L'uccisione pietosa/7

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II. – L’ANTITÈSI
7. La scusante del Dolore

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Le obiezioni, che io ho già abbozzate qua e là nelle pagine precedenti, si alzano formidabili quando si passa ad analizzare serenamente e con criterio scientifico le allegazioni dei sostenitori dell’Eutanasia legale; si comincia facilmente col vedere com’essa non sia applicabile in modo assoluto e sicuro neanco ai casi in cui il paziente medesimo domanderebbe la propria uccisione a motivo della intollerabilità dei suoi patimenti.

In primo luogo, il dolore è un fatto fisio-psicologico esclusivamente subiettivo che sfugge ad ogni nostra misurazione clinica e sperimentale: nella specie umana è quanto vi può essere di più personale; perfino negli animali la tolleranza è diversissima da specie a specie. Esso è ancora più intimo del piacere; ha bensì, in generale, manifestazioni esteriori che ci permettono di apprezzarne negli esseri viventi, mediante comparazioni e valutazioni pur sempre subiettive, la intensità (mimica, gesticolazione, gemiti, reazioni psicomotorie violente, modificazioni circolatorie, respiratorie, secretive, ecc., ecc.); ma in realtà, ai patimenti dei nostri simili noi assistiamo per lo più incapaci, non solo di alleviarli, ma anche di comprenderli nella loro giusta misura. A questa indeterminatezza dell’elemento "dolore" osservato in altri, contribuisce la diversità delle reazioni individuali.

Sarebbe erroneo giudicare della acutezza di un dolore dalle reazioni emotive del paziente o dalle sue descrizioni; i maggiori patimenti fisici e morali non sono sempre i più esagitanti o i più accascianti: le rivelazioni del dolore sono personalissime, e si possono superare mali atrocissimi in un silenzio stoico, come si può reagire invece freneticamente a lievi sensazioni algiche. La Storia di tutte le fedi ci dice di quale forza d’animo siano capaci i martiri di un dato Ideale; l’Etnologia ci parla dei guerrieri di certe popolazioni barbariche, ad es. dei Pelli-Rosse d’America, che cantano in mezzo alle più efferate torture inflitte dal nemico vincitore; perfino i criminali Cinesi muoiono in silenzio pur venendo sottoposti a pene inenarrabilmente tormentose. All’estremo opposto stanno le iperestesie dei delicati e dei sensitivi. Scriveva giustamente ed elegantemente, come sempre, Paolo Mantegazza: "Vi sono ipocondriaci ed isteriche che hanno provato gli spasimi dell’iscuria e gli strazii del cancro, le cefalee più atroci e l’angoscia della dispnea, la colica epatica e la colica enterica, il granchio e la rachialgia, senza avere alcuna malattia organica nella vescica, nell’utero, nel cervello, nel polmone, nel fegato, nell’intestino, nel midollo spinale" (p. 181). Eppure, tutti questi pazienti sono alla fine guariti; guai, se impietositi dai loro lagni, si fosse eventualmente ceduto alla loro implorazione di morire!

Quale consistenza reale potrebbero avere così fatti spasimi per ritenerli una giustificazione dell’omicidio legale o autorizzato di liberazione? Io ricordo qui anche le presunte, inimaginabili sofferenze dei morfinisti e cocainisti in periodo di astinenza; chi, a sentir loro, potrebbe non impietosirsi e non concedere nuove dosi dell’agognato veleno? Nei periodi di svezzamento si veggono reazioni violentissime sino al furore o al deliquio, agitazioni convulse, tentativi impetuosi, sebbene forse non sinceri, di suicidio..., eppure tutto questo quadro imponente si dilegua quasi in un baleno con una iniezione di acqua distillata o di cosidetto siero fisiologico; ciò prova la natura psicogena di tutte quelle, al dire dell’intossicato, "ineffabili", sofferenze.

Inoltre, vi sono malattie che per qualche tempo, magari per mesi ed anni, infliggono al paziente forti, insopportabili dolori, ma che poi si calmano, o per compressione o distruzione dei nervi sensitivi della parte, o per esaurimento della stessa sensibilità, così da lasciar tregua agli infelici che ne son colpiti. Cito, ad esempio, certi carcinomi viscerali e certi tumori intrarachidei spinali con reazioni radicolari: anche taluni tumori endocranici, che dànno dapprima cefalalgie spaventevoli, possono, superato il terribile periodo della compressione meningo-cerebrale, dar luogo al torpore delle facoltà senso-percettive. Se in questi casi, badando agli strazianti lai degli infermi, ed essendo il processo morboso giudicato incurabile, si procedesse all’uccisione misericordiosa, non si esagererebbe forse la finalità dell’atto? non si rischia di togliere a quei pazienti forse altri giorni meno disgraziati e più tollerabili di vita?

La stessa terminologia dei pazienti può trarre in inganno. È verissimo che certi dolori fisici hanno caratteri acutissimi, ora essendo circoscritti e ora diffusi, ora puntorii ed or laceranti, ora terebranti ed or martellanti: è pur vero che in alcuni mali il dolore diventa intollerabile, così da far invocare (almeno a parole) per l’appunto la morte; ma è anche vero che la sensibilità individuale può dipingerci a colori esagerati inimitabilmente vivaci, dei patimenti che altri descrive abbastanza sopportabili, per quanto li avverta forse egualmente. Basta aver che fare con individui neurastenici, con isteriche, con ipocondriaci, con melancolici, con deliranti allucinati nella cenestesi, per sentire narrazioni di impressionantissime sofferenze, di torture, al cui confronto quelle inventate dallo spirito crudele dei Torquemada dell’Inquisizione, o dai carnefici Cinesi, o dai succitati Pelli-Rosse, parrebbero rose e miele. Quando al mattino il medico percorre in visita le sale del Manicomio, ode taluni pazzi lagnarsi di spaventose crudeltà loro inflitte nella notte da invisibili persecutori: l’allucinazione supera in vivezza qualsiasi sensazione reale, e guai se quei tormenti fossero veri!

In secondo luogo, il dolore non è quasi mai proporzionato alla entità del processo morboso: esso dipende da una folla di circostanze che il più spesso sono estranee alla incurabilità ed inguaribilità delle malattie. Si pongono subito qui le neuralgie che sono infermità di altissimo potenziale per giudicare del temperamento d’una persona, e che non ostante i loro fierissimi spasimi non sono mai letali. Scriveva sempre il Mantegazza: "La lacerazione di un’unghia è assai più dolorosa di una ferita che ci svuota un occhio: il piede di un distratto che ci schiaccia un nostro piede, ci fa strillare assai più di una palla da fucile che ci ha forse forato torace e polmone". Certe ferite assolutamente micidiali non son dolorose, per esempio quelle del fegato, del cuore, del rene, del cervello. Il dolore, come sentinella d’allarmi, risiede piuttosto nelle parti superficiali del corpo (pelle, mucose, nervi periferici) che non nei visceri più profondi e vitali; e questo è un fatto biologico che sembra dovuto ad un teleologismo in Natura, ma che fu raggiunto per leggi necessarie dalla Evoluzione organica.

Su di un campo di battaglia i lagni più strazianti non sono emessi sempre dai feriti più gravi, bensì dai più sensibili; non tutti hanno il contegno di eroi in una stoica indifferenza al dolore, ma perchè, non ostante la letalità delle ferite, queste hanno già superato i limiti della sensibilità portandoli alla sua paralisi, o hanno leso con minore estensione i nervi sensitivi periferici. Bene spesso un ferito da pallottola di rivoltella o di shrapnel avverte nella località colpita un leggero senso di contusione, e poi cade a terra senza provare quasi alcun dolore: il medico trova poi che il colpo ha leso organi vitalissimi e che al paziente non rimangono che poche ore di vita.

Accanto a questi esempi in cui manca l’indice misuratore del dolore, (che secondo certi filosofi dovrebbe corrispondere alla teleologia della Vita), stanno i casi ben noti al medico-alienista di psicosi melanconiche ansiose del climaterio o dell’età presenile, in cui si deve ritenere, da tutto il contegno disperato degli infermi, che grandi siano le torture dell’angoscia, del delirio, delle allucinazioni, della desolazione: perciò tanto spesso i malati ne desiderano e domandano il termine sino a procurarselo col suicidio. L’alienista, che conosce e valuta la forza di tale psichialgia dalle sue espressioni, se la raffigura intensissima e può asserire in coscienza che essa è uno dei più insoffribili tormenti da cui possa essere colpita l’umana creatura; ma nel contempo abbiamo il dato clinico della sua guaribilità in quanto non corrisponde a nessun dissesto irreparabile organico. Ed ecco perchè al cospetto di tante pene d’ordine psicogeno verrebbe meno il criterio fondamentale della eutanasia pietosa, cioè la incurabilità di malattie molto dolorose, o solo subiettivamente (psichicamente) dolorose.



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D’altronde, la Medicina non è fin d’ora disarmata affatto davanti al dolore: essa possiede mezzi che lo affievoliscono ed anche arrivano a sopprimerlo. Lasciando in disparte la cloronarcosi, che non può avere se non applicazioni temporanee, una forte e prolungata morfinizzazione, per quanto non sia scevra di pericoli, apparirà sempre più razionale e morale, ossia più umana secondo i nostri sentimenti e criterii etici attuali, che non la uccisione liberatrice di un dolorante. Da secoli l’uso dell’oppio da prima, dei suoi alcaloidi poi, è riuscito a lenire molte nostre miserie fisiche e psichiche. È il caso di ripetere gli elogi che Sydenham faceva di questa droga, senza della quale l’Umanità parrebbe condannata irremissibilmente al Dolore? Si tratta di vedere quale dei due provvedimenti sia preferibile: la narcotizzazione morfinica più spinta o la distruzione dello stame di vita; la scelta, almeno entro un dato periodo di tempo, non può essere dubbia; per cui, a chiunque domandi di essere liberato colla morte dai suoi patimenti, si dovrà sempre prospettare la possibilità di alleviarli con una morfinizzazione progrediente. E già, nell’antichità, Areteo parlava di "addormentare" gli infermi per i quali non ci fosse più speranza.

So benissimo che si può controrispondere che tale provvedimento è, in sostanza, il surrogato di una morte lenta ad una improvvisa; che il morfinismo spinto all’estremo diventa a sua volta doloroso, sia pel bisogno vieppiù prepotente del veleno, sia per i suoi effetti cronici sulla compagine organica; che in dati casi anche gli stupefacenti si addimostrano inefficaci. Ad ogni modo, penso che davanti alla domanda di morte fattaci da un infermo si debba prima tentare la surrogazione di cui parlo: può avvenire che passato il momento dello sconforto, l’infermo stesso si riattacchi alla vita e ci sia, nel fondo della sua coscienza, grato di aver resistito a quella sua disperata richiesta. Penso inoltre che la Scienza medica, se oggi non è ancora in possesso di sostanze pienamente anestesizzanti ed innocue, potrà più o meno presto scoprirne altre che inducano una assoluta analgesia senza minacciare nella vita anche quando se ne spingesse in alto la dose. Penso pure che non sia impossibile in un non lontano avvenire scoprire la sede o gli organi centrali della coscienza del dolore; perchè non ammettere che l’Uomo arrivi col tempo a provocare il sonno isolato dei centri della sensibilità dolorifica?

Certamente, la forma più blanda e meno antipatica di eutanasia consisterebbe nell’attutire la sensibilità del paziente morituro e togliere così la precipua ragione messa avanti dai sostenitori del suo uso pietoso. Che se la Medicina ha il còmpito di combattere il Dolore, oltre a quello di salvare possibilmente le esistenze, la anestesia nella morte entrerebbe pur sempre nel suo programma di azione pratica. Ma in realtà si potrebbe sempre obiettare che il benefizio della insensibilità ed incoscienza procurata mediante anestesia al paziente dolorante ed all’agonizzante non cesserebbe dall’essere un avvelenamento bello e buono; anzi, un omicidio non colposo, ma prevedibile in quanto già la dissoluzione somatica indotta dal processo morboso è per sè stessa causa di quell’autointossicazione contro cui lotta l’organismo, e l’aggiunta del narcotico non farebbe che sottrarre a questo l’ultimo residuo di energia vitale con cui tenta resistere. Insomma, Maramaldo in Medicina! Ma, oltre ai mezzi farmacologici, non esistono contro il Dolore dei mezzi morali?