Interviste dal libro "TUTUCH (Uccello tuono)"/Intervista a Dennis McPherson

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Intervista a Dennis McPherson

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Intervista a Monica McKay Intervista a Ida Montour

1. Per la sua tradizione culturale la vita è un dono o una punizione?

Per la cultura aborigena la vita è un dono. La vita è percepita come “essere”. Non siamo qui necessariamente per questo o quello scopo di un Creatore, così da dover fare cose buone o adoperarsi per la pace: siamo semplicemente qui. Siamo amorali. Per esempio, uno degli argomenti che cerco di discutere in classe con i miei allievi è che per comprendere ciò di cui parlano le popolazioni aborigene bisogna cominciare dalla loro lingua. La lingua degli Europei opera distinzioni tra il bene e il male, tra maschio e femmina, mentre la lingua degli Aborigeni non lo fa: non si può esprimere il concetto di buono e cattivo in ojibway, oppure maschio o femmina. La lingua, come lei sa, è la manifestazione del pensiero, di ciò che stiamo pensando, e la nostra lingua non si è sviluppata, non ha incorporato o non è cresciuta tanto da distinguere tra tali concetti. Pertanto, per rispondere alla sua domanda, devo dirle che per gli Aborigeni la vita non ha programmi a lungo termine, ma è solo “qui ed ora”. Questo è il significato che io attribuisco al termine “essere”.

2. Perché siamo qui: per lottarci o per aiutarci?

Davvero vuole che io risponda? Ebbene, quando inizio ad insegnare alle prime classi e comincio a trattare i punti di vista degli Euro-occidentali e quelli dei Nativi Americani, o Nativi-Canadesi, come è meglio dire, sorgono i problemi. Dire che siamo qui per amarci è un falso postulato, non è vero. Quando si vede tanta violenza per televisione, dov’è l’amore?; e questo succede non solo per televisione, ma anche nella realtà, e in tutto il mondo, è un fenomeno globale. Io penso che concetti come quelli di essere qui per amarci o combatterci sono come i rifiuti da buttar via: siamo qui semplicemente per essere. Pensiamo di dover diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo, ma semplicemente siamo, secondo il mio punto di vista.

Sa, non mi piace chiedere ai ragazzi: <<Cosa vuoi fare da grande?>>. A tal riguardo non mi faccio illusioni, perché essi potranno solo odiare: intorno a me vedo solo persone che si odiano. Al contrario, la vita è un dare, la vita è godere dell’ambiente, è andare a caccia nel bosco a Montreal o in qualsiasi altra parte. La vita è essere come esseri umani, non è odiare o amare, perché io non so cosa sia l’amore: stando alla nostra lingua, non so nemmeno cosa sia il bene o il male. Nei libri trova scritto che in passato il mio popolo era abituato a fare la guerra. Tuttavia, gli Aborigeni non conoscevano il significato europeo di guerra. Vede, essi non si mettevano gli uni di fronte agli altri per sparare con i fucili. Per le popolazioni indigene la guerra implicava molto più coraggio: era da coraggiosi, infatti, andare nel campo nemico, fare qualche azione di sabotaggio e tornare: avevano il coraggio di morire!

Tenterò di rispondere alla sua domanda su cosa sia per me il coraggio: coraggio è attraversare un fiume, coraggio è affrontare un temporale, coraggio è …; sì, come lei dice, il coraggio è essere. Lo abbiamo tutti, e non me lo ha dato un Essere superiore, è nelle nostre potenzialità. Gli Europei sono abituati a dire che vi sono coloro che lo posseggono e coloro che non l’hanno, mentre secondo la mia tradizione culturale tutti abbiamo certe potenzialità, come si verifica per gli artisti, per esempio: tutti hanno la capacità, ma la manifestano in modi diversi. La cosa importante è di intrattenere rapporti amichevoli con gli altri, e per quanto mi è dato capire, questo intende lei con “amore”: certo, come lei ha già detto prima, non intende solo l’amore tra maschio e femmina.

Ma eccoci alla differenza, di cui le dicevo, tra “diritto e privilegio”: il diritto le viene conferito dagli altri mentre il privilegio le viene da dentro. Quando ci riferiamo ai rapporti amichevoli, ci riferiamo al privilegio, non al diritto. Se stiamo qui a chiacchierare, è un privilegio, ma se dico qualcosa di offensivo, lei ha il diritto di alzarsi e andar via. Quando viviamo un privilegio dobbiamo avere la consapevolezza delle conseguenze, perciò il privilegio - come lei dice – è basato innazitutto sul rispetto, e non solo per l’altra persona, ma anche per tutto quanto ci circonda, voglio dire la natura.

3. Che significa per lei la parola “capo”?

Riesco a comprenderla, ma non so di cosa sta parlando. Mi chiede di spiegarmi meglio, ed eccomi qui. A me pare che noi non abbiamo un termine equivalente all’europeo “capo”. In democrazia torniamo sul problema delle capacità, si rispetta la persona che sa fare quel lavoro. Lei pone l’accento sugli anziani della nostra comunità dicendo che essi sono saggi, e così via. Ma secondo me il primo problema con loro è che sono vecchi, e conosco molti anziani che non sono saggi. Perciò, nessuno può dire, seguimi: in una democrazia si può avere rispetto per ogni persona che ha determinate capacità. Nella nostra cultura si può avere rispetto anche per i bambini. Capisco che lei non può essere d’accordo, perché secondo la sua cultura essi non hanno l’esperienza degli anziani, tuttavia essi sono in grado di insegnare a noi un sacco di cose che noi non sappiamo. Insegnare è una cosa reciproca, perché gli anziani possono insegnare loro alcune cose e i bambini possono insegnare agli anziani altre cose. Essi possono fare cose, come arrampicarsi sugli alberi, che noi non possiamo fare.

La democrazia si basa sull’uguaglianza, ma il nostro concetto di “uguaglianza” è molto diverso dal vostro, perché non è l’uguaglianza tra maschio e femmina, è uguaglianza di tutti nelle condizioni in cui ci troviamo a vivere. L’evidenza è un non-senso: uno più uno non necessariamente è uguale a due, potrebbe essere uguale a tre.

Lei mi dice: <<OK non avete i capi, ma cosa mi racconta degli uomini di medicina, deve avere del rispetto almeno per loro>>. Devo rispondere che persino in questo caso non si può nutrire rispetto sempre per lo stesso uomo di medicina, perché se ci si sposta e si va a vivere in un’altra area geografica, quel guaritore non può essere più di aiuto. Perciò, è l’occasione che rende la persona rispettabile. E a proposito dell’uomo di medicina devo dire che ognuno di noi è medico di se stesso. La comunità gli insegnerà tutto ciò che deve sapere per essere medico di se stesso.

Ciononostante ce ne andiamo altrove: noi non diciamo moriamo, come voi, perché noi crediamo che siamo esseri spirituali, siamo energia, e pertanto ce ne andiamo da un’altra parte, ma non moriamo! Oggi, noi siamo abituati a mettere i morti nel cimitero, a causa dell’interferenza della religione, ma nei tempi antichi semplicemente li mettevamo su dei pali all’interno della comunità: per noi non erano morti, ma ancora vivi, in modo diverso, ma ancora vivi. Lei mi chiede come potevano conservare il corpo dei loro morti per giorni e giorni. Semplice, conoscevano la refrigerazione! Sapevano davvero molte cose in medicina e nel mondo scientifico che sono diventate comuni oggi. Sa, gli Indiani da molto tempo prima dell’era industriale avevano il drenaggio; per esempio, avevano la ruota migliaia di anni prima degli Europei.

4. Quali sono le sue responsabilità?

Penso di aver detto abbastanza su questo argomento.

5. Che tipo di organizzazione sociale avete?

Penso di doverle spiegare innazitutto che c’è una grande differenza tra la nostra lingua e la sua. Intendo dire che, per esempio, voi dite: tavolo, sedia, e così via. Invece, noi non abbiamo parole, ma classi di oggetti. Per cui diciamo: su cui mangiare (tavolo), su cui sedersi (sedia), e così via. Noi usiamo molto di più i verbi che le parole. Lei ha ragione nel dire che ciò dipende dal fatto che per noi la vita è processo e azione. E dal momento che è così, per noi non c’è realmente una divisione tra vita e sogni, con ciò intendo sia i sogni che si fanno quando si dorme che i sogni che si hanno quando si è svegli. Come lei già sa, la visione è per noi una cosa molto importante, e se oggi non siamo più tanto abituati ad essa ciò dipende dall’educazione. Le suona strano, ma è così, perché l’educazione ci porta altrove rispetto alla nostra vita interiore: per sognare dobbiamo essere capaci di concentrazione. Durante la vita di giorno ci concentriamo su qualcosa e alla fine, quando andiamo a letto la sognamo. Lei pensa che non possiamo risolvere i problemi della nostra vita con i sogni, non è così? Ma possiamo, se solo ci lasciamo andare.

Ritornando all’organizzazione sociale, voglio aggiungere che non abbiamo una rigida divisione tra maschi e femmine, tuttavia vi sono attività che una donna può fare e l’uomo no. Per esempio, dare la vita! Nel crescere il figlio, però, sono coinvolti tutti e due i genitori, e tutta la comunità. Chi è lo zio? Nelle sua cultura lo zio è, per esempio, il fratello di suo padre; nella nostra cultura zio può essere chiunque. Voglio sottolineare che nella nostra cultura i rapporti con gli altri membri del gruppo sono forti come quelli tra parenti. Perciò, tutta la comunità è coinvolta, e ognuno darà il suo aiuto: i bambini crescono insieme nella comunità. Noi non parliamo di famiglie, ma di clan: uno appartiene ad un clan, qualcun altro ad un altro clan, e così via. In ogni clan i rapporti tra i membri sono gerarchici, e così è nel campo dell’educazione, dell’economia, della politica.

Dunque, non c’è separazione tra maschi e femmine, e se qualcosa non funziona nella coppia, cosa fate nella vostra cultura? Divorziate, giusto? Noi ce ne andiamo semplicemente!

6. Qual è il ruolo della donna nella vita del gruppo? Chi si occupa dell’educazione dei figli?

Come lei stessa afferma, ho già risposto.

7. Cosa può dirmi circa la proprietà? Mi spiego: come venivano distribuiti i beni tra i membri del gruppo?

Questa domanda è tipica della cultura europea della terra (i proprietari terrieri), mentre noi non abbiamo la parola “proprietà”, non in quel senso almeno. Noi dividiamo ciò che abbiamo con gli altri membri del clan. Lei mi chiede cosa succede se io ho, per esempio, una collana e non la voglio dividere perché mi piace molto. Ebbene, c’è una risposta molto lunga, ed una breve. Cominciamo da quella breve: non c’è criminale se non c’è legge! Se qualcuno non vuole condividere ciò che ha non lotteranno per questo. Essi gli diranno: <<Va bene, ma tu te ne vai lì>>! Egli può scegliere di dividere o no, sta a lui, ma lo allontanano dalla comunità: se ha abbastanza per sé, deve dividere con gli altri se vuole rimanere nella comunità. Non è una regola che tutti devono accettare: un metro è un metro, ma qui stiamo parlando di uno standard di qualità. Cioè, se uccido un alce, prendo quanto mi serve e do agli altri membri il resto. Nel caso della collana, forse oggi la indosserò e domani no, e allora la potrà avere un altro: gli oggetti non rivendicano la proprietà.

Lei mi chiede se lo stesso succede per il mio arco e le mie frecce. Certamente, è mio, ma se qui stiamo tutti e due e un orso entra mentre dormo, cosa succederà? Voglio dire, lei mi sveglierà prima, e intanto l’orso ucciderà tutti e due, oppure lei userà il mio arco con le frecce, cosa farà? Probabilmente lo userà per proteggere entrambi. Ma torniamo alla sua prima domanda: perché siamo qui, per godere la vita? E come ci divertiremo, abusando della vita o rispettandola? Ora, a questo punto entra in gioco il concetto della felicità! Siamo qui per goderci la vita rispettandola, che è un privilegio, non un diritto. Tutti abbiamo il diritto di distruggere, ma chi riconosce il privilegio di stare qui a parlare? Come lei dice, oltre ai diritti abbiamo i doveri, ma sotto una legge: se scegliamo di ignorare la legge, non riconosciamo i nostri doveri.

Gli Indiani erano agricoltori e coltivavano patate e hanno fatto le prime manipolazioni genetiche per avere il granturco. Sono lì da tempo immemorabile: da trentamila anni. Gli antropologi affermano che sono venuti dall’Asia, ma non lo sanno per certo. Essi dicono che questa è l’isola della tartaruga.

8. Qual è il suo massimo dovere?

Dalla imposizione della prospettiva europea ad oggi dobbiamo riformulare tutte le nostre istituzioni legali e i libri, ma tutto perviene ad un punto: la legge dell’uso. Dire che possiamo vivere in questo mondo senza regole è da ingenui: vi sono le regole, ed i regolamenti. C’è la legge di natura: non ti butti in un fiume se non sai nuotare! Dobbiamo rispettare qualsiasi cosa nell’ambiente, non solo le persone. Pertanto, la punizione è al di fuori del nostro controllo, è una conseguenza della nostra azione. Voglio dire che è una scelta dell’individuo di essere impegnato o meno nella comunità. Può fare quello che vuole, ma la comunità lo può esiliare: Va bene se ti vuoi comportare in quel modo, ma non farlo con noi. Così imparerà un sacco di cose nella comunità, ma imparerà anche molte cose stando da solo, se riesce a sopravvivere. Certo, è molto difficile capire questi concetti nel nostro contesto attuale, dal momento che siamo tanto storditi da avere bisogno della legge che ci dica cosa fare. Nelle nostre grandi città, sarebbe difficile bandire qualcuno; inoltre, gli Indiani erano responsabili in prima persona, mentre oggi abbiamo gli impiegati comunali. Oggi, è molto più facile mettere qualcuno in galera: abbiamo costruito un mondo artificiale nel quale vivere. Il mondo virtuale, cui lei sta facendo riferimento, è un altro passo avanti verso la democrazia, perché finora solo un piccolo numero di persone, coloro che hanno il potere, hanno preso le decisioni per la maggioranza, ma ora siamo in un’epoca in cui grazie alla tecnologia quasi ognuno di noi ha la possibilità di prendere le sue decisioni e fare politica. Non sto dicendo che questo sarà il futuro, perché credo che forse il futuro del mondo sarebbe meglio senza l’umanità. Abbiamo la sensazione che noi abbiamo il diritto di stare qui, ma Dio ci potrebbe anche distruggere: i dinosauri erano qui una volta, ed ora non più; così in futuro potrebbero dire: una volta qui c’erano le persone.

9. Come punite i colpevoli?

Gli esseri umani sono superiori a qualsiasi cosa. L’uomo è una trappola egoistica. Ma cosa sono gli esseri umani? Se sono come me e lei, direi allora che sono parte della Natura: né più e né meno. Non siamo poi così importanti! Ci estinguiamo ogni giorno, e domani potrebbe essere il nostro turno, e ciò non fermerebbe la natura. Preferisco usare la parola persone. Siamo sempre persone, mentre le donne diventarono persone in questo paese (il Canada) nel 1929. Gli Indiani non ancora! Essi non sono persone stando alla legge.

Il nostro mondo va avanti grazie agli specialisti, ma direi che i pochi che conoscono il generale sono molto più importanti. Può anche accadere che gli specialisti non riescono a risolvere i problemi nelle loro famiglie.

10. L’essere umano è superiore agli animali e alla natura?

Eccoci di nuovo agli alberi di cui stavamo parlando prima. Gli esseri umani sono come gli alberi nella foresta, sono tutti unici, così gli esseri umani. Ma non sono speciali. Ciò che ci rende speciali è ciò che siamo capaci di costruire, questo è il nostro ego.

Non amo la parola Dio, preferisco la parola creazione. Proprio perché voglio sottolineare, come lei ricorda, il fatto che tutto è un frutto ancora oggi di un processo che continua e niente è finito e compiuto per l’eternità: siamo esseri nel senso di essere un processo sempre vivo e questo è fenomanale! L’infinito è guardare lì fuori e al di là di quello che vede. Dove comincia l’infinito? Comincia con me che guardo lì fuori ed oltre. Vuole sapere cos’è il tempo? Non esiste, è una costruzione. Lei sa quando mangiare quel frutto? Lei dirà, quando è maturo: beh, quello è il tempo.

11. Qual è l’essenza dell’essere umano? È una creatura speciale con una missione speciale?

Ha mai sentito parlare di Emanuele Kant? Certo che sì! Sa qual è l’asserzione più importante di Kant? È che non può: Kant = can’t (gioco linguistico tra il nome del filosofo e il verbo inglese, che hanno lo stesso suono). Questo sta cercando di fare lei. Sa perché? Perché sta cercando di capire la cultura aborigena! Siete lontano migliaia di anni, siete nell’età dell’oscurantismo.