Il cappello del prete/Nota

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Nota degli editori

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Avvertenza Parte prima
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NOTA DEGLI EDITORI

ALLA SETTIMA EDIZIONE (1913).


Sono ormai venticinque anni da che il romanzo che oggi si ristampa veniva annunciato alla nostra Milano, più tranquilla, più famigliare assai che non sia ora, in modo nuovo e originale. Su grandiosi fogli affissi alle cantonate spiccava in nero disegno un gigantesco cappello da prete. Eccitata la curiosità, pochi giorni dopo altri grandiosi fogli annunciavano che tale era il titolo del nuovo romanzo che avrebbe pubblicato in appendice il giornale «L’Italia» diretto da Dario Papa e contemporaneamente il «Corriere» di Napoli.

Nessuno sapeva chi ne fosse l’autore — e veramente quasi ancor sconosciuto era allora, nel campo letterario, il nome di Emilio De Marchi.

Egli, spinto dal generoso pensiero di redimere il romanzo popolare, detto d’appendice, dalle incongruenze e dalle sozzure che parevano indispensabili a siffatto genere letterario, tentò di affascinare il lettore non col fargli amare il delitto, ma coll’ispirargliene l’orrore, e restando moralissimo.

Entrato in comunicazione diretta col gran [p. ix modifica]pubblico, si sentì attratto dalla forza potente che emana dalla moltitudine e si chiese «se non era cosa utile e patriottica giovarsi della forza viva che trascina centomila al leggere, per suscitare in mezzo ai palpiti della curiosità qualche vivace idea di giustizia e di bellezza che aiuti a sollevare lo spirito».

Il romanzo d’esperimento, non già sperimentale, com’egli stesso ebbe a scrivere, interessò, commosse, divertì, dimostrando che anche in Italia, volendo, si potrebbe far meglio degli altri. Nè il successo fu solo del momento, giacchè il romanzo d’appendice sfidò la prova del tempo.

Casa Treves lo raccoglieva nel giugno del 1888 in nitida edizione, e lo lanciava in tutta Italia e all’estero.

La critica seria applaudiva al giovane Autore e i raffronti della idea filosofica celata sotto la bizzarra fiaba del Cappello erano tutti altissimi: — l’«Oreste», l’«Edipo re», gli «Spettri» di Ibsen, «Delitto e castigo» di Dostojewski, l’«Innominato» del nostro Manzoni....

Cesare Cantù scriveva.... «Eccellente il fondo. Interessante l’intreccio. Schietta la forma. Scacco ai romanzatori vecchi....»

La «Patria Italiana» lo stampava a Buenos Aires nelle colonne del suo ampio giornale, contemporaneamente lo stampava «L’Italia» a Chicago.

All’edizione di lusso Casa Treves fece seguire l’edizione popolare. Altra edizione popolare [p. x modifica]nel 1894 ne curavano Chiesa e Guindani; e una nuova nel 1895.

La Libreria Editrice Nazionale nel 1902 ristampava il romanzo in edizione economica; e nel 1906 il «Cappello del prete» entrava a far parte delle «Opere complete» di Emilio De Marchi, in elegante edizione.

Fra le traduzioni più note si conta: l’ungherese, per opera di Zigáni Arpád, a Budapest nel 1891; la tedesca, del barone Torresani, a Stuttgard nel 1894; la francese, di H. Declairmont, a Parigi nel 1902; la danese, di Victor Foss, a Copenaghen nel 1903.

Essendo esaurite tutte le edizioni, la casa Treves che ebbe l’onore d’essere primo editore del De Marchi, ha ora la fortuna dopo un quarto di secolo di ripresentare al pubblico sempre rinnovellato questo romanzo scritto con arte semplice e sincera, provando ancora una volta che il generoso pensiero dell’Autore non fu vano.

Milano, aprile 1913.