Il ladino nel sistema formativo/IIIa

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IIIa

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III IIIb

Il friulano nel sistema formativo del Friuli:

Situazione attuale e prospettive per il futuro

Federico Vicario

Università di Udine, Dipartimento di Lingue e letterature straniere

Affronto il tema che mi è stato assegnato, la situazione dell’insegnamento del friulano nella scuola dell’obbligo, con piacere, per il suo interesse, ma anche, devo dire, con una certa preoccupazione, data la sua ampiezza e la sua complessità; mi limiterò di necessità a considerazioni di carattere generale, rinviando ad altra occasione per approfondimenti su aspetti particolari della questione. Stimolante può essere in ogni caso, nel contesto del nostro convegno, una comparazione tra la situazione della regione friulana, in generale, con quella ladina dolomitica, una situazione che presenta elementi di affinità, senza dubbio, ma anche di diversità: tra questi secondi si può notare come i numeri del Friuli siano più alti, in assoluto, ma le normative di sostegno, i riconoscimenti e le politiche linguistiche, siano invece decisamente più deboli, come cercherò qui di motivare.

1. Le prime esperienze

La scuola è luogo privilegiato della trasmissione delle conoscenze e delle esperienze, dei valori civili e morali, luogo di incontro e di confronto delle identità e delle diversità. La scuola friulana, intesa come insieme di docenti e di istituzioni scolastiche, da molti anni ormai riconosce il valore della peculiarità linguistica e culturale del territorio ed è fortemente impegnata nello svolgimento di programmi educativi che mirano alla valorizzazione e allo sviluppo di questa peculiarità. Datano al 1948 di fatto, dopo i non facili anni del Ventennio e della guerra, i primi corsi di aggiornamento in lingua e cultura friulana rivolti agli insegnanti del nostro territorio, organizzati dalla Società Filologica Friulana. I corsi, diretti per molti anni da Giuseppe Marchetti, illustre studioso di storia e di tradizioni friulane, erano già al tempo riconosciuti dal Provveditorato agli Studi di Udine e si tenevano di norma nelle tre sedi di Udine, di Pordenone e di Tolmezzo. I corsi raccoglievano già allora l’adesione, di anno in anno, di decine e decine di insegnanti in servizio, soprattutto delle scuole primarie. Tali corsi prevedevano lo svolgimento di seminari e di laboratori relativi a materie quali la grammatica e la grafia della lingua friulana, le tradizioni popolari e la cultura materiale, l’ambiente e il territorio, la storia e la cultura locale.

I corsi di aggiornamento per insegnanti promossi dalla Società Filologica, riconosciuti ora dall’Ufficio scolastico regionale e ancora premiati da un considerevole numero di iscritti (circa 130 nel 2010), hanno portato alla produzione di alcuni fondamentali strumenti di descrizione e di divulgazione della lingua e della letteratura friulana, ma hanno costituito soprattutto momenti di riflessione e di maturazione, all’interno della comunità scolastica, di nuove sensibilità, oltre che di nuove competenze.1 Queste sensibilità e competenze si sono espresse anche nell’elaborazione di ottimi materiali per la didattica, a vari livelli, e hanno notevolmente contribuito, nel complesso, alla crescita e all’affermazione di una nuova e più compiuta coscienza linguistica nella popolazione friulana.

Importanti sono stati, per altro, gli stimoli di gruppi impegnati come Scuele libare furlane ‘Scuola libera friulana’, associazione attiva a partire dai primi anni Cinquanta, la pubblicazione di bollettini come Maestri friulani, già dalla fine degli anni Sessanta, il fiorire di progetti-pilota per l’utilizzo del friulano come lingua veicolare, in alcune scuole del Cividalese e del Friuli collinare, come anche di iniziative rivolte alla generalità della popolazione studentesca della regione. A questo proposito, si possono ricordare iniziative quali il Concors par un compit di furlan ‘Concorso per un compito di friulano’, che ha sempre raccolto la partecipazione di centinaia e centinaia di alunni delle primarie, la serie Cjantutis pai fruts ‘Canzoncine per i bambini’, con la pubblicazione di testi e musiche, o anche la più recente, ma ancora più fortunata, pubblicazione del Diari bilengâl Olmis ‘Diario bilingue Orme’; quest’ultimo in particolare, dedicato sempre ai bambini delle scuole primarie, è giunto ormai alla quattordicesima edizione con tirature sempre superiori alle 20.000 copie.2

Il ruolo chiave dell’istruzione e della formazione, in generale, per il buon esito di azioni di promozione e di valorizzazione della lingua friulana è apparsa fondamentale, quindi, già dagli anni Cinquanta. La necessità di salvare il friulano “con la testa”, quindi con lo studio, oltre che con il cuore, si è espressa in numerosi richiami di studiosi e di intellettuali all’impegno per una soluzione organica e strutturale del problema della formazione degli insegnanti, considerati a buon diritto attori fondamentali per la trasmissione non solo della lingua, ma anche dei valori della cultura e del patrimonio di tradizioni della comunità (cf. 1 Possiamo citare a titolo di esempio, tra i titoli più fortunati di questa serie, i Lineamenti di grammatica friulana dello stesso Marchetti (1952), uno strumento di descrizione della lingua ancora molto valido, nel suo complesso, come anche le belle raccolte antologiche La bielestele di Dino Virgili (1972), La stradegnove (1989) e Leterature pai fruts (2006), di autori vari.

2 Numerose sono state anche le iniziative mirate a promuovere le traduzioni dal e in friulano, ancora per le scuole, come il bel Concors di traduzion da lis lenghis classichis al furlan ‘Concorso di traduzione dalle lingue classiche al friulano’, promosso dall’Associazione “Gli Stelliniani” e dal Liceo classico di Udine, in collaborazione sempre con la Società Filologica, concorso che da una decina d’anni raccoglie la partecipazione di numerosi studenti dei licei classici e scientifici della regione – cf. le raccolte curate da Gabriele Ragogna (2004) e (2005).

Bibliografia). Così negli anni Sessanta le ripetute prese di posizione a favore dell’istituzione dell’Università del Friuli, ritenuta giustamente uno strumento fondamentale per il riscatto anche sociale, oltre che culturale, della popolazione friulana, si concentrano in particolare sull’istituzione della facoltà di Medicina e della facoltà di Magistero, questa seconda vista proprio come la facoltà più vicina al territorio, la facoltà della scuola.3 L’Università degli Studi di Udine, istituita con la legge statale n. 546 dell’otto agosto 1977 a seguito di una straordinaria mobilitazione popolare, recepisce questa istanza fortemente sentita nella popolazione ed è l’unica tra le università statali italiane a dover assolvere non soltanto alle funzioni di ricerca e di alta formazione, funzioni comuni a tutti gli atenei, ma a doversi porre “l’obiettivo di contribuire al progresso civile, sociale ed economico del Friuli e di divenire organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originari della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli” (art. 26 della legge).4

2. La normativa di tutela

Segnali di attenzione per le lingue locali da parte del Ministero per la Pubblica Istruzione – solo segnali, comunque, non atti concreti – si possono cogliere a partire dagli anni Settanta, con riferimenti al tema del pluralismo culturale, ma di un certo interesse, come opportunamente segnala Odorico Serena, è soprattutto una circolare ministeriale del 1994, la n. 73.5 Affrontando il problema dell’integrazione degli alunni stranieri e dell’educazione interculturale, il documento ministeriale rilevava che sarebbe stato strano, quanto meno, se la scuola italiana si fosse impegnata “a studiare, capire, considerare usi, costumi, storie, spiritualità assai remote dalla nostra, e non realtà straordinariamente più vicine, ricche di elementi di grande affinità, compartecipi da tempo di valori, interessi, riferimenti giuridico-istituzionali, memorie individuali e collettive comuni, come, appunto, la realtà delle minoranze linguistiche.” Tra le minoranze linguistiche, per altro, la circolare ministeriale cita espressamente il friulano. Stante la mancanza di una normativa statale di tutela, al tempo, il documento rimandava alle “disposizioni contenute negli statuti delle regioni a regime speciale e negli statuti e leggi di alcune regioni a statuto ordi-

3 Ricordo, a questo proposito, gli ordini del giorno di Francesco Placereani ‘pre Checo Placerean’ e di Luigi Ciceri al congresso della Società Filologica Friulana di Gemona del Friuli, nel settembre del 1965 – si veda l’ampio resoconto dello stesso Ciceri (1965). 4 Per sostenere l’istituzione dell’Università statale del Friuli, il Comitato per l’Università friulana di Tarcisio Petracco raccolse nei primi anni Settanta ben 125.000 firme; nello scorso 2010, del resto, l’Università ha ricordato il centesimo anno di nascita del suo Padre fondatore con una manifestazione commemorativa e una mostra fotografica, cf. Persic (2010), Vicario (2010a) e (2010b). 5 Cf. il contributo di Serena (1996).

nario”. Le raccomandazioni della circolare non trovano immediato riscontro, nella realtà friulana, ma la situazione cambia però, sostanzialmente, con l’approvazione della legge n. 15 del 22 marzo del 1996, il primo provvedimento che affronta, nel suo complesso, la questione della tutela e della promozione della lingua friulana. All’interno di tale normativa, che porta il titolo di Norme per la tutela e la promozione della lingua e della cultura friulane e istituzione del Servizio per le lingue regionali e minoritarie, normativa che si rifà ai principi della Carta europea sulle lingue di minoranza, ampio spazio è dedicato alla scuola.6 Al di là del riconoscimento dei diritti linguistici, grazie all’applicazione di questa legge e ad una certa disponibilità di finanziamenti, numerosi sono i progetti e le attività che le scuole mettono in campo, da sole o collegandosi in rete, per garantire una presenza della lingua regionale nei piani dell’offerta formativa. Ulteriore passo avanti, per il riconoscimento della lingua friulana e anche per la sua presenza nella scuola, si ha con la legge statale 482 del 1999 – in particolare con le previsioni dell’art. 4 –, legge ben nota a quanti si occupano di minoranze linguistiche e alla quale abbiamo dedicato in Università, nel dicembre del 2009, un convegno per i dieci anni della sua promulgazione.7 Tra i passaggi più importanti dell’art. 4 della legge si parla dell’uso della lingua della minoranza per lo svolgimento delle attività educative (quindi dell’uso della lingua veicolare: non solo lezioni di friulano, ma lezioni in friulano), come anche dello svolgimento delle attività nell’“orario curricolare complessivo” (quindi non in orario extracurricolare pomeridiano, come spesso accadeva). Le disposizioni della legge 482 riguardano la scuola dell’obbligo, infanzia, primaria e secondaria di primo grado; per sostenere una presenza del friulano anche nella secondaria di secondo grado, alcuni progetti sono stati avviati, da un paio d’anni, in una decina di scuole superiori della provincia di Udine, con percorsi formativi e di approfondimento proposti con il metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning).

Punto controverso nell’applicazione della legge, come chiarirò tra poco, è risultato anche la questione sulla scelta di avvalersi dell’insegnamento della lingua minoritaria. Nel comma 2 dell’art. 4 della stessa 482 si trova il riferimento alle “richieste dei genitori” e il successivo comma 5 esplicita che “al momento della preiscrizione i genitori comunicano alla istituzione scolastica interessata se intendono avvalersi per i propri figli dell’insegnamento della lingua della minoranza”. Le famiglie hanno il diritto di chiedere l’insegnamento del friulano, insomma, le istituzioni scolastiche hanno il dovere di provvedervi. 6 Alla questione è dedicato tutto il Capo III “Studio della lingua e della cultura friulane nelle scuole dell’obbligo”, artt. 27 e 28, oltre a numerosi riferimenti in altri luoghi. 7 Gli Atti del convegno sono stati recentemente pubblicati, a cura dello scrivente, dalla Forum Editrice Universitaria Udinese, cf. Vicario (2011).

Per rispondere alle disposizioni della normativa, al momento della sua emanazione, l’allora direttore dell’Ufficio scolastico regionale, il friulano Bruno Forte, ha provveduto alla rilevazione delle opzioni delle famiglie per quanto riguarda l’insegnamento delle lingue minoritarie presenti in regione. I dati per il friulano sono stati decisamente incoraggianti, nella prima come nelle successive occasioni, attestandosi intorno ad un 60-65 % di adesioni su tutto il territorio delimitato e sull’intera popolazione scolastica – maggiori sono state le adesioni nel Friuli centro-orientale e nelle scuole dell’infanzia e primarie, con le punte più alte nelle primarie del Goriziano e quelle più basse nelle secondarie di primo grado del Friuli occidentale.8 Le adesioni sono state complessivamente, sia il primo anno che i seguenti, sempre superiori alle 30.000. Considerato il fatto che i genitori dei bambini in età scolare si possono considerare ancora “giovani” – in linea di massima tra i venti e i quarant’anni – e che l’interesse per il patrimonio storico e culturale è solitamente più forte nei meno giovani, non vi è dubbio che il favore che le famiglie esprimono verso il friulano sia da considerare altamente positivo. Tale favore potrebbe anche nascondere la volontà di relegare alla scuola la responsabilità di trasmettere i valori legati all’identità e alla comunità, considerati comunque importanti, per non farsene carico personalmente, ma qui rischiamo di perderci nell’interpretazione di un dato che, comunque sia maturato, impegna il sistema scolastico a dare risposte concrete rispetto ad una precisa richiesta della popolazione.

Importante è stata anche l’approvazione di una seconda legge regionale sul friulano, la n. 29 del 2007 (Norme per la tutela e la valorizzazione e promozione della lingua friulana), una legge che dedica numerosi articoli proprio al problema dell’insegnamento del friulano a scuola e alla formazione dei docenti.9 La legge regionale è stata impugnata dal Governo nazionale e una sentenza della Corte costituzionale, la n. 159 del 2009, si è espressa a definire interpretazioni considerate troppo estensive delle competenze della Regione in materia.10 In particolare, la Corte è intervenuta, ad esempio, a cassare la norma regionale che contemplava il cosiddetto “silenzio-assenso” per l’insegnamento della lingua friulana, che prevedeva da parte delle famiglie una dichiarazione di volontà di “non avvalersi” dell’insegnamento del friulano, piuttosto che di quella di 8 Per quanto riguarda le comunità degli immigrati, particolarmente consistenti soprattutto nelle realtà urbane di Udine e di Pordenone, bisogna dire che le loro scelte sono state in linea con quelle della popolazione locale, quindi tendenzialmente favorevoli alla presenza del friulano a scuola. Nella scuola primaria Dante del I Circolo didattico di Udine, ad esempio, scuola che raccoglie i residenti del quartiere della stazione ferroviaria, gli immigrati costituiscono l’85 %-90 % dell’intera popolazione scolare; qui l’adesione per il friulano è stata ancora più massiccia rispetto a quella media, un’adesione che conferma il valore della lingua locale come strumento di integrazione per la popolazione immigrata. 9 Si tratta, in particolare, di tutto il Capo III “Interventi nel settore dell’istruzione”, dall’art. 12 all’art. 17 della legge. 10 Cf. il puntuale intervento di Bonamore (2010) per un commento della sentenza.

“avvalersi”.11 È stata mantenuta invece, almeno quella, l’indicazione della legge regionale che chiedeva l’espressione di tale assenso o dissenso solo all’inizio di ciascun ciclo scolastico e non ogni anno – cosa che avrebbe provocato, naturalmente, ulteriore carico amministrativo per le scuole e la difficoltà di programmare, di anno in anno, i piani dell’offerta formativa. La Corte costituzionale, per altro, indica chiaramente nella sua pronuncia quale debba essere la prospettiva della promozione del friulano e del suo insegnamento nella scuola, una prospettiva da costruire attraverso il rafforzamento dello statuto della Regione Friuli-Venezia Giulia, che in questo come in altri settori, purtroppo, è molto più debole di quello delle autonomie più avanzate. 3. La situazione attuale Provare a valutare in qualche modo lo “stato di salute” del friulano a scuola, ad oggi, non è poi così semplice. Gli aspetti positivi, non pochi, per fortuna ci sono. Numerosi sono i progetti, di qualità, avviati e portati avanti dalle istituzioni scolastiche, a vari livelli, con finanziamenti regionali (soprattutto) e statali (meno); interessanti sono le sperimentazioni con la presenza di più codici delle comunità linguistiche regionali – anche sloveno, resiano, varietà germanofone –, come anche quelle che hanno visto la partecipazione in progetti transfrontalieri di scuole carinziane e slovene. Importante, per la formazione degli insegnanti, è stata l’esperienza dell’Università di Udine con la realizzazione dell’innovativo master universitario / corso di aggiornamento “Insegnâ in lenghe furlane”, un percorso di complessivi 60 CFU tenuto completamente in friulano; si è trattata di un’esperienza, sostenuta dall’Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane (ARLeF), pensata sia per la formazione iniziale, dei neolaureati, che in servizio, degli insegnanti di ruolo, un’esperienza che ha registrato un notevole successo e che meriterebbe senz’altro di essere ripresa e nuovamente proposta. Attivi sono anche, al momento, una serie di corsi universitari specifici, nelle facoltà di Scienze della formazione e di Lingue e letterature straniere del nostro Ateneo; presso la prima, in particolare, abbiamo gli insegnamenti di Lingua e letteratura friulana I, Lingua e letteratura friulana II, Linguistica friulana, Laboratorio della lingua friulana e Didattica della lingua friulana, tutti moduli attivati 11 Diverso ancora è stato l’atteggiamento delle autorità scolastiche della Sardegna, dove la questione dell’avvalersi o del non avvalersi dell’insegnamento della lingua sarda a scuola non è stata neanche posta, almeno non in questi termini. La soluzione sarda, nel rispetto dell’autonomia delle singole scuole, è quella di prevedere l’insegnamento del sardo per tutti, ove la materia sia prevista dal piano dell’offerta formativa, analogamente a quanto succede per qualsiasi altra disciplina; in questo senso, l’opzione anche di una sola famiglia di avvalersi dell’insegnamento della lingua locale, cui la scuola deve per legge provvedere, con il relativo adeguamento del piano dell’offerta formativa, ha l’effetto di trasferire sull’intera classe, di fatto, il beneficio di tale opzione.

per la laurea quadriennale di vecchio ordinamento, mentre presso la seconda abbiamo Lingua e letteratura friulana, Linguistica friulana, Lingua e letteratura ladina e Linguistica ladina.12 Sicuramente preziosi sono anche i materiali didattici prodotti per la scuola friulana, che riguardano in generale pubblicazioni di insegnanti e allievi, ricerche sul territorio, strumenti multimediali, pacchetti didattici, testi teatrali e altro ancora. Decine e decine sono i titoli segnalati in varie pubblicazioni da Lucio Peressi, con una produzione di strumenti che, soprattutto nell’ultimo decennio, ha segnato un costante incremento in qualità e quantità.13 Il problema maggiore, per quanto riguarda gli strumenti e i materiali per la scuola friulana, non è tanto la loro produzione, quanto piuttosto la loro distribuzione e, di conseguenza, la loro reale fruizione. Mancano del tutto canali ufficiali di comunicazione per le scuole per questo specifico settore e con difficoltà si riesce a trovare un’informazione attendibile e aggiornata sulla disponibilità di tali materiali; talvolta, ed è anzi la maggioranza dei casi, la pubblicazione conclude lo svolgimento di un determinato progetto, senza la prospettiva della sua divulgazione o della sua ripresa in altri contesti scolastici.14 Per questo motivo sarebbe davvero molto opportuna, in un settore vivace come quello scolastico, la scelta di un editore di riferimento cui affidare la produzione, ma anche la promozione e la distribuzione, di strumenti da rendere disponibili per l’intera regione; i numeri non sono forse abbastanza alti per garantire grandi economie di scala – si parla di una popolazione scolastica complessiva, fino alle secondarie di primo grado, di circa 50.000 allievi –, ma la mancanza di una minima forma di coordinamento e di programmazione rende di fatto indisponibile quanto potrebbe essere, invece, utilmente utilizzato da chiunque lo desideri fare. A proposito ancora della produzione e della disponibilità dei materiali occorrenti allo svolgimento di attività didattiche in friulano, bisogna dire che la biblioteca della Società Filologica, riconosciuta di interesse regionale per la lingua friulana (legge n. 25 del 2006), già custodisce la maggior parte di queste produzioni; sarebbe però necessario un suo rafforzamento e una sua ulteriore specializzazione, per consentirle di svolgere le funzioni di un vero e proprio 12 Il corso di Linguistica ladina, piace ricordarlo, è stato uno dei primi attivati dall’allora neocostituita Facoltà di Lingue dell’Ateneo friulano, un corso tenuto inizialmente da Giovanni Battista Pellegrini, poi da Giovanni Frau, fino a pochi anni fa, e ora dallo scrivente. La frequenza dei due corsi di ladino raccoglie una quindicina di studenti ogni anno, nel complesso, studenti provenienti per lo più dalla provincia di Belluno. I due moduli di Linguistica friulana e di Linguistica ladina, in particolare, sono impartiti per le lauree specialistiche, gli altri due per le lauree triennali. 13 Oltre alle pubblicazioni censite da Peressi, cf. Bibliografia, si segnala il contributo di Alessandra Burelli (2003) sui materiali prodotti dalla cattedra di Didattica delle lingue moderne dell’Università di Udine. 14 Da due anni, però, la Società Filologica Friulana pubblica il bollettino Scuele furlane, interamente in friulano e dedicato ai problemi della scuola locale, con la presentazione di progetti e la segnalazione di pubblicazioni; il bollettino è diretto da Anna Bogaro e distribuito gratuitamente nelle scuole della regione.

Centri di documentazion su la Scuele furlane, che si occupasse non solo della conservazione di quanto si produce, ma anche della sua diffusione e promozione.15 4. Questioni aperte Le criticità, a compensare le note positive di cui sopra, non mancano. Il problema principale della scuola friulana – ma anche dell’insieme delle politiche linguistiche per il friulano – è, in estrema sintesi, quello della continuità. L’insegnamento del friulano si è sempre basato sul contributo fondamentale, ma che non può più bastare, degli insegnanti “di buona volontà”, se così possiamo definirli.16 Occorre al più presto superare una fase di costante e perenne sperimentazione, che pure risultati interessanti continua a dare, per passare a una fase di applicazione della normativa “a regime”. La presenza del friulano a scuola, pure a livelli minimi, è assicurata adesso solo grazie alla tenacia e all’impegno dei singoli insegnanti e dei singoli dirigenti, dove invece le risorse dovrebbero essere più utilmente impegnati per la crescita dei programmi e il miglioramento dell’offerta formativa nel loro complesso. Non sfugge a nessuno che la battaglia per l’insegnamento del friulano, ma anche delle altre lingue minoritarie, si vince solo con la qualità: solo la qualità può motivare l’apprezzamento e il consenso della popolazione sulla questione e sarebbe davvero un delitto disperdere l’apprezzamento e il consenso che adesso, nonostante tutto, ancora si manifesta per la valorizzazione della lingua e della cultura regionale. Il discorso della continuità degli interventi è fondamentale, insomma. Un’azione in qualche modo dimostrativa, come ad esempio quella del master di formazione per gli insegnanti promossa dall’Università, di cui dicevo prima, può anche essere utile, come momento di presa di coscienza delle potenzialità della lingua e come “censimento”, se così si può dire, delle competenze in campo, ma tale azione non può restare isolata. Lo sforzo organizzativo, amministrativo e finanziario è notevole, senza dubbio, ma il rischio è quello di trasmettere l’impressione della debolezza di questa azione – perché debole è, in realtà – e di ottenere, paradossalmente, l’effetto contrario, con l’allontanamento dei potenziali interessati all’iniziativa, che sono poi gli insegnanti. Facendo un confronto con un’esperienza che ha avuto, recentemente, notevole successo, di sicuro può restare unica la Leture continue de Bibie par furlan, che le diocesi friulane e varie associazione hanno promosso nello scorso mese di aprile a Udine, ma gli inter- 15 Si occupa delle raccolte della biblioteca della Società Filologica, per questo specifico settore, il recente lavoro di Govetto (2009), ricavato da una tesi di laurea discussa alla Facoltà di Scienze della Formazione un paio di anni prima. 16 A tale proposito, molto alte sono state le dichiarazioni di disponibilità degli insegnanti a svolgere attività in lingua friulana, anche prima dell’approvazione delle leggi di tutela, cf. Peressi (1994); tali disponibilità, raccolte recentemente dall’Ufficio scolastico regionale, sfiorano il 70 %.

venti sulla scuola, se mancano della necessaria continuità, non sortiscono alcun effetto positivo.17 Il pericolo, a parte gli insegnanti, è che i genitori che chiedono di avvalersi dell’insegnamento per i figli del friulano a scuola, che sono poi la maggioranza, di fronte alla disorganizzazione delle strutture scolastiche e alla mancanza di programmazione, curricolare e non, decidano di non avvalersene più.

La comunità friulana attende ancora i regolamenti attuativi della più recente normativa regionale in materia, la n. 29 del 2007, un ritardo grave e per taluni versi incomprensibile, un ritardo che rischia di compromettere definitivamente la continuità e la “normalità” della presenza del friulano nelle scuole della nostra regione. Senza tema di smentita, per esperienza diretta, posso affermare che la stesura dei regolamenti non risulta affatto facile, con un continuo rimpallo tra la Commissione regionale permanente per l’insegnamento della lingua friulana e gli uffici legali e amministrativi della Regione stessa, stesura resa ancora più difficoltosa dall’indifferenza, dai distinguo o dall’ostilità appena velata di alcuni dei soggetti chiamati in causa; tra questi ultimi, dispiace davvero dirlo, vi è l’Ufficio scolastico regionale per il Friuli-Venezia Giulia, che non manca di segnalarsi per disinteresse e rigidità di atteggiamenti, una posizione che conferma una volta di più la necessità di una gestione in capo alla Regione di tutta la disciplina scolastica per il nostro territorio.18 Non merita neanche la pena, a questo punto dell’iter di elaborazione dei regolamenti, quando cioè le certezze sono davvero poche, entrare nel dettaglio della bozza predisposta dalla Commissione, di quanto si vorrebbe garantire al friulano nella scuola dell’infanzia e nella primaria – si parla di trenta ore all’anno, meno di un’ora alla settimana, una proposta assolutamente insufficiente e considerata, ciò nonostante, eccessiva –, come anche della difficile trattativa per il riconoscimento di una sorta di “abilitazione” all’insegnamento del friulano, da attribuire ai docenti in possesso di comprovati titoli ed esperienze.19 17 La manifestazione è cominciata domenica 3 aprile 2011, Fieste de Patrie dal Friûl, ed è proseguita fino alla domenica successiva, presso l’Oratorio della Purità del Duomo di Udine, con la partecipazione di circa 1.300 lettori. 18 L’istituzione di una commissione regionale definita “permanente”, per la scuola friulana, dovrebbe essere la prova della buona volontà del legislatore regionale sull’argomento, o quanto meno di buon auspicio, una commissione che però, in realtà, ha compiti non ben definiti e scarsa autonomia operativa. Elemento positivo, in un quadro non certo molto confortante, è la nomina a presidente della Commissione di Bruno Forte, già direttore dell’Ufficio scolastico regionale, benemerito per l’azione di promozione della lingua friulana che da molti anni svolge con competenza e passione. 19 Il punto di maggiore debolezza di tutto l’impianto regolamentare, così come al momento si delinea, è dato a mio avviso dalla mancata individuazione di un soggetto, forte, che si occupi della materia nel suo insieme. L’iniziativa in questo settore è ancora troppo spesso affidata alla buona volontà dei singoli insegnanti o direttori didattici, mentre ci vorrebbe un organismo, emanazione dell’amministrazione regionale, in grado di promuovere e di armonizzare il processo generale di introduzione del friulano a scuola e di seguire i momenti (complessi) dell’attuazione della legge: formazione degli insegnanti e tenuta dell’albo regionale, promozione della lingua e questioni connesse, produzione e distribuzione degli strumenti, coordinamento delle

Le amministrazioni pubbliche coinvolte in questo processo sono diverse, di fatto, e la lotta pare davvero impari, se si contrappongono le deboli competenze in materia della Regione con i soverchianti burocratismi ministeriali. Il primo nodo da sciogliere è senza dubbio questo e la soluzione non può essere che porre mano, prima possibile, alla riforma dello statuto di autonomia della Regione, attraverso il confronto in sede di Commissione paritetica Stato-Regione, per rafforzare le competenze primarie del Friuli-Venezia Giulia nel settore dell’istruzione e della formazione; è questo uno dei pochi settori, insieme forse a quello dei beni culturali, che può garantire la sopravvivenza della specialità stessa della Regione.20 Compito di sicuro non facile, nel quadro dell’autonomia scolastica, sarà illustrare, con chiarezza, i ruoli e armonizzare gli interventi dei molti soggetti che dovrebbero concorrere ad occuparsi della materia. Primaria dovrebbe essere la funzione della Regione autonoma, come accennato, che deve dotarsi di strutture e di competenze nel settore dell’istruzione, ma importante sarà anche la collaborazione dell’Ufficio scolastico regionale, in primis per problemi relativi al personale docente. Altro discorso, complesso, meriterebbe poi l’Università del Friuli, che dovrebbe occuparsi della formazione iniziale e in servizio degli insegnanti di friulano, Università che si trova, però, seriamente penalizzata dai tagli statali, essendo di relativa “nuova istituzione”, nonostante gli ottimi piazzamenti secondo gli indicatori ministeriali di qualità, livello della produzione scientifica, internazionalizzazione e trasferimento tecnologico. In mancanza di un rafforzamento dell’organico docente, più volte richiesto e mai concesso, della struttura amministrativa del Centro interdipartimentale di ricerca sulla cultura e la lingua del Friuli (CIRF), nonché di un congruo finanziamento regionale dedicato all’alta formazione e alla ricerca scientifica – non potendo purtroppo contare sull’intervento dello Stato –, l’Ateneo non è davvero nelle condizioni di promuovere quelle azioni che concorrerebbero positivamente alla soluzione di alcuni dei problemi relativi alla tutela della lingua friulana. Ulteriore elemento di preoccupazione è dato, poi, dalla riforma degli ordinamenti ministeriali del corso di laurea in Formazione primaria, che mette a rischio l’attivazione stessa dei moduli di friulano, non essendo il relativo settore scientifico-disciplinare compreso tra quelli caratterizzanti per il corso di laurea. Sulla produzione degli strumenti didattici, che deve avere ovviamente carattere continuativo e non episodico, non mi soffermo, come anche non mi pronuncio autonomie, elaborazione di modelli e di strumenti didattici, per non parlare poi della stesura delle convenzioni con i soggetti interessati (e con in contenuti “giusti”, soprattutto), nonché della valutazione tecnica delle azioni e dei progetti della scuole. Questo organismo “attivo” poteva essere la Commissione regionale permanente, le funzioni della quale, come si diceva sopra, non risultano però sufficientemente definite nella bozza di regolamento. 20 La questione è trattata, in più di un intervento, nel già citato Vicario (2011). 87 Il friulano nel sistema formativo del Friuli sull’Agjenzie regjonâl pe lenghe furlane (ARLeF), che dovrebbe promuovere e coordinare tutti gli interventi di politica linguistica, con ricadute anche sulla scuola. Non chiara, ma si spera positiva, è poi la posizione dell’Agenzia nazionale per lo sviluppo dell’autonomia scolastica (ANSAS), sezione del Friuli-Venezia Giulia, Agenzia che al momento sta elaborando con il Ministero un progetto per un corso di formazione per gli insegnanti in servizio. 5. Conclusione Per concludere, le prospettive future per il friulano a scuola, data anche la congiuntura economica non favorevole e la situazione generale della scuola in Italia, non paiono particolarmente positive. Questa non è, in ogni caso, una condizione nuova o inattesa: la strada da percorrere, per quanti si occupano o si sono occupati di questo tipo di problemi, non è mai stata in discesa. L’esperienza del passato insegna che niente si ottiene se non a prezzo di impegno e di sacrificio e ciò sarà, senza dubbio, anche per il futuro; questa consapevolezza darà maggiore forza e determinazione per superare le sfide che, di volta in volta, ci si troverà ad affrontare.