Il giornalino di Gian Burrasca/8 gennaio

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8 gennaio

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6 gennaio 9 gennaio


8 gennaio.


Sono qui in camera mia e sto aspettando il babbo che deve venire a prendermi, perché purtroppo ieri il Collalto gli ha spedito la famosa lettera, e quel che è peggio con l’aggiunta delle ultime mie birbanterie.

Questo è il nome che egli dà alle disgrazie che possono capitare a un povero ragazzo perseguitato dal proprio destino che pare si diverta a ricacciarlo nell’abisso proprio nel momento in cui tenta di sollevarsi alla stima dei propri genitori e parenti.

E le disgrazie, si sa, non vengono mai sole; motivo percui ieri me ne son successe diverse collegate insieme in modo che, se i grandi non fossero sempre propensi a esagerare l’importanza dei nostri errori, si dovrebbero considerare logicamente come una disgrazia sola.

Ed ecco per filo e per segno come andò la faccenda.

Ieri mattina, mentre la sora Matilde era fuori di casa, andai nel suo salottino da lavoro dove avevo visto entrare Mascherino, il grosso gatto bianco e nero prediletto di mia cognata.

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Sul tavolino da lavoro stava la gabbia col canarino, un’altra creatura che gode la protezione della sora Matilde la quale, come dicono tutti, vuol molto bene alle bestie mentre non può soffrire i ragazzi, cosa, questa, assai ingiusta e che non si spiega.

E poi non ho mai capito che razza di bene sia quello di tenere, per esempio, un povero uccellino rinchiuso in una gabbia, invece di lasciarlo volare libero per l’aria come è la sua abitudine.

Povero canarino! Mi pareva che mi guardasse e cinguettando dolcemente mi dicesse come nel libro di lettura che avevo in seconda elementare:

«Fammi gustare, anche per poco, la libertà che da tanto tempo m’è negata!».

La porta e la finestra del salottino erano chiuse: non c’era pericolo perciò che il canarino potesse scappare... Io gli aprii la gabbietta, ed esso si affacciò girando il capino qua e là, tutto sorpreso di trovar l’usciolino aperto. Poi finalmente si decise e uscì dalla prigione.

Io m’ero messo a sedere su una sedia, col gatto sulle ginocchia e stavo osservando con grande attenzione tutte le mosse del canarino.

Fosse l’emozione o altro, per prima cosa la povera bestiola sporcò un bel ricamo di seta che era sul tavolino; ma siccome non era ancora finito, pensai che fosse poco male, ché la sora Matilde avrebbe potuto rifarlo facilmente.

Ma il gatto, forse dando alla cosa una maggiore importanza, volle punire crudelmente l’infelice canarino; il fatto è che mi saltò via a un tratto dalle ginocchia, balzò su una sedia che era tra mezzo rovesciandola, e di lì sul tavolino, abbrancò il povero uccellino e lo divorò in un boccone prima ancora che io potessi pensare a impedire una simile tragedia.

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Però a mia volta volli punire esemplarmente la crudeltà dì Mascherino perché in avvenire in simile occasione non avesse a ricadere nello stesso difetto.

Accanto al salottino da lavoro della sora Matilde c’è la sua stanzetta da bagno; io dunque vi entrai, e, salito su una sedia, aprii la cannella dell’acqua fredda; poi afferrai il gatto per il collo e lo tenni un pezzo con la testa sotto la doccia mentre esso si divincolava come se avesse le convulsioni.

A un certo punto dètte un tale scossone che non lo potei più reggere, e Mascherino, gnaolando in modo che pareva ruggisse, si slanciò nel salottino, facendo salti terribili attorno alla stanza e rompendo un vaso di vetro di Venezia che era lì sulla consolle.

Io intanto cercavo di richiudere la cannella dell’acqua, ma per quanti sforzi facessi non vi riuscivo. La tinozza era già piena e l’acqua incominciava a traboccare... Peccato! Mi dispiaceva molto per l’impiantito della stanza da bagno, tutto lucido che era una bellezza; ma fortunatamente l’acqua che già vi scorreva come un fiume trovò uno sfogo nel salottino da lavoro dove anche io mi ritirai per non bagnarmi troppo le scarpe.

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Ma ci rimasi poco, perché vidi sulla consolle Mascherino, accovacciato che mi guardava fisso con certi occhi gialli spaventosi, come se da un momento all’altro mi avesse voluto mangiare come aveva fatto col povero canarino. Ebbi paura e uscii chiudendo la porta.

Passando dalla stanza degli armadi, vidi dalla finestra una bambina bionda, che stava facendo i balocchi sulla terrazza del piano di sotto, e siccome la finestra era molto bassa mi venne il pensiero gentile di fare una visita a quella bella bambina e mi calai di sotto.

- Oh! - esclamò la bambina. - Chi sei? Non sapevo che la signora Collalto avesse un bambino...

Io allora le dissi chi ero e le raccontai la mia storia che pare la divertisse immensamente. Poi mi fece passare in una stanzetta vicino alla terrazza dove aveva le sue bambole e me le fece vedere tutte, spiegandomi in quali circostanze le aveva avute, chi gliele aveva date e via dicendo.

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A un tratto però incominciò a venir giù dell’acqua dal soffitto e la bambina chiamò la sua mamma dicendo:

- Mamma, mamma! Piove in casa!...

La mamma accorse e rimase molto sorpresa di trovarmi con la sua bambina, ma io le spiegai la cosa ed ella, che doveva essere una signora molto ragionevole, sorrise dicendo:

- Ah! si è calato nella terrazza? Ecco un ragazzo che incomincia presto ad avere delle avventure galanti!

Io le risposi molto gentilmente; e poi, siccome ella si mostrava assai impensierita per l’acqua che veniva giù sempre più abbondante dal soffitto, le dissi:

- Non tema niente, signora; non piove in casa... Io credo che quest’acqua venga invece dalla stanza da bagno di mio cognato, dove ho lasciato il rubinetto aperto...

- Ah, ma allora bisogna avvertire di sopra... Presto, Rosa, accompagnate questo signorino dalle signore Collalto e avvertitele che hanno la stanza da bagno allagata.

Rosa, che era la cameriera, mi accompagnò infatti di sopra e venne ad aprire il servitore di mio cognato; ma fu inutile avvertire, perché proprio in quel momento era tornata in casa la sora Matilde e s’era accorta di tutto.

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Il servitore del Collalto, si chiama Pietro e ha un fare così serio e una voce così grave che fin dalle prime volte mi ha dato sempre una grande soggezione.

- Guardi! - mi disse con un tono solenne che mi fece fremere dal capo al piedi. - Cinque cose aveva la signorina Matilde alle quali teneva molto e che erano, si può dire, le cose che avesse più care al mondo: il suo canarino che aveva allevato lei, il suo bel gatto bianco e nero che aveva trovato e raccolto per la strada lei stessa quando era piccino, il vaso di vetro di Venezia che era il ricordo di una sua amica d’infanzia che è morta l’anno passato, il ricamo di seta al quale lavorava da sei anni e che voleva regalare all’altar maggiore della chiesa dei Cappuccini, e il tappeto del suo salottino da lavoro, un tappeto vero persiano che le aveva portato un suo zio da un viaggio che fece... Ora il canarino è morto, il gatto è in agonia e dà di stomaco tutta roba gialla, il vaso di vetro di Venezia è in mille bricioli, il ricamo di seta è rovinato e il tappeto vero di Persia è tutto scolorito dall’acqua che ha allagato il salottino...

Tutte queste cose le disse lentamente, con aria dignitosa e mesta a un tempo, come se raccontasse una storia misteriosa di paesi e di tempi lontani.

Mi sentivo così avvilito, che balbettai:

- Che devo fare?

- Io - soggiunse Pietro - se avessi la disgrazia di essere ne’ suoi piedi... li adoprerei per ritornare a Firenze di corsa.

E disse questa freddura con una voce funebre che mi fece rabbrividire.

Eppure, in fin dei conti, il suo consiglio mi parve il solo che mi offrisse una via di salvezza nella critica situazione in cui mi trovavo.

Avrei voluto andarmene subito, sicuro com’ero di non incontrar nessuno de’ miei parenti; ma potevo partire lasciando in mani nemiche queste pagine alle quali confido tutta l’anima mia? Potevo abbandonarti, giornalino mio caro, unico conforto in tante vicissitudini della mia vita?

No, mille volte no!

Zitto, zitto, in punta di piedi, salii nella mia cameretta, mi misi, il cappello, presi la mia borsa e ritornai giù, pronto a lasciar la casa di mia sorella per sempre.

Ma non feci a tempo.

Proprio nel momento in cui ero per varcare la soglia di casa, Luisa mi agguantò per le spalle esclamando:

- Dove vai?

- A casa - risposi.

- A casa? A quale casa?

- A casa mia, dal babbo, dalla mamma e dall’Ada...

- E come fai a prendere il treno?

- Non prendo treno: vo a piedi.

- Disgraziato! A casa anderai domani. Collalto ha spedito al babbo, in questo momento, la lettera alla quale non ha aggiunto che queste parole: «Stamani Gian Burrasca in meno di un quarto d’ora ha fatto tante birbanterie che ci vorrebbe un volume a descriverle. Venga a prenderlo domattina, e gliele dirò a voce».

Mi sentivo accasciato sotto il peso delle mie sventure e non replicai.

Mia sorella mi spinse in camera sua e, vedendomi in quello stato, cedette e un sentimento di pietà, e passandomi una mano sul capo esclamò:

- Ma Giannino, Giannino mio! Come hai fatto a far tanti danni in pochi minuti che sei rimasto solo?

- Tanti danni? - risposi singhiozzando. - Io non ho fatto niente... È il mio destino infame che mi perseguita sempre, perché son nato disgraziato...

In quel momento entrò il Collalto che, avendo udite le mie ultime parole, esclamò a denti stretti:

- Disgraziato? Disgraziati son quelli che devono tenerti in casa... ma per me, questa volta puoi star sicuro, è una disgrazia che finisce domani!

L’accento ironico di mio cognato mi fece tanto rabbia in quel momento, che le lacrime mi si seccarono a un tratto negli occhi, e scattai:

- Sì, disgraziato! Qualche volta, è vero, m’è successo di far del male che poi è riuscito in bene per gli altri, come il fatto di quel marchese che faceva i bagni di luce dal professor Perussi il quale guadagna ora dei bei quattrini con la cura della cipolla che ho inventata io...

- Ma chi te l’ha detto?...

- Lo so e basta. E come quell’altro fatto della marchesa Sterzi alla quale ho fatto credere che tu mi abbia guarito dalla voce nasale...

- Zitto!

- No, non voglio stare zitto! E siccome quel fatto ti fece dimolto comodo, così tu non mandasti la lettera a casa mia, per non dare un dispiacere ai miei genitori! Succede sempre così: quando il male che può fare un ragazzo vi torna utile, voialtri grandi siete pieni di indulgenza; mentre poi se facciamo magari qualcosa a fin di bene e che ci riesce male, come è successo a me stamani, allora ci date tutti addosso senza remissione!..

- Come! Ardiresti di sostenere che quel che hai fatto stamani era a fin di bene?

- Sicuro! Io volevo far godere un poco di libertà a quel povero canarino che s’era annoiato a star sempre rinchiuso in quella gabbia; è forse colpa mia se il canarino appena fuori ha sporcato il ricamo di seta della sera Matilde? Allora il gatto l’ha voluto castigare e gli è saltato addosso; è colpa mia se Mascherino è troppo severo e si è mangiato il canarino? Per questo fatto si meritava una lavata di testa e io l’ho messo sotto la cannella del bagno... È colpa mia se l’acqua gli ha fatto male allo stomaco? È colpa mia se ha rotto il vaso di vetro di Venezia? È colpa mia se, non riuscendomi di chiudere la cannella del bagno, l’acqua ha allagato il salotto e ha fatto scolorire il tappeto di Persia della sora Matilde? E poi io ho sempre sentito dire che i tappeti veri di Persia non sbiadiscono... Se è sbiadito vuol dire elle non era persiano...

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- Come non era persiano! - urlò in quel momento la sora Matilde entrando in camera di mia sorella come una bomba. - Anche le calunnie! E che calunnie! Si osa calunniare la buon’anima di mio zio Prospero che era un galantuomo, incapace di regalarmi un tappeto persiano falso!... Ah! Quale profanazione, mio Dio!... -

E la sora Matilde appoggiò un gomito sul cassettone alzando gli occhi al cielo e prendendo una posa malinconica che mi è rimasta così impressa da poterla riprodurre come un ritratto con la fotografia, e che lì per lì mi fece proprio ridere.

- Andiamo, via! - esclamò mia sorella. - Non bisogna poi esagerare: Giannino non voleva certo mancar di rispetto a tuo zio...

- Non è forse mancar di rispetto a mio zio il dire che mi ingannava regalandomi dei tappeti coi colori falsi? Sarebbe come se dicessi a te che hai le gote tinte col rossetto!

- Eh no! - rispose piccata mia sorella. - Non è lo stesso caso perché il tappeto alla fin fine è scolorito, mentre io ho in faccia una tinta che non sbiadisce, e, grazie a Dio, non divento mai gialla...

- Dio, come prendi le cose sul serio! - esclamò la sora Matilde sempre più indispettita. - Io ho fatto un paragone, e non ho voluto dir niente affatto che tu ti tinga. Se mai lo dice qui il tuo signor fratello che mi ha raccontato che quando eri ragazza avevi il rossetto sulla toelette...

A queste parole mi sentii arrivare uno scapaccione che veniva certo da mia sorella, e corsi a chiudermi in camera mia, dalla quale sentii una gran lite che si accendeva tra le due donne che facevano a chi urlava di più, mentre ogni tanto la voce del Collalto cercava invano di calmarle esclamando:

- Ma no... Ma sì... Ma senti... Ma pensa...

E rimasi nella mia camera finché non venne Pietro a prendermi per andare a pranzo, durante il quale il Collalto e Luisa, tra i quali ero a sedere, mi tenevano a turno per la giacchetta come se io fossi stato un pallone senza frenare, e loro avessero avuto paura che volassi via da un momento all’altro.

La stessa scena si è ripetuta stamani per la colazione, dopo la quale Pietro mi ha riaccompagnato qui in camera dove sto aspettando l’arrivo del babbo il quale certamente considererà la cose dal lato peggiore, come fanno tutti!

Intanto Pietro mi ha detto che Luisa e la sora Matilde non si parlano più da ieri!... E anche di questo si dirà che la colpa è mia come se dipendesse da me il fatto di avere una sorella con la faccia troppo rossa e una cognata con la faccia troppo gialla!...