Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Bossolano/IX

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Una visita poliziesca

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UNA VISITA POLIZIESCA.


Verso la fine dell’nverno egli dovette lasciare alcuni giorni la sua classe, in cui fu mandato il vice-parroco, per andare a sostituire il collega Delli, malato di gola; e fece le veci di questo anche alla scuola serale, dov’erano una ventina tra giovinetti e uomini fatti, contadini e operai. Ed ecco che la terza sera, con sua gran maraviglia, gli capitano in scuola il sindaco e il vecchio delegato. Subito gli balenò l’idea che il sindaco fosse stato indotto alla visita da quell’altro, sospettoso della sua propaganda repubblicana: gli parve anzi, ripensandoci, d’aver udito un leggero rumore all’uscio, prima che entrassero, come di gente che stesse a origliare, stropicciando i piedi pel freddo. Appena li vide, corse loro incontro. Il sindaco, che non andava mai a visitare la scuola serale, per cui pareva che avesse ripugnanza, si fece avanti col viso ridente. Il pensiero che vi potess’essero su quei banchi qualcuno dei suoi passati o futuri tagliatori di viti, gli ispirava, al vedere, un grande sentimento di benevolenza per gli alunni.... Guardò i quaderni di alcuni, sentì leggere cinque o sei, e si congratulò con tutti, mostrandosi maravigliato dei progressi che avevan fatto in sì breve tempo. — In quattro mesi! — esclamò, voltandosi verso il maestro, mentre leggeva l’ultimo — ma sa che è da stupire! — Ai giovanetti battè la mano sulla spalla. A un operaio che gli mostrò una pagina scritta d’allora: — E dopo una giornata di lavoro! — disse; — mirabile! mirabile! — Promise di far aggiungere un lume; trovò che la scuola non era abbastanza riscaldata. Ma il delegato era ben lontano dal partecipare alle sue tenerezze. Entrato col viso scuro, girando gli occhi qua e là, come un commissario di polizia in una casa sospetta, non s’andò a cacciare, come il sindaco, tra i banchi: se ne stette ritto accanto al tavolino del maestro, a osservare attentamente l’uno dopo l’altro gli alunni barbuti che s’alzavano a leggere con voci rudi, masticando dei mezzi sacrati contro sè stessi [p. 204 modifica]quando sbagliavano una parola. All’alzarsi d’uno dei più maturi, un grosso carrettiere dal viso brusco che tre mesi prima era rimasto con una gamba sotto la ruota del carro, domandò piano al maestro: — Chi è quest’alunno?

Il maestro rispose che non lo sapeva.

— Com’è possibile? — domandò il delegato, con aria diffidente.

Ma il sindaco s’affrettò a rassicurarlo dicendo il nome dell’uomo, e osservando ch’era naturale che il Ratti non sapesse ancora il nome di tutti, perchè non sostituiva il Delli che da poche sere.

Mentre un altro leggeva un brano del libro di lettura, che diceva del governo dell’Italia: monarchico costituzionale, il delegato guardò a vicenda il maestro, il lettore e gli altri alunni, come per cogliere a volo qualche ammicco o cenno furtivo con cui potessero alludere maliziosamente fra di loro ai commenti rivoluzionari che facevan le altre sere a quel paragrafo, quando non c’erano testimoni importuni. E l’alunno avendo letto con voce smorzata l’ultima frase del periodo per la patria e per il re, egli gridò: — Più forte! — quasi indispettito, guardando il maestro. — Queste son parole che bisogna insegnare a leggere con voce vibrata, poichè sono l’espressione del sentimento nazionale, la voce della coscienza e del cuore di tutti. Per la patria e per il re! Più spiccato ancora: per il re!

E come se quella parola gli risvegliasse un altro sospetto, s’avvicinò alla parete a guardare attentamente il ritratto del re, una grande litografia, nella quale trovò una macchia, di cui domandò conto, col viso accigliato. Il maestro dovette sollevare un poco il quadro per fargli vedere che la macchia era prodotta dall’umidità del muro che aveva fatto ammuffire anche la cornice. Il sindaco sorrise, come per dir: — ragazzate, — e prolungò il sorriso, perchè non sfuggisse alla scolaresca, che aveva capito la cosa.

In fine, quando il sindaco s’avviò per uscire, il delegato, senza perder d’occhio il maestro e gli alunni, gli andò dietro senza dir altro; ma, arrivato all’angolo vicino all’uscio, avendo preso, invece del proprio bastone, un altro più grosso e più pesante che v’era accanto, lo mostrò al maestro domandandogli di chi fosse. [p. 205 modifica]Era del carrettiere, il quale zoppicava ancora. Dicendo questo, il Ratti s’accorse che il delegato dava al bastone una scossarella, per sentire se ci fosse dentro uno stocco. Per dissimulare in qualche modo quest’atto, egli s’affrettò a dire, con cortesia insolita: — Buona scuola, signor maestro! — e richiuse l’uscio, mostrando un’ultima volta per lo spiraglio la faccia diffidente.

Il racconto di questa visita rallegrò fuor di modo l’organista. — Ah! il vecchio conigliaccio spelato! — gridò. — Ma son io, sa, che gli ho messo tutto quel pepe nel preterito. Quello lì ha da morire d’un colpo di battisoffia fulminante alla prima notizia che arriverà a Bossolano dello sconquasso finale. Ah, caro Ratti, quando lo spago è arrivato a questo punto fra i gaudenti del baraccone, vuol dire che il gran momento non può esser lontano. Vuole anche dire che non avranno neppur più tanto fiato in corpo da opporre un po’ di resistenza per formalità: si verranno a costituire in massa, con le braccia ciondoloni e la camicia sporca, e non avremo più che da spazzarli via con la granata. Ah! che carnevale vorrà essere! Il vero martedì grasso dell’umanità! E dire che noi lo vedremo, maestro! — E detto questo, afferrava una seggiola e faceva un giro di valzer davanti al suo pianoforte.