Izquierda de copia - nuovi sensi del possesso nell'era digitale/3.0 Libertà di creare, libertà di distribuire/3.1 Free Software

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3.1 Free Software

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Tux, la mascotte di Linux, di Larry Ewing (1996).

Definizione di software libero

Secondo Wikipedia, “...un software libero è un software rilasciato con una licenza che permette a chiunque di utilizzarlo, studiarlo, modificarlo e redistribuirlo; per le sue caratteristiche, si contrappone al software proprietario”.

Si può dire che il free software si sviluppa quasi contemporaneamente con la nascita del software stesso. Però è solo negli anni Ottanta che intorno a questo concetto iniziano a crescere anche una vastissima comunità e un’ideologia, frutto della reazione alle crescenti e opprimenti grandi industrie di software, che stavano abituando gli utenti a concetti come la proibizione del prestito del software da essi acquistato, o l’impossibilità di modifi care il codice del programma per uso proprio e privato.
Si stima che il volume dei software liberi disponibili si duplichi approssimativamente ogni due anni. In sourceforge.net quasi 500.000 programmatori lavorano allo sviluppo di 170.000 programmi open source. (vedi nota 5)

Molti di noi usano software liberi senza nemmeno saperlo (il caso più eclatante è quello di Firefox, il browser della Mozilla Foundation). Nonostante questa grande diffusione, il software libero è per molti ancora un mistero, un oggetto sconosciuto.
Spesso (a causa della parola “free” presente nel nome, che in inglese significa sia “libero” sia ”gratuito”) il free software viene associato all’idea di un software gratis, scaricabile da Internet senza dover pagare nulla. Ovviamente non è così, perchè quel “free” non si riferisce al prezzo. Infatti una versione completa GNU/Linux in un grande magazzino può arrivare alla cifra di 100 euro, anche se spesso i software liberi vengono rilasciati dietro il pagamento di una somma abbastanza modesta (il prezzo di un software libero dipende da chi lo redistribuisce, e ovviamente può essere redistribuito anche in forma gratuita).
Inoltre, in rete esistono numerosissimi programmi freeware, cioè scaricabili gratuitamente e legalmente, che però non sono affatto liberi per quanto riguarda il codice.
Se si aggiunge il fatto che molti programmi normalmente ottenibili solo dietro pagamento si trovano gratis -debitamente e illegalmente crakkati- sulle reti di file sharing, allora si può capire come la confusione tra gli utenti (già imperante) non faccia altro che trovare nuove strade per dilagare.
Quindi in cosa consiste la cosiddetta libertà di questi programmi?

Innanzitutto va detto che il concetto di libertà nel free software è soprattutto etico e giuridico, e non tecnico, tecnologico, informatico o economico.
Richard Stallman definì le quattro libertà del software libero:

  • libertà 0: usare il programma senza restrizioni
  • libertà 1: studiarlo e adattarlo a necessità personali
  • libertà 2: redistribuirlo
  • libertà 3: migliorarlo e pubblicarne le modifiche apportate

    Per esercitare le libertà 1 e 3, è necessario che il codice sorgente del programma sia accessibile a tutti (per questo un free software deve necessariamente essere anche di tipo “open source”, ovvero “a sorgente aperta”). Non è invece vero il contrario, ovvero un programma open source non è sempre un programma libero: se il codice è disponibile per chi vuole leggerlo, ma la modifica e la redistribuzione non sono permesse, allora non si tratta di un software libero.

Le licenze

Per far sì che un free software mantenga le quattro libertà, andrà concesso sotto un certo tipo di licenza, che dovrà essere anch’essa di tipo libero.
Le licenze libere possono essere suddivise in due grandi categorie:

  • licenze permissive (che non pongono restrizioni al momento della seconda redistribuzione

del software)

  • licenze robuste, o copyleft.

    Le licenze permissive danno la possibilità di studiare, modificare e -a questo punto- redistribuire il software nella nuova versione modificata.
    Se mancano le indicazioni sulla redistribuzione, il software modificato potrà essere rilasciato addirittura come software proprietario (ovvero: quello che era free software non lo è più).

La BSD

La più famosa -e la prima- di queste licenze permissive è la BSD (Berkley Software Distribution), tanto che si usa chiamare così tutte le licenze derivate o simili. Fu creata nell’Università di Berkley, California, negli anni Ottanta, per la redistribuzione di una nuova versione del sistema operativo proprietario Unix; obbliga a riconoscere l’autore, ma non a mostrare il codice sorgente del programma.

Le licenze di tipo copyleft, invece, vengono definite anche robuste perchè impongono che la nuova versione del programma venga rilasciata sempre sotto lo stesso tipo di licenza. In questo modo la catena non si spezza, il codice sorgente resta a disposizione di chi vuole studiarlo, il software rimane libero, e al distributore possono derivare nuove entrate, come ad esempio quelle del lavoro di consulenza.Inoltre non si corre il rischio che un programma open venga “acchiappato” da una industria di software, chiuso e commercializzato.

Le open: la GNU GPL e la GNU LGPL

La più famosa delle licenze open è la GNU GPL (la General Public License del Progetto GNU), anche conosciuta semplicemente come GPL.
Inizialmente creata per la distribuzione del programma della Free Software Foundation, la GNU GPL è oggi la licenza più utilizzata al mondo per la diffusione di programmi di tipo free, come il kernel Linux, i desktop GNOME o KDE, il browser Mozilla Firefox, e OpenOffice (l’alternativa open al pacchetto di Windows Office).
Con una licenza GPL, inoltre, anche le opere derivate sono soggette alla stessa licenza dell’opera originaria. In questo modo, non c’è il pericolo che vengano distribuite copie di un programma modificato che al suo interno possegga sia parti di codice libero sia altre di codice proprietario. E’ questo il cosiddetto “effetto virale”, studiato appositamente per non poter combinare una licenza copyleft con una di tipo permissivo.
La GNU LGPL è una licenza simile alla GNU GPL ma più permissiva (quella L sta infatti per “lesser”). Utilizzata in genere per le librerie software, permette di utilizzare parti del codice anche in software non liberi (a condizione che esse vengano rilasciate sotto la stessa licenza).