L'innamorata/Parte seconda/II

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Parte seconda - II

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Parte seconda - I Parte seconda - III


Roma era tutta avvolta in un velo di pioggia sottile che dalla volta del cielo grigio e abbassato si distendeva sui tetti delle case, sulle cupole delle chiese, sulle alture incoronate di cipressi e di pini, sui palazzi e sui monumenti. L’orizzonte appariva tutto coperto di una nuvolaglia ondeggiante che si stendeva fino a Monte Mario da una parte e si perdeva sulla linea ineguale dei colli albani bianchi di neve, dall’altra. Di quando in quando un pallido raggio di sole forava la nuvolaglia e brillava sui comignoli delle case; poi spariva improvvisamente: e di nuovo la città ricadeva nel cupo silenzio, nella tristezza inesorabile dell’inverno romano.

Il conte Paolo Cappello si era levato poco dopo il tocco, ed era uscito per far colazione, secondo il suo costume, al caffè di Roma. Piazza di Spagna, mezzo deserta, pareva più lustra e più larga sotto la pioggia che lavava le facciate dei palazzi chiari, avvolgeva di una nebbia leggera la triplice gradinata della Trinità dei Monti e dava maggior risalto agli alberi rinverditi del Pincio e di Villa Medici. In fondo, lo stelo altissimo dell’Immacolata Concezione si levava nell’aria, come proteggendo la piazza; le vetrine dei gioiellieri, dei mosaicisti, dei librai, dei mercanti di oggetti religiosi, gocciavano di pioggia. Ogni tanto un omnibus pieno di gente passava scuotendo rumorosamente il selciato; poi tutto tornava in una quiete prodigiosa, in mezzo alla quale non si udiva fuorché il gocciolio insistente e monotono della fontana foggiata a barca, sullo sbocco di via dei Condotti.

Paolo entrò in via dei Condotti. Sui due marciapiedi, rari viandanti andavano curvi sotto l’ombrello, la schiena saltellante, intabarrati fino alle orecchie. Delle vetture pubbliche di quando in quando uscivano dalle vie laterali, da via Mario dei Fiori, da via Bocca di Leone; si fermavano un istante, attraversavano la strada e sparivano. Il selciato motoso cominciava a diventare assai sdrucciolevole; Paolo si fermava davanti le vetrine a guardare i fiori artificiali, le ceramiche, gli oggetti giapponesi, le stoffe. Entrò da un fioraio e comprò un gran mazzo di fiori sciolti, ancora freschi di guazza, colti la mattina stessa. Poi uscì, e si trovò sul Corso affollato di vetture, di omnibus, di pedoni sotto gli ombrelli che si levavano e si abbassavano in processione, di donne ferme che vendevano cerini e giornali, di carretti, di fattorini che fumavano la pipa, aspettando. Davanti il caffè di Roma, un gruppo di sei o sette signori, fra i quali Paolo riconobbe un deputato autorevole, ingombrava il marciapiedi; egli si fece largo, passò, entrò nel caffè affollato, e andò a sedere al suo solito posto, in fondo, dietro la seconda colonna di destra.

Mangiò lentamente, senza appetito, consultando ogni momento l’oriolo con un’occhiata fuggitiva. L’aspettazione di quel convegno che Leona gli aveva concesso la sera avanti lo teneva in una irrequietudine nervosa, che egli non riusciva a dominare del tutto. Che cosa gli avrebbe detto, lei? E lui, che cosa le avrebbe detto? Non sapeva, non voleva pensarci; ma aveva la certezza immancabile che lì, davanti a lei, egli avrebbe trovato l’accento, le parole che bisognavano. E, quasi inconsapevolmente, si rimirò nello specchio che gli stava dirimpetto, e sorrise a fior di labbra.

Una voce gli disse:

- Come? siete qui, voi? mia moglie mi aveva detto che sareste andato alla sala Dante.

Paolo si ricordò. La sera avanti egli aveva promesso alla Moos di andare al concerto di musica ebraica annunziato dai cronisti mondani come un avvenimento; poi, svegliatosi con il pensiero della visita a Leona, il concerto gli era passato di mente. Rispose al banchiere:

- È vero, dovevo andarci; ma poi sono sopraggiunte delle circostanze...

- Affari di cuore eh? Gioventù, gioventù! - esclamò il banchiere scrollando tutto il suo corpo badiale in un riso di indulgente superiorità.

Il conte Paolo Cappello non rispose nulla; ma con i suoi occhi grigi e un po’ miopi guardò così sottilmente il banchiere, di sotto in su, che quello, un po’ imbarazzato, non trovò miglior modo di uscirne che di prendere commiato.

- Arrivederci, dunque, eh?... E buona fortuna!...

Paolo lo guardò allontanarsi, le braccia conserte, in atto di profondo disprezzo. Poi, di nuovo, diede un’occhiata all’oriolo. Erano le quattro.

- Andiamo! - mormorò. E si levò in piedi. Un cameriere gli si avvicinò rispettosamente, lo aiutò a infilarsi la pelliccia e gli porse i fiori e l’ombrello. Paolo salutò qualche conoscente, che sedeva alla tavola vicina, e uscì.

Una vettura chiusa lo trasportò rapidamente ai quartieri alti; in via Varese tornò a guardare l’oriolo: erano appena le quattro e mezzo. La vettura si fermò davanti il villino.

Il giovane pagò, discese e, sebbene non fosse ancora l’ora, andò a suonare al cancello. Gli fu aperto, salì, si presentò alla porta. La cameriera gli disse:

- La signora non è ancora rientrata. Ma lei può passare lo stesso: già, non può tardare molto.

Paolo entrò in un salotto arredato con gusto veramente ammirabile. Le pareti, le seggiole, i divani erano tutti ricoperti di un cuoio antico di Cordova che il Caligaris aveva acquistato a una vendita: su un fondo glauco colore d’acqua di mare, si schiudevano delle rose rosso pallido, delle rose gialle, delle rose carnicine, delle rose oscure, delle rose paonazze filettate d’oro sul bocciuolo e intorno la corolla, e qua e là intramezzate di grandi chimere d’oro disfatto: alla luce incerta che penetrava dalla finestra dissimulata per una larga tenda di sciamito siciliano del tempo di Federico II, l’oro qua e là balenava irradiando fugacemente le rose: cosicché tutta la stanza pareva quasi illuminarsi della luce ancora indistinta di un’aurora meravigliosa.

Delle grandi pelli di tigre, di leopardo, di pantera nera di Giava, erano distese per tutto sui divani e sul pavimento: in mezzo alla stanza sorgeva, su un piedistallo di bronzo, un gran piatto arabo a riflessi metallici che conteneva una caffettiera e sei tazze di porcellana avvolte in astucci di filigrana tempestata di turchesi e di corallo color di rosa. E sul tappeto persiano che copriva il pavimento, due narghilè, davanti a un paravento di legno finemente lavorato a traforo, fumavano, riempiendo la stanza di un odore vago e caldo, forse di qualche gomma preziosa d’Oriente.

Improvvisamente un fruscio di abiti si udì dietro l’alta portiera, e Leona apparve. Portava una veste da camera di raso nero, larga e ondeggiante; una sciarpa marocchina, graziosamente avvolta, come un turbante, sulla testa, le inquadrava il puro ovale del viso ove i grandi occhi splendevano come due neri diamanti.

- Buona sera, Paolo - disse ella, mentre il giovane conte si levava per salutarla - è un pezzo che aspettate?

- Un secolo! - rispose lui, cercando di guardarla bene negli occhi, perché la stanza si era fatta già buia. Le fiamme dei due narghilè scintillavano in fondo alla stanza come due rubini ardenti.

- A momenti portano i lumi; sedete! - soggiunse Leona, lasciandosi cadere sulla pelle di pantera nera che copriva a mezzo il divano.

- Oh no, non fate portare i lumi! è così dolce quest’ombra! - sospirò Paolo.

Uno scroscio di risa argentine squillò dalla parte del divano. La voce di Leona riprese:

- Come siete diventato sentimentale, da che non ci siamo visti!

In quel momento la cameriera entrò reggendo un candelabro, dove cinque candele colore di rosa ardevano appena accese. Leona le disse:

- Avvicina quel narghilè, e porta dei dolci e dei liquori.

La cameriera obbedì. Leona svolse il lungo tubo pieghevole del narghilè e, accostatosi il lungo bocchino d’ambra alle labbra, cominciò ad aspirare il fumo odoroso del tabacco. Quel trattamento alla turca era una bizzarria di Leona, la quale odiando il tè, non aveva mai acconsentito a farne servire in casa propria.

- Prendete un biscotto, una chicca, qualcosa - disse Leona, mentre la cameriera posava sul gran piatto arabo un vassoio pieno di dolci e delle bottiglie.

Paolo accettò una tazza di caffè, che sorbì lentamente, fissando la spagnola, provando una mollezza felice a trovarsi solo, in quel luogo, con quella donna.

- Metti un po’ di legna nel camino - ordinò Leona alla cameriera.

Questa scostò il paravento, e riattizzò il fuoco che cominciò a crepitare, e fiammeggiò improvvisamente. Un gran calore si diffuse per la stanza. La cameriera disparve.

- E così - disse Leona con accento di grande indifferenza, tirando una boccata di fumo - che mi raccontate di bello?

Paolo la guardava, senza rispondere. A mano a mano riconosceva sul volto di lei, indovinava sul corpo di lei, mille particolari invisibili a un altro che non fosse stato un amante: una leggera fossetta da una parte del mento, una peluria impercettibile al sommo del labbro, un neo piccino sotto l’occhio sinistro. E la memoria dei baci dati e resi con tanta passione, si faceva sempre più viva, si accendeva in desiderio di baci nuovi, gli metteva un brivido di voluttà per tutte le fibre.

Quella donna era stata sua, tutta sua, già una volta; perché non lo sarebbe di nuovo? E a poco a poco la stanza spariva, la tavola spariva, tutto spariva agli occhi del giovane; egli la rivedeva in un’altra stanza tappezzata di azzurro, le cui finestre si aprivano sul mare ceruleo; e fiochi voci lontane di pescatori salivano, nel tramonto, dalla spiaggia. E quella visione fantastica era così intensa, così viva, così presente, e le sensazioni che gli procurava erano tanto simili a quelle già provate altra volta, che egli, senza neppure dover fare forza a se stesso per uscire da quello stato di illusione sentimentale in cui si annegava dolcemente e volontariamente, prese una mano della donna, e la strinse.

- Que es eso? - balbettò Leona ritirando la mano e scuotendosi ella pure come da un sogno. Dall’accento onde fu pronunziata quella frase, Paolo capì che poteva tentare. Un pensiero gli attraversò, rapido come il lampo la mente: - Ella sarà di nuovo mia - e cadde ai piedi della donna.

Le prese le mani, e le coprì di baci; le baciò i polsi; le baciò le vesti sulle ginocchia, mormorando, singhiozzando frasi convulse di desiderio, implorando perdono, ricordando, gemendo. Ella lo lasciava fare; solo con una mano gli carezzava i capelli, e gli diceva, con un’immensa dolcezza nella voce:

- Cattivo! cattivo! come sei stato cattivo!

A quell’accento, a quelle parole, una gran tenerezza invase, con l’onda affluente delle memorie, il cuore del giovane: i suoi nervi, già molto tesi dall’aspettazione e dal desiderio, si sciolsero; egli si sentì gli occhi gonfi di lacrime e, per un istinto comune ai temperamenti deboli nei contrasti amorosi, volle far valere quella sua debolezza per vincere la resistenza della donna amata: egli sapeva che una lacrima può più di tutto agli occhi di una donna.

E scoppiò in un pianto disperato. Leona si chinò su di lui, dolcemente, maternamente, e lo strinse fra le sue braccia.

È uno dei fenomeni più singolari della vita interiore, l’attrazione esercitata dagli uomini femminei sulle donne violente. La donna violenta è quasi sempre sincera; come l’uomo femmineo è quasi sempre falso, insidioso, calcolatore e cattivo. Sembra che egli profitti della fiducia ispirata dalla sua apparenza timida e delicata per maturare gli inganni più perversi, le malizie più sottili, i tradimenti più inaspettati. E la donna violenta, la donna vivace e ingenua, quella che ha sempre pronto il riso e le lacrime, quella che ha le ire terribili e fuggitive e le tenerezze improvvise, quella che non medita mai la vendetta ed è pronta sempre al perdono, quella appunto è la donna che rimane colta alle panie dell’amante così amabile e così perverso.

L’uomo femmineo è supremamente egoista. Avendo comuni con le donne tutti gli artifizi, tutte le civetterie, tutte le piccolezze, e non avendo d’altra parte gli istinti di protezione e di imperio dell’uomo completo, codesto individuo neutro, senza sesso, non si lascia sedurre dai vezzi che egli istintivamente conosce e talvolta esercita; cosicché la maggior attrattiva della donna, la grazia, non ha presa su di lui. Vanitoso egli stesso, intende e sa valutare gli effetti premeditati del sorriso, dell’acconciatura, dell’apparato decoramentale, onde le donne lusingano e soggiogano gli uomini. Nelle battaglie dell’amore egli adopera le stesse armi di cui le donne, spesso, si servono in buona fede; ma egli se ne serve pensatamente, misurando bene i colpi, numerando le ferite. Le donne, pur conoscendo quelle arti, da parte di un uomo non se le aspettano, e vi restano prese: allora, se sono false esse pure come il loro amante, ne ridono insieme a lui, e diventano presto amici e alleati; se sono ingenue e sincere, ne rimangono vittime.

Il conte Paolo Cappello era, come si è potuto vedere, appunto uno di codesti uomini, non punto rari nella promiscuità decadente di questa fine di secolo. Bastava guardargli le mani, delle lunghe mani morbide e bianche, dalle dita affusolate, come quelle di una badessa, dalle unghie rosee accuratamente affilate, per comprendere a prima vista il carattere molle, lusinghevole e indifferente del signore veneziano. Qualche volta egli aveva creduto di amare, per un delirio della fantasia o per un ardore momentaneo delle vene; ma ingenuamente e pienamente non aveva amato mai. Cercava la donna per procurarsi un godimento, qualche volta dei sensi, qualche volta dell’amor proprio: non appena il suo amore richiedesse il più piccolo sacrifizio, egli lo gettava via da sé, come un peso intollerabile.

Da quella sera, Paolo ricominciò a praticare con Leona tutte le sue lusinghe di gattino viziato, tutte le sue lezie di bambino che ha bisogno di essere carezzato e ninnato. E la povera donna si lasciava attrarre, come la prima volta, a quell’apparenza di candore e di gentile monelleria: non ricordava o non voleva ricordare le disillusioni provate a Napoli; trovava una scusa alle cattiverie passate del suo piccolo amico, beata di vedere tornato il dolce tempo quando ella aveva aperto il suo cuore all’amore. Ora Paolo era sempre tra le gonnelle di Leona: andavano insieme ai teatri, facevano delle passeggiate in campagna, giravano per le ville: la voce era corsa; e Paolo si sentiva solleticato nell’amor proprio dall’invidia di tutti coloro che aspiravano invano alle grazie della bizzarra spagnola; quanto a Gabriele Caligaris, sorrideva scetticamente di quel nuovo idillio, senza mostrarsi né offeso, né indispettito: pareva che quel singolare gentiluomo si godesse una bella commedia preparata apposta per lui.

Il carnevale passò senza incidenti degni di considerazione. Come tante altre belle cose caratteristiche uccise dalla smania positiva e livellatrice del nostro secolo, anche il carnevale romano ora è morto; e qualche veglione funereo nel teatro Costanzi e lo spettacolo inanimato dei moccoletti, l’ultima sera, non bastano neppure a ricordarne la tradizione. Ciò nonostante, Paolo e Leona vollero prendere parte alla battaglia dei moccoletti.

Avevano tolto in affitto una loggia sul Corso, presso l’albergo di Roma. Verso sera, quando l’arco del cielo cominciava a diventare pallido e verso piazza Venezia i fanali si accendevano, Leona si affacciò. La via era piena di gente che andava e veniva, in maschera o senza; a piedi, in carrozza, su carri variamente addobbati, dei mazzettacci volavano da un balcone all’altro, dalle carrozze e dai carri ai balconi, dai balconi sulla via. Un fragore indistinto e confuso, un’animazione nuova saliva e si diffondeva dalla folla che circolava a stento. E la voce dei venditori di moccoletti si udiva rauca e nasale, in mezzo a quell’onda tumultuosa di popolo: - Moccoli! moccoletti! - Sugli usci, dalle finestre, dai carri, in mezzo alla via, uomini, donne, fanciulli, arlecchini, pulcinelli, diavoli, maghi, tutti compravano i lunghi moccoli sottili, ridendo, correndo, gesticolando, unendosi a coppie o a brigate. Risa e grida partivano anche dalle logge piene di gente, ove delle signore giovani alzavano le braccia, si chinavano sul parapetto, strillavano a quelli che passavano per via, rientravano in casa e riapparivano fuori.

Improvvisamente, i primi moccoli brillarono, come una torma luminosa di lucciole, in fondo a piazza del Popolo. E un’agitazione irresistibile soffiò su tutta la folla della via e delle logge, da un capo all’altro del Corso. Migliaia e migliaia di moccoli, a destra verso piazza del Popolo, a sinistra verso piazza Venezia, in mezzo alla moltitudine ondeggiante e rumoreggiante della via, sui carri, sulle vetture in fila, sulle logge ammantate di stoffe e ornate di ghirlande, sui tetti delle case, sulle botteghe e sugli abbaini, in lungo e in largo, per tutto, fiammeggiarono magicamente tra l’urlo confuso e formidabile che sorgeva da quegli innumerevoli petti umani, esaltati da quella festa suprema del carnevale morente. Nulla di più fantastico e di più prodigioso che quello spettacolo sterminato di fiammelle tremolanti per tutto; agitate come da un vento ineguale e capriccioso; ora spente, ora riaccese; che invadevano tutto, che ingombravano tutto, la terra, le case, l’aria; quasi che un incredibile esercito di fuochi fatui si fosse abbattuto sulla città quasi che una caduta continua e inestinguibile di astri coprisse ogni cosa di luce e di fumo.

La fragorosa ilarità della gente cresceva ogni momento. Già si erano impegnate le lotte fra quelli che tenevano accesi i moccoli e quelli che li volevano spegnere. - Moccoli! moccoletti! - E in mezzo alla folla della via erano lotte rapide e allegre di due, cinque, dieci persone, che finivano con lo spegnimento di un moccolo; sulle logge, delle signore contrastavano i loro moccoli, strillando come aquilette, agli uomini che le assediavano; delle lunghe pertiche armate di fazzoletti e di ventole si levavano qua e là dalle carrozze della via fino ai mezzanini, fino ai primi piani, per assalire dei moccoli che fiammeggiavano arditamente. E ogni spegnimento di moccolo era accompagnato da nuove grida e da nuove risa; poi la battaglia si impegnava più lontano, contro altri moccoli, intanto che i primi si riaccendevano, su quel nero formicolio di teste umane, che teneva tutto il Corso, tutte le logge, tutti gli sbocchi, e fluttuava e fremeva e rumoreggiava continuamente.

Anche Leona aveva acceso il suo bravo moccolo, rinfiancata da Paula e da Nadina Krasoff, che ne accendevano degli altri. Paolo stava dietro, e spegneva ora l’uno ora l’altro dei tre moccoli che gli ardevano davanti. Ma quel giuoco, alla lunga, sarebbe divenuto un po’ monotono, se improvvisamente non fossero saliti anche Giorgio Ozanil e Gabriele Caligaris a partecipare alla battaglia. Da basso il Sant’Elmo, con una lunga canna, sulla cui cima ondeggiava un immane ventaglio giapponese, dava l’assalto egli pure, gettando ogni tanto quel suo riso freddo, scrollando la testa, senza convinzione.

Si udì un clangore rauco di trombe: un carro si avanzava tutto ardente di moccoli, come un altare. Rappresentava i Centauri. Una ventina fra signori e signore, mascherati da Centauri, con la parte equina del corpo fatta di cartone dipinto, intorno a un gran colle selvoso di cartone, che pure ardeva di lumi. L’acclamazione della folla li accolse: i Centauri agitavano i moccoli, invano assaliti dalla folla che circondava il carro; dei mazzettacci, gettati dalle finestre, dalle logge, dalla via, volavano intorno ai moccoli; i quali ardevano sempre.

Giunto sotto la loggia di Leona, il carro si fermò. Allora fu viva la lotta fra quelli del carro e quelli della loggia. Ciascuno teneva in una mano il suo moccolo, e nell’altra la pertica sormontata di un ventaglio fisso; e facevano a chi spegneva più moccoli. Leona, tutta protesa fuori della loggia, scarmigliati i capelli, rossa in viso, agitava sul carro la sua ventola; e a ogni colpo spegneva un moccolo, mentre il suo restava sempre acceso. Invece, Nadina e Paula, le quali badavano troppo ai loro moccoli, non riuscivano a spegnerne neppure uno della schiera avversaria. Leona, che si accorse di questo errore di tattica, tutta ardore com’era per il trionfo dei suoi, gridò:

- Giù, giù tutti! insieme, tutti insieme!

Uomini e donne della loggia obbedirono. D’un tratto, come per un formidabile soffio di vento, i moccoli del carro furono tutti spenti. La folla batté le mani fragorosamente. Il carro si mosse e proseguì lentamente verso piazza del Popolo. Altre vetture venivano dietro e si incrociavano con quelle che andavano verso piazza Venezia; allora erano nuove battaglie fra vettura e vettura; invece qualcuno di una vettura, che non poteva più difendere il moccolo dagli assalitori della via, lo porgeva a un altro di una vettura vicina; e la battaglia mutava di luogo.

Lo spettacolo di quelle tre signore eleganti, le quali difendevano così eroicamente i loro moccoli, animò anche altri della via a tentare l’impresa di spegnerli: e presto una lotta numerosa e accanita scoppiò sotto la loggia di Leona. Ella, più ardita di tutti, levava alto le belle braccia, sottraendo il moccolo ai colpi degli assalitori; e ogni tanto, quando qualche mano di dietro o qualche pertica dalla via era sul punto di fare il colpo, dava un piccolo grido, e pronunziava qualche ingiuria in lingua italiana mescolata di castigliano:

- Que tontos!... Non lo toccare, caramba!... Vamos buono, sta buono!... Ah!... vágame Dios, que picaros!... No, no, no... non voglio.

Alla fine, il moccolo fu spento. Leona, tutta trafelata e sudata, lasciò che la battaglia continuasse intorno ai moccoli delle sue amiche, e rientrò. Paolo, seduto su un sofà lontano dalla loggia, fumava. Ella gli si accostò e gli disse, con un sorriso:

- Ti annoi?

- Sì, andiamo via! ora che nessuno ci vede - gli soffiò lui nell’orecchio.

Uscirono; guizzarono tra la folla; infilarono una via traversa e, trovato un legno da nolo, salirono. Dietro, si lasciavano il soffio ardente e rumoroso del Corso; davanti, avevano la solitudine e il silenzio di Roma. Quando egli fu solo con lei, nel legno chiuso, la strinse fra le braccia e la baciò in bocca. Ella, ancor tutta vibrante di piacere, gli rese i baci. La carrozza li portava rapidamente verso il villino di via Varese.

Con i primi giorni di quaresima il tepore molle della primavera, della dolce primavera romana, si diffuse sulla città, sui colli, sulla campagna inondata di sole. Monte Mario perdeva alquanto della sua solenne tetraggine, poiché i raggi del giorno avvolgevano quasi di una irradiazione luminosa le cime ondeggianti dei suoi cipressi; i monti laziali, coperti ancora di neve, si distendevano per una curva ineguale e cerulea; il Gianicolo, lieto delle sue due ville maggiori, Villa Corsini e Villa Pamphili, verdeggiava già tutto, attorno la fontana monumentale di Paolo V, che si levava bianca nel cielo azzurro in cospetto della sottostante metropoli.

Leona si sentì venire la voglia di fare delle scampagnate. Appena l’aria cominciava a farsi più calda, uscivano entrambi gli amanti fuori da una porta della città, dove la carrozza rimaneva ad aspettarli, e si gettavano nei campi, a braccetto, come due monelli scappati dal collegio. Leona, tutta rosea sotto le falde del cappellino di paglia ornato di fiori, correva per i viottoli, raccoglieva le viole pei campi, si arrampicava sulle colline, costeggiava il fiume che, largo e giallo, scintillava ai raggi del sole. Poi entravano, ebbri di sale e di baci, in un’osteria di Ponte Molle o di Ponte Nomentano, e facevano colazione con una frittata, un pezzo di cacio pecorino e due frutta. Ma Leona era così allegra, così spensierata, che ingrassava a vista d’occhio; e giurava, che non aveva mangiato mai così bene come in quei giorni. Paolo la stava ad ascoltare, un po’ più serio, un po’ più freddo, sorridendo pacatamente, badando a ripulire bene con il tovagliolo le posate di stagno dell’osteria romanesca.

Una volta andarono fuori di porta San Sebastiano, verso la tomba di Cecilia Metella. Era una limpida e luminosa mattinata di aprile; l’aria, il cielo, gli alberi in lontananza, tutto pareva irradiarsi quasi di una trasparenza luminosa e leggera, entro la quale le forme ondeggiavano lentamente, un po’ velate, come entro un mare non distinguibile che avvolgesse e cullasse ogni cosa. Le vie, le piazze erano popolate di gente che andava o veniva allegramente; gli abbaini delle case, le cupole delle chiese, le guglie dei campanili, i vetri delle finestre mandavano lampi: dappertutto si udiva un cinguettio lieto e confuso di passeri. Di quando in quando, su una strada meno frequentata, una povera donna, con uno scialle nero gettato sulle spalle e un fazzoletto rosso sulla testa, suonava l’organetto; e un uomo, vicino a lei, cantava una canzone dolce e monotona: una dozzina di sfaccendati si erano raccolti intorno a loro, e ascoltavano.

Paolo e Leona sboccarono sul Foro romano che, pieno di sole e di statue rotte, si allargava davanti fino alla massa enorme del Colosseo, e infilarono la via che, costeggiando il palazzo dei Cesari, conduce a porta San Sebastiano. Fuori di porta, si trovarono sull’antica via Appia, chiusa ai lati da due muriccioli, onde le lille sporgevano i rami carichi di fiori leggermente violacei, la cui fragranza era diffusa per l’aria.

La vettura, passando, alzava un fitto velo di polvere che luccicava al sole. Dei carri, delle carrette tirate da qualche mulo arrembato, con a lato il mulattiere, venivano lentamente verso Roma, levando un cadenzato tintinnio di sonagli; anche qualche altra vettura, che recava dei forestieri, con in mano un Baedeker legato in rosso, andati a visitare i monumenti, si incontrava con quella dei due amanti: poi, di nuovo, la strada bianca e la solitudine. Il cielo, di un turchino intenso, si stendeva senza una nuvola. Davanti la porta delle catacombe di San Calisto, delle altre vetture di forestieri aspettavano ferme, all’ombra: i cocchieri, scesi di serpe, bevevano vino e ciarlavano. Leona domandò all’amico:

- Che c’è aquì?

- Delle catacombe: vuoi vederle?

- Catacombe? - fece lei con un’espressione d’ingenua curiosità - pues, roba antica?

- Sicuro! - rispose ridendo Paolo, che sapeva l’avversione della bizzarra creatura per tutti i monumenti, per tutte le reliquie pagane e cristiane, che formano la gloria dell’eterna città.

- Ah!... - fece lei levando le mani con un gesto di terrore comico; e accennò al cocchiere di andare avanti.

Ogni tanto, da una parte o dall’altra, appariva il cancello di qualche villa, un viale fiancheggiato di alberi o di siepi, e in fondo qualche statua o qualche fontana. Finalmente la doppia muraglia cessò, e la campagna romana, la grigia, brulla, sterminata e ammirabile campagna romana si allargò davanti ai loro occhi.

A questo punto Leona ordinò al cocchiere di fermarsi e aspettare. I due giovani lasciarono il legno, e seguirono per un tratto, a piedi, la strada maestra. Alla loro sinistra la pianura si stendeva irregolare e gialliccia, solo interrotta da lunghe staccionate che si intersecavano e si perdevano all’infinito. Qualche raro albero sorgeva di quando in quando, come abbandonato, sulla gran pianura tranquilla; dove le rovine degli acquedotti ciclopici rosseggiavano e dilungavano, interrotti ogni tanto, come i tronconi di un rettile prodigioso. In fondo alla strada, dove terminava la discesa, la tomba di Cecilia Metella si levava alta e circolare, come un enorme tamburo barbarico, nel cielo smagliante.

- Guarda com’è bello! - disse Leona, mostrando, con un gesto del braccio, il paesaggio.

- Sì, è molto bello - rispose Paolo distratto. Improvvisamente gli era venuto un pensiero: quel giorno, la società delle corse alla volpe, a cui apparteneva la Moos, si era dato convegno alla tomba di Cecilia Metella. Come mai non ci aveva pensato, la mattina? E ora gli seccava che dei suoi amici potessero vederlo con Leona: pareva quasi che avesse voluto attestare in faccia a tutti la sua buona fortuna. E l’idea di poter essere accusato di una vanità così meschina, gli dava una noia indicibile. E poi anche...

- Ho una fame che la vedo per aria - saltò su Leona. E, volta a Paolo: - E tu non hai fame? - gli domandò.

- Sì, anch’io: guardiamo un po’ dove si può trovare da mangiare - disse Paolo.

Poco lontano di lì, una rozza insegna, tra due frasche, sorgeva, con la leggenda: Osteria dei cacciatori. I due giovani entrarono; attraversarono un viale tutto bianco e fiancheggiato ai due lati di un orto, e si fermarono sulla soglia di un androne, dove un cane lupetto bianco abbaiava furiosamente. Una donna grassa, ancora giovane, guercia da un occhio, venne incontro a loro con un sorriso pieno di garbo.

- Che c’è da mangiare? - domandò Paolo.

La donna rispose:

- Vogliono una frittata, del formaggio, delle radici?... Abbiamo poi il vino che è buono assai.

- Va bene - disse Leona, entrando: - fateci la frittata; ma presto.

- Subito, signora - gridò la donna, correndo verso la cucina.

Leona era divenuta pensosa. Guardava intorno quell’antica costruzione che doveva essere l’avanzo di un tempio o di una terma, e si sentiva così lontana dal mondo, così sola con l’amore suo, in quel luogo dove nessuno sarebbe andato a scovarli! Un carretto giaceva rovesciato in un angolo dello stanzone; su quattro legna che ardevano per terra, un paiuolo bolliva. Oh come sarebbe stata felice se avesse potuto passare la vita colà, come una buona massaia, in mezzo alle galline! E come la padrona rientrava, ella le chiese:

- Quanto pagate di pigione?

La donna si voltò tenendo in mano un piatto, e rispose:

- Cinquanta lire al mese! Abbiamo cinque stanze grandi al piano superiore, il pollaio e l’orto. - E disparve.

Di lì a poco ricomparve, portando la frittata. Leona si mise a mangiarla con appetito; Paolo sembrava svogliato, e rivolgeva ogni tanto dei sorrisi supplichevoli alla sua arnica.

- Di’ la verità - domandò lei, ridendo - non ti ci puoi vedere tu qui! Sei un raffinato, tu!

- Quando sono con te, mi trovo bene dappertutto, bambina! - rispose Paolo carezzandole i capelli con tenerezza.

Ella si levò, e andò ad abbracciarlo furiosamente. La donna, che li guardava, rideva e mormorava:

- Eh, beati loro che sono giovani e signori!

Dopo la frittata, Leona volle anche il formaggio, un’insalata e delle frutta. Poi si fece dare da Paolo una sigaretta, e l’accese.

- Com’è bella la vita! - esclamò, lanciando in aria una boccata di fumo.

- Ma è antico questo locale? - domandò Paolo a sua volta.

- Questo era un Circo, il Circo di Romolo - rispose la donna guercia con una certa superbia.

Ma Leona, sentendo parlare di archeologia, fu invasa da una grande paura; si rimise in fretta e in furia la mantellina e il cappello di paglia, che si era levati per fare colazione, e corse verso l’uscita. Paolo ebbe appena il tempo di pagare e di raggiungere l’amica, che ella già si trovava sulla rasa campagna, lontano dalla strada maestra, a pochi passi dagli acquedotti romani, che gettavano un’ombra leggera sulle erbe arse e rase della pianura insonnolita nell’ozio del pomeriggio.

Leona andava avanti e raccoglieva dei fiori selvatici che trovava sul suo cammino, e cantava. La sua voce alta e squillante si diffondeva per il silenzio, e faceva voltare i carrettieri; i quali passando sulla strada, guardavano sorridendo quella bella signora, che cantava nell’aperta campagna.

Di quando in quando, una schiera di cornacchie passava a volo: allora Leona taceva e alzava la testa, con infantile curiosità, a mirare gli uccelli che si allontanavano.

Ogni tanto una staccionata le si parava dinanzi; ella aspettava che Paolo la raggiungesse, saltasse la staccionata e poi sollevasse lei in braccio per aiutarla a passare dall’altra parte. E allora erano risa, contorcimenti, pugni che ella dava per chiasso al suo amante, il quale non voleva più metterla a terra. Egli le copriva di baci tutto il bel corpo che si sentiva palpitare sulla faccia; ella, fingendosi stizzita, gli lanciava qualche fiore, e poi tornava a pigliare la rincorsa e a cantare. Pareva che il suo cuore giovane e ardente accogliesse tutta l’immensa letizia della primavera.

Quando, dopo avere molto girato, si ritrovarono sull’orlo della via Appia, Leona, che si sentiva un po’ stanca, si buttò o sedere; intanto che Paolo andava a chiamare la carrozza. Leona, per un momento, rimase sola.

In quella appunto uno scalpitio di cavalli si udì sulla strada e, improvvisamente un gruppo di gentiluomini in marsina rossa, stivali alla scudiera e cappello a cilindro, montati su ardenti cavalli che andavano al trotto, comparve a una trentina di passi dal luogo ove si trovava Leona. Qualche carrozza veniva dietro. Erano dei signori che si recavano alla caccia alla volpe.

Leona provò una stretta al cuore, e avrebbe voluto fuggire; ma pensò che forse era stata già vista, e il suo naturale istinto di orgoglio ripigliando il di sopra, ella rimase al suo posto. I cavalieri passarono: ella riconobbe Gabriele Caligaris, Giorgio Ozanil e il capitano Mineo; tutti e tre la salutarono: il primo con le sopracciglia insolitamente corrugate, gli altri due con il labbro atteggiato a un sorriso di leggera canzonatura. Giorgio Ozanil disse anche con quel suo vocione gioviale:

- Sapevo bene, vedendo Paolo, che Virginia non poteva essere lontana!

L’equivoco fece ridere anche altri, discretamente, perché il Caligaris non se ne avesse per male. Quando passarono le vetture, in una delle quali c’erano le signore von Moos, la zia affettò di guardare da un’altra parte; la nipote invece fissò arditamente in faccia la spagnola.

Il contegno o beffardo o sprezzante di quella gente fece a Leona l’effetto che un colpo di frusta farebbe a un puledro selvatico. Tutto l’impeto del suo sangue si risvegliò d’un tratto: ella si levò e andò verso la carrozza che si avvicinava.

Quando vi salì dentro con l’amante, lei gli domandò in castigliano:

- Li hai veduti?

- Sicuro - rispose il giovane, che aveva l’aria un po’ rannuvolata.

Successe un lungo silenzio. Di nuovo lei disse al giovane:

- Ah, se tu mi amassi come ti amo io!...

- Ebbene? - chiese Paolo che non intendeva.

Ma subito lei gli fece segno che il cocchiere poteva ascoltare. Così, senza più dir parola né l’uno né l’altro, rientrarono in città, ripassarono davanti al Foro su cui l’ombra del tramonto calava, e risalendo per via Nazionale, giunsero al villino di via Varese.

Ma appena si trovarono a casa, in quel salotto arabo dove ella si era data la seconda volta con tanta esuberanza di passione, Leona buttò le braccia al collo di Paolo, e gli singhiozzò sulla bocca:

- Portami via! portami via con te! Non vedi che io non posso essere di altri che tua!...

Paolo si preparava a rispondere, quando una voce fredda ma ferma disse dietro di lui:

- La signora ha perfettamente ragione. È inesplicabile come voi, che dimostrate ancora tanto attaccamento per lei, la possiate lasciare sotto il mio tetto.

I due si voltarono: era Gabriele Caligaris che, adducendo un pretesto, aveva piantata lì la caccia, ed era tornato alcuni minuti prima di loro. Difatti, indossava ancora la marsina rossa.

A quelle parole, Paolo si era fatto serio. Ma Leona, senza dargli il tempo di replicare, gridò in uno slancio di innamorata fierezza:

- No, no: sono io che non ho voluto. Lui me l’ha proposto cento volte: se non ho accettato, gli è... gli è... che non volevo sembrare ingrata verso di voi.

Il Caligaris fece un riso secco, e rispose:

- La grazia di quella gratitudine! Voi, mia cara, mi fate posare come un imbecille; quando vengo a trovarvi, non siete mai in casa; se vado invece a un teatro, a una passeggiata, in un luogo pubblico, vi trovo sempre, e non sempre sola...

- Voi sapete i nostri patti - esclamò Leona - mi avete lasciata libera di fare quel mi piacesse.

- Ma non vi ho lasciata libera di farmi diventare la favola della città e dei castelli - riprese Caligaris, che cominciava a riscaldarsi. - Io non vi amo, e sta bene; vi ho lasciato padrona anche di innamorarvi di un altro, ed è vero, perché non me ne importava proprio nulla...

- Eh lo so che io non sono stata per voi mai altro che un oggetto di lusso, come un cavallo o un cane da caccia!...

- Perfettamente, perfettamente - riprese il Caligaris con la massima calma. - Dunque, vi permettevo ogni cosa; ma a patto che conservaste un po’ di discrezione, un po’ di tatto. Che diavolo! Non si ripaga mica un uomo che spende cinquanta o sessantamila lire l’anno per voi, mettendolo alla berlina senza uno scrupolo.

- Alle corte! - interruppe Paolo, che si sentiva vessato assai da quella conversazione. - La signora lascia sull’istante questa casa. C’è altro da dire?

- Nulla assolutamente - rispose il Caligaris, gelido.

- Quanto all’insolenza del vostro contegno di oggi, ne riparleremo - concluse Paolo, aprendo la porta a Leona che usciva.

- Sono ai vostri ordini - rispose il Caligaris con un leggero inchino della testa e un balenio, come di metallo, negli occhi.

E, dopo aver chiuso egli stesso la porta dietro i due amanti, mormorò con accento di compassione sincera:

- Povera disgraziata! chi sa dove va a finire con quel bel mobile!