Inni di Callimaco/Apollo

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Apollo

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Callimaco - Inni (III secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Dionigi Strocchi (1816)
Apollo
Giove Diana


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Οh! quanto il lauro e il penetral si scote!
     Via di quà via di quà ciascun maligno;
     Febo la porta col bel piè percote.

Già la palma Deliaca benigno1
     5Significò subitamente indizio,
     E dolce risentir fa l’aria il cigno.

Apriti soglia del beato ospizio,
     Le vestigia del Dio propinque sono;
     Voi date al canto, o giovinetti, inizio.

10Non fa d’ogni mortale agli occhi dono
     Apollo di svelar sua propria faccia;
     Vederlo invan desia chi non è buono.

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Di chiara stampa segnerà sua traccia,
     In fama salirà chi Febo mira,
     15Chi non lo mira converrà che giaccia.

Veder si lassi il dio che l’arco tira,
     Nè sarò vile; all’appressar del nume
     Mova la gioventude e piedi e lira,

Se il tetto antico sul paterno fiume
     20Affidar vuole, e ai maritali nodi
     Venire, e ai dì delle canute piume.

Splenda famoso per canori modi
     Chi la tenera man pone alla cetra,
     Taccia chi ascolta le Apollinee lodi.

25Dal mar pur esso ogni fragor si arretra,
     Mentre che sono in celebrar poeti
     Di Febo Licoreo lira e faretra.

Lascia di lagrimar sua prole Teti,2
     Se Peana Peana intorno suona,
     30Ed interrompe i suoi antichi fleti

Colei, che in Frigia trasmutò persona,
     E dagli aperti labbri umido scoglio
     Dolenti non so quai note ragiona.

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Osa invan contro il cielo umano orgoglio;
     35Spiaccia al mio re chi al ciel contrasto move:
     Spiaccia a Febo chi spiace a questo soglio.

Se a grato piglia le canore prove
     Febo meriterà vostre parole,
     E il può chi siede a man destra di Giove.

40Verrà più volte in oriente il Sole
     Anzi che fine al canto imponga il coro;
     Larga materia e piana a chi dir vuole.

Oro la veste, la faretra è oro,
     Oro i coturni, e di quant’oro è pieno
     45Dimandatene il Delfico tesoro.

Lui nè beltà, nè gioventù vien meno,
     Nè velo di calugine gli asconde
     Delle tenere gote il bel sereno.

Balsami piove dalle trecce bionde,
     50Nè di balsami pur schietta rugiada,
     Ma veramente panacea diffonde.

Ove a cittadi alcuna stilla accada
     Dell’odorato umor, tutte ha virtude
     Le cose rintegrar della contrada.

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55Apollo fra sue man d’ogni arte chiude,
     D’ogni scienza l’onorata insegna,
     Ventura e vaticinj Apollo schiude;

D’arco instrutto e di lira Apollo regna
     Fra poeti ed arcieri, e al seme umano
     60Prendere indugio dalla morte insegna.

Ebbe titolo poi di guardiano,
     Che in signoria d’Amor l’equestre greggia
     Guardò d’Admeto nell’Anfrisio piano;

Agevolmente fia, che là si veggia
     65Calcato di lanuti il verde suolo,
     Ove d’un guardo pur Febo lampeggia.

Non saran di pastori inopia e duolo
     Aride poppe, e ciascheduna agnella
     Con doppia prole adempierà lo stuolo.

70I cittadini di città novella3
     Non insolcano mai cerchio di mura,
     Se Delfo primamente non favella.

Lui sono gli archi e le colonne a cura
     Di cittade, che al ciel poggia superba;
     75Son fondamenta di sue man fattura.

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Fanciullo ancora e nella età più acerba
     Tessea di corna di caprette un ara
     Là dove le bell’acque Ortigia serba;4

Dalle selve di Cinto assai la cara
     80Sorella venatrice a lui ne porta,
     E così fondamenta a porre impara.

Apollo a Batto fu consigilo e scorta
     Di reggersi colà nel pingue lido,
     Ove la patria mia Cirene è sorta.

85Sotto penne di corvo in Libia nido
     Alle schiere promise, e torri ai regi;
     Apollo è sempre in sue promesse fido.

Tu Boedromio e Clario, e cento egregi
     Nomi son tuoi; fra l’are di Cirene
     90Del grido solo di Carneo ti fregi.

Te dalle antiche tue stanze Lacene
     Della prole di Lajo il sesto rede
     Trasse di Tera ad abitar le arene.

Da Tera a trasmutar Batto si diede
     95Nell’Asbistico suol tuoi simulacri,
     E nel grembo locò di orrevol sede.

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Trovò ludi annuali e riti sacri,
     In cui greggia di tauri intera tinge
     Gli altari tuoi di rubri ampj lavacri.

100Di tanti fiori primavera cinge,
     Adorato Carneo, tuo santo loco,
     Quanti April rugiadoso educa e pinge.

A te lo stel dell’odorato croco
     Produce il verno, e sempre a te novelle
     105Splendon vigilie di perpetuo foco.

Biondo drappel di Libiche donzelle,
     Se de’ ludi Carnei reddiva l’ora,
     Scorrea coi pro’ guerrieri in tresche snelle.

Doriche genti a quella etade ancora
     110La stanza non ponean di Cire al fonte,
     E nel selvoso Azili avean dimora.

Febo addittolli dal Mirtusio monte
     Alla mogliera, che al lion nemico
     Del gregge Euripileo ruppe la fronte.

115Più bel coro non vide, e non fu amico
     Come a Cirene mai Febo a cittade
     Memore ancor del rapimento antico,5

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E altrove non mirò tanta pietade.
     Odo gridar Pean: grido che sorse
     120Dapprima nelle Delfiche contrade,

Quando il serpente che a’ tuoi passi occorse,
     Mentre scendevi dalla Pizia rocca,
     Sotto cento quadrella il terren morse.

Io Pean risuonava, Io Pean scocca
     125Liberatore! e il suon che in Delfo uscìo
     La prima volta, in sommo è d’ogni bocca.

Dicea Livor celatamente al dio: 6
     Musa che il suon delle marittim’onde
     In suo stil non adegua, i’ non laud’io.

130Lo rimove col piè Febo, e risponde:
     Grande è l’Assirio rio, ma sozza rena,
     E molto limo a sue piene confonde.

Non portan acque da ciascuna vena
     A Cerere Melisse, ma da sacro
     135Limpido rio, che fior di linfe mena.

Re salve, e Momo sia sempre più macro.

Note