Istoria delle guerre gottiche/Libro secondo/Capo XX

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C A P O XX.

Belisario differito l’assedio d’Aussimo va e prende Orbibento. — Descrizione di orrenda fame nell’infierir della quale diciassette uomini furono divorati da due donne.

I. Belisario conquistato Orbino verso il solstizio vernile non opinò di correre per allora la via d’Aussimo comprendendo assai bene che quell’assedio sarebbegli costato gran tempo : conciossiachè era impossibile di espugnare colla forza un munitissimo luogo, ed in cui la guernigione, come ho detto, numerosissima e piena di coraggio avea riposto, mercé di estese scorribande, copia somma di vittuaglia. Ordinò pertanto ad Arazio di svernare in Fermo colla truppa, e d’impedire che il nemico da quinci innanzi liberamente scorrazzando la regione opprimesse a man salva le vicine genti. Egli poi marciò coll’esercito ad Orbibento per instigazione di [p. 221 modifica]Peranio, il quale fatto sapevole dai disertori che i Gotti ivi a stanza mancavano di cibo sperava, alla fame accoppiandosi la presenza del supremo duce con tutte le truppe, vederli più di leggieri proporre il loro arrendimento; e diede nel segno. Or dunque Belisario approssimatosi a questa città, comandò che si ponesse il campo in luogo opportuno; ravvolgendosi quindi per que’ dintorni pigliò a considerare da qual banda risorse maggiori presentasse un assalto. Ma vana riuscì ogni indagine non trovando mezzo di aggiugnere il suo scopo combattendone apertamente le mura. Imperciocchè dell’avvallato suolo ergesi in disparte un poggetto la cui sommità preceduta da lieve pendio si fa piana, l’inferior parte in cambio va tutta scoscesa. Rupi di egual altezza circondano, non già così da vicino ma quanto un trar di pietra, il monticello, e nella sua cima gli antichi edificaronvi una città spoglia di muro e d’ogni altra maniera di fortificamento, estimandone la posizione di per sé stessa invincibile. Rimaneavi un solo accesso dalle rupi, e questo guardato gli abitatori più non paventavano assalti in tutto il resto ; la natura avendo supplito per ogni dove l’arte, salvo l’adito che metteva là entro, come narrava : quanto poi giace tra le antidette rupi ed il poggetto viene occupato da grande e non valicabile fiume1. Per la qual cosa gli antichi Romani munirono con piccole fortificazioni quel sentiero, ed ivi appunto è la porta guardata in allora dai Gotti. [p. 222 modifica]Ciò basti intorno alla posizione d’Orbibento che Belisario assediò con tutto l’esercito nella speranza di vedere la sua impresa condotta a buon fine mercé del fiume, o per lo meno della fame, che obbligherebbe quel presidio a pattovire ben presto ; i barbari tuttavia sinché non furono intieramente privi di annona, anche quando supplivano a grande stento i bisogni della vita, superarono colla tolleranza loro l’universale opinione; non prendendo nella giornata alimento a sazietà, ma tanto appena che bastasse a non perire d’inedia. Venuta poi meno del tutto la vittuaglia nutrironsi di pelli e di pergamene fatte da prima lungamente macerare nell’acqua, conciossiaché il prefetto Albila, uomo chiarissimo tra Gotti, riconfortavali ognora con vane speranze.

II. L’anno riconducendo la state, già ne’ colti il frumento grandeggiava di per sé, non folto come in prima solea, ma più rado assai, dacché non ascoso nei solchi per opera d’aratro o d’altro umano artifizio si rimase alla superficie del campo, dove poté germogliare appena in ben piccola parte. Cresciuto, innanzi che il falciuolo giugnesse a mieterlo cadde, né v’ebbe nuovo prodotto; sorte eguale toccò parimente all’Emilia. Gli abitatori pertanto di questa abbandonato il tutto ripararono nel Piceno colla speranza, giusta il pensamento loro, di non avervi a temere sì grande carestia, marittima essendo la regione. I Tusci eziandio soggiacquero per le medesime circostanze ad eccessiva fame; il perché vidersi que’ poveri montanari costretti a fare lor cibo la quercina ghianda macinata a guisa di [p. 223 modifica]frumento e ridotta in pane. Molti in causa di ciò (e come essere altrimenti ! ) soggiacquero a malattie d’ogni genere, e furonvi pur di quelli la cui salute non ne ebbe danno. Si racconta poi che nell’agro Piceno perissero di fame per lo meno cinquanta mila romani lavoratori ed anche d’assai maggior numero v’andasse la vita di là dal seno Ionico : ed io, testimonio di vista, riferirò i sintomi di cotanto morbo e come le sue vittime discendessero nella tomba. Tutti erano pigliati da magrezza e pallidore; la carne ciò è venutole meno il nutrimento andavasi, come vuole l’antico proverbio, di per sé mangiando e consumando, e la ridondante bile diffusasi per tutto il corpo rendevalo di quella brunezza. Avvaloratosi il morbo gli umori affatto scomparivano, e l’arida pelle vestiva forma simigliantissima al cuoio, e l’avresti detta incollata alle ossa; quindi il livido colore mutatosi in nero dava loro sembianza di tizzoni ammorzati. Sempre li miravi con istupidito volto e con occhi orrendamente furibondi; questi uscivan di vita per inedia, queglino per soverchia copia di trangugiato cibo; imperciocchè del tutto spentosi il naturale calore negli intestini, ove e’ stati fossero nutriti a sazietà, e non a poco a poco a mo’ di neonati fanciulli, aveano dall’alimento stesso, inetti a digerirlo, anche più sollecita morte. Nè mancarono esempi d’infelici, i quali, stretti dalla fame cibaronsi di lor carne a vicenda; e fin si narra che in tale campagna oltrepassata Arimino città due femmine, le sole rimaste nella borgata, attutassero il ventre con diciassette forestieri, i quali tratto tratto avviati a quella parte andavan presso di loro ad [p. 224 modifica]albergare, e quivi uccisi nel tempo del riposo venivan da esse divorati. Alla fin de’conti l’ospite decimottavo sul procinto d’essere fatto in brani è voce che destatosi e giunto scaltramente ad ottenere dalle donne la confessione di sì atroce delitto dessele entrambe a morte; così va la fama. Non pochi fortemente stimolati dalla necessità di cibo gittavansi sull’erba ovunque la rinvenissero, e col ginocchio a terra adoperavansi a tutto lor potere divellerla dal suolo. Ma incapaci di compiere in simigliante guisa a motivo della somma debolezza i proprii desiderii, ivi stesso cadendo sulle mani passavan di questa vita. Né aveavi chi procacciasse di seppellirli mancando braccia per iscavare le fosse. Nessuno degli uccelli tuttavia soliti a pascersi di cadaveri volava a lacerarli col becco, nulla più avendovi da solleticare lor gola, dalla fame consumate in essi, come scrivea, tutte le carni. Sin qui della fame.


C A P O XXI.

Martino ed Uliare comandati di soccorrere Milano temporeggiano al Po. Ripresi da Paolo con pungente discorso. Lettere di Martino a Belisario, e di Belisario a Narsete. — Mundila esorta vanamente i suoi a non darsi al nemico. Miserando sterminio di Milano.

I. Belisario avvertito dell’assedio posto da Uraia e dagli altri barbari a Milano vi spedì Martino ed Uliare con molte truppe, i quali pervenuti sino al Po, fiume distante un giorno di cammino da quella città, e piantatevi le tende consumarono assai tempo nel deliberare

Note

  1. (1) Ad Onnem flumen, ubi id Palliam, in Tab. itin. signalum amnem (nunc Puglia) recepit, in dextera ripa urbs cospicua Orvieto est. Not. Orb. Antiq. etc.