L'aes grave del Museo Kircheriano/Dell’arte con che sono modellate le monete di questa prima classe

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Dell’arte con che sono modellate le monete di questa prima classe
Delle monete rappresentate nella classe delle Incerte Tavole I. II.

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DELL'ARTE CON CHE SONO MODELLATE LE MONETE DI QUESTA
PRIMA CLASSE.


Siamo a quella parte del nostro lavoro, la quale più dell’altre desterà l’attenzione e richiamerà la critica d’un gran numero di que’ che attendono a quest’arduo genere di studj. Forse non si stimerà né assurdo né improbabile, che alla storia civile e militare degli antichi popoli di questa provincia cistiberina si possa mandar congiunta anche una storia numismatica. Molti in faccia a tanto numero e varietà di monumenti non sapranno scorgere alcuna disconvenienza tra il fatto della moneta primitiva romana e quello della moneta primitiva latina, rutula, volsca. Si giungerà forse anche a tenere per certo, che quelle gravi multe di aes grave, in cui, giusta il racconto degli [p. 72 modifica]antichi storici, furono in tante occorrenze dalla vincitrice Roma condannati i popoli dell’Italia media, si pagassero con una parte di quelle monete, che noi fin qui abbiam cercato di far conoscere. Ma prevediamo che alcuni dureranno grande fatica a convenire in queste premesse, perché forse non incontreranno pienamente il loro gradimento le conseguenze che di là discendono ad illustrare la storia delle arti italiche. Noi con la fiducia che la buona ragione ne mette nell’animo, dichiareremo queste conseguenze liberamente, come abbiam praticato nelle precedenti quistioni.

Prendiam le mosse dal tempo. Com’è debito della scienza numismatica il rintracciare ed indicare i luoghi in cui le monete sono state fabricate, cosi è l’altro del rintracciarne ed indicarne i tempi. Al primo debito abbiam cercato di sodisfare proponendo quelle molte congetture, le quali se non ci pongono in possesso del vero, varranno almeno a dissipare una parte di quelle tenebre, nelle quali il vero si sta sepolto. Sodisfaremo al secondo debito con argomenti di diverso genere, ma forse di maggiore efficacia. Noi teniam quasi per indubitato, che le monete coniate della Tavola XII. sono dalla prima all’ultima anteriori alla moneta delle romane famiglie. Come in Roma cessò quasi interamente il democratico costume della moneta senza nomi e senza insegne private, per dar luogo alla istituzione aristocratica delle famiglie più potenti della republica; cosi cessò interamente nel nuovo Lazio; giacché, secondo il cenno già datone, le famiglie delle città latine vanno del pari in questa maniera di monete con le famiglie romane. Non possono per altro essere anteriori al tempo in cui Roma costituì il nuovo Lazio, e lo chiamò a parte di sua cittadinanza. Imperochè a popoli servi Roma non avrebbe mai lasciato il potere libero di segnar moneta, la qual serbasse una qualche insegna della perduta indipendenza, o ne ravvivasse le istoriche memorie. Né è verisimile che durando la libertà e l’indipendenza, questi popoli si fossero avviliti a stampare su la moneta propria una qualche insegna della nemica Roma, e a scolpirne costantemente il nome.

Una pruova di grande autorità che tra la moneta latina con l’epigrafe ROMA e ROMANO e la moneta de’ latini liberi ed indipendenti si frapponesse un intervallo ben lungo d’anni, l’abbiamo non solo nella storia, ma eziandio nella moneta di Roma. La storia ci mette in palese la pertinacia orgogliosa de’ romani, che non avrebbon mai voluto accondiscendere alle oneste dimande de’ latini, i quali con si buone ragioni chiedevano i diritti della cittadinanza. Ma la moneta romana che in quel fratempo usciva dalle romane officine è d’un peso molto minore del peso primitivo. Se i latini non avessero avute chiuse le officine proprie, ci avrebbono anch’ essi tramandate cotali testimonianze di diminuzione, come fecero i tudertini nell’Umbria, ed i luceriesi nella Daunia, ciò che a suo luogo vedremo.

Risalendo per i giusti gradi della storia e de’ monumenti, siamo giunti a quel termine, in cui cessò la moneta libera de’ popoli cistiberini. Accennavamo [p. 73 modifica]altrove, che per molti fra loro questo tempo non dovette essere posteriore al regno del Superbo. Ricordavamo a conforto di quella sentenza l’atroce tradimento commesso da quel tiranno contro la persona dell’aricino Tulio Erdonio, e le conseguenze vituperose alla libertà latina che l’accompagnarono. Potremmo qui aggiungere a miglior sostegno il fatto delle romane colonie condotte e stabilite da Tarquinio nelle città lontane de’ volsci, Segni e Circello. Ma allarghiamoci pure fuori di que’ termini, lasciando ad altri di prevalersi del summum jus. Dimentichiamo anche l’infausta giornata del lago Regillo, e diam per conceduto, che latini, rutuli e volsci continuassero nell’uso della moneta nazionale perfino alla presa d’Anzio, accaduta nel 285. di Roma. Per tal modo la moneta latina, rutula e volsca sarebbe uscita dal legitimo suo corso almeno 468. anni prima dell’era nostra cristiana. Facciasi altretanto rispetto all’origine dell’arte. Non si tenga in alcun conto ciò che altrove abbiam detto, che la moneta cioè sia comparita la prima volta tra noi ne’ tempi prossimi al nascimento di Roma, e che possa essere stato il re Numa quegli che il primo la introdusse in questa città. Facciamola nata nella provincia nostra, durante il regno del primo Tarquinio, verso la metà del secondo secolo di Roma, e introdotta in Roma sotto Servio Tullio, verso il cadere di questo secondo secolo. Non è della presente nostra quistione il cercare per quanto lunga età la moneta fusa durasse in Roma: solo brameremmo che ci fosse conceduto, che presso i popoli non romani della provincia cistiberina continuò per lo spazio di centrentacinque anni, quanti ne corsero dalla metà del regno di Tarquinio Prisco fino alla espugnazione d’Anzio. Questi e non altri sieno i termini cronologici della presente nostra discussione.

Il secondo fondamento su cui debbono stabilire loro sentenza i nostri giudici è quello del conoscimento degli artisti che modellarono la moneta della nostra prima classe. Non v’ha dubbio ch’eglino o furono nazionali o stranieri. Se stranieri, o si recarono dalle provincie onde venivano l’arte della moneta che fabricarono, o trovarono quivi l’arte già stabilita, e non fecero che aggiungerle quegli ornamenti e quella eleganza che su la moneta si vede impressa. Se l’arte era qui trasportata e non nata, doveva nella sua prima culla, come abbiam detto altrove, aver lasciate le traccie di se, e vi sarebbe o fuor d’Italia, o almen fuori dell’Italia di mezzo una qualche città o provincia, che al pari delle città e della provincia nostra metterebbe in veduta i monumenti che furono gli esemplari dell’aes grave italico. Se poi l’arte era veramente d’invenzione italica, e gli artisti forastieri qua non venivano che per farla più bella, converrebbe che i monumenti nostri ci dimostrassero questo passaggio dalla prima loro naturale rozzezza a questo secondo perfezionamento. V’è anche una terza ipotesi. Poteva essere accaduto, che le nostre genti avessero inventata l’arte con la sola intelligenza, senza averla saputa recare alla pratica, e che per questo effetto avessero [p. 74 modifica]avuto ricorso alla mecanica e alla mano d^ artisti chiamati da altre terre. Nel qual caso sarebbe necessario, che una giusta critica ci sapesse trovare nella patria, da cui questi artefici erano partiti, monumenti di epoca certa, quali sono le nostre monete, su’ quali si vedesse quello stile medesimo che su le stesse monete nostre è improntato. Anzi siccome le dieci serie di questa prima classe ne danno a vedere almeno sette varietà d’arte, come può riconoscersi nelle tavole corrispondenti; cosi l’altrui critica trovar dovrebbe almen sette scuole straniere, da cui in quella età derivarono le sette diverse scuole del nostro aes grave.

Ricorriamo alla storia delle antiche arti, e udiam ciò che potrebbe contraporre a’ nostri quesiti. Essa daprima ne fa fede, che gli esemplari dell’aes grave italico non si sono finora potuti trovare in provincie straniere all’Italia media. La genuina istoria delle nostre tavole, che non è fatta con parole per recare in trionfo un sistema o una patria vanagloria, ma è creata da’ monumenti qui riuniti, a solo fine di dare a conoscere un antico fatto, non sa mostrarci il passaggio dalla rozzezza prima al secondo miglioramento e quindi al terzo perfezionamento del modellare. Il museo di questo Collegio è posto nel cuore di quella Roma, in seno a cui accorrono i dotti e gli artisti dell’Europa e dell’America per meglio imparare con gli occhi alcune arti e dottrine che apprender non si possono dalla sola voce de’ maestri o da’ libri. A chi non può altrove trovare una ricca collezione di tai monumenti, noi non ricuseremo di dar a contemplare i nostri; né ci quereleremo d’esser chiamati in fraude, quando si trovino le copie delle nostre tavole discordanti dagli originali del medagliere. Finalmente la storia ne attesta, che que’ greci, i quali soli potrebbono qui presentarsi nostri competitori, ebbero recate le arti patrie alla loro vera grandezza non prima di Fidia e di Prassitele. Fidia collocava la sua statua di Minerva nel partenone di Atene l’anno 432 innanzi l’era cristiana: le migliori officine delle monete di questa nostra prima classe erano chiuse dalla prepotenza romana almeno quaranta anni prima. Non già che vogliasi con ciò da noi mettere il merito di queste monete al pari della sublimità delle opere di Fidia. Ancorché avessimo nelle mani più grandiose testimonianze, mai non ci arrogheremmo l’autorità d’un giudizio così pieno di pericoli e di gelosie nelle cose di quelle arti che non professiamo. Con queste parole non intendiamo che di publicare il sentimento de’ più assennati artisti italiani e stranieri, i quali nel contemplare le parti più nobili di questo medagliere, concordemente ci dichiarano, che in esse si scorge la vera e giusta grandezza della stile e dell’arte.

Il nostro ragionamento in questa parte non può a meno che a qualcuno de’ nostri lettori non comparisca insidioso. Avevam cominciato dal mostrarci propensi a credere, che la moneta italica fosse nata in tempi prossimi a’ natali di Roma e piuttosto prima che dopo: abbiam terminato ritrattando [p. 75 modifica]quasi in tutto quella sentenza e discendendo all’età di Tarquinio il vecchio. La distanza di 150 anni è nel caso nostro un mutamento di somma rilevanza e da non lasciarsi senza una qualche ragione. Ci si permetta adunque una ulteriore dichiarazione.

Nel rintracciare presso i moderni numismatici le sicure notizie su le prime origini della moneta figurata e scritta, abbiamo incontrate folte tenebre e scarsa luce. Noi non pretendevamo di veder più addentro o più indietro degli altri, e non avevamo d’altronde un motivo necessario che ci obligasse ad intraprendere nuove ricerche. Da quelle d’altrui abbiamo imparato, che non possono trovarsi tra le culte nazioni dell’antichità monumenti certi, co’^ quali si dimostri, che prima della metà del secondo secolo di Roma questa utilissima istituzione fosse conosciuta o praticata fuori della nostra Italia. Questa sola verità era bastevole al buon nascimento della nostra causa.

Non già che il metterci tanto vicini alle origini di Roma fosse cosa per noi impossibile o difficile a comprovarsi. Conoscevamo nella lingua de’ nostri popoli il passaggio dall’ aes rude all’aes signatum. L’anticipare o il posticipare d’un secolo e mezzo l’epoca di quella mutazione di commercio, non ne pareva ci avesse a condurre a formidabili conseguenze. Il più grave ostacolo che ci si opponeva ad anticiparla, era il pregio dello stile e dell’arte, che nel maggior numero delle nostre monete ferma l^ attenzione degl’intelligenti. E chi mai, dicevamo a noi stessi, vorrà credere, che verso l’origine di Roma, latini, rutuli, volsci ed equi esercitassero le arti imitative della natura con sì sublime magistero? E pure l’autorità di Cicerone e di Plinio, scrittori patrj, si conciliavano quasi interamente anche in questa parte la nostra credenza.

Cicerone (de Rep. II. 10.) si desta a grande meraviglia in considerare che Romolo in quel secolo in cui regnò avesse potuto ottenere i divini onori. Non erano gli uomini di quella età, dice egli, incolti o semibarbari; le lettere e le buone dottrine dir si poteano quivi oramai ferme ed inveterate. “Romuli aetatem jam inveteratis literis atque doctrinis, omnique illo antiquo ex inculta hominum vita errore sublato, fuisse cernimus.„ Che poi nel novero di queste buone dottrine comprender si debbano eziandio le arti belle, ce lo insegna Plinio (H. N. XXXV. 5. 6.) „Pare, così egli, che ai tempi della guerra trojana la pittura fosse arte al tutto sconosciuta: e pure prima della fondazione di Roma era essa in Italia nel suo miglior essere. Ne’ templi d’Ardea esistono tuttora dipinture più antiche di Roma. Né altre ve n’ha che più si attraggano la mia ammirazione: merceché rimaste allo scoperto si mantengono fresche così, che di recente si direbbono operate. In Lanuvio eziandio si conservano un’Atalanta e un’Elena dipinte in distanza da un medesimo artefice: l’una è rappresentata come vergine, ma amendue per la forma dello stile toccano il sommo grado dell’ eccellenza: il [p. 76 modifica]tempio caduto in rovina non ha loro recato il minimo danno: l’imperatore Cajo avrebbe voluto trasportarle altrove, se la natura dell’intonaco su cui sono dipinte, si fosse prestata alla sua voglia. Altre se ne veggono in Cere di non minore antichità„.

Qualcun forse ci dirà, che noi teniamo in pregio la voce di Plinio, quando seconda i nostri divisamenti; la rigettiamo, dove gli sconcerta. Guardisi al doppio effetto, e si vedrà, che dalla testimonianza pliniana rifiutata da noi nella prefazione non sarebbe derivato il minimo danno alle nostre dottrine, né il minimo vantaggio dalla falsità della testimonianza presente. Abbiam già protestato, che la causa nostra sarebbe al sicuro, ancorché l’aes grave figurato non avesse avuto tra noi sua origine prima della metà del secondo secolo di Roma. Ci siam prevaluti dell’autorità di Cicerone e di Plinio, per dar a vedere che la nostra prima ipotesi non era assurda in ogni sua parte. Se a’ tempi di Vespasiano e di Tito, Ardea, Lanuvio e Cere conservavano dipinture anteriori alla fondazione di Roma e adorne di tali pregi, che si meritavano l’ammirazione de’ più intelligenti uomini che si avesse la Roma imperiale; non sarebbe poi stato gran fatto inverisimile, che verso que’ tempi medesimi, in questa medesima provincia, avesser potuto aver loro origine le monete di questa prima classe con tutti que’ meriti d’arte che in se presentano. Oltredichè nella storia del’aes grave abbiamo udito Plinio temerariamente favellare di monumenti, che non avea forse veduti mai co’ suoi occhi, e certamente non aveva mai in tutte le loro parti e relazioni studiati ed esaminati. Qui ne racconta un fatto tuttora fermo, posto in tre diverse città, niuna delle quali è più di venticinque miglia distante da Roma. Egli sarebbe stato riconosciuto mentitore da quanti erano gl’innumerevoli testimonj presenti, se qui avesse voluto fingere ed alterare il vero: noi saremmo riconosciuti mancanti d’ogni buon senno, se dichiarassimo indegne di fede le sue parole in questo luogo, perchè nell’altro non aveano alcun buon fondamento. Ha quivi termine la parte più nuova e più pericolosa del nostro trattato. Gli stranieri ce la giudichino con giusta discrezione; gl’italiani senza lasciarsi illudere da un disordinato amore di patria.