Il continente misterioso/3. I cani selvaggi

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3. I cani selvaggi

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3.

I CANI SELVAGGI


Nei giorni seguenti la piccola carovana continuò a marciare verso il settentrione inoltrandosi nelle regioni deserte dell'interno. Dopo d'aver attraversato successivamente quel tratto paludoso che si estende fra il fiume Warriner e il Douglas, di aver superati il Davemport, l'Humbon e il Neale, importante corso d'acqua quest'ultimo, che gittasi, come gli altri, nei lago Eire, di aver avvistati i picchi isolati Datton e Harwey e di aver superata la catena dei monti Hanson, si erano arrestati sulle sponde dello Stevenson, altro fiume che ha un corso ragguardevole, che nasce sui fianchi dei monti Smith e che va a scaricarsi nel suddetto lago dopo d'aver ricevuto parecchi affluenti, fra i quali l'Albenga, l'Hamilton e il Blood.

Uomini e animali, erano affranti e sentivano il bisogno di qualche giorno di riposo dopo quella lunga marcia che toccava le cento miglia e fatta sempre sotto un sole che diventava di giorno in giorno più ardente, avanzandosi la stagione, e discostandosi la piccola carovana dalle coste che sono rinfrescate dai venti del sud.

Durante quella traversata non avevano incontrato un volto umano, fosse bianco, nero o cupreo, e rarissimi capi di selvaggina, ma il posto dove si erano fermati prometteva di procurare a loro, se non l'incontro di uomini, almeno di qualche pezzo di carne fresca essendosi scorte, presso le rive del fiume, numerose tracce di kanguri e di emù, ossia di struzzi australiani.

— Animo, miei bravi amici — disse il dottore, rivolgendosi verso i due marinai che sbadigliavano come due orsi, dopo una dormita di parecchie ore e una notte tranquilla. — Vi concedo un giorno intero per cacciare a vostro piacimento lungo le rive di questo fiume e nei boschi circostanti.

— Faremo un massacro e torneremo al dray carichi come muli — disse il mastro gettandosi ad armacollo il suo snider e stringendosi ai fianchi la cartucciera.

— Badate di non allontanarvi troppo, trovandoci noi in paese selvaggio, e soprattutto di non esporvi al sole, che quel birbone di Barimai comincia a far girare col suo mostruoso dito. Potreste guadagnarvi una pericolosa insolazione.

— Chi è questo signor Barimai?

— Il buon genio degli australiani, creatore della terra, dei boschi, dei pesci e degli uomini, un negro enorme coi capelli bianchi e gli occhi di fuoco, che compì i suoi miracoli dall'alto delle Warra-gang o Alpi australiane.

— È il dio dei compatrioti del nostro Coco?

— Sì, Diego.

— Ed è lui che fa girare il sole?

— Sì, ma pare che sia una cosa molto facile per Barimai, poiché adopera un solo dito.

— Ah! Ah! — esclamò il mastro ridendo a crepapelle. — Credono a tutto ciò questi selvaggi?

— Con tutta serietà.

— E hanno anche loro un diavolo?

— Se non è precisamente il diavolo, hanno un genio cattivo che si chiama Tulugal, il quale risiede nel fondo del wiami, una specie d'inferno. Lo chiamano anche il Patayan e annunzia il suo approssimarsi con un lungo fischio.

— Se lo incontreremo lo prenderemo pel naso e lo porteremo a Coco onde lo tenga prigioniero.

— Sì, burlone.

— Andiamo, Cardozo. A colazione voglio regalarmi un bel quarto di kanguro o una testa di struzzo.

I due allegri marinai lasciarono il dottore che stava facendo una serie di osservazioni astronomiche coll'ottante e si diressero verso l'ovest rimontando le rive dello Stevenson o meglio del Treur, poiché nel suo corso inferiore prende appunto tale nome.

La vegetazione era fitta lungo le sponde di quel corso d'acqua. Qua e là si vedevano gruppi di casuarine, belli alberi dal legno duro quasi quanto quello dell'albero del ferro del Brasile, macchie di xanthorrea, piante che danno una gomma così tenace da superare il miglior mastice e che gli indigeni adoperano per attaccare le loro asce di pietra o le punte dei loro giavellotti, splendide diacridie dai fiori quasi microscopici, banani selvaggi e cedrule australi. Gran numero di uccelli garrivano o chiacchieravano in mezzo ai rami; pappagalluzzi dalle penne variopinte, fagiani che imitavano il canto di tutti gli uccelli, le grida degli animali e perfino la voce degli uomini; rigeli dalle penne giallo-dorate con striature nere del più grande effetto e bande di kakatue, splendidi ma barocchi uccelli, dalle penne cremisine e con un ciuffo sul capo o bianche come la neve o rosa-pallide.

Diego e Cardozo, che procedevano con precauzione per non mettere in fuga la selvaggina che poteva nascondersi sotto quegli alberi, aprivano per bene gli occhi e tendevano gli orecchi, ma nulla udivano e nulla vedevano.

— Ehi, marinaio — disse Cardozo. — Temo che il nostro massacro si riduca a ben poca cosa. Non vedo né un kanguro né alcun altro animale degno d'un colpo di fucile.

— È vero, figliuol mio — rispose il mastro. — Non ci sono che uccelli in questo paese, ma, se non troviamo della selvaggina col pelo, ci rifaremo con quella piumata.

— Magra cosa, marinaio.

— Trovassi almeno un coccodrillo!

— Non ce ne sono.

— Un tapiro.

— Nemmeno.

— Paese birbone! Manca tutto qui e...

— Che cosa?

— Pst!... Corpo d'un treponti sventrato! — Cosa vedi?

— Qualche cosa di gigantesco che si muove laggiù, dietro a quella macchia.

— Qualche cosa di gigantesco? Ma se non ci sono animali grandi in questo paese.

— Per mille fulmini! Vuoi che sia diventato cieco? Ti dico che vi è laggiù un "coso" grosso grosso.

— Hai veduto male e...

S'interruppe bruscamente accovacciandosi dietro ad un cespuglio, colla più alta sorpresa scolpita sul viso.

— Che sia diventato cieco anch'io? — mormorò.

Un uccello gigantesco, alto quasi due metri, colle piume bianche e nere, un collo smisurato e due robuste e lunghe zampe, frugava e rifrugava la terra col suo becco cercando avidamente gli insetti e inghiottendo fra un boccone e l'altro perfino dei ciottoli. Pareva che non si fosse accorto della presenza dei due cacciatori che si trovavano sottovento, perché non pareva affatto inquieto.

— Sono cieco io? — chiese Diego a Cardozo. — Guarda che uccellaccio!

— Uccellaccio! È uno struzzo, Diego!

— Uno struzzo! Sei pazzo, figliuol mio? Io so che gli struzzi si trovano solamente in Africa.

— Ed io ti ripeto che è uno struzzo veramente africano.

— In Australia!... Non siamo in Africa, Cardozo.

— Eppure non m'inganno, marinaio, e se il dottore fosse qui confermerebbe le mie parole.

— Ma come vuoi che sia venuto qui?

— Io ignoro per quale motivo uno struzzo si trovi in Australia, ma penso che vale un colpo di fucile.

— È quello che dicevo io — disse Diego. — Mira giusto e bada di non mancare il colpo poiché so che se fuggono non si lasciano raggiungere nemmeno dai cavalli.

— Non temere, marinaio; ho il polso sicuro e gli occhi buoni.

Puntò il fucile, mirò con profonda attenzione, premette lentamente il grilletto e fece fuoco.

Lo struzzo, colpito dall'infallibile palla del giovane cacciatore, aprì le ali come per sorreggersi; girò due o tre volte su se stesso come se fosse colto da un capogiro e stramazzò in mezzo ad un cespuglio.

I due marinai stavano per precipitarsi verso la preda, quando videro balzare fra le erbe e i cespugli sette od otto animali dal pelame rosso-pallido sparso di peli neri, il muso lungo e aguzzo, la coda folta e penzolante, gli orecchi brevi, il corpo più alto di quello dei lupi, ma somigliante però più a quello delle volpi. Emettendo delle urla melanconiche, si gettarono sullo struzzo che si dibatteva fra le strette dell'agonia e si misero a morderlo con furore facendo scricchiolare le ossa sotto le loro robuste mascelle.

— Toh! Dei cani! — esclamò il mastro. — Adagio, carini, che la preda è nostra.

— Sono dingos — disse Cardozo. — Addosso, marinaio, o non ci lasceranno che le penne.

Balzando attraverso alle macchie raggiunsero lo struzzo. I cani selvaggi, vedendo quei due intrusi, alzarono le teste mostrando i loro aguzzi denti e guardandoli con certi occhi maligni e obliqui che tradivano delle intenzioni non troppo pacifiche.

Due o tre calciate di fucile date con mano robusta, li persuasero a prendere il largo e ad abbandonare quella gigantesca preda che forse spiavano da parecchio tempo, aspettando il momento opportuno per assalirla.

— Quelle canaglie ci hanno guastato questo povero uccellaccio — disse il mastro. — Ma, bah! Ci resta tanta carne ancora da fare quattro pranzi e sei colazioni.

— Vedi se è un vero struzzo, marinaio? — disse Cardozo.

— Hai ragione, figliuol mio! Ma io sarei curioso di sapere come questo uccello gigante si trova in questo paese che non è il suo.

— S'incaricherà il dottore di spiegare questo mistero — disse Cardozo. — Ritorniamo al campo?

— Continuiamo la battuta, figliuol mio. Chissà che non troviamo qualche cosa di meglio. Un kanguro, per esempio, sarebbe il benvenuto e io ardo dal desiderio di incontrare uno di quegli strani animali.

— Ma vuoi caricarti di questo struzzo? Non andrai tanto lontano.

— Lo lasceremo qui.

— E i cani selvaggi te lo mangeranno.

— Non toccheranno nemmeno una piuma. Aiutami e vedrai!

Sciolse una funicella che portava attorno al corpo, la gettò su un robusto ramo e legò un capo ai piedi dello struzzo.

— Oh! Issa! — gridò prendendo l'altro capo.

Cardozo, che aveva compresa la manovra, s'affrettò ad aiutarlo e lo struzzo, malgrado il suo peso, venne alzato fino al ramo che era alto da terra quattro o cinque metri.

— Ecco il mio pollo al sicuro — disse il mastro, annodando solidamente la corda. — Sfido i cani a mangiarmelo.

— Avanti — disse Cardozo.

Ricaricarono le armi e si rimisero in cammino, senza curarsi dei lugubri ululati dei dingos che parevano molto malcontenti di aver perduto la preda. Proseguendo attraverso al bosco giunsero ben presto sull'orlo di una radura che pareva si estendesse lungamente verso l'est.

— Toh! — esclamò Cardozo, fermandosi bruscamente. — Cosa c'è laggiù?

— Una capanna.

— Ma che capanna! Mi pare un palco.

— Che i signori selvaggi vengano qui a dare delle rappresentazioni teatrali?

— Ai cani?

— Toh! Hai ragione! — esclamò il mastro stupito. — Andiamo un po' a vedere di che cosa si tratta. È il paese delle sorprese, questo.

In mezzo alla radura, s'innalzava una specie di palco, formato da quattro o cinque pali incrociati, i quali sostenevano una piattaforma. Osservando attentamente quella bizzarra costruzione, i due marinai vi scorsero sopra una massa informe che era coperta da un cumulo di pelli di opossum e di cortecce d'albero di gomma.

Sotto di essa urlavano lugubremente dieci o dodici cani selvaggi, sopra volteggiavano parecchi milvus, piccoli falchi dalle penne rossastre con screziature nere e alcuni haliaestur, altri falchi, ma più grandi dei primi, i quali di quando in quando si precipitavano su quella massa informe tentando di strappare le pelli e le cortecce.

— Più guardo meno comprendo — disse il mastro. — Che si nasconda lassù qualche animale di nuova specie?

— O una carogna — disse Cardozo, che da qualche momento fiutava l'aria.

— Una carogna?...

— Non senti questo odore, marinaio?

— Carramba! Hai ragione, figliuol mio. Che sia il magazzino di qualche tribù di selvaggi? Mi hanno detto che sono amanti della carne corrotta.

— Andiamo a vedere.

— Ma quei cani?

— Li metteremo in fuga.

Attraversarono lo spazio che li separava da quella costruzione e con due colpi di fucile costrinsero i dingos ad allontanarsi, ma senza però che questi mostrassero i loro robusti denti ed emettessero urla minacciose. Un puzzo orrendo di carne putrefatta appestava l'aria; pareva che su quel palco marcisse qualche cosa.

I due marinai, curiosi di sapere cosa nascondevano quelle pelli, si sbarazzarono dei fucili per essere più liberi e aggrappatisi ai pali in quattro tempi si issarono su quella piattaforma composta di rami intrecciati e di liane. Alla loro comparsa i falchi fuggirono mandando acute strida. Malgrado l'odore insopportabile che esalava quell'involto di pelli e di scorze, vi frugarono dentro e misero allo scoperto un cadavere semiputrefatto, completamente nudo, dalla pelle nera, ma coperta qua e là da pitture bianche e gialle.

— Corpo d'una balena! — esclamò il mastro. — È la carogna d'un selvaggio! Strano costume che hanno questi australiani di esporre ai falchi ed ai cani i loro cadaveri.

— In ritirata, marinaio — disse Cardozo. — Quest'odore nauseante mi prende alla gola e mi soffoca.

— Non domando di meglio, figliuol mio. Al diavolo i selvaggi e le loro tombe!

Stavano per ritirarsi, quando dal basso s'alzarono urla diaboliche.

— Cosa c'è di nuovo? — chiese il mastro arrestandosi.

— Ventre di foca! — esclamò Cardozo. — Siamo presi!

— Presi? Da chi?

— Dai dingos!

— Come, quei cani oserebbero...

— Non osano, ma aspettano di vedere i nostri polpacci per intaccarli coi loro denti.

— Con quattro potenti calci...

— Ti farai divorare più presto, marinaio. Sono almeno cinquanta.

— Cinquanta cani!

— Guarda!

Il mastro si curvò sull'orlo della piattaforma, guardò e fece un gesto di rabbia. Mentre erano occupati a manomettere la tomba, una cinquantina di cani si erano radunati silenziosamente sotto quella bizzarra costruzione, e non aspettavano che la loro discesa per assalirli.

— Tuoni e fulmini! — esclamò Diego. — Eccoci in un bell'impiccio.

— E i fucili sono a terra — aggiunse Cardozo.

— Ed io che ho sempre ritenuto questi animali come inoffensivi.

— Lo sono infatti se sono pochi, ma quando si radunano in grandi bande diventano audaci e allora assalgono perfino i pastori e i loro armenti. Io so che una truppa di questi diabolici cani in tre soli mesi divorò ad un solo pastore milleduecento capi di bestiame.

— Lascia ora andare il pastore e pensiamo a uscire da questa pericolosa e incomoda posizione. Se provassi a discendere? Ho il mio coltello e se posso giungere fino ai fucili, quelle canaglie la pagheranno cara.

— Non ti consiglio a provarti. Hanno i denti robusti e sono dotati di una forza superiore a quella dei lupi.

— E vuoi rimanere qui, con questa carogna che ci appesta? Lasciami provare.

Il mastro si levò dalla cintola il suo coltello da marinaio, se lo mise fra i denti, s'aggrappò all'orlo della piattaforma e allungò le gambe verso uno dei pali di sostegno.

I dingos si misero a urlare furiosamente e balzarono contro il palo tentando di afferrare le gambe del mastro, il quale, vedendo che stava per compromettere i propri polpacci, si issò rapidamente sulla piattaforma.

— Sono idrofobi! — esclamò.

— Hanno fame, marinaio — disse Cardozo che rideva a crepapelle.

— Ah! Hanno fame! Ebbene, che mangino il morto intanto.

Il mastro, turandosi con una mano il naso per resistere al puzzo orrendo, coll'altra spinse il morto e lo precipitò in mezzo alla muta urlante.