L'innamorata/Parte prima/IV

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Parte prima - IV

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Parte prima - III Parte seconda


La casa a Pizzofalcone non era più solitaria e tranquilla come una volta. L’inverno accennava a farsi meno rigoroso: e la sera, sovente, degli amici di Paolo, delle donnine allegre, artiste di teatro, si riunivano intorno a Leona; si chiacchierava, si giocava, si faceva della musica e si cenava.

Non era stata Leona che aveva voluto codesto; ma quando Paolo glielo aveva proposto, ella aveva accettato con giubilo. I primi bollori della passione erano passati, e Paolo, oramai, la sera, quando aveva letto il giornale, scritto qualche lettera e scambiate due o tre parole con la sua amante, non sapeva più cosa fare. Era divenuto acre e nervoso: non gli si poteva più dire una parola, senza che andasse su tutte le furie: la povera Leona tremava, appena lo sentiva tornare in casa. Le sue angustie economiche crescevano ogni giorno: cambiali protestate, lettere minacciose di creditori, amici che ricusavano di prestargli ancora denaro, vecchi conti dimenticati che tornavano a galla, tutto questo sovreccitava il giovane che, senza osare di accusare apertamente Leona, come l’accusava in cuor suo, dei suoi dissesti, la puniva maltrattandola senza ragione.

Ella soffriva e taceva; ma si era accorta da un pezzo che l’amore di Paolo andava scemando ogni giorno, e ciò l’accorava più di tutte le cattiverie, più di tutti gli sgarbi. Egli in casa non conosceva più neanche quella pacatezza del gentiluomo, che aveva mostrato sempre e seguitava a mostrare in pubblico. Era smanioso e collerico; gridava per nonnulla; se si rompeva un bicchiere, se la minestra era fredda, se un ordine non era eseguito, erano urli, smanie, proteste che a quel modo non si poteva più andare avanti, al punto che perfino Marianna, in cucina, si sfogava con la signora:

- Ma esso che ha? è diventato il diavolo?

Leona si asciugava di nascosto gli occhi sempre pieni di lacrime, e pregava, pregava ardentemente il Signore, ogni sera prima di andare a letto, ogni domenica in chiesa, ginocchioni per ore e ore, che gli rendesse l’amore del suo amico. Ma codeste preghiere erano fatte senza convinzione, perché senza speranza. Ella sapeva che il Signore non poteva permettere che ella seguitasse a vivere in peccato mortale; e piangeva così, rassegnata, con un gran vuoto nel cuore, aspettando che accadesse quello che fatalmente doveva accadere.

A poco a poco, tutti i suoi gioielli, tutti i suoi abiti erano stati portati al Monte di Pietà. Un giorno Paolo era tornato tutto sconvolto, e aveva raccontato che un creditore a cui sua madre non aveva voluto pagare una cambiale di tremila lire, lo aveva minacciato di fare pubblicare il protesto sulla quarta pagina di tutti i giornali di Roma. Il nome di un conte Cappello sulla quarta pagina dei giornali! Egli non sapeva darsi pace. Risolutamente Leona gli aveva proposto di mandare i suoi gioielli al Monte. Dapprima egli era montato su tutte le furie; poi si era lasciato ammansire dai ragionamenti e dalle preghiere della povera donna: - i gioielli non erano perduti; tanto, lei non sapeva che farsene; si sarebbero spignorati presto con altri denari che sarebbero venuti - insomma, egli aveva finito con l’accettare. E tutto quel giorno si era mostrato tenero e appassionato come nei primi tempi del loro amore. Ma il giorno stesso si era ricominciato da capo. E così, a uno per volta, per ottenere una carezza o uno sguardo meno indifferente del solito, ella aveva mandato al Monte anche i vestiti di velluto e di seta, le camicie di batista, i lenzuoli, i cappellini, ogni cosa. E lui accettava, oramai, evitando di domandare come ella avesse fatto a procurarsi il denaro che gli faceva bisogno; raccontandole che presto l’avrebbe compensata di ogni suo sacrificio, e tornando, di lì a poche ore, a tormentarla, a farle il muso duro, a rinfacciarle la propria miseria e il proprio avvilimento.

Oltre alle lacrime e alla preghiera, Leona aveva un altro conforto nella solitudine amara della sua vita: le sue canzoni. La sera, quando l’amante le borbottava o sbadigliava accanto, lungo disteso sul divano della stanza da pranzo, ella si acconciava, il meglio che poteva, una vestaglia sciolta di lana intorno al corpo, e un fiore fresco nella folta foresta dei neri capelli; e cominciava ad accennare, sotto le dita lunghe e affusolate, il motivo molle e ardente di una habanera, di una jota o di una seguedilla: d’un tratto le sue gote si accendevano, l’occhio le splendeva, le labbra le fremevano mezzo aperte. E allora, quasi dimenticando i suoi dolori, ella si abbandonava all’onda del canto: e nella evocatrice tristezza della sua melodia le pareva forse di rivedere un basso di Granata nel Zagatin, il quartiere dei poveri: la mamma le pettinava i capelli, mentre fuori dell’uscio, suo fratello, Miguel, seduto sul sedile di pietra, protetto dalla pergola, una gamba a cavalcioni dell’altra, toccava la chitarra. E, subito dopo, le sorgeva nella memoria la riva del Darro, tutta piena di alberi e di ombre, attraverso le quali vedeva rizzarsi le statue degli Apostoli sul convento degli Agostiniani. Oh i giochi, oh le corse, oh i primi sorrisi e i primi rossori sotto quegli alberi, quando le passava daccanto la nota figura di un bel giovane bruno, il berretto sugli occhi, la faccia rasa fuorché i favoriti ad arco, il sigaro in bocca e al fianco la larga fusciacca che nascondeva il coltello! Ella sognava a occhi aperti, e diceva:

Caminito de la Andalusia
Me dijo un Gitano que si le queria:
Yo le dijo prontito que no;
Para los Gitanos me peino yo.
Yo me peino para los toreros
Que matan los toros con mucho primor;
Yo me peino para los toreros
Y banderilleros de la Puerta del Sol!
Juy!

Fin qui ella cantava su un ritmo agile e mosso, come di sfida e di scherno: le note guizzavano e salivano rapide, brevi e giocose come faville; l’accompagnamento era diffuso di una civetteria sensuale e crudele. Ma d’improvviso la voce di Leona diventava di una dolcezza e di una tristezza ineffabile, rilevata meglio dai lunghi singhiozzi dell’accompagnamento, quand’ella ripigliava:

Para hermosura Granada,
Para elegancia Paris,
Para canciones Triana,
Para toreros Madrid!
A la jota, jota! yo soy Española,
No soy Andalusa, tampoco Manola,
No soy Gaditana, no soy de Moron.
Que soy da la raya del baio Aragón.
Juy! Salero! Olé!

E ricominciava il motivo ardente e orgoglioso di prima:

En la raya de Aragón
Me encontré yo un torero,
Y jamas no he visto un mozo
Con tanto salero.
A la jota, jota! yo soy Española,
No soy Andalusa, tampoco Manola.
Yo soy la Juanita, yo soy el lucero,
Yo soy la gachona de mi real torero.
A la jota, jota! Arza, olé!
Arza olé! del baio Aragón!

Tutta questa strofa era ardita e provocante; ma segnatamente quel verso

Yo soy la gachona de mi real torero.

era detto da Leona con un accento di passione così orgogliosa e così dispettosa, che persino il conte Paolo, mentre leggeva il giornale nell’altra stanza, si scosse e tese l’orecchio. Leona, sempre più ebbra di quella melodia innamorata e selvaggia che schioccava e vibrava come una frusta, seguitava a cantare:

Arza, olé!
Yo soy la Juanita, yo soy el lucero,
Yo soy la gachona de mi real torero...

- Sarebbe per caso quel David, il tuo real torero? - interruppe Paolo a denti stretti e in tono beffardo, allungando il collo fra le portiere.

Ella voltò appena la testa; ma senza guardare il suo amante, e scoppiò in una lunga risata nervosa, che a poco a poco divenne singulto, poi singhiozzò, finché, abbassata la testa fra le mani, ella non diede in un pianto irrefrenabile..

Paolo, immensamente seccato, esclamò:

- Ah si ricomincia con le lacrime, adesso!

Avrebbe voluto piantarla e andarsene; ma un po’ il buon cuore, che in fondo aveva davvero, un po’ la debolezza del carattere, lo trattennero lì. E come Leona seguitava.

- Mi fai il famoso piacere - le disse - di spiegarmi che cosa hai?

- Ho... ho... - rispose lei - che tu mi accusi sempre di quello che non mi merito.

- Perché ti ho domandato se il tuo real torero era David? Eh, cantavi così convinta, che mi sono immaginato che a qualcuno alludessi sul serio!

- O mamma mia! o mamma mia! - singhiozzava dolorosamente Leona, la testa nascosta nel braccio.

- Ebbene, mi sarò ingannato: ti chiedo scusa; ma chètati. - E la baciava svogliatamente, per consolarla. Lei, a poco a poco, smise di piangere; e allora Paolo disse:

- La verità è che noi qui la sera, soli come cani, non sappiamo che cosa fare. Bisognerà uscire, far venire qualche amico, chiacchierare, distrarsi, che diavolo! Non siamo mica due vecchi, da tapparci in casa a dire il rosario.

- Per me, fa venire chi ti pare - aveva risposto Leona, la faccia ancora bagnata di lacrime.

Paolo il giorno dopo era andato a trovare degli amici, ad altri aveva scritto; la conversazione si era andata facendo sempre più animata, dopo due o tre settimane: e così verso la metà di marzo, il fior fiore della società equivoca di Napoli si ritrovava di sera, almeno tre volte la settimana, in casa di Paolo.

Con l’occasione di vedere degli antichi compagni di piacere, e di conoscerne dei nuovi, il conte Cappello aveva ricominciato a giocare e, per fortuna, aveva vinto: così aveva potuto rimediare in parte ai suoi guai e levare dal Monte quella roba di Leona che le era più necessaria per farsi vedere ai suoi visitatori.

Non è a dire se Leona avesse già dei mosconi d’attorno. La sua bellezza, un po’ sformata dai patimenti quando ella aveva cominciato a ricevere, era divenuta in poche settimane più fresca e più florida; come un fiore che, dopo un acquazzone, si rileva più vivace di prima sullo stelo. Tutti gli uomini della sua società, cinque ufficiali di cavalleria, due avvocati, tre banchieri, una mezza dozzina di signori dell’aristocrazia napoletana, non escluso il duca di Paganica, tutti le facevano una corte spietata. Ella rideva e scherzava; ma spesso i suoi sguardi, anche in mezzo alle più galanti dichiarazioni dei suoi adoratori, diventavano distratti, e un’ombra passava sulla sua fronte. Delle volte Paolo lasciava la sala da gioco per venirle a dare un bacio: Leona levava gli occhi e gli leggeva in faccia, non tenerezza, non amore, ma solo il piacere di aver guadagnato qualche migliaio di lire: allora ella abbassava la testa e sorrideva con amarezza profonda.

In quelle serate dove a ciascuno era lecito di parlare sboccatamente, di fumare, di bere, Leona cercava di stordirsi e di dimenticare. Si faceva informare dalle sue nuove amiche, ballerine, cortigiane, cantanti, di tutti i pettegolezzi di alcova: così aveva imparato che il tenente Pirgo si era mangiata una fortuna con Lilia Dash; che il marchese Ventimiglia era l’amante delle due sorelle Bianca e Olga Rai; che Giulio Jovene, il banchiere che l’assediava più di tutti, conviveva con una chellerina, la famosa Lillì; che Margherita Strauss, la prima ballerina del San Carlo aveva rifiutato dieci biglietti da mille lire di Pasquale Taratufolo, il ricco avvocato di cui si raccontava tutta una storia lontana di estorsioni e di concussioni. Ella ascoltava, curiosa e pensosa; rideva ai particolari piccanti, e mandava giù un groppo che le veniva alla gola all’idea che lei pure, prima o poi, sarebbe stata quotata in piazza, come le altre.

Qualche mese di quella vita era bastato per farle smettere quella selvatichezza diffidente e ingenua che era stata fino allora la sua naturale difesa. A furia di riflettere sui casi suoi e degli altri, aveva imparato a dubitare di tutti: e il suo sorriso non era già schietto come una volta, ma più lento, più pensoso, più malinconico. Violenta, però, era rimasta sempre, negli atti come nelle parole, quando si credeva offesa; e giusto al tenente Pirgo che, mezzo brillo, una sera sulla terrazza, le aveva fatto una proposta indecente, aveva risposto, mostrandogli il ventaglio:

- Se Usted non mi si leva dai piedi immediatamente, vede questo ventaglio? glielo rompo sul muso, pillo!

E, per quella sera, il tenente aveva dovuto domandare scusa e infilare la porta.

Le sere che non c’era baldoria in casa, Leona restava sola, perché il conte andava fuori a giocare. Oramai quella sua vecchia passione lo aveva ripreso tanto più fortemente che gli sembrava il solo modo di uscire dalle strettezze. Essendo stato aiutato dalla fortuna le prime sere, aveva finito a passare tutte le notti intorno al tappeto verde; quando la mattina rientrava in casa era sbiancato e disfatto: andava a letto e dormiva di un sonno pesante fino a dopo mezzogiorno.

Durante quelle lunghe sere di solitudine e di inutile attesa, Leona, seduta nella sua camera da letto, leggeva qualche romanzo, ma soprattutto fantasticava. Aveva sempre nell’orecchio e nella mente la romba dei discorsi uditi le sere avanti dalla gente disordinata e leggera che veniva a trovarla; e a furia di pensarci su, a furia di paragonare il suo stato presente con quello di alcuni mesi prima, e la sua condizione con quella di alcune sue amiche tanto meno scrupolose di lei, a furia di far progetti e di lasciarli da parte, di piangere e di sogghignare, di rivolgere nell’animo le promesse di questo e le percussioni di quello, lentamente, inconsapevolmente apriva il suo cuore ai germi di corruzione che da ogni parte vi penetravano.

Certi abusi, certi mancamenti alla religione e al dovere, non le parevano più così brutti, quando considerava che quelle donne le quali se ne rendevano colpevoli, non avrebbero potuto astenersene, senza essere derise, abbandonate senza soccorso, ingiuriate e calunniate senza speranza di difesa; certe virtù non le parevano più così necessarie, da quando si era dovuta accorgere, non solo che non servivano a procurarsi lode e reputazione, ma che invece erano tenute in dispregio e avute a noia persino da coloro a favore dei quali venivano esercitate. Quando questi pensieri le affaticavano la mente, Leona cercava di mandarli via con un segno di croce, come cattive tentazioni; si inginocchiava e pregava; voleva distrarsi in ogni modo: ma essi tornavano, prima che ella potesse averne coscienza, persino quando voleva occuparsi d’altro: e se ne trovava più ingombro l’animo appunto quando si figurava di averlo liberato.

A questi turbamenti interiori presto anche si aggiunse un rincrudimento peggiore nel carattere dell’uomo che, solo, avrebbe ancora potuto salvarla, con l’amore e con il sacrificio. La fortuna si era voltata contro il conte Paolo, il quale perdeva rapidamente i denari che aveva guadagnati; e, non sapendo con chi sfogarsi, se la pigliava, come di solito, con la sua amante. Ella stava zitta e sopportava in silenzio, ma senza più piangere, quelle ingiuste violenze; una volta gli disse:

- Ma io che posso farti? Perché te la pigli con me?

- Io non me la piglio con nessuno! - brontolava Paolo.

- Vuoi che me ne vada?

- Ah ti farebbe piacere di piantarmi, ora che io non possiedo più nulla!

Leona diventava pallida.

- Tu sai bene che io non sono venuta a star con te per denari - gli rispondeva calma: - sei tu che mi hai voluta, per forza. Io ti amo, lo sai; ti amo ancora adesso, benché tu sia tanto cattivo.

Era una scena di tutti i momenti. Pareva che lui non si potesse più vedere quella a donna davanti. Le faceva il viso arcigno, la maltrattava, le rimproverava, con frasi maligne, la loro miseria; ma quando ella gli domandava se desiderava di vederla andar via, non rispondeva o rispondeva che era lei che voleva abbandonarlo. E la sventurata restava.

Un giorno, allo svegliarsi, Paolo ricevette un telegramma. Lo lesse, e balzò a sedere sul letto.

- Che c’è? - domandò Leona, che glielo aveva portato.

- Arriva Caligaris stasera, alle sei.

- Arriva, dove?

- Dove ha da arrivare? qui, a Napoli - rispose Paolo dispettosamente.

Leona non aggiunse altro; ma ebbe una stretta al cuore, inesplicabile. Paolo disse:

- Che ore sono?

- Le due.

- Va bene. Ho il tempo di far colazione.

Si lavò, si vestì, in capo a un’ora fu pronto per uscire. Disse a Leona:

- Stasera bisogna preparare il pranzo per tre.

- Non ho denari - disse ella piano, chinando la testa.

- Fallo venire dal caffè d’Europa, e non mi seccare! - gridò lui sbattendo, nell’uscire, la porta.

Alle sei in punto si trovava nella stazione, tra il fracasso assordante dei facchini che vociavano, degli impiegati che davano ordini, delle carrette che trasaltavano sul selciato, delle locomotive che fischiavano. L’aria era tiepida: una striscia di cielo roseo si stendeva sul lontano orizzonte; e qua e là fiammeggiavano accesi i primi fanali.

Improvvisamente si udì un fischio più lungo, più acuto degli altri; apparve una colonna di fumo, e il treno, rumoreggiando, entrò nella stazione. Due, tre, gridarono dominando il tumulto:

- Napoli! si scende! Napoli!

Gli sportelli si aprivano: i passeggeri, coi bagagli in mano, scendevano a frotte. Paolo guardava i vagoni per scoprire il suo amico; fissava i viaggiatori che gli passavano davanti; a un tratto vide il Caligaris che lo salutava con la mano ritto alla ringhiera del vagone-salone. Corse da quella parte, mentre il Caligaris consegnava la sua roba a un facchino: i due amici si abbracciarono, si domandarono notizie della salute, uscirono. Caligaris fece mettere la roba su una vettura da piazza: salì con Paolo e ordinò al cocchiere:

- All’albergo del Vesuvio.

- E così, come va? come ti tratta l’aria di Napoli? - domandò Gabriele Caligaris, quando il legno si fu incamminato.

- Male, mio caro! - esclamò Paolo, sorridendo con un po’ di sforzo. - Ho una disdetta birbona. Anche iersera, tremila lire volate via.

- Bah! quando c’è l’amore... - insinuò l’altro giocondamente.

- Senti - ripigliò Paolo - è inutile che tu mi faccia il diplomatico. Perché sei venuto tu, a Napoli?

- Ma io non faccio il diplomatico niente affatto figliuolo mio! - rispose Caligaris, ritirando il collo e il lungo naso pappagallesco nell’alta e magra persona, e allargando le braccia in un scoppio di risa stridenti. - Tanto è vero che, a pranzo, ti racconterò ogni cosa.

- Ma tu pranzi a casa mia! - disse Paolo, scrutando la fisionomia dell’amico.

- Ah, allora è un altro paio di maniche! Ebbene, ne parleremo all’albergo.

Rimasero alcuni minuti in silenzio. Paolo disse:

- E di mia madre, sai nulla?

- È a Roma - rispose Gabriele tranquillamente.

- Come, a Roma? l’hai vista?

- Eh, l’ho vista, sì! - soggiunse quello con un ambiguo sorriso. Di nuovo tacquero entrambi. Poco dopo, la vettura si fermò davanti all’albergo. Il signor Caligaris vi era aspettato, e fu subito accompagnato nell’appartamentino che gli era destinato. Lasciò Paolo in salotto, e andò a lavarsi e a mutarsi gli abiti in camera. Di lì a qualche minuto ricomparve, fresco e profumato, la rada barbetta ancor umida, la sperticata figura avvolta in un abito da società.

Pose le mani inguantate sulle spalle di Paolo, e gli domandò sorridendo bonariamente:

- Dimmi la verità: sei ancora innamorato di Leona?

- Mah... - balbettò Paolo.

- Mi basta questo. Sai perché sono venuto io qui? Sono venuto perché tua madre mi ci ha costretto. Alle corte: tua madre vorrebbe che tu lasciassi Leona. Se tu la lasci, ti paga tutti i debiti, e ti cresce l’assegno fino a duemila lire il mese; se non la lasci, neanche un soldo - e levava il dito in aria con accento burlesco - neanche un soldo!

- E perché non ha risposto alle mie lettere?

- Questo non lo so. Ti posso dire che ha pregato me di trovare gli argomenti per persuaderti. Io gliel’ho detto: - qui non è il caso di trovare argomenti. Se è ancora innamorato, non c’è argomento che tenga; se non è innamorato, il miglior argomento è la promessa di levarlo d’impiccio. - Ora sai perché sono venuto; sei avvisato di tutto e vedrai quel che devi fare. Ah! - conchiuse mandando un sospiro di soddisfazione - anche questa è fatta!

Il pranzo in casa del conte Paolo non fu molto allegro. Il conte pareva stranito: pigliava poca parte alla conversazione, rispondeva a scatti come se si riscuotesse da un sogno, cercando di dissimulare la propria preoccupazione. Leona, un po’ insospettita, spiava tutti i suoi atti ed esaminava bene anche il nuovo venuto come per accertare qualcosa, che ella già indovinava per aria. Il solo che si mostrasse disinvolto era Gabriele Caligaris: mangiava con appetito; raccontava dei casi suoi e degli amici di Roma; parlò di spettacoli, di conversazioni, di donne allegre, di duelli, di tutto, ridendo e gesticolando, con quel suo accento di scetticismo supremo, onde sembrava che non pigliasse nulla sul serio. Egli pure osservava Leona, e le diceva, con garbo, molte galanterie: sì, si era fatta più bella di come era a Roma, aveva una certa rassomiglianza con la regina Natalia di Serbia, intendeva bene che Paolo l’amasse tanto; ma non fece alcuna allusione né al Circo, né alle visite che le faceva in quel tempo; come se non l’avesse mai conosciuta.

Dopo pranzo, cominciarono a venire i soliti amici. A mano a mano che le tre sale si riempivano di gente, Paolo diventava meno cupo e meno impacciato: anzi più di una volta Leona, che lo teneva d’occhio, lo vide ridere di cuore, con sincera soddisfazione, come non l’aveva più visto ridere da tanto tempo.

Il Caligaris, intanto, che veramente era rimasto sorpreso della bellezza, della grazia e più ancora di quell’impronta di malinconia che il dolore aveva lasciato sulle fattezze di Leona, le si era cucito ai panni e non la lasciava più. Anche Leona desiderava di parlargli da sola a solo, per scoprire terreno: così, quando Emma Corallo, la famosa canzonettista, cominciò a cantare, accompagnata al piano dal tenente Pirgo, le ultime canzoni di Piedigrotta, l’innamorata e l’amico di Paolo si trovarono sulla terrazza, insieme, come per caso.

Era una mite e odorosa sera d’aprile. La luna piena bagnava i cieli di un chiaror bianco e sottile: un singhiozzare lento di flutti veniva, con un fresco effluvio di alghe e di fiori, da Santa Lucia.

- Ebbene, che siete venuto a fare qui, voi? - domandò bruscamente la giovane.

- Mio Dio, sono venuto ad adorarvi, come fanno tutti, del resto - rispose Gabriele, accennando con la testa le sale rumoreggianti.

- Nada de eso - replicò Leona con una smorfia di malcontento. Poi ripigliò piano, così piano che la sua voce debole sembrava il soffio di uno strumento armonioso:

- Perché siete diventato così cattivo con me? Eppure mi eravate amico, a Roma, Gabriele!

Il Caligaris fu scosso da quelle parole, da quell’accento che rivelava un’angoscia profonda, nobilmente dissimulata. Dopo qualche esitazione rispose, lasciando il tono solito di garbata ironia:

- Vi sono amico anche adesso, Leona; credetelo.

- Se mi siete amico, ditemi che siete venuto a fare qui - insistette Leona.

- Questo non ve lo posso dire, per ora.

La ragazza gli levò in faccia gli occhi larghi e neri come l’inchiostro; poi abbassò la testa, senza più replicare. A sua volta, Gabriele la guardò, e vide due grosse lacrime, nel chiarore gelido della luna, solcarle lentamente le guance. Le prese la mano e le domandò, con voce commossa:

- Ma voi dunque l’amate molto quell’uomo?

- Sì, molto - ella rispose semplicemente.

- Povera creatura! - mormorò lo scettico, stringendo quella piccola mano che si abbandonava fredda in quella di lui.

Dell’altra gente veniva sulla terrazza. Gabriele, adducendo la stanchezza del viaggio, prese commiato e uscì. Mentre un legno lo portava all’albergo, egli pensava:

- Sono cotto! come è vero Dio, sono cotto! Ah, le donne! Bisogna convenire per altro che questa qui è un boccone da papa. E poi, tanto buona, tanto disgraziatina! Ma guarda un po’ le combinazioni!... E quell’imbecille di Paolo... Non se la meritava ah!, non se la meritava davvero! Basta: io dei torti non voglio farne a nessuno; ma quella lì... sarei un asino se me la lasciassi scappare.

Il giorno dopo si alzò con l’idea di sentire Paolo cosa contasse di fare. Lo trovò verso le quattro davanti il caffè d’Europa, che guardava il corso delle carrozze.

- Vieni - gli disse - andiamo a lasciare un biglietto da visita alla duchessa di Castelbuono, e poi si fanno due passi prima di andare a tavola.

La duchessa di Castelbuono abitava al Gesù. I due amici salirono bel bello per Toledo, in mezzo alla folla che ingombrava i marciapiedi a quell’ora. Nel dolce tramonto di aprile le vetrine delle botteghe scintillavano: il cielo di un turchino languido si accendeva di rosso verso Capodimonte.

- E così - domandò il Caligaris - hai riflettuto a quel che ti dissi?

- Senti, amico mio - rispose Paolo, che si aspettava quella domanda - a me non mi basta l’animo di abbandonare così quella donna. Ciò che tu mi proponi sarebbe la mia salvezza; ma come si fa? Leona, se la lascio, commette qualche sproposito.

Gabriele sorrise; e soggiunse:

- Bah! tu sei gran vanitoso, figliuolo mio.

- Bisognerebbe che avessi veduto tu gli squasimodei che vedo io da un paio di mesi! Capirai che la mia vita non è tutta rose, oh no davvero! Settantaduemila lire di debiti, caro amico! E non so più come fare a tirare avanti. Vedi bene che davanti a una situazione come questa, non c’è vanità che tenga.

- Ma tu l’ami o non l’ami, colei?

- Amarla? o no, francamente! Circa otto mesi di intimità, di intimità di tutti i giorni, di tutte le ore! Ti garantisco che non c’è amore che resista a una prova simile.

- E allora che cosa pensi di fare?

- Io? nulla. Mi lascio vivere, aspettando che il caso mi levi dall’impiccio.

Gabriele Caligaris ascoltava guardando per terra davanti a sé, non smettendo quel suo sorriso di allegra ironia. Quando Paolo ebbe finito, gli disse:

- Vedrai che il caso avrà più giudizio di te.

Erano giunti al Gesù, davanti l’alto portone del palazzo Castelbuono. Il Caligaris entrò e consegnò un suo biglietto al portinaio. Poi raggiunse l’amico, e ritornarono insieme verso Toledo. Tacevano entrambi: arrivati davanti il negozio di Caflisch, il Caligaris invitò Paolo:

- Vieni a pigliare qualcosa.

Entrarono. Paolo mangiò due o tre paste, e bevve un cognac; Gabriele si fece servire un assenzio. Quando uscirono sulla via. Gabriele disse con indifferenza:

- Te lo farò io il servizio.

- Che servizio?

- Il servizio di dire a Leona la tua situazione, e come dipenda da lei che tu esca da ogni imbarazzo.

- E lei cosa credi che faccia?

- Non so; ma voglio tentare.

Paolo si mise a riflettere: provava, a quella promessa, un sollievo che non voleva confessare a se stesso. Dopo alcuni istanti, riprese:

- Se ti chiedesse del denaro, qualunque somma, rispondi di sì.

- Lascia fare a me - concluse Gabriele con il suo sorriso tagliente.

Prima di separarsi da Paolo, il Caligaris gli disse:

- Stasera hai gente in casa?

- No, nessuno.

- Allora verrò io, verso le dieci, a parlare a Leona.

- Sta bene: io sarò uscito da un pezzo.

E così fece. Tornato a casa, mangiò un boccone senza parlare a Leona, senza guardarla, come se temesse che ella gli potesse leggere negli occhi quello che gli passava nell’animo; poi accese un sigaro, e si avviò a un ridotto, ove andava di solito tutte le sere che non si giocava in casa sua.

Leona, rimasta sola, accese una spagnoletta, e si buttò a sedere su una poltrona a dondolo, fantasticando. Poi, forse stanca di rimestare sempre le medesime cose, si accostò al pianoforte, e si mise a suonare. La finestra era aperta: delle voci rare salivano dalla via, nella notte; l’aria tiepida e leggera recava un acuto effluvio di rose dai giardini del Palazzo reale, la cui mole superba si intagliava netta, nel chiarore della luna sorgente, in lontananza.

A un tratto si udì squillare il campanello dell’uscio di strada; e, poco dopo, Marianna venne ad annunciare:

- Il signor Caligaris.

Gabriele entrò con il cappello in mano, il sorriso sulle labbra, il volto atteggiato di una benevolenza forse un po’ superiore, ma certamente cordiale. Leona gli stese le due mani e gli disse:

- Non credevo di rivedervi così presto.

- Come! Paolo non vi ha avvisata che stasera sarei venuto a trovarvi?

- No, hombre - rispose Leona; e aggrottando le belle sopracciglia arcate, soggiunse:

- Avete visto Paolo?

- Siamo stati oggi insieme, per circa un’ora.

Sedettero. Il Caligaris prese una sigaretta dalla scatola di lacca incrostata di madreperla che stava sul tavolino di mezzo, e disse a Leona:

- Permettete?

- Fumate, fumate pure.

- Ma voi perché non seguitate a suonare? So che le vostre canzoni spagnole fanno furore... quasi più dei vostri occhi, che è tutto dire.

Leona si era levata in piedi ed era andata a serrare tutte le porte. Si mise a sedere su uno sgabello dirimpetto a Gabriele, i gomiti sui ginocchi, il volto fra le mani, e gli disse:

- Aspetto.

- Che cosa aspettate, cara?

- Che mi diciate quello che mi dovete dire.

- Oh, vi devo dire tante cose, io! - rispose Gabriele lanciando una boccata di fumo.

- Cominciate dal dirne una. Ma fatemi il favore di essere serio - soggiunse Leona, strappandogli la sigaretta di mano e lanciandola fuori della finestra aperta.

- Voi me l’avete data, voi me l’avete tolta, sia fatta la vostra volontà - disse il Caligaris, accennando verso la finestra con comica rassegnazione.

- Dunque?

- Dunque, punto primo: io vi amo.

- Le solite!

- No, ve lo dico per darvi coraggio di ascoltare il resto. Perché io vi amo davvero, amo come si ama a quarant’anni, non come si ama a ventuno.

- E poi?

- E poi, sapete perché sono venuto, io, a Napoli?

Leona accostò lo sgabello con atto di viva curiosità, diventando un po’ pallida. Gabriele riprese:

- Sono venuto per incarico della contessa Cappello, la madre di Paolo; la quale propone al figliuolo di perdonarlo, di pagargli i debiti e di crescergli l’assegno mensile, a un patto: voi indovinate qual è, questo patto.

- Che lasci me - fece Leona con voce rauca. - E a Paolo... lo avete detto?

- Iersera, appena arrivato.

- E cosa vi ha risposto?

- Iersera, nulla. Ma oggi mi ha confessato che la combinazione gli farebbe piacere, se potesse trovare un modo, diciamo così, pulito, di sbarazzarsi di voi.

Leona si era levata in piedi, fremendo, e tormentava fra le dita i lunghi cordoni di seta rossa della sua veste da camera. Dopo alcuni minuti riprese con accento indefinibile:

- Vi ha detto proprio così?

- Proprio così.

Di nuovo, entrambi rimasero muti. Gabriele riprese:

- Bisogna che sappiate tutto. Ebbene, vi dirò anche che io ho proposto a Paolo di dirvi ogni cosa stasera; e Paolo ha accettato.

Senza rispondere sillaba, Leona si affacciò alla finestra. Si sentiva gli occhi arsi, la gola serrata; non udiva e non vedeva più nulla. La brezza fredda della notte alta le penetrava fra le vestimenta, e le raggricciava le carni: ella ne provava un sollievo, quasi che si sentisse tornata alla vita da un abisso ove si era perduto tutto il suo essere. Guardò un istante il Vesuvio, che lampeggiava rosso sul mare; e rise, come una pazza. Improvvisamente si voltò e chiese a Gabriele che la sorvegliava, un po’ inquieto:

- Mi volete prestare mille lire?

Egli, cavallerescamente, cavò di tasca il portafogli e glielo porse.

Leona se lo mise in tasca, con un modo inconsapevole, senza neppure dire grazie. Poi, rivolta all’amico, in tono supplichevole, ma perentorio:

- Ora lasciatemi - soggiunse.

- Vi lascio - rispose il Caligaris - ma prima voglio dirvi una cosa. Ricordatevi che io vi amo, davvero; a modo mio, ma vi amo; perché siete in fondo una buona ragazza, e ve lo meritate. Voi sapete la mia posizione. Sono solo, e non dipendo da alcuno. Non fate spropositi, non ne mette conto... E qualunque cosa vi possa bisognare... credete, non sono mica così cattivo come si crede...

- Grazie, grazie... - disse Leona, con un sorriso disfatto; e gli strinse la mano. - Arrivederci!

Gabriele Caligaris uscì. Leona, come trasognata, stette immobile in piedi, gli occhi fissi nel vuoto; poi, lentamente, si accostò al piano, sedette, e su una melodia di una tenerezza, di una tristezza infinita cominciò a cantare con voce che più non era la sua:

Me han dicho de que te casas
Así lo dice la gente
Y todo sera en un dia
Tu casamiento y mi muerte...

Sospirò convulsamente due o tre volte, come se qualcosa le volesse uscire dal petto; poi ripigliò:

Quien me ha de querer a mi
Sabiendo lo que te quiero
Y que me muero por ti...

A questo punto un singulto uscì dal petto della cantatrice: ella non poté seguitare; il pianto che le faceva groppo alla gola, proruppe: ella si abbatté disperatamente sulla tastiera, e diede sfogo all’angoscia che la opprimeva. Singhiozzava, singhiozzava, né c’era alcuno in quella stanza larga e magnifica, piena di tappeti, di arazzi, di gingilli e di fiori, che la consolasse: la luna immobile e pura, in mezzo al cielo, versava per la finestra una striscia di un candore luminoso fin sulla testa della bella creatura sofferente.

Quando ella si fu un po’ sollevata, andò in camera. Un gran crocifisso di avorio pendeva da un lato dell’alcova, davanti a un inginocchiatoio di velluto celeste, Leona vi si lasciò cadere prona, chinò il volto sul braccio, e pregò. Non osava domandare nulla al Signore: né che gli rendesse l’amore suo, né che la liberasse; pregava così, per il desiderio, per il bisogno di annegarsi in un affetto sopramondano. La sua anima addolorata e sbigottita errava in mille pensieri di angoscia, di pentimento e di peccato; vane speranze, progetti diversi, memorie care e strazianti la tormentarono per un pezzo: ella cercava di allontanare da sé tutto il suo passato, tutto il suo presente, e pregava. Di quando in quando, ancora, qualche lacrima cocente le cadeva dagli occhi, che le dolevano. Ella pregava; ripeteva delle vecchie orazioni spagnole che aveva imparato, bambina, dalla sua povera madre: delle preghiere per i morti, l’ave Maria, delle giaculatorie, pur che pregasse, pur che si sentisse un po’ più distaccata dalla terra, un po’ più vicina all’infinito; pur che non sapesse, non comprendesse, non ricordasse più nulla.

Improvvisamente una voce la riscosse:

- Che fai ancora levata a quest’ora?

Ella si rizzò in piedi, e si passò la mano sugli occhi: la luce della candela le faceva male. Disse pianamente:

- Che ora è?

- Sono le quattro e mezzo - rispose il conte Paolo bruscamente. - Perché non sei andata a letto?

Ella non rispose: aveva gli occhi fissi e aperti. Paolo, che aveva perduto al giuoco anche quella notte, esasperato da quel silenzio, riprese:

- Risponderai una buona volta, stupida!

Ella gli si accostò lentamente, con i capelli disfatti; lo guardò in faccia e gli disse con un filo di voce:

- Se non mi ami più, perché seguitiamo a vivere insieme?

Paolo si ricordò della promessa di Gabriele Caligaris, e forse capì che dalla risposta che avrebbe dato, dipendeva il suo avvenire. Ma non ebbe il coraggio di dire la frase cruda che gli veniva sulle labbra, e si contentò di replicare:

- Perché... perché è il mio maledetto destino!

Al suono di quella voce adorata, alla vista di quelle sembianze di bambino malvezzo, un’onda di tenerezza rifluì al cuore della povera Leona; la quale non si poté più padroneggiare, e di nuovo scoppiò in un pianto dirotto.

- Ah, ci mancava la musica, adesso! - urlò Paolo fuori di sé; e riprendendo il cappello che aveva posato sopra una sedia. Arrivederci, arrivederci domani - gridò, uscendo; e poco dopo si udì sbatacchiare violentemente la porta di casa.

Leona voleva gridare, voleva chiamarlo: i singhiozzi glielo impedirono; ma tutta l’anima sua correva dietro l’amante. Si calmò un poco; si asciugò gli occhi; aprì l’armadio, ne cavò la pelliccia e il cappello, si vestì per uscire. Quando fu pronta, si accostò al letto, dalla parte dove dormiva Paolo, e baciò il guanciale, dove egli era solito di posare la testa, a più riprese, con un ardore di passione indicibile, mormorando fra le lacrime:

- Adios, chico! Adios, hijo mio! Adios! Adios!

Attraversò le camere e il corridoio, si trovò davanti alla porta, l’aprì. La scala era buia e silenziosa. Leona si ricordò la notte di Natale, la noche buena, quando egli l’aveva accompagnata alla messa, e un nuovo singhiozzo la prese alla gola, mentre ella scendeva, reggendosi al muro. Quando fu nel portone, durò fatica a tirare la molla pesante della serratura inglese: alla fine si trovò all’aria aperta. Intorno, il silenzio era solenne: le stelle palpitavano nel cielo profondo: la luna cadeva verso ponente. Tirava un vento freddo che le ristorò un poco la faccia cocente. I fanali languivano in fila, lungo un vicolo deserto. Diritta, senza voltarsi, discese la gradinata che conduceva a piazza del Plebiscito: qui vide un legno, che passava davanti il Palazzo Reale. Diede una voce al cocchiere, che si voltò, e la raggiunse: ella salì, e ordinò piano:

- Alla stazione.