Il giornalino di Gian Burrasca/3 gennaio

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3 gennaio

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3 gennaio.


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Ieri ne ho fatta una grossa, ma però ci sono stato spinto; e se si andasse in tribunale, credo che i giudici mi darebbero le circostanze attenuanti, perché era un pezzo che il signor marchese mi provocava senza nessuna ragione.

Questo signor marchese è un vecchio ganimede tutto ritinto che viene dal professor Perussi, dove anche lui fa una cura elettrica ma tutta diversa dalla mia perché lui fa i bagni di luce, mentre io fo il massaggio... o per dir meglio lo facevo perché dopo questo fatto non lo fo più.

Pare che a questo tale il professor Perussi avesse raccontato il fatto dell’automobile che fu causa che io mi ruppi il braccio, perché ogni volta che ci incontravamo su nel gabinetto di consultazione mi diceva:

- Ehi, giovanotto! Quando andiamo a fare una corsa in automobile!

E questo me lo diceva con un risolino così maligno, che non so come abbia fatto a non rispondergli male.

Io domando chi gli dava il diritto, a questo corvo spelacchiato che non so nemmeno come si chiama, di mettere in ridicolo la mia disgrazia, e se io non avevo tutte le ragioni d’averlo preso in uggia e di accarezzare l’idea di fargli qualche tiro che gli servisse di lezione...

E il tiro gliel’ho fatto ieri ed è riuscito anche peggio di come l’avevo architettato io.

Bisogna sapere prima di tutto che il bagno di luce che fa il signor marchese consiste in una specie di cassa piuttosto grande, dentro la quale il malato si mette a sedere su un apposito sedile, e ci riman chiuso dentro con tutta la persona, meno la testa, che sporge fuori da un’apertura rotonda nella parete superiore. Dentro questa cassa vi sono moltissime lampade rosse di luce elettrica che rimane accesa e nella quale dicono che il malato fa il bagno, mentre invece non si bagna per niente e resta asciutto come quando ci è entrato, se non di più.

Io, dunque, avevo visto un paio di volte il signor marchese entrare in codesto cassettone, che è in una stanza molto distante da quella dove io mi facevo il massaggio, e rimanervi un’ora, trascorsa la quale l’inserviente andava ad aprir la cassa e a levarlo di dentro.

E lì in quella stanza ieri si è svolta la mia feroce ma giusta vendetta.

Avevo portato con me una cipolla che avevo trovato in cucina a casa di mia sorella. E dopo fatto il massaggio, invece d’andar via, sgattaiolai nella stanza del bagno di luce dove si era recato poco prima il signor marchese.

Egli era là, infatti, ed era così buffa quella sua testa tutta ritinta sporgente fuori da quel cassone, che non potei fare a meno di ridere.

Egli mi guardò meravigliato, e poi, col suo solito risolino canzonatorio, mi disse:

- Che venite a far qui? Perché non andate a fare una passeggiata in automobile, oggi che è una bella giornata?

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Io non ne potevo più dalla rabbia. Tirai fuori la cipolla e gliela stropicciai forte forte sotto il naso e tutt’ intorno alla bocca; ed era buffo il sentirlo agitar gambe e braccia dentro il cassone dov’era chiuso, senza poter difendersi in nessuna maniera, e vederlo fare con la faccia le più ridicole smorfie, cercando di gridare, ma inutilmente, perché l’odore acutissimo della cipolla quasi lo soffocava...

- Ed ora, - gli dissi - se permette, vado a far una giratina in automobile!

E me ne venni via, richiudendo la porta della stanza.

Stamani ho saputo che, passata l’ora del bagno, gli inservienti andarono per levarlo dal cassone, e vedendolo col viso rosso e tutto in lacrime, chiamarono d’urgenza il professor Perussi che esclamò subito:

- Questa è una crisi nervosa... Presto, fategli una doccia...

E il signor marchese fu inaffiato ben bene, malgrado le sue proteste e le sue grida, le quali non facevano che confermar sempre più il professore nella sua opinione che si trattasse di una terribile sovraeccitazione nervosa.

Inutile dire che il professor Perussi si è affrettato a informare dell’accaduto il suo amico e mio cognato Collalto, pregandolo di non mandarmi più a far la cura elettrica; ed è anche inutile aggiungere che il Collalto me ne ha dette di tutti i colori, terminando con queste parole:

- Bravo davvero!... Gian Burrasca non poteva incominciar l’anno meglio di così... Ma in quanto a proseguirlo, caro mio, lo proseguirai a casa tua, perché io ne ho abbastanza!