In Valmalenco/Capitolo III

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Capitolo III. Com'è duro calle Lo scendere e il salir

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Capitolo III. Com'è duro calle Lo scendere e il salir
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.......... Com’è duro calle
Lo scendere e il salir......


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III.


Ho temuto, per il troppo cammino e per il salire ed il scendere, di dover logorare mezzo le gambe per via.

I miei giovani amici pittori erano discesi dalla montagna per incontrarmi e Prada, il giorno dopo la visita, aveva lasciato che il compagno s’incamminasse verso l’Alpe di Felleria, ed era rimasto presso di me, sacrificando qualche giornata di lavoro, al piacere di rivedermi e di accompagnarmi nelle escursioni che avessi voluto intraprendere.

Fra una chiacchiera e l’altra, non ricordo come, fu buttata là ed accettata la proposta di partire entrambi, il più presto, possibilmente di notte, con la luna, per raggiungere sull’alpe il pittore Omio che ci aveva preceduti.

Chi seppe questa mia decisione mi incoraggiò e se ne compiacque, per cui, felici, io d’avere accettato, l’altro di avere proposto, la mattina dopo, col primissimo biancore dell’alba, caricate sulle [p. 26 modifica]spalle dell’amico due coperte con le munizioni da bocca, armato io di un alpenstok e di una minuscola botticella ripiena di vino, s’usciva dalla casa del curato avviandoci verso la frazione di Tornadri.

Il cielo era di una purezza diafana, colorata sottilmente d’azzurro; verso oriente però una lunga striscia di bianco ne rompeva il cobalto; le montagne, sotto quella tinta fredda e chiara, acquistavano un colore più oscuro e spiccavano nerastre ai due lati della strada e nel fondo.

Noi battevamo un passo discreto e, tratto tratto, io, poco abituato alla brezza del mattino, m’accomodavo l’alpenstok sotto l’ascella e mi nascondevo la mano nella tasca per riscaldarla; dinanzi a me, a passi lunghi e calmi, procedeva il pittore somigliante per l’abito ad una guida francese.

Berretto bleu alla Van-Dick dal quale uscivano dei gran ciuffi di capelli castani, spalle quadre coperte da una giacca di fustagno, in origine gialla, che gli cascava giù a sacco; calzoni del medesimo colore, ampi alla coscia e stretti stretti al piede, scarpe da montanaro: nell’insieme una figura alta e ben fatta, alla quale avevano dato un’impronta speciale di robustezza la fatica, la montagna, il sole.

Si camminava in silenzio, le labbra strette, il respiro faticoso, perchè dopo Tornadri la strada monta per un buon tratto sul fianco della montagna.

S’arriva così alla salita della Lua, ripida, sassosa, tutta andirivieni fino alla cima: bisogna [p. 27 modifica]raccomandarsi al bastone ferrato e camminare adagio, respinti qualche volta dal vento freddo e impetuoso che soffia dalla gola. Costretti a soffermarci ogni tanto per bere l’acqua delle sorgenti, e per ripigliare le forze, si guarda d’intorno il paesaggio che non s’è per nulla modificato: soltanto aumentano gradatamente i pini e nell’aria si diffonde il profumo della resina che gemica dai tronchi.

E si continua ancora: dopo la salita c’è un bel tratto di strada piana, quindi si discende per giungere a Campo Franscia, piccola estensione di terreno non accidentato, alla cui destra sorge la caserma delle guardie di finanza. Ed è proprio in tal luogo, a dieci passi dalla caserma, che il pittore ferma un giovane montanaro, piuttosto piccolo ma solidissimo, e si fa raccontare le vicende della notte.

È un contrabbandiere: le notizie sono tutt’altro che buone. Raccconta che aveva già passato il confine con alcuni compagni, carichi come lui di tabacco, di cioccolata e di zucchero, e si trovava vicino a Campaccio, posizione difficile sulla montagna, quando si sentono improvvisamente, dinanzi e di dietro, due comandi gridati con voce sonora, e da una parte e dall’altra, uniche vie possibili al piede dell’uomo, ecco apparire nel chiaror della luna i berretti a liste gialle dei finanzieri, che col fucile alla mano irrompono sopra di essi:

“Ferma, ferma, lascia la bricolla!„ urlano i sopraggiunti. [p. 28 modifica]

Dei contrabbandieri, sono cinque, nessuno risponde; tre si slanciano nella forra che cade loro a picco dinanzi, s’aggrappano agli arbusti, ai sassi, rotolano giù, graffiandosi le mani, il viso, i piedi; gli altri due invece si arrampicano sulla montagna che pende loro sul capo, scomparendo fra macigno e macigno senza però abbandonare la carica.

I finanzieri, urlando e bestemmiando, li inseguono, ma, impacciati dal fucile, dal sacco, dalla rivoltella, dall’alpenstok non possono continuare in condizioni favorevoli la caccia, anche perchè i contrabbandieri conoscono palmo a palmo la montagna, corrono come martore, balzano come camosci di greppo in greppo, sanno nascondersi in mille modi; poi, messa al sicuro la carica, per vie traverse, passano sotto il naso delle guardie con un risolino sulle labbra, cercando di scoprirne le intenzioni e i sospetti.

II giovane parlava con calore, senza nessuna diffidenza, anche trovandosi dinanzi a me che vedeva per la prima volta in sua vita: quando lo lasciammo, per riprendere la strada momentaneamente interrotta, ci salutò con la mano che sanguinava.

La salita si era fatta non eccessivamente faticosa, ma continuava a girare e rigirare sul dosso della montagna, minacciando di rendersi interminabile.

Ci sedemmo a far colazione.

Bondiola e pane di segale raffermo, inaffiato col vinello di Valtellina portato nella botticella, [p. 29 modifica]ci sembrò più squisito di qualunque manicaretto; cosi che ci alzammo animati da forza nuova, promettendo a noi stessi di riposarci soltanto alla Foppa.

E si arrivò anche alla Foppa e si discese a Campo Moro, spianata verde circondata da ogni parte di monti di tutte le forme e di tutte le dimensioni. Si camminava da cinque o sei minuti nell’erba satura di rugiada, quando il mio compagno di viaggio, toccandomi nel gomito, si volse.

Mi volto anch’io e rimango maravigliato a guardare.

In fondo, spiccatissimo nel cielo, signoreggiando due cime verdi cupe, dominava il Pizzo della Disgrazia, fulgido nel candore dei suoi ghiacciai baciati dal sole.

L’effetto era imponente, grandioso; un pittore, che fosse stato capace di riprodurre in tutta la sua bellezza il paesaggio, avrebbe certo fatta la sua fortuna e assicurata la sua immortalità.

Lo dissi alla mia pseudo-guida francese.

“Lascia andare„ mi rispose Prada ridendo “se diventerò un altro Segantini, forse!...„

E si marciò ancora innanzi e, cosa incredibile e faticosa, si tornò ad issarci:

sì che il piè fermo sempre era il più basso,


poi si tornò a scivolar giù fino alla Gera e per ultimo si dovè ascendere sull’Alpe di Felleria, sotto il sole, per un sentierucolo da capre, [p. 30 modifica]mentre, per ironia maggiore, pareva che la cima, ad ogni nostro sforzo per avvicinarla, si allontanasse.

Non ne potevo più, camminavo da sette ore e l’ultima parte della strada m’aveva terribilmente stancato. Quando, in alto, fra le roccie e la poca erba apparve il tronco rozzo della croce, sentii un sollievo indefinibile e corsi su, anelante, quasi spinto dalla smania di precipitarmi fra le braccia di un amico, che m’attendesse da tempo.

Non guardai e non vidi nulla di quello che mi circondava; feci i pochi passi che mi separavano dalle baite per forza d’inerzia ed entrai. Pareva che Omio ci aspettasse, perchè scodellò allora allora una fumante polenta cucinata alla bergamasca.

Io l’inghiottii quasi senza sentirla nella bocca, poichè la sfinitezza era entrata anche nei nervi mascellari e i miei poveri denti non sapevano masticar più.