L'Utopia (1863)/Libro secondo/Degli artefici

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Degli artefici

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Tommaso Moro - L'Utopia (1516)
Traduzione dal latino di Anonimo (1863)
Degli artefici
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Degli artefici.


L’agricoltura è comune arte a’ maschi e femmine, e niuno è di quella inesperto. Tutti dalla fanciullezza l’imparano; parte in iscuola, ove se ne danno precetti; parte nei campi alla città più vicini, ove sono condotti quasi a giuocare, acciocchè non solamente veggano l’arte, ma piglino occasione di esercitare il corpo. Oltre l’agricoltura, a tutti, come dicemmo, comune, ciascuno impara un’arte, o di muratore, o di magnano, o di legnaiuolo, o lavorare di lana o di lino, perchè non è appo loro altro artificio, nel quale si occupino molte persone. Le vesti sono di una forma, eccetto che variano quanto basta a discernere il sesso, ed i maritati dai non maritati. Questa usano per ogni età; ed è vaga da vedere, e comoda all’estate ed al verno. Ogni famiglia fa le sue vesti, ed ognuno impara alcuna di quelle arti; non solo i maschi, ma le femmine ancora, le quali perchè sono men robuste, si danno alla lana e al lino, lasciando ai maschi le arti faticose. La maggior parte impara l’arte del padre: tuttavia se alcuno ad altra arte s’inchina, egli impara l’arte della famiglia, nella quale viene adottato; il che si fa per opera del magistrato insieme col padre di quella. Se uno, imparata un’arte, brama d’impararne un’altra, parimente se gli concede: e poi esercita qual più gli aggrada, se la città non ha più bisogno di una che dell’altra. L’ufficio de’ Sifogranti è specialmente di provvedere, che niuno stia ozioso, ma eserciti con sollecitudine l’arte sua; non però dalla mattina per tempo sino alla sera, che è miseria estrema, ed usasi in ogni paese, eccetto che appo gli Utopi. I quali di ventiquattr’ore tra il dì e la notte sei ne assegnano al lavoro; tre avanti desinare, dopo il quale riposano due ore, ed indi tre altre, appresso alle quali [p. 40 modifica]cenano. Annoverando la prima ora dopo il desinare, verso l’ottava vanno a dormire, e dormono otto ore. Il tempo, che avanza tra le opere e il desinare, ognuno lo dispensa a suo modo, pure in opere virtuose: e molti si occupano in lettere. Leggesi ogni dì innanzi giorno, e vi vanno specialmente coloro, che sono eletti allo studio. Ma vi concorrono assai altri maschi e femmine, come è il desio loro. Se alcuno, a cui non aggrada lo studio, vuole in questo tempo esercitarsi nell’arte sua, niuno lo vieta; anzi viene lodato, come persona utile alla repubblica. Dopo cena stanno a diporto un’ora, la state nei giardini, e l’inverno nelle sale, ove mangiano. Ivi cantano ovvero ragionano. Non sanno giuochi di fortuna e perniciosi. Ma usano due giuochi, non dissimili a quello degli scacchi: uno è il contrasto dei denari, nel quale un numero vince l’altro numero: nell’altro le virtù combattono coi vizj. In questo giuoco accortamente si può vedere la discordia tra essi vizj, e la loro concordia con tra le virtù; quali vizj a quali virtù si oppongano; con quali forze combattano apertamente; con quali macchine da traverso resistano; con quali aiuti le virtù vincano le forze de’ vizi; con quali arti ribattano ogni loro sforzo, e con quali modi una parte resti vittoriosa. Ma perchè non pigliate quivi errore, bisogna considerarvi attentamente. Potreste pensare che essi lavorando solamente sei ore, patissero disagio delle cose necessarie, il che non avviene; anzi lavorando appena quel tempo, guadagnano quanto fa loro bisogno ad ogni comodo, ed anche di più: e questo potrete comprendere, considerando quante persone appo le altre nazioni stiano oziose. Primieramente quasi tutte le femmine, che sono la metà del popolo: ed ove le femmine si affaticano, ivi gli uomini si danno al riposo. Quanta turba di preti e religiosi? I ricchi e nobili con le copiose famiglie dei servi, spadaccini e parassiti. Aggiugnivi i furfanti che si fingono infermi, per dappocaggine, e troverai che picciol numero apparecchia quello, che da tutti gli uomini si consuma. Considera [p. 41 modifica]il in questi quante arti non necessarie si fanno per servire alla vita lassuriosa, dalle quali si piglia gran guadagno. Se i pochi, che lavorano, fossero divisi nelle poche arti al vivere umano più comode, la vettovaglia sarebbe a sì vil prezzo, che gli uomini avanzerebbono assai oltre il lor vivere. Se consideri quei che esercitano arti inutili, e che stanno oziosi, vivendo delle altrui fatiche, comprenderai quanto poco tempo basterebbe per guadagnare quanto fosse opportuno non solo al vivere, ma eziandio alle voluttà con avvantaggio ancora, il che si vede manifestamente nell'Utopia. In tutta la capitale e nel contado non sono cinquecento tra uomini e donne, che stiano in ozio, e siano gagliardi. I Sifogranti istessi, benché siano per le leggi dal lavoro esenti, tuttavia affaticano, per invitare col loro esempio gli altri a far lo stesso. Sono pure esenti coloro, i quali, commendati dai sacerdoti al popolo, vengono per segreta ballottazione dei Sifogranti applicati agli studi. Quelli che in essi non riescono, sono rimandati ad imparare alcun’arte; ma avvien sovente all'incontro, che qualche meccanico, a quelle ore che non lavora, fa tanto profitto in lettere, che viene levato dall’arte e posto nell’ordine dei letterati. Di quest'ordine degenerati si eleggono i sacerdoti, i Tranibori ed anco il principe, nomato anticamente Barzane, ed era Ademo. L’altra moltitudine, non oziosa, nè occupata in esercizi inutili, fa in poche ore grandi opere; tanto più ch’essa ha d’uopo in molte arti necessarie di minor fatica che le altre genti. Perchè altrove il figliuolo, non curando di mantenere quello che ha fabbricato suo padre, lascia venire gli edificj a tale, che il suo erede è astretto a rifare con gran spesa quello, che si poteva prima con poco ristorare. E alcuni sontuosi, non contentandosi della casa fabbricata da un altro, ne edificano una nuova, e lasciano andare quella in rovina. Ma nella repubblica Utopiense, così bene ordinata, di raro si edifica di nuovo, anzi si provvede ad ogni mancamento, che possa avvenir nelle case, prima che avvenga. Così [p. 42 modifica]durano lungamente gli edificj con poca fatica; laonde non hanno i muratori molte volte che fare, se non squadrano legnami e lavorano le pietre, per aver la materia ad ordine di fabbricare quando fa mestieri. Vedi quanto poca fatica usano nell’apprestarsi il vestire. Quando sono al lavoro, usano vesti di cuoio o di pelle, e queste durano anni sette; quando vanno in pubblico, si mettono sopravvesti, che coprono quelle sì rozze, e le usano tutte di un colore nativo nell’isola. Così i panni di lana meno costano appo loro, che presso le altre nazioni. Il lino poi, che meno vale, è più in uso; e si considera in esso solamente la candidezza, come nella lana la mondizia; nè si apprezza più il filo, perchè sia più sottile. Così ognuno si contenta di una veste quasi per due anni, quandochè altrove non hanno abbastanza gli uomini di quattro, di cinque, e neanco di dieci di seta e di lana. Ma gli Utopiensi, avendo abito che li difende dal freddo, non sono astretti desiderarne più; quando che ivi alano è dell’altro più ornato. Pertanto esercitandosi in vili arti, avviene che in poche ore guadagnano assai; e quanto avanza loro dal vivere dispensano a ristorare le opere pubbliche. E quando non fa bisogno di questo, per pubblico editto lavorano ancora meno. Non vogliono i magistrati occupare i loro cittadini alla fatica contra lor voglia; quandochè l’istituzione della loro repubblica a questo mira specialmente, che quanto per le pubbliche necessità è lecito, si diano alle occupazioni intellettuali, in cui pensano che consista la vera felicità.