Il cavallarizzo/Libro 1/Capitolo 49

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Capitolo 48 Libro secondo


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Cap. 49. & ultimo del primo libro. Nel quale si epiloga quel che s'è detto, con alcune scuse dell'auttore.


Essendo noi già pervenuti al fine di questo primo libro, ragionevole cosa mi pare epilogarvi il tutto con brevità, accioche in un sol capitolo senza affaticarvi molto, in somma possiati leggere, & mandare alla memoria quel, che fin qua havemo scritto. Ma prima anco che questo io facci, mi scuso di non haver detto di molte cose che non sariano state fuor di proposito per non haver voluto fare il volume piu lungo assai di quello che à noi è stato lecito fare. Et molte cose anco minime haver scritto, che s’havrebbono potuto tralasciare; per haverle giudicate utili molto à quelli, che non così bene sanno ne per arte, ne per pratica, le cose che in cotal arte s’appartengono. Et haver usate alcune voci, & vocaboli meri Latini, & Greci, non per ampliarmi tanto con le circonscritioni; non possendo con un sol vocabolo esprimere il concetto in Italiano à modo mio. Ho usato anco alcuni parlari stretti, & laconismi, per i savij e scientiati, & gli assiatici, cioè parlari lunghi, con vocaboli comunissimi per quelli che non sanno. A’ quali medesimamente siamo obligati. Ho tocco ancora alcune historie, poesie, & filosofie con piu lungo parlare di quello forse, che saria stato di mestiere, accioche ciascuno sappi ancor meglio per questo la verità della cosa, & piu integralmente; non havendo in questo voluto imitare i grandi Oratori, che sol accennano il fatto delle historie, & le filosofie; per non essere, ne parere retorico, ne facendo dicitore, contentandomi di vestire il libro non con tanti colori come essi havrebbero fatto, ma in tal modo solo ornandolo, che anch’esso possi esser visto senza fastidio alcuno. Essendo certo che se così secco, & nudo com’altri havrebbero voluto, lo davo fuori & non ingrassatolo con le suddette cose, & ampliato con digressioni, & discorsi, niente da molt’altri moderni sarebbe differito, & per aventura sarebbe ancora dispiaciuto, ne io havrei fatto quello, che l’intento mio è di fare, che è oltra il far profitto alli Lettori e dilettarli, inalzar il suggetto & l’arte d’un vero cavallarizzo, & il cavallarizzo insieme piu che si puote. Et finalmente, secondo il costume peripatetico, per il vero ho detto contra à questi, & à quelli fuor d’asto, & invidia, e malivolenza però imitando Aristotile, che per la verità non perdonò ne anco à Platone suo maestro.

Hor venendo al rimanente. Già credo che l’intento io in questo libro vi sia manifesto per quello che pur mò vi s’è detto, & per l’ordine, & procedere, ch’io ho fatto in esso fin all’ultimo. Perche havend’io essaltato, & con tanti lode inalzato la natura del cavallo, & descritto l’utile piacere, & honore che ci reca, & la necessità che d’esso habbiamo, che altro ho dimostrato [p. 58v modifica]se non, che il Signor, & cavalliero, il cui honoratissimo nome dal cavallo gli aviene, se ne deve inamorare? & farne quella gran stima, che meritamente così degno, & eccellente animale merita? Et che per ciò il cavallarizzo versa non com’altri pensa circa soggetto ignobile, ma nobilissimo? Il fin del qual ne anco qui si ferma, ma più oltra passando, va fin dove intenderete poi copiosamente nel terzo libro. Ma accioche il maggior credito fosse ancora havuto, & che à ciascuno fosse più grato il cavallo, & il trattato insieme, ho dipoi ragionato più particolarmente della cognitione sua per i paesi per i peli & colori, e dove & come si generano, & escino fuori, delle balzane & segni loro; de gl’occhi del cervello, e della bellezza loro. Et perche da quei cavallieri che tengano razza si sapesse ancora meglio come habbino ad essere i stalloni, & le cavalle, che hanno à fare heredi generosi & belli & che nessuno in questo si potesse ingannare, ho descritto le forme loro; & molt’altre cose alle razze pertinenti; & ancora di molte curiosità utili però à sapersi, & dilettevoli. Ho scritto del governo, de’ pascoli, delle stalle, e di quelle cose che convengano à poledri alla campagna, & nella stalla; così anco quelle che à gl’altri cavalli s’apartengano; & come s’habbino à conoscere i poledri buoni da i rei, & come habbino ad essere scapezzati prima che vadino alla farraina; & della farraina ancora. Della sanguigna, del numero delle vene, & ossa, & del ferrar ogni cavallo,del scaglionare, e del metterlo in ordine per cavalcare. Et finalmente dissi alcune cose, che all’officio del mastro di stalla, de’ cavalcatori, & garzoni s’appartengano. Et anco che paia forse ch’io mi sia in molte cose abbassato assai più di quello che per aventura si richiedeva tutta via non me s’è disdetto; da che la speranza mia è che se non in questa vita frale, nell’altra piena di gioia e d’immortalità sarò inalzato; s’egli è vero, com’è verissimo, che chi si humilia sarà essaltato. Rendo adunque gratie immortali, & infinite à Dio facitor del tutto; dal dono & favore del quale è venuto ciò che di buono ho scritto. Ad egli ancora sia sol l’honore & la gloria.

IL FINE DEL PRIMO LIBRO.