Il cappello del prete/Parte prima/VI

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
VI. - Filippino il cappellaio

../V ../VII IncludiIntestazione 21 maggio 2015 100% Da definire

Parte prima - V Parte prima - VII
[p. 72 modifica]

VI.


Filippino il cappellaio.


Filippino, il povero cappellaio, tormentato dai creditori e dagli uscieri, scrisse diligentemente i tre numeri dati dal prete:

4, 30, 90.

Poi andò nella camera della moglie malata a prendere consiglio.

Donna Chiarina, una cara creatura innamorata di Dio, vide in questo incontro con prete Cirillo un aiuto del cielo e volle che Filippino vendesse anche un suo braccialetto d’oro per avere i denari.

Quando una barca sta per affondare, si butta ogni cosa in mare e si procura di salvare almeno il legno. Se poi la barca vuole andare a picco, è la volontà di Dio.

Così pensava Filippino, un uomo secco, che pareva cotto sotto la cenere, ma non intricato nelle faccende sue.

Per tutto il venerdì e per due terzi del sabato [p. 73 modifica]si osservò in casa un rigoroso digiuno per implorare la benedizione del cielo. I figliuoli vedevano girare il sole con tutti i pianeti. Donna Chiarina, che non poteva muoversi dal letto, non fece che dire rosari tutto il tempo.

Passò il venerdì, per quanto paresse eterno. Passò anche parte del sabato, e, prima delle tre, Filippino, salutata la moglie e accompagnato da’ suoi quattro figliuoli, si avviò verso la strada di Santa Chiara per assistere all’estrazione dei numeri.

Molta gente era raccolta nella corte, sotto il portone e in un vicoletto vicino, ed erano specialmente operai, pescivendoli, acquaioli, donne vecchie e giovani, tutta povera gente che attacca al lunedì la speranza a una funicella e vive tutta la settimana, toccandovi sopra il pane asciutto.

La speranza è niente, ma dà un buon sapore alla roba.

Donna Chiarina, accese due candele innanzi a una immagine miracolosa di Nostra Signora di Loreto, seguitava a pregare con tanto fervore, che avrebbe potuto sfondare le porte del paradiso.

— Zitti, zitti, eccoli.... son qua.... — Chi? — L’autorità, il ragazzo, le guardie. — Oggi vinceranno i numeri del terremoto. — C’è il fatto dell’inglese che si è impiccato all’albergo. — È il 18 il numero di quest’oggi, vedrete, Nunziatella... [p. 74 modifica]

Questi erano i discorsi che faceva quella gente, agglomerata e tormentata dal desiderio e dalla curiosità.

Molte speranze si accendono e bruciano il cuore come un carbone vivo; vengono gli ultimi dubbi, gli ultimi scoraggiamenti; si ciarla, si ride per stordirsi.

Zitto, il ragazzetto cogli occhi bendati, col braccio ignudo, dall’alto d’un palco tuffa la mano nell’urna, estrae un rotolino di carta, che passa al signor delegato, vien scritto su un libro, viene esposto in una tabella, e il banditore grida: — Quattro!

— Papà, papà, il quattro, — gridano i ragazzi in mezzo al susurro che tien dietro al primo numero.

— Non vuol dir nulla, ragazzi. Tutti possono pigliare un numero come si piglia un pesce morto colle mani. È il terno che ci vuole.

Così dice Filippino, a cui quel primo numero ha fatto battere terribilmente il cuore.

Succede un nuovo istante di silenzio. Il ragazzino tuffa ancora la mano nell’urna, tira il numero, questo vien scritto, esposto, e il banditore grida: — Trenta!

— Papà, papà, papà.... — strillano i quattro ragazzi come quattro aquilotti.

Filippino, colla voce e coll’anima sconcertata, mentre nella folla cresce il susurro, sentendo che sta per perdere la testa, chiama i pensieri a partito e sgridando i figliuoli dice: [p. 75 modifica]— Tacete, allocchi. Ohe vogliono dire due numeri? si può avere il capo e la coda del pesce e non avere il pesce. La fortuna è come l’onda del mare grosso che vi spinge a terra, ma non vi lascia mai sbarcare e qualche volta vi ammazza sullo scoglio. Vedi tu bene, Angiolillo, che sia proprio il trenta?

Filippino sollevò il più piccolo de’ suoi figliuoli, perchè leggesse i numeri al di sopra delle teste, il padre aveva la nebbia negli occhi.

— È il trenta, lo conosco bene, — gridò il bimbo.

— Ebbene, fate conto che non sia venuto niente. Noi dobbiamo vincere il terno secco, o non è che un pugno di mosche.

— Dicono che «u governo» levi dall’urna i numeri pericolosi, — disse un grosso fabbro a una bella ragazzona del Mercato.

— Il lotto è una trappola, — rispose costei.

— Come l’amore, speranza mia! — disse il fabbro, che avrebbe voluto tingere la bella guancia.

Filippino procurava di stare attento a questi discorsi per distrarsi, per non soffrir troppo, per ingannare il tempo. Se ci fosse stata la sua Chiarina.... ma la pia donna sognava in quel momento un nido di rondini. Egli non cessava intanto di tirare i riccioletti d’Angiolillo come se volesse spennacchiarlo.

Il ragazzo tuffa per la terza volta il braccio nell’urna. Tira il numero, che vien scritto, [p. 76 modifica]pubblicato, e il banditore questa volta con voce da cannone grida:

NOVANTA!

Filippino seguitava a dire macchinalmente:

— Mosche, mosche, mosche....

Un grande uragano di voci accolse la comparsa del

90

del gran signore del lotto, di questa illustre quantità, che nella sua pontificale maestà viene in fondo alla processione degli altri numeri, ultimo della serie, simbolo dell’abbondanza.

— Papà, paparino, il novanta, il terno, guarda, papà....

I ragazzi hanno un bel gridare. Filippino, come se avesse ricevuto una mazzata sulla nuca, tentenna il capo, straluna gli occhi, contorce la bocca e seguita a ripetere:

— Mosche, mosche.

Intorno a lui si fece l’ombra che avvolse Nostro Signore sul monte. Le gambe non lo portavano più. Sentiva i ragazzi che strillavano, che si arrampicavano sulle gambe, ma egli non vedeva più nulla.

— Aiuto, aiuto!

— Che c’è?

— Gli vien male.

— Chi è? [p. 77 modifica]

— Un epilettico.

— Ha vinto un terno.

— È il caldo.

— Portatelo fuori.

— Fate venire una carrozzella.

— Largo, largo, galantuomini....

Accorrono alcune guardie municipali. Filippino è sollevato, portato fuori dalla folla e dietro si fa un codazzo di gente che interroga, che esclama, che dice la sua, commenta, attacca la frangia.

Angiolillo, svelto come un uccellino, è volato a casa a portar la notizia alla mamma.

Mezz’ora dopo, in Mercato non si parlava d’altro. Filippino il cappellaio aveva vinto un terno secco datogli dal prete Cirillo in cambio di un cappello.

Prima di sera il nome di Filippino il cappellaio e quello di prete Cirillo erano sulle bocche di tutti.

— La vincita è grossa. Chi dice cento, chi duecento, chi trecentomila lire. Don Nunziante ha visto la polizza e sa che Filippino ha giuocata la vita de’ suoi figliuoli. Non poteva «u prevete» contentarci un po’ tutti?

Il vespaio stuzzicato dalla meraviglia, dall’invidia, dalla stizza, dalla passione, suscitò una mezza rivoluzione nelle piccole strade, nelle botteguccie, presso i banchi del pesce, specialmente in Mercato dov’era la casa del prete.

Uscì fuori anche Gennariello, il ciabattino, che [p. 78 modifica]aveva in consegna la chiave della casa e che da due giorni non vedeva tornare lo zio. Comparve sulla sera anche don Ciccio Scuotto, il famoso «paglietta» o avvocato dei preti, che aveva ricevuta la lettera di don Cirillo. Aprì la casa, in mezzo al gran bisbiglio delle comari spettinate, che strologavano sull’accidente. Il prete mancava da casa da giovedì; Ciamminella l’aveva veduto uscire all’alba e non era più tornato.

Gennariello, che aveva fatto un debito per giuocare i numeri dello zio prete, restò istupidito tutta la sera e non gli si potè tirar fuori una parola di bocca.

La gente lo compativa.

— Va, credi alla carità dei parenti, povero martire! A te ha dato i numeri falsi, perchè sei figliuolo di sua sorella, e ha dato i buoni al marito di donna Chiarina.

— Sposa amorosa e fresca, — cantarellava l’acquaiolo. — Chi non regala volontieri qualche cosa a una bella donnina?

— Son cose in cui c’entra il diavolo, Ciamminella, e non vorrei toccare un soldo di quei denari.

— Nemmeno io, Carmela. Chi compra la fortuna vende l’anima.

Nè minore era la folla e il subbuglio davanti alla bottega di Filippino.

Il poveruomo, portato a casa mezzo morto, trovò la moglie mezza morta nel letto. Tutta la [p. 79 modifica]domenica fu un giorno di sospiri, di esclamazioni, di piccoli svenimenti, con un gran consumo di acqua di melissa e di fior di arancio. Per fortuna era festa e la bottega stette chiusa. La gente nella piazzuola, quanto fu lungo il giorno, rimase a contemplare i battenti, le gelosie, la ditta, come accade sul luogo di un grande delitto di sangue, tanto che il medico dovette entrare in casa, passando dalla porta del vicino dopo aver sfondato un tavolato di mattoni.

Don Nunziante il notaio, incaricato da Filippino, trovò il mezzo di interrogare il commendator Berti, direttore generale del Regio Lotto, sull’entità della vincita e sui modi della riscossione e venne verso l’ora del pranzo a dire che, fatti tutti i calcoli necessari, e sottratta anche la parte di trattenuta, per ricchezza mobile, ecc., Filippino Mantica aveva diritto a 455 000 lire, non un mezzo milione, ma giù di lì. I coniugi Mantica ascoltarono con un senso di tristezza questo gran numero.

Essi temevano che fosse l’effetto di una febbre, o che c’entrasse qualche malefizio. Questo stordimento, questo sonnambulismo, durò fino al lunedì, quando il medico li persuase a lasciarsi cavare quattro dita di sangue.

Ma dobbiamo tornare indietro e seguire passo passo il barone.