Il bacio di Lesbia/Conclusione

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Conclusione di questo libro per le persone istruite

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Conclusione di questo libro per le persone istruite
XXXV Indice
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CONCLUSIONE DI QUESTO LIBRO

PER LE PERSONE ISTRUITE

Per la grazia degli Dei tutta questa umanità tumultuante sepulta est. Sopra il lago morto galleggia appena qualche fior di ninfea.

La nostra cara Lesbia contempla i pallidi fiori del suo poeta, e siccome conosceva il modo di scrivere di quel suo amico, ne trasse copia con quella bella scrittura che lei aveva, e mise un po’ d’ordine di quelle poesie cosi disordinate.

Di questo manoscritto la Signora, con pensiero gentile, aveva fatto dono alla città di Verona.

Ma ecco arrivò l’evo medio quando si diceva «mille e non più mille», e i libri morivano allora come, per altra morte, moriranno ancora.

Avvenne che un monaco trovò in un monastero questo manoscritto di Catullo, che quel monaco non conosceva manco di nome.

Che cosa ne fece quel monaco di quel manoscritto, non si sa bene. Lo portò via? ne fece estrarre delle copie? lo raschiò per scrivere salmi?

Da quel tempo nessuno, nemmeno per incidenza, ricordò il nome di Catullo.

Pare poi che uno scrìvano, al tempo di Can della Scala, trovasse, sotto un moggio, un libriccino [p. 228 modifica] con alcune delle poesie di Catullo, ma così scorrette, cosi sciupate, che quel buon scrivano ne domanda scusa al lettore; però dice: «godrai buona salute, o lettor mio, se non dirai male di Catullo. Anno 1375».

Di questo codice guasto se ne trassero poi molte copie, finché si arrivò alla età della stampa; e allora, dal 1470 sino alla fine del secolo passato, furono tante le edizioni da non si dire. I Tedeschi, poi, del tempo della dotta Germania, figurarsi se furono felici di trovare codici cosi guasti, per ordinarli, per emendarli. Era la loro professione. Non parliamo poi delle traduzioni e delle imitazioni!

Fra tanta confusione, l’autore di questo libro rimane ancora dell’opinione di quello scrivano del tempo di Can della Scala: trovò le poesie di Catullo sotto il moggio è le mise sopra il moggio, dicendo: «Valebis si ei imprecatus non fueris».

A. P.