Il giornalino di Gian Burrasca/17 gennaio

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16 gennaio 18 gennaio


17 gennaio.

Ieri mattina me n’è successa una bella.

Nel ritornare a casa, dopo aver comprato la cartella per il Maralli e i due razzi, passai dallo studio, e vedendo nella stanza d’aspetto che Ambrogio non c’era e che aveva lasciato sotto il tavolino lo scaldino spento, mi venne l’idea di fargli una sorpresa e gli ci misi dentro i due razzi, nascosti ben bene sotto la cenere.

Veramente, se avessi potuto immaginare le conseguenze, questo scherzo non lo avrei fatto; ma come si fa, santo Dio, a immaginarsi le conseguenze che hanno il torto di venir sempre dopo, quando nelle cose non c’è più rimedio?

Però da qui in avanti voglio pensarci ben bene prima di fare una burla in modo che non mi succeda più di sentirmi dire, come per questo fatto, che io fo gli scherzi di cattivo genere.

È stata proprio una faccenda seria, ma per me che sapevo che non c’era pericolo è stata una cosa da morire dal ridere.

Io avevo visto Ambrogio andare in cucina ad assettare lo scaldino, come fa tutte le mattine, e naturalmente stavo in vedetta. A un certo punto si è sentito un gran tonfo ed un urlo, e allora mio cognato e due clienti che erano nello studio si son precipitati nella stanza d’aspetto e son corse pure Virginia e la donna di servizio per vedere quel che era successo. Ma ecco che, quando tutti erano lì riuniti, scoppia nello scaldino un tonfo più grosso di prima, e allora via tutti come pazzi a scappar di qua e di là, lasciando quel povero Ambrogio solo, incastrato fra il tavolino e la seggiola e che non aveva la forza di moversi e balbettava:

- Che sarà mai? Che sarà mai? -

Io ho cercato di fargli coraggio, dicendogli:

- Non è niente di pericoloso... Anzi! Io credo che sieno certi razzi che avevo messo lì per fare un po’ di festa... -

Ma il povero Ambrogio non capiva più niente e non mi sentiva neppure; però mi ha sentito il Maralli, che dopo essere scappato via con gli altri ora ritornava piano piano e faceva capolino alla porta.

- Ah! - ha gridato mostrandomi il pugno - sei stato tu, ancora coi tuoi fuochi d’artifizio? Ma dunque hai giurato proprio di farmi rovinar la casa in capo? -

Io allora ho cercato di rinfrancare anche lui dicendogli:

- Ma no, via; t’assicuro che non è rovinato altro che uno scaldino... Non è niente, vedi? È stata più la paura che il danno... -

Non l’avessi mai detto! Mio cognato è diventato rosso dalla rabbia, e ha incominciato a gridare:

- Che paura e non paura, brutto imbecille che non sei altro! Io non ho paura di nulla, per tua regola... ma ho paura a tenerti in casa mia, perché sei un flagello, e vedo che, prima o poi, finiresti col farmi la pelle... -

Io allora mi son messo a piangere e sono scappato in camera mia, dove poco dopo è venuta mia sorella che mi ha fatto una predica d’un’ora, ma poi ha finito col perdonarmi e col persuadere il Maralli a non riportarmi a casa mia per esser mandato in collegio.

E io, per dimostrargli la mia gratitudine, stamani prima che egli andasse nello studio, gli ho messo sulla scrivania la cartella nuova che gli comprai, e ho buttato quella vecchia nel caminetto.

Speriamo che anche lui mi sia grato della mia gratitudine...

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Oggi ho pensato tutto il giorno a correggermi del difetto di fare gli scherzi di cattivo genere, e perciò mi è venuto in mente di farne uno che non può aver nessuna seria conseguenza né recar danno a nessuno.

Mentre ero dal signor Venanzio, che tra parentesi si è divertito un mondo al racconto del fatto d’ieri, ho colto il momento in cui aveva posato le lenti sul tavolino e gliele ho prese. Poi sono andato nella stanza d’aspetto, e quando Ambrogio è andato nello studio a parlare col Maralli, lasciando le sue lenti sul tavolino, ho preso anche le sue e son corso in camera mia.

Lì ho rotto una delle due punte di un pennino facendone un piccolo cacciavite; e con questo, svitando i perni delle lenti ho messo quelle d’Ambrogio nei cerchietti d’oro del signor Venanzio e le lenti del signor Venanzio nei cerchietti d’acciaio di Ambrogio, riserrando poi i pernetti con le viti com’eran prima.

L’operazione è stata fatta così alla lesta, che ho potuto rimettere le due paia di lenti al loro posto senza che né Ambrogio né il signor Venanzio si fossero accorti della loro mancanza.

Non mi par vero dì vedere come anderà, a finire questo scherzo che non potrà essere certo giudicato uno scherzo di cattivo genere.