro dopo averlo considerato da ogni parte, — ma se tu lo dici, sarà. Credevo di nuocere solamente al De Petriis che mi è più antipatico come impiastricciatore di cocci, che come clericale, e pare che io abbia giovato al principe della Marsiliana. Assicurati per altro che quel tuo principe non m’ispira nessun entusiasmo, perchè lo credo una vera nullità.

Queste parole sprezzanti e il tono con cui erano pronunziate, offesero profondamente [p. 38 modifica]Fabio, il quale per non lasciarsi trascinare da un impeto di collera, prese a bracetto il Sorani, dicendogli:

— Vieni al telegrafo; ti detterò io quel che devi telegrafare alla Gazzetta, — e salutando appena gli altri, uscì.

— Mio caro Peronelli, — disse Caruso, appena rimase solo col redattore del Fieramosca, — a te voglio fare una confidenza. Tu sei di opinioni liberali ed è bene tu sappia la verità; il principe della Marsiliana non ha basi solide nel Trastevere, l’entusiasmo di stasera si deve a quella idea buttata là della stazione, idea che non credo sia sua e che egli certo non saprebbe svolgere e molto meno attuare. Appena svanito questo bollore, i Trasteverini rammenteranno bene che don Pio non ha fatto nulla, nulla nè prima nè dopo il settanta, che è legato a una moglie di sentimenti e tendenze ultra-clericali, che è educato da una madre nera come la cappa del camino, e che per il popolo non ha davvero simpatie; non è molto che ne ha dato prova quando travolse sotto alla sua carrozza quella vecchia e poi lesinava le poche lire per venirle in aiuto; fu il Fieramosca allora che narrò il fatto.

— È vero, — disse il Peronelli riflettendo. — [p. 39 modifica]Noi, del resto, non abbiamo accettata la lista concordata dalla Unione costituzionale-progressista e possiamo combatterlo e portare invece del suo nome quello del professore Ghirani, che è un patriotta, un amico. Ora vado a divertirmi, — soggiunse il Peronelli alzandosi e chiamando il cameriere per pagare.

Caruso si alzò pure sorridendo malignamente ma sulla porta del caffè salutò il Peronelli e si diresse a casa lasciando che l’altro andasse a sfogare contro il principe della Marsiliana il vecchio risentimento dello spostato per il signore, e, sorridendo per aver lavorato efficacemente per il suo avvenire, Ubaldo Caruso entrò nella casa, che abitava sull’angolo delle Convertite, e spogliatosi si addormentò tranquillamente.

Lo stesso non accadde a don Pio; una volta solo nel suo salotto egli si dette a riflettere agli avvenimenti della sera, e lo assalì lo sgomento di esser divenuto schiavo di un uomo che gli ispirava un senso involontario di repulsione. Nello stringere quella mano grassa, madida e fredda stesagli dal Caruso, nel momento di separarsi, aveva provato quella stessa impressione che si prova nel toccare qualcosa di ributtante; sensazione apparentemente fisica, ma che ha le sue basi nel morale. [p. 40 modifica]

Egli dette al suo cameriere Giorgio il permesso di coricarsi, ma prima fece preparare il tè sopra un tavolinetto di legno, rivestito di stoffa antica, e, mentre la fiamma azzurrognola crepitava sotto il ramino di argento, don Pio accese la sigaretta e gettatosi sopra una poltrona si dette a meditare, a meditare sulla vita passata, così vuota, così sterile, e sulla vita avvenire che egli voleva ad ogni costo circondata, rivestita di gloria. Sulla parete di fronte a lui v’era appeso un grande ritratto del cardinale Urbani, vestito della porpora, col lungo strascico coperto di merletto di Venezia, la croce di brillanti sul petto, i capelli scendenti sulle spalle in copiosi ricci, e lo sguardo imperioso e ardito.

Illuminato da un lume basso, quel ritratto in piedi si allungava tanto da prendere proporzioni gigantesche, e mentre don Pio lo fissava, parevagli che la bocca si atteggiasse a un sorriso di scherno, e che tutta la fisonomia del fiero prelato prendesse una espressione di disprezzo, che affliggeva e umiliava l’ultimo discendente degli Urbani. Com’era piccino, infatti, fisicamente e moralmente, rispetto al cardinale, e come sentiva la sua piccolezza! Gli pareva di vedere il fiero signore a cavallo, col petto rivestito di ferro [p. 41 modifica]muovere da quello stesso palazzo per andare a difendere il Castello della Marsiliana, minacciato dai Colonna; gli pareva di vederlo attaccare violentemente nel Concilio di Trento le dottrine di Lutero, gli pareva di vederlo circondato di artisti insigni e di dotti discutere argomenti di arte e di letteratura in mezzo a quella corte geniale che aveva saputo formarsi d’intorno, e alla quale aveva commesso le opere d’arte che ornavano il palazzo, e la ricerca delle preziose antichità e dei libri rari che facevano non solo di quel palazzo, ma anche delle ville sontuose di casa Urbani altrettanti asili della bellezza artistica e della sapienza umana.

Quel sentimento della sua piccolezza si traduceva in una sensazione fisica, e don Pio si rannicchiava sulla poltrona, palpava le esili braccia, senza distoglier l’occhio dal quadro, e stabiliva involontariamente un confronto fra le membra muscolose e potenti di quel porporato, e sè stesso. Allora lo vinceva un senso di doloroso sgomento. Quel nome che portava parevagli un pondo troppo immane per le sue deboli spalle, e si pentiva di aver fatto un primo passo nella via pubblica, appunto perchè sentiva di non poter su quella lasciare nessuna orma profonda, rico[p. 42 modifica]noscendosi incapace di grandezza, sia nel bene, sia nel male.

Un sorriso stupido gli correva in quel momento sulle labbra carnose, e i grandi occhi neri, mansueti come quelli del bove, si distoglievano dal ritratto dei cardinale per vagare vuoti di un pensiero energico, per la stanza. Senza quella cena della sera egli avrebbe la mattina dopo disposto tutto per la partenza e se ne sarebbe andato a Parigi a dimenticare le noie procurategli già da quella elezione; ma ora era compromesso, aveva invocato l’aiuto della parte più energica del popolo di Roma, aveva affacciata una idea e doveva necessariamente sostenerla e svilupparla; ma come fare?

Mentre più che mai sentiva l’insufficienza delle sue forze, mentre più che mai capiva che, senza un aiuto, egli non sarebbe riuscito a cavarsi da quel ginepraio, sentì bussare alla porta che dava sulla galleria, e prima che avesse fatto in tempo a girar la maniglia, vide entrare nella stanza la madre col capo coperto da una cuffia di merletto e il corpo grasso e floscio avvolto in un accappatoio di lana bianca.

Donna Teresa posò la candela sopra una mensola, e presa tra le mani la testa del [p. 43 modifica]figlio, lo baciò sugli occhi e sulla fronte. Più alta di lui e così grossa com’era con le ampie maniche bianche della veste, ella pareva in quel momento la statua della Protezione. Don Pio si lasciò baciare e stringere fra le braccia della duchessa come un bambino. Aveva bisogno di quelle carezze, e sentiva che se vi era al mondo una persona, che potesse guidarlo e sorreggerlo, quella persona era certo sua madre.

La vista di lei lo sollevò alquanto e alzando la testa la fissò con uno sguardo così affettuoso come nessuna donna, all’infuori di lei, aveva mai veduto balenargli negli occhi e attrattala accanto a sè sopra un sofà basso, le disse:

— Se tu sapessi come aveva bisogno di te, ma supponevo tu fossi alla Marsiliana.

— Sono giunta stasera, — rispose la duchessa appoggiando la mano breve e carnosa sulla spalla del figlio.

La duchessa continuò:

— Non potevo star lontana mentre tu qui lottavi. Il mio appoggio non ti è mai mancato, e perchè volevi ti mancasse adesso?

— Non credevo che una donna, e una signora sopratutto, potesse essermi utile in una occasione come questa, e non ti ho scritto [p. 44 modifica]di questa mia manifestazione di vanità, perchè, se vuoi che ti dica il vero, non credevo tu l’approvassi.

— Ma tu sai, Pio, che io approvo tutto quello che serve a metterti in evidenza, a porti al disopra dei tuoi simili!

— Credevo che i tuoi sentimenti di devozione al papa t’impedissero....

— Il primo, il più forte dei sentimenti, anzi l’unico, è l’amore per te. Tu sai che ti amo al punto da esser gelosa delle donne che tu preferisci, e di non esser tranquilla altro che ora perchè ti vedo a fianco quella povera Camilla....

— Che, tu sai, io non amo, — disse il principe alzando le spalle e sorridendo cinicamente.

— È proprio così; ma mettimi al corrente di quello che è accaduto; so che stasera c’è stata una cena in Trastevere.

— Sì, una cena molto buffa, — disse il principe offrendo alla madre una tazza di tè. — Io non so come ho fatto a resistere, a star serio tutto quel tempo. Pare che fossi investito a segno della mia parte da far breccia su quei vassalloni.

— Se ti sentissero! — osservò la duchessa.

— Se hanno due dita di cervello, debbono [p. 45 modifica]capire che tutta questa tenerezza democratica non può esser sincera; che è una commedia, e che è già una grande degnazione che uso loro se mi sottopongo a rappresentarla.

— Bella degnazione! — ribattè la duchessa ridendo mentre stringeva gli occhi, fatti piccoli dalla molta carne delle guance. — Sono essi che si degnano dare a te il loro voto, piuttosto che ad un altro, e affidarti i loro interessi morali e materiali.

— Ed è appunto toccando la molla dell’interesse che li ho guadagnati alla mia causa. Altrimenti con quella Camilla e la sua smodata devozione, non avrei potuto davvero contare sull’appoggio del Trastevere. Ho promesso nientemeno che di far trasportare la stazione ferroviaria in quel rione!

— E come ti è venuta quella idea? — domandò la duchessa fissando il figlio con aria incredula.

— Non so; è stata una specie di ispirazione; ma non ti pare una idea bella?

— Eccellente per facilitare la tua elezione, — rispose ella, — ma non so se riescirai ad attuarla.

— Questo non m’importa, basta che sia eletto; al poi ho tempo di pensarci. [p. 46 modifica]

— Ma perchè vuoi essere deputato ad ogni costo?

— Perchè molti principi romani sono già al Parlamento, e per quel ciondolo di medaglia che portano alla catena, si danno una importanza!... Io non voglio esser da meno di nessuno.

— Se ci tieni tanto, sarai eletto, te lo prometto io, — disse la duchessa prendendogli una mano. — Quello che tu vuoi, io lo voglio; quello che ti fa piacere, io sento il bisogno di procurartelo, fosse pure l’amore di una donna.

— E se ti prendessi in parola? — disse il principe ridendo.

— Mi troveresti sempre pronta a mantenerla.

Dopo poco la madre si alzò per andarsene, ma prima che ella richiudesse l’uscio del salottino del principe, si volse al figlio e gli domandò sorridendo:

— Chi è il tuo grande elettore?

— Il sor Domenico Stoppani.

— E il tuo agente?

— Fabio Rosati.

— Dormi tranquillo, figlio mio, tu sarai deputato di Roma, — disse la duchessa battendo sulla spalla di Pio, e guardandolo con [p. 47 modifica]una espressione d’ineffabile tenerezza, che rivelava tutto l’amore che ella aveva per lui nell’animo.

Il principe prima di andare a letto scrisse con una certa esitazione un biglietto al Caruso, pregandolo di recarsi da lui la mattina seguente. Lo scaltro uomo, parlando col principe, gli aveva detto incidentalmente che stava di casa in via delle Convertite, e don Pio rammentava benissimo quell’indirizzo e il numero dell’abitazione. Egli mise quella lettera sopra una tavola nella galleria, al posto dove soleva mettere le lettere, che dovevano essere recapitate presto.

Spogliato che fu, egli si coricò nel letto ampio, sormontato dalla corona ducale, da cui scendevano fino in terra le cortine di damasco azzurro, con lo stemma degli Urbani intessuto di oro, e non tardò a cedere al sonno.