Il romanzo d'un maestro (De Amicis)/Camina/II

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L’aria del villaggio

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L’ARIA DEL VILLAGGIO.


Le prime impressioni che ebbe il maestro furon gradevoli. Gli piacque il villaggio allegro, formato da una lunga strada serpeggiante, dal mezzo della quale, per un vicoletto breve, si saliva a una gran piazza irregolare, dov’era la tettoia pel mercato, e tutt’intorno delle piccole case d’aspetto signorile, l’edifizio comunale, due caffè, un teatro. Da un lato aperto della piazza, sorpassando con lo sguardo le case della via sottoposta, si spaziava sulla pianura immensa, fino alle ultime cime azzurre delle Alpi marittime. Il villaggio, che da lontano pareva tuffato in un boschetto, si stendeva sul fianco d’una collina, ultima d’una diramazione delle Alpi Cozie, in mezzo a una vasta distesa di vigneti, sparsa di ville bianche, e rigata da lunghi filari di gelsi. Era un paesetto pulito e vivace, in cui parve al maestro di sentir già l’aria di Torino. Egli trovò una camera conveniente a un’estremità della strada principale, in una casa mezzo rustica e mezzo civile, di proprietà del segretario comunale, notaro. La casa era abitata al pian terreno da una famiglia di contadini, e al pian di sopra, nella camera accanto alla sua, ci stava con un suo figliolo la guardia campestre: un muso tutto baffi e sopracciglia, nero come un beduino; il quale fin dalla prima sera gli domandò tre numeri del lotto, dicendogli che la guardia del comune di Stellina aveva vinto duemila cinquecento lire con un terno trovatogli per via di calcolo appunto da un maestro nuovo arrivato, di quelli che sono ancora freschi di studi. Gli piacquero nondimeno questo e gli altri vicini perchè non gli parevan gente da spiare i fatti suoi, ed eran fuor di casa tutto il giorno. E non gli dispiacque, a primo aspetto, il sindaco Lorsa, che lo ricevette con pochissime parole, in modo rozzo, ma [p. 86 modifica]franco. Era proprietario di terreni e negoziante di vino; un pezzo d’uomo tra i cinquantacinqne e i sessanta, con viso e corpo di contadino, con gli occhi piccoli e severi, un enorme naso a gancio, la bocca arcata e dura; il quale mostrava d’aver trattato la vanga fino a giovinezza inoltrata, e anche nel vestimento pulito diceva l’origine agricola. Squadrato che ebbe il maestro, parve che la sua persona smilza e quel non so che di signorile che aveva nell’aspetto gl’ispirassero poca fiducia: lo giudicò forse un giovanotto un po’ vano e un maestro poco autorevole; ma i suoi modi rispettosi e la parola laconica modificarono subito quel giudizio. Egli stesso lo condusse a vedere la scuola, che era nella casa comunale, sotto il suo ufficio; uno stanzone quadrato e basso, che serviva anche per feste e per l’estrazione a sorte dei coscritti. Non c’erano che tre o quattro vecchi cartelloni di nomenclatura, segnati dalle dita dei ragazzi, i banchi male in bilico, e alcuni tenuti insieme con corde, e le pareti che ci parevan dipinti degli arcipelaghi; ma c’era spazio e luce; e il maestro non ne fu malcontento. Avrebbe voluto arrischiare un’osservazione sulla sporcizia dei muri; ma il sindaco lo prevenne, dicendogli con aria trascurata: — Già, ci potrebb’essere più bianco....; ma, infine, non ci han mica da venire dei figliuoli di marchesi.