Il sociologo, la sociologia e il software libero: open source tra società e comunità/Capitolo 1/1

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1.1 breve storia dell’informatica e dei linguaggi di sviluppo

../../Capitolo 1 ../../Capitolo 1/2 IncludiIntestazione 19 agosto 2011 75% Tesi universitarie

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Avvicinandoci ai nostri tempi, e facendo sicuramente torto, per necessità di brevità, ad una storia vasta e complessa, troviamo centri di ricerca, in particolare di università USA che necessitano di elaborare grosse quantità di dati, nonché enti governativi, in particolare il «ministry of war» USA, che hanno l’ambizione di integrare risultati di ricerche e sperimentazione dei centri di ricerca. Seguendo questo ramo della storia, più confacente ai nostri scopi, troviamo il Massachusets Institute of Tecnology (MIT) che acquista il suo primo computer PDP-1 attorno alla quale la cultura accademica crea i primi linguaggi - istruzioni o grammatiche che avvicinano la logica circuitale delle macchine a quelli che Luhman chiama sistemi cognitivi e sistemi di comunicazione, cioè gli uomini e la società - che hanno nomi come lisp, FORTRAN, Pascal, C e C++.


Chi al MIT si dedica a questa attività viene chiamato, o si definisce hacker, ma è importante sottolineare che, seconda l’etica hacker, tale è chi viene così definito da altri. Quindi hacker, anche per il prosieguo di questa ricerca, sarà in buona sostanza un programmatore, mosso nel suo fare principalmente da una gratificazione intellettuale e scientifica, oppure definiti «aficionados dedicated to the craft of computing » (Coleman, 2010), cioè appassionati dedicati all’artigianato informatico, anche se la traduzione italiana non rende la finezza del concetto, in quanto «to craft somenthing» significa creare qualcosa in modo parsimonioso lasciando trasparire anche un’idea di dedizione che a mio vedere si avvicina ad un’idea di vocazione e predisposizione intensa, come si cercherà di dimostrare, coinvolgente anche sul piano etico, quindi il «beruf».


Fondamentale è la nascita del progetto ARPAnet nel 1969, finanziato dal «ministry of war» USA, nell’ambito del quale le università USA, in particolare il MIT di Boston, Carnigie Mellon University, Stanford University, Barkeley University, iniziano a collaborare. I relativi team di sviluppo sono ovviamente composti da hacker che entrano in comunicazione stabile, continuativa ed operativa proprio attraverso ARPAnet che si evolverà poi in internet. Altro elemento importante che si inserisce in questa dinamica sono le imprese di elettronica che fabbricano i computer e mettono a disposizione i driver di base e i kernel su cui si costruiscono i sistemi operativi. Il concetto di driver e di kernel assumono per i nostri scopi un’importanza fondamentale. Sono le parti software più vicine alla logica circuitale, cioè quella parte minima di intelligenza artificiale che permette agli sviluppatori, quindi agli hacker di implementare sui computer i sistemi operativi e quindi compilatori e linguaggi di programmazione che sono gli strumenti con i quali si costruiscono i veri programmi operativi per l’utilizzo finale.


Sempre ai nostri scopi è necessario capire come l’informatica si sviluppi a partire dai chip che contengono le funzionalità logiche di base, ai sistemi operativi ed infine agli applicativi (programmi per utenti finali non informatici) a strati. Negli strati più bassi si opera a livello molto astratto, i linguaggi rispecchiano la logica circuitale e non quella umana (linguaggio macchina). L’assembly è già un primo livello di avvicinamento al linguaggio umano. Più istruzioni macchina vengono «assemblate» in comandi singoli più immediati. Così si progredisce fino ad arrivare ai veri linguaggi di sviluppo come il FORTRAN, il Pascal, il C++, il lisp e via dicendo. Quindi a livello basso l’operatività è molto più complessa e specialistica, in gergo viene indicata con «scrivere sul ferro», mentre a livello alto le logiche operative rispecchiano i sistemi cognitivi umani, sono quindi più semplici e l’operatività tende ad essere meno specialistica ed inizia a riguardare di più le competenze estetiche, comunicative e organizzative. Controintuitivamente quando si parla di basso livello si intende pertanto un livello specialistico, astratto, lontano dai sistemi cognitivi e vicino alla logica circuitale. Ad alti livelli di operatività si può dire l’uomo conquista la semplicità operativa ma pagando un prezzo importante: la perdita di controllo sulla macchina.


È su questo punto, sulla base di questa convinzione, che a priori non diamo per scontato sia giusta, che il contesto hacker sviluppa la propria etica e si passa dall’entusiasmo, dall’effervescenza collettiva all’elaborazione di un’etica volta in primo luogo a preservare e difendere i confini di questa dimensione altra che gli hacker hanno sperimentato dal PDP-1 in avanti, fino al momento in cui questo spazio-tempo sembra finire, minacciato dalle logiche di mercato. Questo accade nel 1967 con la produzione del PDP-10 da parte di DEC (Digital Equipment Corporation) che nasce già equipaggiato di sistema operativo TOPS-10 e assemblatore MACRO-10 (macro indica proprio l’assemblaggio di istruzioni circuitali in comandi singoli). Il MIT decide di fare a meno del sistema operativo della DEC e per ragioni etiche, possiamo dire a questo punto, decide di costruire un proprio sistema operativo ITS (Incompatible Time sharing).


Il tema del controllo diviene centrale perché in funzione del livello in cui questo viene posto viene modificato il rapporto uomo/macchina. Un’immagine analoga ci è offerta da Pirsig (1992) che descrive il diverso approccio alla tecnologia tra motociclisti e automobilisti:


[...]I proprietari di automobili solitamente non ci mettono mano, ma in ogni centro abitato c’è un garage dotato di ponti costosi, di attrezzi speciali ed apparecchiature diagnostiche che il proprietario medio di un automobile non può permettersi. E poi il motore di una macchina è più complesso e inaccessibile di quello di una moto, quindi la delega è più sensata. Ma per la moto di John, una BMW R 60, scommetterei che non c’è un meccanico da qui a Salt Lake City. Pirsig (1992, p. 237)


Tanto quanto il controllo della logica circuitale viene mediato da strati software, tanto l’uomo diviene un esecutore, incanalato in percorsi decisi da altri. È pur vero che questi percorsi debbano essere decisi da qualche esperto se si vuole che anche i non esperti usino l’informatica, ma è diverso se questi esperti sono legittimati in un contesto comunitario che non dall’impersonalità del mercato. L’esperienza di Richard Stallman nel non poter più, da un certo momento, aggiungere funzionalità alla «sua» stampante è di fatto un’espropriazione di controllo. La risposta di un bisogno, come la funzionalità di avviso dell’inceppamento della carta, viene delegata al mercato anche se il mercato spesso non risponde adeguatamente, ed è su questo preciso aspetto in cui si trovano le argomentazioni più forti nella tensione tra software proprietari e software libero e le domande che emergono da questa dialettica sono: Il mercato delle licenze risponde a tutti i bisogni? Il mercato delle licenze sfrutta tutte le potenzialità della logica circuitale? È possibile che molti bisogni di automazione non emergano o vengano delegittimati o liquidati come impossibili solo perché non sono riproducibile industrialmente?


La community non è solo un contesto di legittimazione, è un qualcosa di concreto, in cui è possibile partecipare a qualsiasi livello oltre alla programmazione: organizzazione di iniziative, condivisione di visioni del mondo, traduzione di manuali, traduzioni di menu, finanche semplicemente usare software libero anziché proprietario e questa strategia è centrale perché risolve sul nascere il problema dei free riders. Ed è attraverso i ruoli e l’impegno concreto che la comunità virtuale costruisce il «selves» pur con una limitata compresenza fisica, che comunque mantiene, come si vedrà più avanti, un’importanza non marginale.


Galbraith (1967) osserva che le grandi imprese riescono a indurre il comportamento dei consumatori. In sintesi la questione verte sul fatto che l’informatica «costruita» dal mercato è qualcosa di diverso da ciò che potrebbe essere se prodotta in una dimensione comunitaria, di conseguenza quello che «l’agente economico» chiede all’informatica non riguarda ciò che potrebbe essere ma ciò che corrisponde alle sue aspettative determinate dall’informatica delle licenze. Il tema di ciò che è oggi l’informatica contro ciò che potrebbe o dovrebbe essere non si limita solamente sulla questione «migliore» o «peggiore», che può essere riduttivo quanto relativo, ma si espande su questioni profonde e in particolare la libertà. La tesi di Galbraith (1967) sulla sequenza ritenuta e sulla sequenza aggiornata risulta maggiormente visibile nel settore informatico. Ciò che in ultima analisi viene messo in discussione è la plausibilità dell’industrializzazione dei processi di produzione di software su due piani: quello organizzativo della produzione e quindi dell’offerta, dove abbiamo visto è necessaria la limitazione delle risorse di conoscenza e la forzatura dell’informatica da «techinca» a «tecnica»; e quello della domanda dove la grossa componente del rischio già menzionata richiede il ripristino della fiducia attraverso la visibilità dei processi. A questo proposito, in termini più generali, Baudrillard (1976) sostiene che l’uomo moderno finisce per smarrirsi, perché non riesce a vedere le relazioni economiche che producono i beni di consumo. Allo stesso modo se il concetto di «folla solitaria» elaborato Riesman (1953) è necessario a sostenere il consumo di massa, al contempo non è sufficiente a sostenere il bisogno di fiducia che un bene complesso, mutevole e ad alto rischio come il software richiede.


Avendo spiegato cosa si intende per livello informatico ora possiamo asserire che la preoccupazione degli hacker è quella di preservare uno spazio sacro, - o controllare, in termini informatici ed ingegneristici, il livello basso - in cui si è sperimentata l’effervescenza collettiva. Se ciò è vero tale ipotesi deve essere confortata dal realizzarsi storicamente di una effervescenza collettiva autentica ed intensa. È possibile ricorrendo al concetto di stato di flusso di Csikszentmihaly, che spiega come l’energia psichica ed emozionale vengano integrate e mobilitate per risolvere le sfide che pone l’ambiente (o il sistema stesso, se visto da un punto di vista costruttivistico) provocando un intenso grado di gratificazione amplificato dalla compresenza virtuale di altri che provano altrettanto attenuando la necessità di compresenza fisica.


Sicuramente non sbaglia Gabriella Coleman (2010), quando riprendendo Victor Turner, afferma che attraverso la compresenza in una conferenze di hacker e nelle hacker feasts, viene costruito il «selves» a partire dai «self», ma è però evidente che questa costruzione di «selves» inizia, anche cronologicamente, nella rete, nel luogo virtuale. Inoltre bisogna considerare che solo una piccola parte di coloro che partecipano ai progetti presenzia alle conferenze e anche coloro che non portano il loro corpo ma partecipano intensamente ai progetti non possono essere estranei alla costruzione del «selves»; a volte si partecipa una volta sola nella vita e tanto basta; il capitale simbolico rimane nella rete; la solidarietà si concretizza e si sperimenta nel network. Il linguaggio non verbale non è possibile in situazioni di non compresenza e non può essere surrogato, ma altrettanto la compresenza non può surrogare la rete e la comunicazione virtuale-non-verbale insita nella potenza comunicativa delle soluzioni e negli algoritmi.


Lo stesso acronimo GNU che indica il progetto fondato da Richard Stallman per costruire un sistema operativo diverso da UNIX, indica una ricorsione (GNU is Not Unix), che è una tecnica usata nei linguaggi strutturati per ordinare liste o risolvere problemi complessi in un modo non consueto ai sistemi cognitivi umani ma che fa parte della forma menti hacker, in più la ricorsione consente di scrivere codice in modo conciso risparmiando righe di comando e quindi tale acronimo contiene precise prescrizioni su quello che, nell’ambito del software libero, viene ritenuto un modo di programmare corretto e pulito, cioè puro (Douglas 2003) perché deve essere esposto al mondo intero.


Sempre Richard Stallman quando enumera dei concetti anziché partire da «1», parte da «0», pur comunicando con altri uomini e non con dei microprocessori. Chiaramente questo modo di comunicare è cercato e voluto, indica chiaramente un’appartenenza, un’identità, una prescrizione e un’ammonizione di corretta programmazione che potrebbe significare: «chi partecipa ad un progetto di sviluppo di software libero non si azzardi a costruire liste partendo da 1».


Se per il primo assioma della scuola di Palo Alto è impossibile non comunicare si può asserire che nella comunicazione di una soluzione (algoritmo) nell’ambito di un progetto open source è impossibile non comunicare anche qualcos’altro di intimo, profondo e personale. A questo proposito diviene illuminante la stessa immagine che Gabriela Coleman usa del mago di Oz come costruzione di un impostore che manovra da dietro ad una tenda, effettivamente nel modo di produrre dell’open source non ci sono tende.


Questo spiega come nella rete si possa sperimentare, in una certa misura, virtualmente, cioè senza compresenza fisica, il sacro. Solitamente le distinzioni riguardano il tipo di mezzo utilizzato, e quindi la contemporaneità tra emittente e ricevente, diversa ad esempio tra telefono o lettera, o la direzione, a senso unico ad esempio nella comunicazione di massa come televisione e giornali. Spesso le comunicazione mediate sono complementari a relazioni reali. Va precisato che si è spesso usato, e si userà nel prosieguo il termine virtuale, per indicare qualcosa a cui riferire le rispettive categorie sociologiche del mondo reale. Questo non è arbitrario, anche se spesso questo termine viene abusato, in quanto, ad esempio un luogo virtuale, può essere tale nel momento in cui, pur non essendo delimitato da confini fisici, è suscettibile di possedere caratteristiche «reali» che lo rendono idoneo ad essere trattato da un punto di vista sociologico come un luogo fisico, ad esempio, perché idonei a contenere i manufatti della cultura hacker, cioè il codice aperto del software.


In questo modo possiamo spiegare la dimensione sacra secondo Durkheim (1962). L’esperienza del sacro inizia con un raduno, nel luogo virtuale, che è la rete. Queste persone sono mosse non semplicemente da interessi comuni ma da un comune sentire. Due elementi importanti per l’innesco dell’effervescenza collettiva sono la contemporaneità, cioè la compresenza spazio-tempo, e il coordinamento.


Spesso si pensa alla comunicazione mediata, in particolare nella rete, come autonomizzazione dal tempo ed in questo senso la contemporaneità sembra non sussistere. Possono però essere sottovalutate due condizioni: l’autonomia dal tempo come semplice possibilità e non necessità; la sfumatura della compresenza. La seconda questione richiede una breve spiegazione. In qualsiasi comunicazione vi è un certo coordinamento, una certa gestione dei tempi in cui, ad esempio tra due persone educate, mentre l’uno parla l’altro ascolta e viceversa. Non è possibile di fatto stabilire un tempo prossemico limite al di fuori del quale la reazione ad uno stimolo non rientra più in una dinamica di compresenza spazio-tempo. È chiaro che a buon senso oltre un certo limite viene meno la compresenza ed è tanto minore quanto maggiore è il tempo di attesa di una risposta (reazione). Quindi si potrebbe anche ipotizzare che la compresenza sfuma con il passare del tempo. Questo processo di sfumatura potrebbe anche non avere la stessa intensità, infatti il tempo è un concetto relativo. È plausibile inoltre supporre che lo scemare della compresenza sia tanto immediato quanto minore è il coinvolgimento e viceversa. In termine pratici la situazione potrebbe essere la seguente come si può riscontrare abbondantemente nella rete:


Graham Collins - 12/05/2009 Sono un nuovo arrivato e ho provato ad installare Twiki 4.3.1 (seguendo le sistruzioni ...) e ho gli stessi errori che John De Stefano descrive ...


Peter Thoeny - 13/05/2009 anziché lottare con CPAN install puoi manualmente sistemare il file twiki/lib/TWiki/Render.pm ...


Graham Collins - 13/05/2009: Grazie questo funziona ....


Paul Reiber - 14/05/2009: ho trovato lo stesso errore ...


Tomasz Grzegurzko - 14/05/2009: su Debian o Ubuntu apt-get libunicode-string-perl aggiusta questo problema


Tomasz Grzegurzko - 22/05/2009: Scusate, il comando precedente dovrebbe essere apt-get install libunicode-string-perl


(tratto da http://twiki.org/cgi-bin/view/Support/SID-00291 il 10/09/2010)


Le discussioni come queste sono tantissime nei progetti open source, e ciò che è importante notare, e relativizzare, è il tempo particolarmente breve che intercorre tra una prima segnalazione di bug (difetto) e la sua soluzione: 2 giorni; sono dinamiche impensabili nel software chiuso. Innanzi tutto un primo aiuto viene dato il giorno dopo da Peter Thoeny che spiega dove modificare il codice allo stesso utente. Due giorni dopo Tomasz Grzegurzko, probabilmente lo stesso sviluppatore, annuncia che la nuova installazione risolve tutto ( apt-get install). Il 22 maggio Tomasz Grzegurzko si accorge che aveva scritto solo «apt-get» anziché «apt-get install» e quindi precisa meglio tutta l’istruzione. Durante questo arco di tempo non è venuto meno il focus attentivo sul progetto, la tecnologia non solo può contrarre il tempo, ma lo può anche dilatare (rallentare o sospendere).


Si tenga poi presente che è il progetto che costituisce l’evidente focus attentivo di questa dinamica, il quale viene modificato, mutato in qualcosa di migliore e questo processo entra nella storia della community. Costituisce un vero e proprio oggetto sacro specialmente se usato da un gran numero di utenti in tutto il mondo. Con questo non si vuole asserire che lo spazio-tempo virtuale non ponga dei limiti alla comunicazione ma semplicemente che in, qualche misura, è plausibile recuperare un certo grado di compresenza in situazioni di forte coinvolgimento. A questo proposito basta qualche semplice esempio:


un programmatore sperimenta nella rete ogni giorno la solidarietà. Problemi complessi che non si riuscirebbe a risolvere in tempi ragionevoli vengono risolti dalla comunità di colleghi hacker. Ma in queste situazioni l’esperienza catartica della solidarietà è intensificata da una condizione emotiva negativa che la precede, cioè l’ansia da consegna, la contrazione del tempo, e quindi la solidarietà è percepita intensamente. Questo spiega, come a livello micro, in condizioni di iper-modernità, sia possibile, anzi indispensabile, un rapporto tra economia formale ed informale e come queste si sostengano e nel caso specifico della tecnologia informatica non possano sussistere l’una senza l’altra. Questo rapporto, tra economia formale e non, è evidente oltre che nei progetti, dove operano volontari che costruiscono strumenti che vengono usati nel mercato delle consulenze e nello sviluppo di sistemi, anche nella situazione in cui viene data assistenza volontaria ad un problema che riguarda un’attività regolarmente remunerata. Spesso l’economia ha risolto questo paradosso imputando al costo «zero» l’effettivo punto di incontro tra domanda ed offerta, ma questo verrà argomentato più avanti. Inoltre il software libero entra in diretta concorrenza con il software proprietario e certamente contribuisce ad abbatterne i costi.


Si pensi a quanto possa essere gratificante vedere una propria soluzione tecnologica, approvata da un intera comunità, vedere il proprio codice ripreso e perfezionato o implementato da altri, o mescolato ad altre soluzioni e via dicendo, e quanto questo soddisfi la desiderabilità sociale.


A questo livello le discussioni assumono un carattere esoterico e ciò se da un lato conferisce una tonalità elitaria dall’altro aumenta il suo tenore religioso. Queste discussioni hanno un pubblico più vasto, possono essere seguite anche da chi ha minori competenze che comunque percepisce il senso di quanto accade. Le competenze sono sfumate, possono essere più o meno profonde così come la partecipazione attiva che si può svolgere a più livelli e può riguardare lo sviluppo software vero e proprio, la scrittura di manuali d’uso, la traduzione, la promozione dei prodotti attraverso un proprio sito, la partecipazione a discussioni e forum, finanche il semplice utilizzo al posto di un corrispettivo prodotto software proprietario. I sacerdoti del nuke1 di sviluppo, d’altro canto, percepiscono la presenza degli adepti attraverso i log (tracciamento del numero di accessi ai siti), il numero dei download (numero di installazioni), segnalazioni di bug e via dicendo.


A questo punto possiamo riprendere l’idea di sacro di Durkheim (1962) aggiungendo un altro elemento che emerge da quanto sopra e cioè il coordinamento spontaneo dei comportamenti e la sincronizzazione che trasforma i sentimenti individuali in collettivi. Il focus attentivo è il prodotto software prodotto dalla community e ciò che viene celebrato alla fine è la community. Emergono prescrizioni implicite ed esplicite che si rifanno sullo stile della netiquette2 oppure riguardano obblighi di solidarietà, divieto di introdurre nella discussione temi non attinenti e quindi contaminanti e devianti dal focus attentivo, fino ad arrivare, come per la comunità Debian, ad un vero contratto sociale, con tanto di versione come per pacchetti software, attualmente La versione 1.1 approvata il 26 aprile 2004. Possiamo quindi riconoscere seguendo Collins (1988) gli elementi che caratterizzano il rito religioso ad eccezione della riunione fisica di un gruppo di persone che abbiamo argomentato:


1) la condivisione di un medesimo focus attentivo;
2) una tonalità emozionale comune;
3) oggetti sacri che rappresentano l’appartenenza al gruppo
   (il software);
4) aumento della fiducia e dell’energia emozionale degli 
   individui che vi partecipano;
5) giusta rabbia e punizione per chi non rispetta gli oggetti 
   sacri.


Ad eccezione delle riunione fisica attenuata, ma non del coordinamento. Di fatto la dinamica del tutto mediata riportata sopra mostra un buon grado di coordinamento tra persone che non si conoscono. Intervengono utenti «sprovveduti» che vengono aiutati da utenti più esperti che aiutano a risolvere temporaneamente il problema e poi un programmatore accreditato che annuncia la soluzione del problema omettendo per distrazione un suffisso che viene aggiunto poi. C’è inevitabilmente già qualcosa di più che non una semplice interazione mediata tra sconosciuti ma allo stesso tempo sembra mancare qualcosa. Da testimonianze dirette che vengono documentate e osservazioni etnografiche, in particolare di Gabriella Coleman che ha osservato la comunità Debian, emerge comunque l’importanza della compresenza fisica, tanto più quanto il progetto assume le caratteristiche del software libero, con le sue implicazioni etiche maggiori e codificate, come è appunto nel caso della comunità Debian.


Stefano Zacchiroli Project Leader di Debian e ricercatore alla Université Paris Diderot esprime bene questa esigenza della compresenza fisica, per cui è importante incontrarsi almeno una volta per potersi meglio coordinare. Ma è proprio il coordinamento che denota la dimensione del sacro e che permette l’effervescenza collettiva; in più lo stesso Zacchiroli sottolinea un processo di cambiamento attraverso la «prima» compartecipazione fisica:


«trovo che andarci per la prima volta senza esserci mai andato serva tantissimo a migliorare la situazione. Tornarci se ci sei già andato contribuisce ma non così tanto come la prima volta»


Rappresenta un rito di passaggio, ma rappresenta anche un evento annuale a cui è importante/necessario partecipare almeno una volta - nella vita – così come recarsi alla Mecca almeno una volta nella vita è uno dei cinque pilastri dell’Islam.


La differenza consiste nel fatto che nel caso della comunità Debian non esiste un luogo sacro, un Harim fisico verso cui dirigersi, questo è virtuale, in quanto il focus attentivo è virtuale, è il software che si trova nella rete. Pertanto non c’è bisogno di un posto fisico determinato e localizzato, ma allo stesso tempo la compresenza è necessaria. Dice Zacchiroli nell’intervista del 17 agosto:


«è risaputo che lavorare di persona in un lasso di tempo limitato con delle persone che collaborano su uno stesso progetto ha un’efficienza ed un’efficacia molto superiore che il lavoro remoto, perché si è concentrati, perché la cosiddetta banda passante della comunicazione è molto più alta»


C’è un elemento importante che emerge da queste affermazioni. Il termine di paragone con cui si misura la qualità delle relazioni è un elemento virtuale, cioè la banda, il canale comunicativo. La compresenza fisica è migliore, ma la si misura in termini virtuali. Non è un’ambiguità ma un’ambivalenza tipica della modernità radicale (Giddens, 1995), e nello specifico spiega esattamente come compresenza fisica e virtuale siano tra loro coordinate. In qualche modo pone l’accento sulla «intensificazione» degli oggetti come la velocità banda e il progetto inteso come software; della comunicazione; dei sensi attraverso la concentrazione; quindi dell’efficienza e dell’efficacia, che non sono solo la misura «economica» dell’evento ma anche e soprattutto una misura valoriale, in quanto fanno la differenza, permettono - unitamente a molto altro ovviamente - la distinzione dal software proprietario e quindi l’identificazione.


In questo contesto, seguendo l’analisi analogica di Durkheim sulla relazione tra comunità e sacro, viene celebrato il software, il sistema operativo Debian con i suoi quarantamila pacchetti, come prodotto della comunità e come tale emanazione del sacro. Questa analogia nell’analisi sociologica nulla toglie all’identità, alle peculiarità o all’esperienza dell’uno o dell’altro contesto, semplicemente evidenzia una strategia storica dell’agire umano che ha il significato, se non il «senso», di essere funzionale alla coesione e, in ultima analisi, di risolvere il problema di «come tenere unita la società» sia essa umana o community.