Il capitano della Djumna/Parte seconda/18. Fra i naia ed i serpenti del minuto

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
../17. Le sabbie mobili

../19. Assediati sull'albero IncludiIntestazione 17 dicembre 2016 75% Da definire

Parte seconda - 17. Le sabbie mobili Parte seconda - 19. Assediati sull'albero

18. FRA I NAIA ED I SERPENTI DEL MINUTO


L'andamano salvato da Alì, era uno dei più piccoli della sua tribù, poiché non misurava più di un metro e quaranta centimetri; ma pareva però che fosse assai robusto a giudicarlo dall'ampiezza del suo petto e dai muscoli delle sue braccia. Come i suoi compatrioti era quasi nudo, non avendo che una sola cintura di corteccia d'albero ed al collo alcuni frammenti di scaglie di testuggini e delle conchigliette bianche.

Il suo arco che teneva in mano quando era stato preso dalle sabbie mobili, lo aveva perduto nel momento d'aggrapparsi al ramo sportogli dal capitano, perciò si trovava inerme, in piena balia dei suoi salvatori e nell'impossibilità di nuocere.

Non pareva però che si preoccupasse di ciò, ma dimostrava piena confidenza. Forse aveva saputo che gli uomini del vicino continente, non sono feroci come gl'isolani delle Andamane.

Dopo d'aver detto che era schiavo di Alì, si era accoccolato accanto al padrone, senza più interessarsi dei suoi compagni i quali però erano ormai scomparsi. Sciapal aveva portate tutte le provviste raccolte, consistenti in una ventina di pesci, in due dozzine di manghi e una trentina di banane molto smilze e poco succose a quanto sembrava.

Alì, da uomo previdente, divise quei viveri in tre mucchi, dicendo:

— Per oggi, per domani e per posdomani.

— Magre razioni, padrone, — disse Sciapal, — specialmente ora che vi è una bocca di più.

— Meglio essere affamati che morire di fame, mio caro.

— E se l'assedio continuasse?

— In tre giorni possono accadere molti avvenimenti.

— Ma su che cosa speri?

— Vedremo — rispose Alì, — Orsù, a colazione.

Narsinga aveva acceso il fuoco, servendosi dell'acciarino e della pietra focaia del capitano, e sui tizzoni aveva messo ad arrostire alcuni pesci, i quali in pochi istanti si erano cucinati.

La magra colazione fu fatta rapidamente e l'andamano ebbe la sua parte che in pochi bocconi divorò, poi, non vedendo comparire alcun nemico sulle rive della palude, Alì e Narsinga si stesero fra le erbe per fare una dormita sotto la guardia di Sciapal, non essendo sicuri di passare una notte tranquilla. Il selvaggio però, che forse temeva o attendeva il ritorno dei suoi compatrioti, si era accoccolato accanto all'indiano, tenendo gli sguardi fissi sulle rive dello stagno. Ogni qual tratto però si curvava innanzi e pareva che ascoltasse attentamente.

Sciapal non lo perdeva di vista, pronto a precipitarlo nelle sabbie mobili al primo movimento sospetto.

Ad un tratto l'andamano gli additò una grande macchia di banani, che sorgeva sulla riva che stava di fronte a loro.

— Che cosa vuoi dire? — chiese Sciapal.

— Vengono — rispose il selvaggio, in cattivo bengalese.

— I tuoi compagni?

— Sì.

— Ma io non li vedo.

— Ma Kalari li ode.

— Ah! Ti chiami Kalari?... Ebbene, amico Kalari, dove sono i tuoi compagni?

— Strisciano attraverso ai banani.

— E credi che siano risoluti a prenderci?

— Il capo vuole la casa galleggiante.

— Alla malora le navi... Ma credi che tenteranno di attraversare il bacino?

— Sì.

— Ma vi sono le sabbie mobili.

— Ma il capo è astuto.

— E tu lo aiuterai, è vero Kalari?

— No, perché ormai sono vostro schiavo.

— Non avrei mai creduto di trovare un galantuomo fra questi selvaggi — disse Sciapal fra sé.

Poi, rivolgendosi all'andamano:

— Si avvicinano sempre?

— Sì, sono nascosti in mezzo ai banani.

— Che vogliano assediarci e farci capitolare per fame? — mormorò l'indiano, le cui inquietudini crescevano.

Guardò Alì che dormiva tranquillamente accanto a Narsinga, ma poi si rivolse verso la macchia di banani, dicendo:

— È inutile svegliarlo. Farà buona guardia questa sera.

Si nascose fra due cespugli tenendo pronte le pistole del capitano ed attese pazientemente la comparsa dei nemici per salutarli con una scarica. Pareva però che gli andamani non avessero alcuna fretta di mostrarsi, poiché non lasciavano la folta macchia che li proteggeva. Dovevano essere tuttavia occupati in qualche misterioso lavoro, perché Sciapal vedeva di tratto in tratto le grandi foglie dei banani agitarsi, ed anche dei corpi neri uscire dalla macchia, scivolare fra le alte erbe ed i tronchi degli alberi e poco dopo ritornare. Cosa stavano preparando? Nulla di buono di certo, se prendevano tante precauzioni per non farsi vedere e Sciapal sempre più s'inquietava. Di quando in quando interrogava il prigioniero, ma anche questi, quantunque aguzzasse per bene gli occhi, non riusciva a scorgere ciò che facevano i suoi compatrioti. Verso sera Alì si svegliò e l'indiano s'affrettò ad informarlo della presenza dei nemici e dei loro misteriosi giri nella foresta.

— Che preparino delle zattere per assalirci questa notte? — si chiese il capitano. — Se ci attaccano da tutte le parti, sarà una faccenda seria.

— Cosa pensi di fare, padrone?

— Di vegliare attentamente, per ora. Vedremo poi cosa si potrà intraprendere.

— Ma se irrompono sull'isolotto?

— Ci rifugeremo sugli alberi.

— E accenderanno i cespugli sotto di noi.

— Sono troppo verdi per prendere fuoco, Sciapal. Occorrerebbe molto tempo ed intanto io abbatterei un bel numero di assalitori a colpi di pistola. Scarseggiamo di munizioni, ma basteranno per quei selvaggi, che hanno tanta paura delle armi da fuoco.

— Situazione poco brillante, padrone.

— Ma non disperata, Sciapal. Nascondiamoci fra i cespugli e prepariamoci a sostenere gagliardamente l'attacco.

Il sole era tramontato dietro i grandi alberi della foresta e le tenebre calavano rapidamente sopra il bacino, addensandosi sotto i rami fronzuti. Fra pochi minuti l'oscurità doveva essere completa in quel luogo, che era già poco illuminato anche in pieno giorno.

Alì, Sciapal, Narsinga e anche il prigioniero, il quale pareva ormai devoto dopo la sua sottomissione e la sua dichiarazione di essere schiavo dei suoi nuovi padroni, sparsisi sulle rive dell'isolotto, non perdevano di vista i margini della foresta, aspettandosi di minuto in minuto qualche sorpresa. Gli andamani non si mostravano, ma quando il venticello notturno cessava dal fare stormire le foglie degli alberi, si udivano. Parevano occupati a tagliare od a strappare dei rami, poiché agli orecchi degli assediati giungevano di quando in quando degli scricchiolìi e dei colpi secchi.

Dovevano essere le undici quando Sciapal udì, proprio dinanzi al macchione dei banani, come un tonfo.

— Padrone — disse. — Qualcuno si è gettato in acqua.

Alì che sorvegliava la riva opposta, fu pronto ad accorrere con una pistola in pugno, deciso a mandare una palla nel cranio del nuotatore.

— Lo vedi? — chiese all'indiano.

— Vedo qualche cosa che galleggia presso la riva, ma non mi sembra una forma umana.

— È vero. La si direbbe piuttosto una piccola zattera formata da pochi rami intrecciati e da un ammasso di foglie.

— Con due foglie di banano rizzate a mo' di vela — aggiunse Sciapal. — Guarda: il vento la spinge lentamente verso l'isolotto.

— Che vi sia un uomo nascosto?

— Non è possibile. La zattera è troppo piccola e troppo leggera, padrone.

Un altro tonfo si udì poco lontano ed un'altra piccola zattera, fornita pure di due foglie di banano mantenute ritte da alcuni bastoncini, si vide galleggiare e dirigersi verso l'isolotto.

Pochi istanti dopo una terza fu lanciata in acqua, quindi parecchie altre, formando una dozzina di galleggianti.

— Cosa conterranno? — si chiedeva Alì, al colmo della sorpresa. — Non riesco a comprendere cosa vogliano fare i selvaggi con quelle piccole zattere.

— Kalari — disse Sciapal, rivolgendosi al prigioniero che era pure accorso. — Comprendi qualche cosa, tu?

— No — rispose l'andamano, dopo qualche istante di riflessione. — Sta' in guardia, però, poiché il capo è astuto assai e può giuocarti qualche brutta sorpresa.

— Vedremo cosa vorranno fare con quelle piccole zattere — disse Alì, — Sono assai curioso di saperlo.

Intanto i galleggianti, spinti dal venticello notturno che agiva sulle foglie di banano, s'avvicinavano lentamente all'isolotto. Come Alì ed i suoi compagni avevano osservato, erano formati da pochi rami intrecciati e coperti da mucchi di foglie. Né dinanzi né di dietro si vedevano nuotare i nemici, era quindi naturale la curiosità degli assedianti, i quali non sapevano indovinare a cosa potessero servire quelle piccole zattere assolutamente incapaci non solo di reggere un uomo, ma nemmeno una scimmia.

Ben presto le due o tre prime si arenarono presso l'isolotto, incastrandosi fra le radici degli alberi ed i rami dei cespugli che si curvavano sull'acqua. Sciapal ed Alì, muniti di due randelli, scesero la riva per vedere cosa contenessero, ma l'indiano, che era stato più lesto, ad un tratto s'arrestò, esclamando con voce tremante:

— Padrone... fermati!...

— Che cosa vedi? — chiese Alì.

Alcuni sibili lamentevoli partirono fra le foglie che coprivano i galleggianti.

— Per Siva!... — esclamò Alì, impallidendo.

— Padrone, il sibilo dei naia neri!...

— E dei serpenti del minuto, Sciapal.

— Fuggiamo o siamo perduti.

— Affondiamo le zattere.

— No, padrone, è troppo tardi... vengono.

L'indiano diceva il vero. I serpenti dal veleno mortale, vedendo dinanzi a loro l'isolotto, s'affrettavano ad abbandonare i galleggianti sui quali non dovevano trovarsi a loro agio.

Fu con vero spavento che Alì vide quei rettili agitare le foglie che li coprivano, poi sollevarle, quindi strisciare rapidamente, su per la sponda, cacciandosi fra i cespugli.

Vi erano dei naia neri chiamati anche cobra-capelli, serpenti terribili poiché uccidono l'uomo più robusto in meno d'un quarto d'ora e dei minute-snake o serpenti del minuto, così chiamati perché uccidono in poco più di sessanta secondi.

Sciapal ed Alì, atterriti, si erano ritirati precipitosamente, non sentendosi l'animo di contrastare il passo a quei nuovi nemici.

— In acqua, Sciapal — disse Alì, prendendo fra le braccia Narsinga.

— Ci faremo uccidere, padrone o cadremo fra le sabbie mobili.

— Ma i rettili stanno per invadere l'isolotto.

— Rifugiamoci sugli alberi. Lassù saremo sicuri.

— È vero: non perdiamo un istante.

In mezzo all'isolotto si rizzava un grosso dammar fornito di numerosi rami, i quali, essendo disposti in cerchio, potevano offrire un rifugio abbastanza comodo. Alì alzò Narsinga, poi quando la vide issarsi fra i rami, s'affrettò ad arrampicarsi sul tronco, seguito da Sciapal e dall'andamano.

In pochi secondi si trovarono tutti in alto, in salvo dai morsi mortali della formidabile banda dei rettili.

Le altre zattere erano pure giunte presso l'isolotto ed altri serpenti salivano le sponde emettendo sibili lamentevoli o dei fischi acuti. Si vedevano contorcersi, passare gli uni addosso agli altri, poi strisciare sotto i folti cespugli di quel brano di terra.

Ve ne dovevano essere almeno cento e di varie specie, poiché Sciapal aveva pure udito i sibili dei serpenti gulabi, dei boa e di altri ancora.

— Fischiate fin che volete, non vi lasceremo di certo salire fin qui — disse Alì, che si tergeva il freddo sudore che bagnavagli la fronte. — Mia piccola Narsinga, siamo sfuggiti a un tremendo pericolo. Furfante di capo!... Chi può avergli suggerito un'idea così atroce?... Se non vi fossero stati questi alberi protettori, ci avrebbe costretti a sloggiare più che presto.

— Ed ora ci tiene più prigionieri di prima, padrone — rispose Narsinga. — Come faremo a lasciare l'isolotto, ora che è pieno di serpenti?

— Come?... Non lo so davvero e temo che tu abbia ragione. Diavolo! La nostra situazione peggiora di minuto in minuto e comincio a temere che quei dannati selvaggi finiscano col prenderci.

— Non lo credo, padrone — disse Sciapal.

— E perché? Hai qualche progetto?

— No, ma credo invece che il capo, disperando di poterci costringere a fabbricargli la casa galleggiante, ci abbia condannati ad una morte spaventosa.

— A morire di fame?

— O morsicati dai serpenti.

Alì provò un brivido e si sentì accapponare la pelle.

— È vero, Sciapal — mormorò. — Non ardirebbe venire su quest'isolotto per prenderci, ora che è pieno di rettili. Ma dove avranno trovato tanti serpenti?

— Nei boschi, padrone.

— Che il capo sia un incantatore di serpenti?

— Può esserlo diventato durante il suo soggiorno nel Bengala.

— Allora potrebbe anche richiamarli a sé.

— Sì, se questo lembo di terra non fosse un isolotto. Tu sai che i serpenti amano l'umidità talvolta, ma non l'acqua, almeno i cobra, quelli del minuto ed i gulabi.

— Lo so, Sciapal.

— Come vedi, siamo perduti, se non troviamo un mezzo per evadere. Sotto di noi i serpenti ed attorno a noi le sabbie mobili.

— E non possiamo contare su nessuno!...

— Forse su qualcuno — disse in quell'istante Narsinga.

— Su chi? — chiese Alì, che ebbe un lampo di speranza.

— Hai dimenticato il pariah e tuo fratello?

— Edoardo!...

— Sì, padrone.

— Magra speranza, Narsinga. Chissà dove l'uragano avrà trascinati quei valorosi.

— Dovevano sbarcare qui e forse a quest'ora ti cercano.

— Siamo lontani dalla costa e prigionieri.

— Ma uno è libero, padrone — disse Sciapal.

— E chi?

— Il nostro bravo Pandu e tu sai quanto sia intelligente quell'animale.

— È vero! Ah!... Se li avesse trovati! Chissà! Speriamo in lui, amici!