Il paradiso perduto/Libro ottavo

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Libro ottavo

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John Milton - Il paradiso perduto (1667)
Traduzione dall'inglese di Lazzaro Papi (1811)
Libro ottavo
Libro settimo Libro nono


Adamo fa varie domande intorno a’ movimenti celesti, alle quali riceve dubbie risposte, e viene esortato a cercare di istruirsi piuttosto di ciò che gli può veramente esser utile. Egli si conforma a questo consiglio, e per trattenere Raffaelo, gli riferisce le sue prime idee dopo che fu creato; gli narra come fu trasportato nel Paradiso terrestre; come parlò con Dio intorno alla solitudine e alla società; come ottenne una compagna, e quanto grande fu la sua gioia al primo vederla. L’Angelo gli dà sopra ciò alcuni utili insegnamenti, e dopo aver ripetute le sue ammonizioni fa ritorno al cielo.


 
Qui l’Angel tacque, e di sua voce il suono
Nell’orecchia d’Adam restò sì dolce
Che ancor d’udirla egli credeasi e intento
Pendea dal muto labbro. Alfin riscosso
5Con grato cor così rispose: - Oh! come,
Istorico divin, render giammai
Grazie o mercè bastanti a te poss’io?
Tu la mia di sapere ardente brama
Largamente appagasti, e arcane cose
10E per me imperscrutabili degnato
Ti se’ svelar che di stupor, di gioia
M’empiono insieme e di devoto affetto
Vêr l’alto Creator. Ma pur sospesa
Tien la mia mente un qualche dubbio ancora,
15Che tu sol puoi discior. Quand’io rimiro
Questo del cielo e della terra immenso,
Nobil teatro, e le diverse moli
Ne paragono insiem, null’altro io veggo
Esser la terra che una macchia, un solo
20Punto, un atomo sol fra tanti e tanti
Astri ch’ardon lassuso. Eppur scorrendo
Dïurna immensa via questi sen vanno,
Se a lor distanza e al rapido ritorno
Si rivolga il pensier; ed altro intanto
25Ministero non han, tranne sol quello
D’impartir luce a questa opaca terra
La notte e ’l giorno, a questo punto? E come
(Spesso meravigliando in cor favello)
Natura, in tutto così parca e saggia,
30Qui non serbò misura, e a questo solo
Uso sì vaste e senza posa mai
Rotanti masse ha destinato, mentre
Questa picciola terra, atta con molto
Più breve a raggirarsi e facil moto,
35Ferma e ozïosa in mezzo a lor si giace;
Ed esse, fatte di reïne ancelle,
Per via sì lunga e con rattezza tanta
Che nel notarla il numero vien meno,
Di luce e di calor le invian tributo?
40Così diceva Adamo, ed al sembiante
Volgere in mente alti pensier mostrava.
Eva, allora dal loco ove in disparte
Sedeasi alquanto, chè di ciò s’accorse,
Alzossi e ’l piè di là rivolse altrove
45Sì umìl, sì maestosa e sì gentile
Che a chi mirolla il suo partir increbbe
I frutti e i fior, sua dilettosa cura,
Vassen’ella a veder, se freschi e belli
Spuntavano e crescean. Dell’amorosa
50Lor nudrice all’arrivo ornarsi tutti
Parvero di più lucidi colori
E tocchi da sua man sorger più lieti.
Nè già, perch’ella un tal parlar non curi,
O mal atta a gustar l’alte dottrine
55Sia la sua mente, di colà si toglie;
Ma sol perchè il diletto a sè riserba
D’udirle poscia, ascoltatrice sola,
Dal labbro del consorte; e lui, più caro
Narrator dell’Arcangelo, s’elegge
60D’interrogar, che a’ detti suoi (ben sallo)
Dolci interrompimenti avrìa frammisti,
E le sublimi dispute disciolte
Fra maritali vezzi: ella non brama
Dalla bocca d’Adam sole parole.
65Ah! dove coppia tal con sì bel nodo
D’amor, di mutua stima unita e stretta,
Dov’or si trova? In dolce atto celeste
E non senza corteggio ella partissi;
Chè di lei qual reina ivan sull’orme
70Le Grazie a mille, ed amorosi strali
Scoccavan sì che desïosa intorno
Ogni cosa parea di sua dimora.
D’Adamo ai dubbj Rafaello intanto
Così risponde affabile e gentile:
75- Di ricercar, d’intendere il desìo
In te non biasmo, Adamo: il cielo è quasi
Di Dio volume a te dinanzi aperto,
Ove legger di lui l’opre ammirande
Tu possa e l’ore e i giorni e i mesi e gli anni;
80Ma che il cielo si mova oppur la terra,
Nulla importa per ciò, se dritto estimi.
All’Angel come all’uom nascose il resto
L’alto Architetto in suo saper, nè volle
Disvelar suoi segreti a lor, cui meglio
85Che investigare, l’ammirar conviensi.
Ma se argomenti e conghietture vane
Ameranno i tuoi figli, un vasto campo
A lor tenzoni egli lasciò nel cielo,
Onde poi forse de’ lor dotti sogni
90Rida fra sè quando imitar vorranno
Co’ lor ordigni que’ superni giri
E misurar le stelle. In quante guise
Ravvolgeran la vasta mole! Oh quanto
Fabbricheranno e struggeranno a prova
95Con incessante infruttuosa briga!
Di quanti cerchj avviluppato intorno
Quel lor mondo sarà! Fra l’uno e l’altro
Polo qual riporran confuso ingombro
D’orbite e zone, une entro l’altre! Io veggo,
100Sì, veggo già dal tuo parlar che troppo
Saran tuoi figli a cotai studj intesi.
Strano ti sembra che a minori e foschi
Corpi servano sol quelle sì vaste
Lucenti masse, e che s’aggiri il cielo,
105Per sì lungo cammin, mentre la terra
In tanto moto immobile sedendo,
Delle fatiche altrui tutto ella sola
Raccoglie il frutto. Or tu pon mente in pria,
Che delle cose misurare il prezzo
110Sulla lor mole o sul fulgor non déssi;
E questa terra, a paragon del cielo
Piccola sì nè lucida, ben puote
Chiudere in sè maggior virtù del sole,
Che per sè steril splende e solo in essa
115Fertil vigore infonde. A lei nel seno
Quella virtù che inoperosa fora,
Dispiegano i suoi rai; nè già le stelle
Versano a pro della terrestre mole
La luce lor; tutto è per te quel dono,
120O della terra abitator. Sì vasta
De’ cieli ampiezza poi ti mostri e dica
Qual sia del gran Fattor la possa e l’alta
Magnificenza che sì lungi stese
La creatrice man. Conosci, Adamo,
125Che non è sol quaggiù la tua dimora;
Ma l’occhio volgi a quegli spazj immensi,
Al cui paraggio altro non sei che un punto
Tu con la terra insiem. Venera il resto
Fatto per usi arcani e noti solo
130A quel supremo Autor. Di tante sfere
Nel rotar rapidissimo perenne
Scorger tu puoi quel braccio onnipossente
Ch’alla materia stessa imprimer seppe
Celerità quasi di spirto; e lento
135Non stimerai tu me che al nascer primo
Del dì lasciate le celesti sedi,
Pur giunsi qui pria del meriggio, e tale
Spazio varcai che in numeri segnato
Esser non puote. A disgombrar tuoi dubbj
140Se possa o no rotar l’eterea vôlta,
Così m’udisti argomentar, nè intendo
Asseverar perciò che il ciel si mova,
Qual sembra a te che fai quaggiù soggiorno.
Da questo basso suol locò sì lunge
145I cieli e dagli umani infermi sensi
Quel gran Fattor, perchè, se umano sguardo
Gir presume lassù, niun frutto colga,
E si pasca d’error. Non potrìa forse
Centro dell’universo essere il sole,
150E l’altre stelle da sua forza attratte
E dalla propria loro in un sospinte
Moversi a lui d’intorno in varj giri?
Tu vedi sei di lor ch’or alto or basso
Ed or innanzi ed or indietro vanno,
155Or s’arrestano, or celansi; e la terra,
Benchè immota ti sembri all’aere in seno,
Settima unirsi non potrìa con esse,
E con moto tergemino diverso,
Nascosto a’ sensi tuoi, rotarsi anch’ella?
160Forza allor non sarìa che a tante sfere
In parti opposte obbliquamente spinte
Tu quei giri ascrivessi: ecco del sole
Cessato allora il faticoso corso,
E del primo invisibile grand’orbe
165Che al di sopra d’ogn’astro, il moto imprime
A tutto il firmamento e sì la ruota
Della notte e del dì perpetuo gira,
Più non hai d’uopo: ecco sì lunghe vie
Finger non dèi, se vêr le piagge Eoe
170A ricercar per sè medesma il giorno
Si volge allor sollecita la terra,
E mentre una sua parte al sole opposta
Via via coperta è dal notturno velo,
L’altro emisfero suo del pari incontro
175Va del grand’astro ai raggi. E forse ancora
Pel limpid’aere non potrìa la terra
Diffonder luce alla propinqua luna,
E a lei render nel dì quel che da lei
Riceve in notte, con vicenda alterna
180Ed opportuna, se abitanti e campi
Son pur lassù? Le macchie sue tu vedi
Simili a nubi; or ponno in pioggia sciorsi
Le nubi, e lieto far di piante e frutti
La pioggia può quell’ammollito suolo
185Che adatto cibo a que’ viventi appresti.
Forse altri soli ed altre lune un giorno
Si scopriranno ancor, di maschia luce
Raggianti quelli e di femminea queste
(Gemino sesso animator di tutto
190Il magno corpo di natura), e forse
Avran chi pur in essi e viva e spiri;
Poichè sì vaste regïoni immense,
Vôte d’abitator, solinghe, mute
E solo fatte a scintillar d’un raggio
195Che sì sottil, sì languidetto scende
Quaggiuso e indietro anco più debil torna,
No, creder non convien. Ma sia qual vuolsi
L’ordin dell’universo: in ciel s’aggiri
Regolator sopra la terra il sole,
200O questa intorno a lui; dall’orïente
La fiammante carriera esso cominci,
O dall’occaso con leggiero e cheto
Equabil passo ella vêr lui s’inoltri,
E mollemente sul volubil asse
205Te con le tacit’aure insiem trasporti,
In tali arcani travagliar tua mente
Ah! non voler, Adamo; a Dio li lascia,
Lui servi e temi, e l’ordine ei disponga,
A grado suo, delle create cose:
210Tu i doni suoi, questo felice suolo
E la bell’Eva tua contento godi.
Per le ricerche tue tropp’alto è il cielo,
Umilmente sii saggio, a quel che presso
Ti sta volgi tue cure, i sogni vani
215E d’altri mondi e di chi là soggiorni,
Da te disgombra, e che svelato io t’abbia
Della terra e del ciel quanto mi lice,
Pago rimanti. - Non più incerto allora
Adam soggiunge: - Oh come, eccelsa e pura,
220Celeste Intelligenza, appien la sete
Del saper tu mi calmi! Il nodo hai tronco
Tu de’ miei dubbj, e ’l più tranquillo e piano
Cammino io scorgo omai, lungi dall’aspre
Cure che attoscan della vita il dolce.
225Sì, que’ pensieri infesti Iddio, lo veggo,
Allontanò dall’uom, se lungi ei stesso
Con errante desìo, con studio vano
A cercarli non va: ma spingersi ama
Fuor di sentier l’irrequïeta mente
230Senza alcun freno e senza meta alcuna,
Finchè ragione e la maestra prova
Non la richiama a quel verace e primo
Saper che di sottili astruse cose
In traccia non si volge e d’uso vôte,
235Ma quelle sol che gli stan presso e donde
Raccor può frutto, a investigar s’adopra.
Un delirio orgoglioso, un fumo, un vento,
Null’altro è il resto, ed inesperti e tardi
Ci rende a quel che più ne importa, e solo
240Di più oltre indagar cupidi sempre.
Ah! sì, da tant’altezza il vol s’abbassi,
E più vicine utili cose il tema
Sian de’ nostri colloqui, onde a me sorga
Alcun suggetto d’opportuna inchiesta,
245Se di tua sofferenza e dell’usato
Favor vorrai degnarmi. Udii con gioia
Di quel che innanzi a mia memoria avvenne
L’istoria dal tuo labbro; ora la mia
Poss’io sperar che tu d’udir non sdegni?
250Tu forse ancor la ignori, e parte ancora
Riman del dì. Quant’io m’ingegni or vedi
Per trattenerti meco. A tanto ardire
Sieno discolpa la mia speme e ’l vivo
Desìo di tue risposte. Io teco assiso
255Credo sedermi in cielo; e assai più dolci
Sono all’orecchio mio gli accenti tuoi
Che al rïarso e famelico palato,
Dopo il lavoro, i frutti della palma
Sull’ora calda che al ristoro invita.
260Sazian bentosto quei, benchè soavi,
Ma non così le tue parole asperse
Della superna grazia. - E la tua lingua
(Con celeste dolcezza a lui soggiunge
L’Angelo allora) e le tue labbra, o Adamo,
265Di venustade e d’eloquenza prive
Non sono già; chè largamente Iddio,
Come in sua bella imagine, diffuse
Nell’alma tua del par che nel sembiante
I doni suoi. Sia che tu parli o taccia,
270Ogni gentile e nobil grazia è teco
E ogn’atto ne compone ed ogni accento.
Noi celeste famiglia in minor pregio
Te non abbiamo abitator terreno
Che di nostro conservo al sommo, eterno
275Signor del Tutto, e le sue vie coll’uomo
Gioiosi investighiam, quant’ei t’onori,
O Adam, veggendo, e come al par che in noi
Il suo tenero amore ha in te riposto.
Or narra pur: lungi, ben lungi avvenne
280Che per immensa ed aspra via spedito
Vêr le infernali tenebrose rive
Foss’io quel dì che tu spirasti in prima
L’aure di vita. In quadra e densa schiera
(Tal fu il comando) ad osservar ne andammo
285Se dal carcer fuggirsi od altro ancora
Il nemico tentasse, onde nel mezzo
All’opra sua la creatrice mano
Convertir non dovesse irato Iddio
In man sterminatrice. È ver che indarno
290Fora ogni sforzo di quegli empj uscito,
Non permettente lui; ma quel supremo
Re messaggi talor così ne invìa
A gloria del suo regno e a prova insieme
Di nostra pronta obbedïenza. Chiuse
295Con stanghe e sbarre immobili trovammo
Le nere porte, e assai da lunge in prima
Ben altro suon che di celesti cetre
E liete danze entro v’udimmo; un tuono
Di grida lamentevoli n’uscìa,
300Di disperata rabbia e d’urli orrendi.
Quindi contenti alle serene piagge,
Anzi ’l compier del sabbato, tornammo,
Com’era a noi prescritto. Or narra; attento
Tascolterò; chè se il mio dir t’è grato,
305Io pur provo in udirti egual diletto.
Così parlò l’alta Possanza, e Adamo:
- Arduo per l’uom, riprese, è il dir com’ebbe
La sua vita principio. E chi se stesso
Nascendo ravvisò? Ma pur la brama
310Di prolungar qui meco il tuo soggiorno
M’indusse a favellar. Da un alto sonno
Quasi riscosso, io mi trovai disteso
Tra l’erbe e i fiori mollemente e sparso
D’un ambrosio sudor che il sol bentosto
315Coi caldi rai terse e lambì. Vêr l’etra
Gli occhi attoniti volgo, e l’ampia, azzurra
Vôlta col guardo trascorrendo intorno
Alquanto vo: da interna forza spinto
Quindi, com’io slanciarmi al ciel volessi,
320Sovra i piè balzo e sto. Valli, colline
Mi rimiro all’intorno, ombrosi boschi,
Piagge e campagne apriche e fonti e laghi
E serpeggianti garruli ruscelli,
E sulle verdi rive un vario moto
325D’animanti diversi. Altri la terra
Preme col piè, rapido il vol dispiega
Altri per l’aere, oppur di ramo in ramo
Lieto saltella e bei concenti alterna.
Tutto ride all’intorno, alme fragranze
330Tutto spira e di gioja il cor m’inonda.
Me stesso indi contemplo e ad una ad una
Ogni mia parte osservo; i passi movo
Con snodate giunture or lenti or presti,
Qual più m’aggrada, vigorosi e fermi:
335Ma chi mi fossi o come fossi o dove,
Io non sapea. Tento parlar, già parlo,
E ubbidïente a quanto veggo il nome
Dà la mia lingua. O sole, o dolce lampa,
Allora io dissi, o tu sì fresca e gaia
340Terra inondata di serena luce,
O monti, o valli, o piani, o fiumi, o selve,
E voi che vita e movimento avete,
O vaghe creature, ah! voi mi dite,
Ditemi voi, se noto v’è, dond’io
345Traggo l’origin mia, come qui sono.
Non già da me medesmo. Io l’opra dunque
Sì, l’opra io son di qualche eccelsa mano
Somma in poter, somma in bontade. Ah! voi
Com’io possa conoscerla mi dite,
350Com’io possa adorar chi moto e vita
Mi diede, e più che non comprendo io stesso,
Mi fe’ beato. Invan risposta io giva
Così chiedendo, e m’aggirava incerto
Lungi dal loco ove spirai da prima
355Quest’aure e gli occhi all’alma luce apersi,
Quando alfin sotto l’ombre, in seno a verde
Fiorita sponda, m’adagiai pensoso.
Là per la prima volta un molle e cheto
Sonno mi prese ed un languor soave
360Mi sparse per le membra; ad esso in braccio
Io mi diedi tranquillo, ancor che dentro
Al mio stato insensibile primiero
Di tornar mi sembrasse e a poco a poco
Nel nulla ricader. Leggiero un sogno
365Sul capo allor mi stette, e i sensi interni
Piacevole movendo, a me, ch’io vivo
E son tuttor, fa fede. Innanzi agli occhi
Una forma divina aver mi parve,
Che: - Sorgi, uomo primier, sorgi, mi disse,
370O tu che dèi dell’infinita umana
Famiglia essere il padre; il tuo soggiorno
T’attende, Adam: da te pregato io vengo,
Ed al giardino di delizie, stanza
Preparata per te, sarotti guida. -
375In così dir per man mi prende e m’alza,
E lieve lieve per campagne ed acque,
Quasi per l’aere, senza imprimer orma,
Strisciando, alfine d’un selvoso, altero,
Monte m’adduce in vetta. Ivi si stende
380Entro un ampio recinto ampia campagna
Degli arbori più eletti adorna, e lieta
D’andari e di boschetti. A par di questa,
Quant’io nell’altra terra avea già visto,
Tutto scemò di pregio. A me d’intorno
385Carca ogni pianta di mature e fresche
Poma odorose distendeva i rami
E allettava i miei sguardi e m’accendea
Di viva brama de’ suoi doni: a un punto
Si scioglie il sonno, e oh meraviglia! quanto
390La visïon m’avea sì ben ritratto,
Tutto verace a me dinanzi io veggo:
E già di nuovo errando ito sarei,
Se fra l’ombre degli arbori improvvisa
Non m’appariva in manifesto lume
395La scorta mia, Dio, Dio medesmo. Un dolce
Fremito allora di timor, di gioia
Tutto mi scorse, a piè gli caddi umíle
E l’adorai: la mano egli mi stese
E sollevommi, e: - Quei che cerchi io sono,
400Dolcemente mi disse, autor di quanto
Sopra o sotto o d’intorno a te rimiri.
Di questo loco io ti fo don, tu l’abbi
Qual tuo, prendine cura, e quanto manda
La terra fuor del suo ferace grembo,
405Côgli liberamente e lieto godi,
E inopia non temer. Quell’arbor solo
Che del bene e del male a lui che il gusta
La conoscenza infonde, arbor che in pegno
Della tua fede e ubbidïenza io posi
410Nel mezzo del giardin (miralo appresso
All’arbor della vita, e quanto or dico
Bene in tua mente accogli e fisso il serba),
Guardati dal gustar: quel frutto è morte
Per te nel dì che tu ne mangi, e questo
415Mio sol comando a trasgredir t’attenti.
Sì, morte inevitabile t’aspetta
Dopo quel dì; da queste amene sedi
Sarai sbandito, e fra pianto ed angosce
Per inospiti lidi errando andrai. -
420Questo divieto ei proferì con tanto
Severa voce che tuttor mi tuona
Terribil nell’orecchio, ancor che appieno
Di non cadere e d’evitar la pena
Libera scelta io m’abbia. Egli riprese
425Quindi il sereno aspetto e mi soggiunse
Placido e dolce: - Questi bei confini
A te non solo ed a’ tuoi figli io dono,
Ma tutta ancor la terra: ampio stendete
Sovr’essa il regno, e quanto il suolo e l’aere
430E ’l mare in sè contien, sia vostro il tutto,
Augelli, belve, pesci: ed ecco, in prova,
Che ogni belva, ogni augello al tuo cospetto,
Giusta la specie loro, io chiamo innanzi,
Onde suo nome ognun da te riceva,
435E omaggio umìl ti renda. Il sol natante
Popol squamoso abitator dell’onde,
Non atto a respirar quest’aure lievi,
Qui non verrà, benchè degli altri al paro
Io ’l sottoponga a te. - Mentr’ei dicea,
440Torme d’augelli e belve, a paio a paio,
Veggo appressarsi; mi s’inchinan queste,
Riverenti atterrando l’occhio e ’l muso,
In carezzevol atto, e quei sull’ale
Pendono umìli al lor signor davanti.
445In lor passaggio, a ciasceduno io diedi,
Qual conveniasi a sua natura, il nome:
Tanto m’avea d’un chiaro lume a un tratto
Piena la mente Iddio! Ma in mezzo a tanti
Favor del cielo un’indistinta brama
450Di cosa, onde pareami aver difetto,
Io mi sentiva, e al mio celeste Duce
Mover tai detti osai: - Deh! con qual nome
Io te chiamar potrò che tanto a queste
Opere tutte, all’uomo e a quanto puote
455Esser di lui più nobile sovrasti?
Come adorarti io potrò mai, gran Padre
Dell’universo, altissima Possanza,
Fonte del ben, che sopra me con larga
Benigna mano hai tante grazie sparso?
460Ma che, Signor! Non fia che meco a parte
Ne venga alcun? Qual può felice vita
Uom romito goder? Qual gioia piena,
Se tutto ancor quanto è di ben possegga,
Gustar potrà senza un compagno a lato? -
465Di così dire ebbi ardimento. Allora
La luminosa imagine più bella
Lampeggiò in un sorriso, e: - Dunque, disse,
D’esser solo ti lagni? Or non son pieni
L’aere e la terra di sì varie e tante
470Viventi creature? A’ cenni tuoi
Pronte non corron esse e i lor trastulli
Non esercitan liete a te dinanzi?
Tu sai lor lingua e lor costumi, e un raggio
Han di ragione elleno ancor; con esse
475Tu lor re ti sollazza: ampio è ’l tuo regno. -
Così dicea l’alto Signor del Tutto,
E comandar parea. Licenza imploro
Io di pur favellargli, e in un umil atto
Così soggiungo: - Ah! non ti spiaccia, o somma
480Possanza, o mio Fattor, ch’io parli ancora,
E benigno m’ascolta. A far tue veci
Non m’hai tu qui locato, e non son io
Di que’ viventi il re? Come star ponno
Diseguaglianza ed amistà? Qual dolce
485Tenera compagnia, se non la stringe
Vicendevol piacer che al par si prenda
E al par si dia? Diletto egual non avvi
Fra i diseguali, ardor nell’un, freddezza
Regna nell’altro, e mutua noia tosto
490Ogni amichevol vincolo dissolve.
Tale amistà, tal nodo io cerco e bramo
Che i piaceri del core e della mente
Ponga in gioconda comunanza e cara;
Ond’è che i bruti esser dell’uom compagni
495Non mai potranno. Ognun di lor s’allegra
Colla specie sua propria, e a coppie insieme
Perciò tu ben li hai giunti: il lion ama
La lionessa, e ’l suo simìl cercando
Ogni simil sen va; ma non coi pesci
500Si mescono gli augei, nè van gli augelli
Coi quadrupedi insieme, e non col toro
S’accompagna la scimmia. Or l’uom più molto
Che non essi fra lor, da lor diverso,
Di consorzio miglior non fia provvisto?
505Allor con volto placido e sereno
Mi replicò l’Onnipossente: - A scelta
Felicità gentil veggo che aspiri
In compagnevol vita, e non t’appaga,
Se nol dividi, ogni piacer più caro.
510Ma che dêi tu di me pensare adunque?
Ti sembra o no, che assai felice io sia,
Io che fui solo eternamente e solo
Sempre sarò, che simile o secondo
E molto meno egual giammai non ebbi?
515Altri compagni ove trovar poss’io
Fuorchè quei ch’io creai, per gradi immensi
Inferïori a me più che non sono
A te quest’altre creature? - Ei tacque,
Ed io risposi umìl: - Stendersi invano
520Tenta all’altezza ed ai profondi abissi
Dell’eterne tue vie l’uman pensiero,
O supremo Signor. Perfetto sei
Tu in te medesmo e a te medesmo basti:
Tal non è l’uomo e al suo simìl d’unirsi
525Per aìta o conforto ei quindi brama.
Perchè infinito sei, tu sol d’alcuno
Uopo non hai, ma in suoi confini angusti
Ristretto è quegli, in unità si sente
Manchevol troppo e a propagare anela
530Se stesso in altri, ond’ei n’ottenga quasi
Moltiplice così vita novella.
Tu, benchè solo, in tuoi recessi arcani
Per compagno hai te stesso, erger tu puoi
Della tua vicinanza a’ divi onori
535Le creature, ove così t’aggradi;
Ma non può già di questi muti armenti
Tra i disformi costumi aver diletto
Quella ragion, di cui mi festi il dono,
E che sovra di lor tanto m’innalza;
540Nè i curvi petti lor poss’io dal suolo
Pur sollevare. - A così dir mi feo
La concessa licenza ardito e baldo.
Trovâr grazia i miei detti, e questa ottenni
Amorosa risposta: - Io fin qui volli
545Provarti, Adam: quegli animai non solo,
A cui già desti il convenevol nome,
Conosci tu, ma te medesmo ancora
E tua nobil natura. Appien tu senti
Quel ch’io trasfusi in te sublime spirto,
550Di me medesmo luminosa imago
A’ bruti non concessa, e quindi il farti
Compagno lor liberamente a sdegno
Avesti con ragion: stabil rimanti
In tuo pensier: no, non piaceami, ancora
555Prima del tuo parlar, lasciarti solo;
E neppur tai compagni io darti intesi
Quai finor li mirasti: a te dinanzi
Io sol li addussi onde provar se quanto
Conviensi o no, tu discernevi appieno.
560Quel ch’or vedrai, stanne sicuro, Adamo,
Ti fia gradito; dolce imagin tua.
Tua metà, tuo sostegno, altro te stesso,
E a’ voti del tuo core appien conforme. -
Qui tacque, o del suo dir null’altro intesi;
565Chè quel fulgór, quella sovrana voce
Atti a più sostenere i miei terreni
Frali sensi non fur, già spinti al sommo
Della lor forza, e illanguiditi e vinti
Cercâr ristoro in grembo al sonno; ei venne
570Tosto in aìta di natura, e gli occhi
Del suo vel mi coprì; gli occhi coprìo,
Ma della fantasia l’interna vista
Lasciò libera e aperta, e quello stesso
Loco dov’io giaceva, e quella imago
575Fulgida, glorïosa, a cui dinanzi
Vegliando io stava, a me nel sonno immerso
E quasi tratto in estasi, di nuovo
Presenta in sogno. Quel divino aspetto,
Sopra di me curvandosi, m’apriva
580Il manco lato, e ne traea grondante
Di vivo sangue e di vitali spirti
Calida costa. Grande era la piaga,
Ma di novella carne a un tratto empiessi,
Si risaldò, disparve. Egli la parte
585Che da me dispiccò, tratta e figura
Fra le artefici dita, ed ella tosto
Crescendo vien, prende altra forma, e n’esce
A me simìl, ma differente in sesso,
Leggiadra creatura. Oh quale incanto
590Di grazia e di beltà! Quant’io già visto
Avea di più vezzoso, innanzi a lei
O più tal non mi parve, o tutto accolto,
Tutto era in lei ristretto. I guardi suoi
Una dolcezza non sentita in pria
595Da quel momento mi versaro in seno,
E dal suo bel sembiante si diffuse
Uno spirto d’amore ed un sorriso
Per tutta la natura. Ella disparve,
E tenebre e dolor lasciommi in core.
600Mi scossi allor dal sonno e i presti passi
Volsi in traccia di lei, fermo in pensiero
Di ritrovarla, o consumarmi in pianto,
In pianto inconsolabile, e per sempre
Da me sbandire ogn’altra gioia, allora
605Che, fuor d’ogni mia speme, ecco la scorgo
Non lontana da me, qual io già vista
L’avea nel sogno, tutt’adorna e bella
Di quanti a farla amabile potea
Sparger doni su lei la terra e ’l cielo.
610Il celeste Fattor per man la guida,
Benchè non visto, e con la voce i passi
Ne drizza verso me; de’ maritali
Arcani riti e delle sante leggi
Ell’era instrutta già. Le grazie vanno
615Sull’orme sue, celeste raggio ha in viso,
E ogni atto spira dignitate e amore.
Ebro di gioia allor sclamai: Gran Dio,
Oh come adempi tue promesse! oh come
La passata tristezza or mi compensi,
620Benigno padre mio! Sì, d’ogni bene
Sei liberale donator, ma questo,
Questo è ’l più bello de’ tuoi doni, e alcuna
Invidia non men porti! Or sì, ch’io veggo
L’ossa dell’ossa mie, della mia carne
625La carne, e me medesmo a me davante.
Tratta dal fianco mio la mia compagna
Quest’è; quest’è colei per cui gli stessi
Diletti genitori e ’l dolce albergo
L’uom lascerà; quest’è colei che seco
630Diverrà, stretta in insolubil nodo,
Una carne medesma, un core, un’alma. -
Eva i miei detti intese, e, benchè Dio
Sua guida fosse, il verginal candore,
La modestia, il decoro, e il conscio merto
635E quella ritrosìa che amore e vezzi
Pria d’arrendersi vuol, che offrirsi sdegna,
Benchè brami esser vinta, e dolcemente
Accrescendo i desir, la gioia accresce,
Natura stessa infin, benchè sì pura,
640Le fean ritegno; alla mia vista indietro
Rivolse i passi, io la seguii, fu vinta
Dall’amor mio, dal suo dovere, e cesse
Con umil maestade ai dritti miei.
Al nuzïal boschetto io la condussi
645Fresca come l’aurora e al par vermiglia.
Arrise il cielo, scintillâr le stelle
Di più bei raggi, ed i più scelti influssi
Scosser sull’ora fortunata; segno
Dierono d’esultanza i piani e i colli;
650Ne gioiron gli augelli: a’ boschi intorno
I dolci zefiretti e le fresch’aure
Susurrando lo dissero; e dell’ali
Scherzando fra di lor gittavan rose
E gittavan fragranze ai ridolenti
655Arboscelli involate. Intanto sciolse
Al canto maritale i lieti versi
Il notturno amoroso augel, chiamando
Ad accender sua face in vetta al colle
La vespertina consapevol stella.
660Tutta così la sorte mia t’esposi,
E quale e quanto siasi il ben ch’io godo,
Ti strinsi in brevi detti. A me son cari
Tutti questi del ciel nobili doni,
Io lo confesso, ma niun d’essi impero
665Ha sulla mente mia, niun mi desta
Vivo desìo nel core. Ogni diletto
Che con varia dolcezza i sensi molce,
Questi bei campi, l’erbe, i fior, le poma
E degli augei la melodia soave
670Poco sarìan per me senz’Eva mia.
Ma presso lei ben altri affetti io provo:
Rapir mi sento s’io la miro; s’io
Stendo su lei la man, rapir mi sento;
Per lei da prima un non compreso e strano
675Moto mi scosse, in pria per lei conobbi
Che cosa è amor: fermo e tranquillo io stommi
In ogni altro piacer, ma contro il guardo
Della beltade e la sua forza arcana
Qui sol debole io son: manchevol forse
680Fu in me natura e a tanti vezzi incontro
Vigor bastante ella non diemmi, o troppo
Tolto mi fu dall’impiagato fianco.
Almen cert’è che con più larga mano
Sparse di grazia e leggiadrìa l’esterne
685Sue forme il gran Fattor; sebben, lo veggo,
Della mente e del cor nei più sublimi
Interni pregi ella a me cede e meno
Di me pur anco nel suo volto esprime
Del Creator l’imago e i segni augusti
690Di quell’impero ch’ei ci diè su tutti
Gli altri animai quaggiù. Pur quando a lei
M’accosto, sì perfetta in tutto apparmi,
Sì ben conscia di quanto a lei s’aspetta,
Ch’ogni suo detto, ogni opra sua m’è avviso
695Di saggezza e prudenza essere il fiore,
Di virtù, di bontade. A lei dinanzi
Del più alto saper vien meno il lume,
E prende il senno di follia sembianza.
Autorità, ragion (quasi foss’ella
700Nella divina idea disegno primo,
Non già secondo), ovunque il passo volga,
Con seco vanno: gentilezza infine
E magnanimi sensi in mezzo a tante
Amabili sue doti han posto il seggio,
705Sì che una sacra riverenza intorno,
Quasi una guardia angelica, la cinge.
- Non accusar natura (austero il ciglio
Allor riprese il Messaggier celeste);
Ella compiè sue parti, a te s’aspetta
710Compier le tue. No, non temer che mai
La ragion t’abbandoni, ove tu stesso
Nel bisogno maggior non sfugga e spregi
La sua scorta fedel, nè troppo esalti
In tuo pensier ciò che di te men vale,
715Come tu stesso scorgi. Alfin che tanto
Ammiri in lei? Che sì t’accende e move?
Quell’esterne sembianze? Elle, i’ nol niego,
Leggiadre son, dell’onor tuo son degne
E degli affetti tuoi, non già d’impero.
720Libra con lei te stesso, e ’l valor quindi
Conosci d’ambedue. Nulla sovente
Più giova all’uom che in pregio aver se stesso,
In pregio, a cui modestia e dritto e vero
Sian debito sostegno. Esperto e saggio
725Quanto in ciò più sarai, più agevol fia
Ch’ella signor ti riconosca e onori,
E sottoponga i suoi vistosi pregi
Ai più solidi tuoi. Così vezzosa
Per tuo piacer maggiore Iddio formolla,
730E tanta de’ suoi doni augusta luce
In lei versò perchè tu farla oggetto
Dell’amor tuo senza rossor potessi:
Ma se men saggio sei, con vigil occhio
Ben ella il noterà. Se poi sì vivo
735Di quel diletto, onde l’umana stirpe
Dee propagarsi, a te rassembra il senso
E d’ogn’altro maggior, pensa che i bruti
Son del medesmo a parte ancor, nè fatto
Sarìa comune ed abbassato ad essi,
740Se degno fosse d’occupar l’eccelsa
Mente dell’uomo e d’agitarne il core.
Quanto in lei di sublime e di gentile
Risplender vedi ed a ragion conforme,
Ad amar segui: amore io già non biasmo,
745Ma sol quel cieco e furïoso affetto
Che dissimil n’è assai. Verace amore
La mente affina, accresce l’alma, ha il seggio
Nella ragione e nel consiglio, e scala
Fassi all’amor del Creator superno,
750Se da’ bassi piacer si spicca e s’erge.
Quindi niun degno si trovò fra i bruti
D’essere a te compagno. - Allor, non senza
Qualche rossor, così rispose Adamo:
- No, non è già quella beltade esterna,
755O quel piacer, di cui con l’uomo a parte
Son gli animanti ancor (bench’io con alta
Misterïosa riverenza onori
Del letto marital le leggi sante)
Ciò che a lei più m’allaccia: assai maggiore
760Han forza in me que’ lusinghieri vezzi
E quelle tante grazie, ond’ella ogni atto,
Ogni moto accompagna ed ogni accento;
E facile e soave i nodi stringe
Di quel tenero amor che un’alma sola
765Fa di nostr’alme; peregino accordo
Più dolce a rimirarsi in coppia amante
Che gentil soavissimo concento
All’orecchio non è. Pur ligio il core
Non ho perciò (gl’interni sensi appieno
770Io ti disvelo), e nella varia schiera
De’ multiformi imaginosi obbietti
Che per l’alma mi van, libera sempre
La mente mia discerne il vero, il meglio
Approva e a quei s’appiglia. In me l’amore
775Già non biasmi tu stesso; al ciel, dicesti,
Ei ci solleva e n’è la strada e ’l duce.
Ma perdonami or tu, se troppo audace
Non è la mia richiesta: amano in cielo
Quegli Spirti beati? E per qual modo
780Esprimono l’amor? Con mutui sguardi
Solo, o mescendo di lor pura luce
Insieme i raggi? Unisconsi da lunge
L’anime loro, oppur con stretti amplessi? -
L’Angel con un sorriso in cui rifulse
785Delle rose del cielo il bel vermiglio
Onde Amor si colora: - A te, risponde,
Basti saper che siam lassù felici,
E ch’esser gioia senza amor non puote.
D’ogni puro diletto onde tu godi
790Sotto corporeo vel (chè puro e mondo
Te ancor creò quella superna mano)
Noi godiam colassù la scelta e ’l fiore;
Nè di membra o giunture a noi frapponsi
Ritegno alcun. Più agevolmente ch’aura
795Con aura non si mesce, onda con onda,
Bramosi d’accoppiar la lor purezza
Pienamente si mescono gli Spirti
In amplessi ineffabili, soavi;
Nè di quel modo hann’uopo onde le membra
800S’uniscono alle membra e l’alme all’alme,
Mentre incarco terren le cinge e aggrava.
Ma più indugiar non posso: il sol trascorso
Oltre le verdeggianti esperie piagge
È segno al mio partir. Sérbati forte,
805o caro Adam, vivi felice ed ama;
Ma Lui sovr’ogni cosa, il cui volere
Segue chi l’ama, e i suoi comandi adempie.
Non lasciar che giammai travolga e spinga
Impeto cieco la tua mente a quello
810Che un libero voler riprova e fugge.
La tua felicità, la tua sciagura
Con quella insiem di tutti i figli tuoi
Riposta è in te; di tua costanza meco
Tutto il ciel gioirà: da te dipende
815Il cadere o lo star; di proprie forze
Fornito appien, non ricercar d’altronde
Che da te stesso aita, e ad ogni assalto
Tieni di ree lusinghe immoto il petto.
Così dicendo egli levossi, e grato
820Seguitandolo Adamo: - Addio, rispose,
Addio; va pur, se partir dèi, celeste
Amico, ospite mio, da quell’eccelsa
Bontà che adoro, a me quaggiù mandato.
Ogni mia brama affabile e benigno
825Tu assecondasti, ed io nel cor la dolce
Memoria ognor ne serberò: ti serba
Tu ognor così propizio e spesso riedi. -
Così mossero entrambi, in vêr le stelle
Il divin Messo, e al suo boschetto Adamo.