L'uccisione pietosa/6

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6. La procedura dell’Eutanasia

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Si è scritto e discusso non poco sull’argomento che ci occupa, ma quasi esclusivamente sul principio teorico dell’eutanasia autorizzata, e sulle sue ragioni così dette umanitarie, selettive, economiche; pochissimo, anzi quasi nulla si è scritto in Europa sulla sua formulazione legale o codificazione, sulla procedura e, quel che più conta per noi biologi e medici, sulla sua attuazione tecnica, salvo il citato libro del Binet-Sanglé. Per la procedura, quasi soltanto il Binding, trattando l’argomento da giurista, ha prospettata la necessità sociale di alcune cautele medico-giuridiche atte a fare entrare l’omicidio pietoso nei costumi civili, ma nello stesso tempo ad impedirne gli abusi. Per contro, nell’America del Nord, come ho detto in un precedente paragrafo, furono compilati e presentati ai Poteri pubblici dei progetti appositi di Legge.

È chiaro che nel caso di accettazione del principio eutanatistico occorrerebbe stabilire delle norme legislative di chiara, sicura e generale applicazione. In una forma così straordinaria di Diritto ultrasociale, per cui si toglierebbe ogni valore alla vita individuale e la si sagrificherebbe, ora ad un sentimento di compassione ben difficilmente sindacabile ed ora al presunto benessere o vantaggio collettivo, ogni persona o famiglia che ne volesse far uso, o che si credesse o sapesse investita dal Corpo sociale dell’inaudita facoltà di eliminare gli individui ritenuti inadatti alla convivenza, dovrebbe sottostare a severissima disciplina, presentare la motivazione razionale della necessità perentoria di quell’atto, ottenere o ricevere una superiore incontestabile autorizzazione per eseguirla. A un dipresso ciò ricorda la procedura giudiziaria che si segue in quelle condanne penali che importano la perdita della libertà individuale e con ciò arrecano gravi patimenti fisici e morali, o, peggio, che nei Paesi dove ancora vige la pena di morte, precedono la condanna del reo al patibolo. Morti biologiche e sociali legalizzate in ambo i casi, epperciò, necessità di garanzie formidabili, così per l’individuo che deve subirle, come per la Società che le sancisce a scopo di pena, o che le lasciasse somministrare a scopo di liberazione dal dolore, o in vista della loro efficacia selettiva, o infine quale contributo all’economia nazionale!

Varî giuristi si sono preoccupati di segnare le grandi linee sulle quali dovrebbe, ad ogni modo, essere intessuta una Legislazione autorizzante la eutanasia; l’Elster in Germania oltre al Binding, il Grispigni in Italia, hanno proposto schemi di Legge, di cui quello del nostro penalista applicabile agli infermi ipersensibili e inguaribili stabilirebbe le condizioni seguenti: "1° domanda al Tribunale Civile del luogo da parte del malato, ovvero dell’esercente la patria potestà se si tratta di persona non compos sui; 2° nomina di tre medici da parte del Tribunale; 3° perizia, dalla quale risulti in modo categoricamente certo che la malattia è inguaribile, e che reca con sè sofferenze fisiche o psichiche tali da rendere la vita insopportabile; 4° decisione motivata del Tribunale, con intervento del Pubblico Ministero, tenendo conto del danno che può derivare alla famiglia per la morte della persona malata".

L’iniziativa della "buona morte", secondo il Binding, dovrà essere presa o dal paziente, o dal suo medico, o da persona designata dal paziente stesso, ad es., un suo prossimo parente. La domanda andrà fatta alla Autorità competente che potrà accoglierla o respingerla; se accolta passerà sotto il giudizio di una Commissione tecnica speciale, composta da un medico generico per le malattie fisiche, da un psichiatra o medico competente in malattie mentali, e da un giurista, aventi tutti e tre diritto di voto; senza voto resterebbe però il Presidente; la decisione dovrebbe sempre essere presa all’unanimità. Nè il richiedente, nè il medico curante potrebbero far parte della Commissione; questa funzionerebbe senza appello, farebbe le inchieste necessarie, si sposterebbe all’occorrenza, interrogherebbe testimoni, ecc., ecc. Di tutte le operazioni, sedute, deliberazioni, ecc. e della esecuzione della "sentenza" si terrebbe accurato processo verbale.

Dovrò tornare su questa ed altre consimili proposte procedurali, ma intanto poniamo per principio che nel Giure moderno, formatosi in parallelo col mutare delle opinioni in fatto di morale privata e pubblica, si ha bensì il diritto di uccidersi, tantochè il suicidio non è più punito nei Paesi a civiltà Europea, ma non altrettanto impune vien considerato l’atto di chi spinga una persona ad uccidersi, perocchè questa istigazione non è in fondo che un omicidio larvato eseguito con mezzi morali anzichè materiali, con metodo paziente (che potrebbe anche essere doloso) anzichè violento. Il rispetto della vita costituisce il fondamento essenziale della convivenza umana civile, tanto che nei Paesi più avanzati neppure alla collettività, rappresentata dalla Giustizia statale, la sola cui siano permesse le sanzioni penali, si è lasciata la pena di morte. Sembra difficile, di fronte a questo sentimento etico-giuridico vieppiù evoluto e possente, considerare con passivismo indifferente la morte non volontaria, ma procurata da altri, senza che ciò possa significare o indurre un regresso nella nostra sensibilità morale. Ecco perchè i giuristi e i medici che discutono sul tema dell’eutanasia legale, ritengono necessaria una preparazione della mentalità sociale, e intanto cercano di stabilire con gran rigore le legittime finalità dell’eutanasia così privata che statale, le sue limitazioni, e quelle che potrebbero essere le sue garanzie morali e giuridiche.

Queste garanzie varieranno a seconda dello scopo dell’eutanasia. In tutti i casi nei quali la morte potesse essere propinata per sentimento misericordioso verso un paziente disperato, una Legge che autorizzasse date persone ad eseguirla (a prescindere dalle qualità loro, se il medico curante, o i parenti, o se dei possibili "esecutori o fratelli della buona morte!"), dovrebbe anzi tutto stabilire le norme per bene interpretare il consenso della futura vittima; in secondo luogo, prescrivere regole severissime per la verifica dei motivi giustificanti l’atto. Una di queste regole, forse la più sostanziale, consisterebbe nell’accertamento della diagnosi di quella tal malattia ritenuta per assolutamente incurabile, oltrecchè inguaribile (cose, queste due, lo ripeto, assai diverse), e della assoluta intollerabilità dei suoi dolori. Certo, non si potrà lasciare ai soli medici curanti questa sempre ardua elaborazione diagnostica; per rendere più salda la motivazione della sentenza autorizzante l’eutanasia, si dovrà esigere la nomina di una Commissione ufficiale consultiva, di cui faccian parte parecchi uomini di riconosciuta competenza e di austera coscienziosità, come si può domandare a dei veri "Probiviri" della carità suprema. Lo stesso si farà, ed anche, se fosse possibile, con più stretto rigorismo, per tutti i casi di eutanasia aconsensuale, quando cioè si trattasse di eliminare gli incurabili e inutili incoscienti, idioti, dementi, ecc.

Sarà una ben forte, anzi tremenda responsabilità, quella che codeste Commissioni si assumerebbero, e ci si domanda fin d’ora di chi esse potrebbero essere composte: evidentemente di clinici sapienti, di pratici altamente saggi, e anche di qualche magistrato che sorveglierebbe la procedura sotto l’aspetto giuridico. Ma dato pure che vi fossero personaggi pronti a sottoscrivere quel verdetto per degli ammalati, c’è la considerazione che la diversità dei morbi essendo assai grande, le nostre nozioni fisiologiche e patologiche progredendo di continuo, mutandosi anche molto i concetti circa la patogenesi delle singole malattie, ogni caso richiederebbe una Commissione idonea, di specialisti, per così dire. Resterebbe poi sempre il quesito di chi avrebbe il diritto di scelta e nomina dei Commissari. Io non escludo anzi che, accettato il principio della morte autorizzata nelle infermità dolorose, faccia parte della Commissione anche qualche donna; essa apporterebbe nell’esame del fatto la voce del sentimento e dell’esperienza, poichè nel giudicare sulla tollerabilità di dolori naturali, la donna, quando è passata attraverso le fasi della maternità, saprebbe forse esprimere un giudizio più esatto. Ad ogni modo, il verdetto dovrebbe essere enunziato con voto unanime.

Nel caso di idiotismo e di demenza paralitica, il giudizio di eliminazione non potrà essere dato senza l’intervento di una Commissione di psichiatri. È sperabile che essi vadano d’accordo nel giudicare clinicamente, tanto la condizione congenita, inemendabile dell’idiota, quanto quella acquisita e irreparabile del demente. In ambo i casi si suppone che tali infermi siano insensibili rispetto al loro miserevole stato, per cui verrebbe meno ogni giustificazione della fine immaturamente procurata, che si fondasse sulla pietà per le immaginate loro sofferenze; e d’altra parte, quella impressionante condizione morbosa fuoresce in realtà dal campo psichiatrico, e rientra in quello della medicina generale: voglio dire che non si somministrerebbe la morte al demente paralitico in quanto creatura umana non solo offesa nel bene dell’intelletto, ma in quanto creatura vivente in via di disorganizzazione materiale. Ciò dimostra, a parer mio, che il criterio psicologico della "demenza" (la stessa cosa va detta dell’idiotismo), viene sostituito da quello sociologico della "inutilità".

Ma ben più compromettente sarà la situazione dei Commissarî alienisti di fronte a semplici dementi, dato che il verdetto eutanatistico dovesse colpire gli alienati passati a stato cronico e considerati come irrepugnabilmente perduti. Ora, converrà che si tenga conto di un fatto giustamente rilevato da Tanzi e Lugaro nel loro bellissimo Trattato delle Malattie mentali (3a ediz., 1923, vol. I, p. 649), che in Psichiatria, come negli altri campi della Patologia, "esiti immancabili non ve ne sono, tranne quelli dei processi morbosi per loro natura rigorosamente progressivi e che debbono, o prima o poi, travolgere senza misericordia organi e funzioni vitali". E ciò specialmente nelle psicosi dette funzionali, alle quali assai difficilmente e sempre con risultato infido si applicherebbe la distinzione in forme guaribili ed inguaribili. Sarà intanto necessario un esame minutissimo delle reali condizioni psicologiche del presunto demente, con una misurazione esatta del grado di povertà o di annichilamento cui sono giunte le sue facoltà intellettuali, e con ragionato e convincente giudizio della Commissione sulla irreparabilità dei guasti arrecati dalla malattia: bisogna che sia esclusa ogni possibilità di ritorno anche parziale delle facoltà disgregate dal processo morboso. E s’intende che in ogni caso, tanto per infermi fisici quanto per infermi psichici, i verdetti tecnici dovrebbero essere emessi con piena acquiescenza dei singoli Commissari; con che soltanto la loro esecuzione si troverebbe giustificata davanti alla pubblica opinione.

In riguardo a tutte le altre categorie di individui sopprimibili o per pericolosità sociale o per incapacità assoluta di convivenza o per parassitismo gravoso, la procedura non è stata ancora ben precisata; chiaro è però che le garanzie dovrebbero essere sempre più forti, le cautele sempre più minute, le motivazioni sempre più ragionate. Ma non so di eutanatisti che abbiano osato definire le norme per una pratica così lontana dalle attuali correnti di idee e di sentimenti: si può solo supporre che, in sostanza, la procedura seguirebbe le regole che nel Nord-America sono state fissate per una misura di profilassi eugenistica, meno crudele che non sia la uccisione legale, ma sotto certi riguardi ben più legittima: voglio dire per la sterilizzazione dei soggetti disgenici ed immorali; ne parlerò più avanti, e allora si potrà comprendere quale dovrebbe essere, caso mai, una legislazione eutanatistica ad intenti sociali.



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Ed ora, qual genere di morte infliggere ai soggetti, cui si volesse procurare legittimamente l’eutanasia? Certo, un genere di cessazione della vita che non arrechi alcun patimento; un processo letale che non provochi lacerazione o distruzione, almeno aperta, degli apparecchi, organi e tessuti del corpo vivente, e non sia accompagnato da spargimento di sangue; che sia sicuro nella esecuzione, e subitaneo; che rispetti anche la estetica della morte, non atteggi scompostamente il corpo, non dia alla fisonomia della vittima quell’aspetto orrendo, a bocca beante, che l’agonia le imprime, nè stampi sul suo volto un ghigno sardonico... insomma, una "buona" ed una "bella morte".

Il Binding, che non è molto esplicito a tale riguardo, opina che il mezzo di morte dovrebbe variare a seconda dei casi, e la Commissione tecnica da lui proposta lo indicherebbe ogni volta; ad ogni modo, si infliggerebbe sempre una morte indolora, e se ne darebbe l’incarico ad uno "specialista". Intende egli forse un medico, trasformato per l’occorrenza in un esecutore, munito di laurea e addestrato nella partita, magari con un tirocinio di Laboratorio e dopo prove sperimentali sugli animali?

L’elenco dei mezzi ordinariamente usati dai suicidi, che cercano, come io dimostrai nel mio libro Il Suicidio, per lo più di morire nel tempo più breve e col minor dolore che sia possibile (salvo in certi stati evidenti di perturbazione mentale), non ci serve affatto. Questi mezzi, in Italia, ad esempio, erano anni fa in ordine di frequenza: l’annegamento, le ferite d’arma da fuoco, l’appiccamento, la precipitazione dall’alto, le ferite d’arma pungente o tagliente, l’avvelenamento, l’asfissia, lo schiacciamento sotto veicoli (ferrovie)... Ma da allora ad oggi, prescindendo dalle divergenze di sesso, età, condizione sociale, professione, oltrechè di luogo, regione di campagna o di città, l’ordine proporzionale s’è alquanto mutato: son calati gli appiccamenti, le precipitazioni e anche le asfissie, è cresciuto (massime dopo la guerra) l’uso delle armi da fuoco, e per la grande facilità di procurarselo si predilige sempre più (massime fra le donne) il veleno. Senza voler discutere lungamente su questo lato del problema, è chiaro che alcuni di questi mezzi si escludono da sè: nessuno può pensare senza orrore a far precipitare dall’alto, ad annegare, a sgozzare, ad accoltellare, a porre sotto un treno o un automobile, neanco a rivoltellare, sebbene nei casi di uccisioni perpetrate a scopo misericordioso su infermi, questo ultimo sia stato in genere il mezzo preferito, come lo è dalle coppie suicide.

A giudicarne da una sua frase incidentale, parrebbe che, secondo Richet, il mezzo preferibile di selezione artificiale sugli individui malformati e malvenuti, dovrebbe essere l’annegamento subito dopo la nascita; il suo è anzi un direttissimo appello al ritorno del costume di Sparta: "Tutti i fiumi delle nostre maggiori città dovrebbero ricevere lo stesso tributo dell’Eurota" (p. 166). Ma è dubbio se la morte per asfissia acutissima nell’acqua sia indolora, come altrove ho accennato, anche per le creature appena nate e vitali.

Con un semplice lavoro di eliminazione dei mezzi cruenti, malsicuri, dolorosi, deturpanti, ci si restringerebbe ai seguenti: propinazione di sostanze tossiche, che procurino la morte dopo avere abolita la sensibilità ed ottenebrata la coscienza; lenta e graduale intossicazione dei centri bulbari mediante sostanze anestetiche volatili, quali il cloroformio o l’etere; lenta e graduale asfissia mediante gas mortali, ma nello stesso tempo indolori; infine, elettrocuzione con il metodo americano della "seggiola elettrica", sulla quale si scarichino correnti di migliaia di volt.

Interpretando il pensiero, qui un po’ dissimulato, degli eutanatisti, si deve credere che per la morte legale essi abbiano di mira sopratutto l’adozione dell’avvelenamento o dell’asfissia. Ma forse qualcuno, più modernizzato, penserà all’elettrocuzione, dato che essa rappresenta l’ultima parola in fatto di "esecuzioni d’Alta giustizia" nel paese che, a detta di tutti, cammina alla testa del Mondo intero sulla via del progresso. Tuttavia si è letto, sui giornali stessi nord-americani, il tragico evento di esecuzioni elettriche mal fatte, in cui allo spettacolo raccapricciante delle scosse e contorsioni clowniche del giustiziato s’era rimasti dubitosi sulla pretesa subitaneità ed indolorabilità di quel genere di morte. E in verità ci sconcerta l’idea che, o per una qualche minima imperfezione, o per un guasto improvviso degli apparecchi, o per imprevedibili deviazioni della corrente, o per insolita resistenza del corpo umano, le migliaia di volt immessi nella "seggiola elettrica" non fulminino istantaneamente la vittima, e questa possa avere coscienza del suo passaggio estremo, come si suppone fondatamente che l’abbia l’impiccato; forse al paragone chi ha il collo troncato dalla ghigliottina è più fortunato! Recentissime notizie dall’America ci hanno fatto sapere che la vecchia seggiola, sulla quale nella prigione di Sing-sing di Nuova-York erano avvenute 90 fulgurazioni, è stata trovata ormai inservibile, messa a riposo e sostituita da una nuova ritenuta dai tecnici "più perfetta". Che sarà stato di quegli ultimi giustiziati?

In quanto all’avvelenamento volgare, succede generalmente lo stesso; non si muore quasi mai d’un subito, ma si attraversa una fase di più o men gravi sofferenze. Per lo più i suicidi prescelgono quelle sostanze tossiche che, secondo le loro conoscenze, arrecherebbero la più rapida e pacifica delle morti, ma non sempre; talvolta la scelta è determinata dalla professione, dalla facilità di procurarsi il veleno, e in certe persone persino dal desiderio di un po’ di teatralità drammatica. Adesso i suicidî per sublimato corrosivo spesseggiano, dato che le comunissime misure di disinfezione lo hanno messo alla portata di tutti; così anche la tintura di jodio, il fosforo dei fiammiferi o la "polidrina": ma i morituri si ingannano sulla sicurezza e sulla efficacia letale di codeste sostanze che il più spesso ledono i loro organismi senza la desiderata rapidità di azione; donde agonie lunghe e penosissime, come sono in particolare quelle da sublimato, assorbito in dose soltanto bastevole a produrre la caratteristica nefrite.

Fra i veleni quelli che avrebbero azione istantanea, quali il cianuro di potassio, oppure alcuni alcaloidi (muscarina, nicotina, ecc.), o non sono noti al pubblico, o non sono facilmente acquistabili, o non possono essere introdotti dai suicidi per la via più sicura (iniezioni sottocutanee o endovenose). Per tali ragioni l’avvelenamento eutanasico dovrebbe preferibilmente essere procurato con sostanze tossiche che uccidano addormentando i centri nervosi; tali sarebbero i narcotici o stupefacenti, l’oppio, la morfina, l’etere, il cloroformio, ovvero anche i gaz dapprima esilaranti, che conducono alla morte con una dolce, non spasmodica asfissia. Agli occhi dei "sentimentali" l’"omicidio legale" parrà in tal guisa circondato da un’aureola di più romantica pietà; quando il paziente venisse piano piano addormentato dall’"uomo di scienza", il suo sarebbe un tranquillo, quasi invidiabile passaggio dal Sonno alla Morte.

Il Binet-Sanglé ha studiato, con sapienza di fisiologo e patologo e con acutezza di psicologo, il problema tecnico, e crede di averlo risolto scartando, anzi tutto, i mezzi ordinariamente usati dai suicidi, indi anche quelli fisici e chimici che parrebbero avere maggior carattere scientifico: la elettrocuzione, le correnti del Leduc, la somministrazione di veleni potentissimi quali l’acido cianidrico, la stricnina, l’atropina, la joscina, la morfina, nonchè gli stupefacenti, morfina, eroina, cocaina, cloralio, veronale, e gli anestesici, etere, cloroformio, ecc. Egli si è arrestato sui gaz asfissianti: bisogna però che l’asfissia sia inavvertita dal soggetto, lenta ma sicura, letale ma indolora; per cui, scartato anche qui il volgarissimo ossido di carbonio, del quale fanno uso molti suicidi, e il gaz illuminante (senza parlare dei tormentosissimi gaz asfissianti introdotti dalla crudeltà teutonica nell’ultima guerra), non rimarrebbe che il protossido di azoto.

È questo un gaz che si ottiene col far agire sull’azotato di ammoniaca una temperatura di 200° C., ed è già largamente usato dai chirurghi, massime negli Stati Uniti d’America, per produrre in breve tempo la anestesia ed analgesia necessarie per gli atti operativi. Avrebbe anzi questo gaz sul cloroformio e sull’etere notevoli vantaggi; in soli 20 secondi esso produce obnubilazione della coscienza, e dopo altri 40-50 secondi, quando siano penetrati nel sangue appena 50 milligrammi di protossido, la coscienza si spegne del tutto. Se si spinge la dose del gaz circolante nel sangue a 60 milligrammi, l’individuo passa da vita a morte insensibilmente. Nessuno dei fatti disgustosi che si avverano nella cloroformizzazione: non agitazione, non senso di angoscia, non delirio, non allucinazioni, quali colpiscono molti soggetti prima di cadere nello stato di incoscienza. Il gaz potrebbe essere somministrato facendo entrare il soggetto in un locale disposto all’uopo ("sala dell’eutanasia"); dapprima gli si farebbe una iniezione di due centigrammi di cloridrato di morfina, chè anzi, per rendere tale piccola operazione pur’essa indolora, si anestetizzerebbe la parte con vaporizzazioni di cloruro di etile. Posto così il soggetto in una fase preliminare di benessere cenestesico e di calma dello spirito, gli si farebbe respirare il protossido di azoto, finchè attraverso uno spiraglio non fosse accertato il suo trapasso definitivo.

Tutto ciò può sembrare un paradosso (il Binet-Sanglé è notissimo per la sua non meno paradossale opera su Gesù Cristo, da lui ritenuto un tubercoloso, allucinato, megalomane e teomane!); eppure, io non conosco per ora nulla di meglio per riguardo alla procedura tecnica dell’eutanasia.



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Ma supponiamo vinte tutte le obiezioni che io esporrò nella seconda parte di questo opuscolo, supponiamo sedate tutte le opposizioni sentimentali che per ora solleva nell’animo nostro l’idea di questo "ammazzamento legale": a chi spetterebbe il còmpito di metterlo in esecuzione?

Nel suo libro su La Morte, toccando lo scottante tema, Maurizio Maeterlinck, che non è medico, ma letterato, ha risposto senza esitazione - Tocca ai medici! - ed ha scritto la pagina seguente:

"Tutti i medici reputano che il primo dei loro doveri sia quello di trascinar più lungi che sia possibile le atroci convulsioni dell’agonia, anzi della più disperata agonia. Eppure, chi, al capezzale di un morente, non ha voluto le venti volte, e non lo ha osato, gettarsi alle loro ginocchia per impetrare mercè? Ma essi sono pieni di tanta certezza [?], e il dovere cui obbediscono lascia così poco posto al dubbio, che la pietà e la ragione, acciecate dalle lagrime, reprimono la loro rivolta e indietreggiano davanti una legge che tutti riconoscono e venerano come la legge più alta dell’umana coscienza.

"Un giorno questo pregiudizio sparirà e ci sembrerà barbaro. Le sue radici scendono fino a quei timori inconfessati che delle religioni, morte da lungo tempo nella ragione degli uomini, hanno invece lasciato nei loro cuori. Ecco perchè i medici agiscono come se fossero convinti che non vi è tortura conosciuta che non sia preferibile a quelle che ci aspettano nell’Ignoto: e fra due mali essi, per evitare quello che sanno immaginario, scelgono il solo reale... Ma un giorno verrà in cui la Scienza si ribellerà a questo suo errore e non esiterà più ad abbreviare le nostre sventure; un giorno verrà in cui essa oserà ed agirà a colpo sicuro; in cui la Vita, fattasi saggia, se ne andrà silenziosamente alla sua ora, sapendo di aver raggiunto il suo termine, come ogni sera si ritira [?!] sapendo che il suo còmpito è fatto".

Si è detto che questo passaggio conquide per la magìa dello stile e per l’armonia della frase; io dico invece che, prescindendo dalla magnificenza della forma, Maeterlinck vi fa mostra di una volgare mancanza di criterio scientifico e sociologico. Poeta stupendo, scrittore suggestivo nel suo simbolismo ad oltranza, egli mi ha sempre profondamente commosso alla lettura od alla rappresentazione delle sue opere tragiche; non conosco forse nel Teatro moderno nessun’opera che valga l’Intrusa o i Ciechi o la Morte di Tintagile, dove si sente alitare lo spirito di Shakespeare. Ma quando il poeta belga vuol fare della filosofia o della scienza, come in questo libro sulla Morte, o in quello sul Silenzio, o nel Tesoro sepolto, o, peggio ancora, nelle Api, il suo pensiero oscilla e si sperde fra le nebbie di una metafisica semi-mistica. Filosofia un po’ da salotto, come la psicologia di Paolo Bourget.

Ma perchè (mi domando fin d’ora), perchè dovremmo, noi medici, incaricarci della triste bisogna di uccidere i pazienti? Dovremmo proprio noi troncare i presunti spasmi e terrori dell’agonia, noi spingere nella pace eterna chi sta per lasciare la vita? E toccherebbe poi agli alienisti sgombrare i Manicomi e sbarazzare le pubbliche Amministrazioni del peso di tanti dementi, paralitici, epilettici, idioti, o incoscienti o caduti in marasma? Per identica funzione sociale i medici dovrebbero anche assumersi la responsabilità di abbattere tutti i nati con deformità del corpo e dello spirito, condannati fino dalle fasce ad una esistenza infelice? Quale ufficio, quale funzione sociale!! Essere i "carnefici" di questa nuova forma di Giustizia sociale!

Altrove rileva ancora il Maeterlinck che i medici si sarebbero imposti per norma di condotta, che "non sostenere la vita sino agli ultimi limiti, anche a costo dei più insopportabili tormenti, sia lo stesso che uccidere"; e, naturalmente, la cita per combatterla. Forse che egli, nella sua incompetenza, crede che la Medicina sia in grado, coi farmaci e con le droghe, di allungare "inutilmente" la esistenza dei pazienti in agonia, cosa che nessun medico, per quanto poco versato in Biologia, può mai avere seriamente creduto? Così egli sembra credere che soltanto i medici possedano quelle conoscenze che pongono in mano all’uomo i mezzi per tagliare indoloramente lo stame della vita. Ma sta il fatto già citato che in ogni tempo ed in ogni paese chi si vuole uccidere sa scegliere talvolta dei modi di morte sicuri, istantanei e perciò poco o punto dolorosi, o almeno tali che il passaggio da vita a morte sia il più breve possibile, come accade nelle precipitazioni da grandi altezze o nello schiacciamento sotto treni ferroviari; ora ciò prova che il Poeta è fuori di strada.

Prescindo infine dal presupposto dubbio che angustierebbe i medici davanti a ciò che potrà essere pel morente, che essi assistono, la sua sorte nell’Al di Là. Questo Enigma insondabile non ha alcuna relazione con la funzione strettamente medica; potrà farselo soltanto, per una domestica rispondenza di credenze religiose, la famiglia dell’infermo.

Ma qui non insisterò di più in questa mia critica al geniale eutanatista: ritornerò più avanti su altre sue affermazioni; qui mi contento di avere alzata con modesta autorevolezza, ma con sincera convinzione, una protesta in nome della Deontologia della classe medica.