L'isola del tesoro/Robert Louis Stevenson: la vita e le opere

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Robert Louis Stevenson: la vita e le opere

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Robert Louis Stevenson - L'isola del tesoro (1883)
Traduzione dall'inglese di Angiolo Silvio Novaro (1932)
Robert Louis Stevenson: la vita e le opere
I personaggi del romanzo

Robert Louis Stevenson: la vita e le opere





Robert Louis Stevenson nacque a Edimburgo il 13 novembre 1850. Suo padre, come già suo nonno, era ingegnere e costruttore di fari, e sognava di avere in lui un continuatore. Ma il figlio non costruì fari, o, se mai, d’altra sorte. A due anni fu affidato alla nutrice Alison Cunningham, soprannominata «Cummy». Per nutrice, era dotta. Sapeva a memoria la bibbia e il Viaggio del Pellegrino di Bunyan. Ma, ciò che più conta, possedeva una miniera di storie di spettri e di streghe, di folletti e di fate che sciorinava con bell’arte di chiaroscuri al piccolo ascoltatore. Egli ha l’aria debole e malaticcia. È pallido, ha due occhi fosforescenti. Se il padre chiude uno spirito rude, una mente quadrata e una volontà di ferro nell’armatura del fisico alto e massiccio, la madre è fragile e soave. È lei che ha dato al piccolo Louis quel puro ovale del viso, quegli occhi languidi e lucidi, quei capelli lunghi e lisci come seta, quell’apparenza quasi femminea, e la gaiezza e l’irrequietudine e la sensibilità tremante al minimo soffio, e la capacità e necessità di sconfinare nel sogno e nella poesia. A 7 o 8 anni ancora non sa leggere e scrivere. A 9 va a scuola, ma preferisce le passeggiate con Cummy o le sue corse solitarie. Il babbo lo porta con sé nei suoi viaggi. A 13 anni gli si rivela la Costa Azzurra. Ne è abbagliato. E si tira dietro, tornando nelle nebbie gelate del suo paese, il tesoro di quella visione e la nostalgia che lo pungerà tanta parte della vita per i luoghi del sole. Per ubbidire al padre, si iscrive all’Università, ma presto l’abbandona. No, non sarà ingegnere. «Che vorrai fare?», chiede Thomas Stevenson. «L’avvocato.» Ma sente che non farà neanche questo. I suoi gusti, la sua natura incostante e bizzarra avida di violente emozioni, lo sbalestrano nelle più strane compagnie e torbide strade. Frequenta marinai, vagabondi, contrabbandieri. Siede nelle taverne con loro, s’innamora d’una prostituta, è lì lì per sposarla. Vorrebbe redimerla! Nelle ore meno agitate legge gli autori del suo tempo, ma soprattutto le Vite dei pirati e ladri delle grandi strade di Charles Johnson. E quando è stanco si rannicchia a Swanston. Swanston, a poche leghe da Edimburgo, è l’oasi della voluttà smemorata. Prati verdi, ruscelli fruscianti, belar di greggi, abbaiar di cani, e i fumi che si staccano dal tetto delle case coloniche e si perdono nell’azzurro. Ma presto le letture si fanno più intelligenti e nutrienti. Stringe da presso i grandi autori, ne penetra i segreti tecnici. «Vivo», dice, «coi vocaboli.» E questa lotta coi vocaboli, questa ricerca aspra, instancabile dell’espressione, finisce per esaurirlo. Il che non gl’impedisce, mentre nel London escono le storie che formeranno le Nuove notti arabe, e si pubblica il suo volume A filo dell’acqua, di assaporare i suoi primi successi. Ne sarebbe contento se, come tutti i predestinati alla gloria, non vivesse nel tormento delle più alte ambizioni e nell’ansia e impazienza di una irraggiungibile vetta. Eccolo in Francia, a Chàtillon-sur-Loing, arrestato da un gendarme perché privo di carte e vestito come uno spazzacamino, poi a Fontainebleau aggregato a una compagnia di pittori. Là incontra l’americana Fanny Osbourne che tanto influirà sul suo destino. Fanny è un brillante intelletto e un animo risoluto. Vede chiaro, e pone i propri disegni al servizio d’una formidabile volontà. Sarà lei che d’ora innanzi governerà l’uomo senza legge e gl’imporrà di non sperperare le ricchezze di un talento di prim’ordine in lavori leggeri, slegati, frammentari, ma di pensare a opere organiche e vaste, di mirare alto, di far grande. Perciò, e perché anche è bella, quantunque con dieci anni più di lui, e affascinante e tenebrosa, egli ne rimarrà prigioniero senza scampo. Ma Fanny non è libera: ha il marito, una figliola sposata, e un figliolo che conduce con sé; e ritorna in America. Stevenson compra un’asina per sessantacinque franchi e un bicchiere d’acquavite, e cavalca. Nasce così quel Viaggio con un asino nelle Cevenne, dove il dimesso cavalcatore coglie alcuni dei più puri e freschi doni che terra e cielo riserbino al poeta. Al quale s’aprono ormai le porte delle grandi riviste. I migliori autori del tempo: Edmund Gosse, Andrew Lang, George Meredith, lo festeggiano. Ma perché Fanny è ammalata, corre in America. Da Jersey City a San Francisco, undici giorni di viaggio in compagnia di emigranti, in mezzo a esalazioni pestilenziali di sudore e carne umana e fumo di treno. Ma Fanny non è a San Francisco, e lui pesto e affannato si rimette in moto e la raggiunge a Monterey sulla costa del Pacifico. E ora è lui che si ammala, e Fanny da sovrintendente letteraria si tramuta in paziente infermiera. Vita nera: miserie e tristezze fino ai capelli. Per fortuna il padre lontano se ne commuove, e se un giorno ha maledetto e scacciato il figliolo ateo e dissoluto, ora gli telegrafa il perdono e gl’invia denaro. Intanto Fanny ottiene il divorzio. Il 19 maggio 1880 egli la sposa, e nell’agosto s’imbarca per l’Inghilterra con lei e il figliastro. I genitori gli vanno incontro a Liverpool e fanno buon viso a Fanny che aiutata dalla sua fine intelligenza, serietà e devozione entra nelle loro grazie. Egli lavora lavora lavora. Sarebbe felice se i cattivi polmoni non lo facessero tanto soffrire. Ripara a Davos, e nell’aria pura e sottile e nel silenzio e nella solitudine trova conforto e crede di guarire. Ma il male non gli dà tregua. Fugge a Marsiglia, poi a Nizza, infine a Hyères. E di nuovo ricade. Una notte si sveglia con un grido e allaga il letto di sangue. Intanto la salute di suo padre declina. Per essergli vicino, si installa a Bournemouth sul litorale sud dell’Inghilterra. Qui accorrono celebri visitatori, inglesi e americani. Sargent gli fa il ritratto. A Londra conosce Browning e Burne Jones. A Parigi Rodin. Ma quando il padre è morto, risolca l’Atlantico. Con Fanny e Lloyd Osbourne conduce anche la madre. A New York giornali e riviste sollecitano la sua collaborazione a peso d’oro. Fortune e gloria. La moglie gli affitta una villa sulle rive del lago Saranac, dove l’artista potrà proseguire in quiete e serenità l’opera sua. Ma Stevenson è abbacinato da un sogno: una crociera nei mari del Sud, e questa è l’ora di realizzarlo. Quando nelle acque di San Francisco vede dondolare il veliero destinato a rivelargli le meraviglie dei tropici, ha uno scoppio di gioia infantile. Non è il paradiso galleggiante? Attraversa il Pacifico, visita la Polinesia e la Micronesia sostando qui o là come l’amore o il capriccio vuole. Gettata l’ancora, vede affollarglisi intorno pacifici e sorridenti cannibali dalle carni decorate di tatuaggi, e assiste ai loro riti entrando in familiarità con generose regine e re cavallereschi. Le grandi calme marine, i soli accecanti, l’aria immobile arroventata, la lussureggiante vegetazione, le notti bagnate di plenilunio o scintillanti delle gemme della Croce del Sud: tutto il fascino di un mondo vergine acre mostruoso, dove la natura quasi in delirio sfoggia luci e colori, e fermenti molli e assassini, lo attira e lo lega con vincoli che la morte soltanto potrà spezzare.

Un giorno dette fondo ad Apia nell’isola di Samoa. Gli piacque un sito in vicinanza del mare sulle falde del monte Vaea. Comprò il terreno e vi costruì la villetta che dai cinque ruscelli che vi scorrevano intorno ebbe nome Vailima. Dolce lavorare lì, sotto gli occhi della maliarda, tra i canti degli uccelli e l’ombre degli alberi di cocco, di mango, di banane, e gli effluvi delle gardenie, delle tuberose e dei gelsomini, ripensando magari con una punta di nostalgia la lontana Scozia, le vie strette e scure della vecchia Edimburgo, i prati di Swanston e le fiabe di Cummy che forse ora sorride di compiacenza rileggendo Il giardino dei versi d’un fanciullo che il poeta le ha dedicato! Dolce, se la morte non stesse in agguato. La sera del 3 dicembre 1894, mentre i suoi servi erano occupati a preparar la tavola, egli si abbatté nelle braccia di Fanny. Un colpo di apoplessia l’aveva fulminato. Tusitala, il raccontatore di belle storie, come gli indigeni l’avevano battezzato, fu seppellito sulle pendici del monte come un giorno s’era egli stesso augurato.


Under the wide and starry sky
Dig the grave and let me lie...


Pubblicato da principio nel Young Folks, L’isola del tesoro apparve in volume nel 1883 per i tipi dell’editore Cassel. Successo strepitoso. Andrew Lang perdette la testa fino al punto di paragonarlo con l’Odissea. Altri, con ben altra misura, lo avvicinò a Robinson Crusoe. Comunque sia, resta un capolavoro. Miracolo di vita e di sogno: dove l’aderenza alla realtà è così fedele, minuta, meticolosa, e il respiro degli orizzonti così largo, il volo della fantasia così libero! Chi parlava ieri di «realismo magico» come di una nuova formula d’arte? Il realismo magico è antico quanto Omero. E realismo magico è questo di Robert Stevenson. Tutto è strano, inaspettato, sorprendente, ciò che accade lì dentro; eppure logico, naturale, necessario. L’isola uscita dall’immaginazione del poeta si dispiega sotto i nostri occhi con la precisione di un plastico: coi suoi seni e promontori, monti, boschi, paludi, stormi d’uccelli acquatici impauriti da un colpo di fucile, e l’incessante rovesciarsi dei cavalloni contro la rocciosa costa lontana, con un rimbombo che dà malinconia. L’eroismo del piccolo Hawkins è il fatale portato della sua indole di ragazzo di fegato smanioso d’avventure. La diabolica figura di Silver esce dalle pagine col rilievo di una maschia scultura. I personaggi di secondo piano, basta un rapido tocco, una battuta di dialogo, per stamparceli nella memoria definitivamente. E il paesaggio getta sull’azione i suoi esotici riverberi. Tutto vibra, brilla, canta, nel tremolio dell’aria infuocata, attraverso le grazie d’uno stile esperto di tutti i segreti e avvivato da un estro ricco di spontaneità e di calore. Se talvolta lo studio dei particolari sembra eccessivo e ingombrante, lo si perdona volentieri all’amore quasi religioso, alla tenerezza e affezione sincera che sono in fondo alle intenzioni dello scrittore come un omaggio alla vita, e ne guidano la mano gentile.

Ricercando derivazioni e influenze d’altri autori nel Nostro, la critica ha fatto specialmente i nomi degli americani Charles Warren Stoddard e Hermann Melville. Si sa d’altra parte che Stevenson leggeva molto, e se da ragazzo s’era imbevuto di Dumas padre e di Scott, più tardi prediligeva i classici e specialmente francesi. In realtà, si è sempre figli di qualcuno. Così come alla propria volta si è padri. E se è vero che Stevenson discende da taluno dei nominati, non è meno vero che Conrad e Jack London discendono da lui. Ma egli si erge e campeggia pur sempre nel suo tempo col profilo della sua netta inconfondibile personalità, e con la sua umana e luminosa figura di raccontatore e di poeta.

Angiolo Silvio Novaro



OPERE


The Pentland Rising, a Page of History (1866)
The Charity Bazaar, an Allegorical Dialogue (1868)
An Appeal to the Church of Scotland (1875)
An Inland Voyage (1878)
Picturesque Notes on Edinburgh (1879)
Travels with a Doneky in Cevennes (1879)
Deacon Brodie, or the Double Life (1880)
Not I, and other Poems (1881)
Virginibus Puerisque (1881)
Familiar Studies of Men and Books (1882)
Moral Emblems (1882)
New Arabian Nights (1882)
Treasure Island (1883)
The Silverado Squatters (1883)
Admiral Guinea (1884)
Beau Austin (1884)
Prince Otto (1885)
A Child’s Garden of Verses (1885)
More New Arabian Nights: The Dynamiter (1885)
Macaire (1885)
The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde (1886)
Kidnapped (1886)
Some College Memories (1886)
The Merry Men, and Other Tales and Fables (1887)
Underwoods (1887)
Thomas Stevenson Civil Engineer (1887)
Memoires and Portraits (1887)
Ticonderoga: a Poem (1887)
Memoir of Fleeming Jenkin (1887)
The Black Arrow: a Tale of the Two Roses (1888)
Misadventures of John Nicholson (1888)
The Master of Ballantrae (1889)
The Wrong Box (1889)
Ballads (1890)
Father Damien (1890)
The South Seas (1890)
The Wrecker (1892)
Across the Plains (1892)
A Footnote to History (1892)
Island Nights’ Entertainments (1893)
War in Samoa (1893)
Catriona (1893)
A trio and Quartette (1894)
The Ebb-Tide (1894)


Opere postume


Vailima Letters (1895)
The Amateur Emigrant (1895)
Four Plays (1895)
Fables (1896)
Weir of Hermiston (1896)
Songs of Travel (1896)
Familiar Epistles in Prose and Verse (1896)
St. Ives (1898)
Letters to his Family and Friends (1899)
In the South Sea (1900)
Essays of Travel (1905)
Essays in the Art of Writing (1905)
Lay Morals (1911)
Records of a Family of Engineers (1912)
The Hanging Judge (1914)

Deacon Brodie, Admiral Guinea, Beau Austin, Macaire furono scritti in collaborazione con W. F. Henley; More New Arabian Nights e The Hanging Judge in collaborazione con la moglie Fanny; The Wrong Box, The Wrecker, The Ebb-Tide in collaborazione col figliastro Lloyd Osbourne; St. Ives venne portato a termine da A. T. Quiller-Couch.