L'uccisione pietosa/5

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5. Morte... economa!

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Si deve dedurre da quanto è detto fin qui che l’idea di legalizzare in certi casi la uccisione selettiva a scopo di miglioramento della specie, non appaia a certi pensatori, nè paradossale in Diritto teorico, nè immorale in pratica. Ma ecco che dalla soppressione degli individui che arrecano nocumento coi loro atti delittuosi alla Società civile e dai quali bisogna difenderla, scaturisce per nesso logico il problema del gravame che arrecano alla Società medesima tutte le ancor più numerose caterve di individui resi inutili da malattia incurabile e dalla età o fino dalla nascita o dopo un più o men lungo periodo di utilizzazione sociale. Forse negli antichi tempi, anche presso i nostri lontani antenati preistorici, doveva vigere il costume che tuttora conservano molte popolazioni barbare e selvaggie, le quali, per sovvenire ai bisogni vitali dei sani e dei giovani, sacrificano senza pietà quei membri della tribù che la infermità o la vecchiaia hanno ridotto nella impossibilità di aiutarla col lavoro a vincere le quotidiane difficoltà dell’esistenza. Non dovremmo noi pure adottare, con ritorno atavico e a tutela dell’economia pubblica e privata, un provvedimento così radicale? A chi trascina una vita grama, fatta di sola miseria fisica e psichica, o viene così a costituire una zavorra, non soltanto improficua, ma dispendiosa per la collettività, non sarebbe opera previdente applicare una procedura eutanatistica?

La malattia viene definita dai patologi: "la reazione dell’organismo alle cause morbifiche" (Roger), e il suo esito è di tre specie: la guarigione, con ritorno alle condizioni fisiologiche dell’organismo e ricupero della validità corporea e psichica; il passaggio a stato cronico, con invalidità più o meno grande, totale o parziale dell’organismo che ne rimane sempre esageratamente sensibile ad altre cause morbose; la morte. "L’esito dipende da due gruppi di fattori molto complessi: dalla gravità e dalla durata di tutte le manifestazioni morbose; e dall’energia di resistenza di cui dispone l’organismo" (Lustig-Galeotti).

Ora, è da notare che vi sono processi patologici che fin da principio superano qualsiasi potere di reazione e difesa dell’organismo, e sono destinati a sopraffarlo, conducendolo inesorabilmente a morte: tale è il caso del cancro, di cui già avemmo occasione di parlare. D’altra parte, un buon numero delle malattie che dapprima si presentano sotto forma acuta, non solo curabile, ma anche guaribile, possono assumere il decorso cronico e portare il paziente all’estrema miseria fisiologica; ad esempio, una nefrite, una affezione di fegato, di rene, di polmoni, delle articolazioni ed ossa, ecc. Altre malattie si presentano invece fin da principio con decorso fatalmente duraturo e notoriamente inguaribile, non ostante la possibilità di attenuarne alcune manifestazioni con cure adatte, almeno per un certo tempo; tali la tubercolosi distruttiva dell’apparato respiratorio, le cardiopatie da vizii valvolari, il reumatismo deformante, il diabete grave, certe affezioni del neurasse, la tabe, le mieliti, la paralisi generale progressiva, i postumi delle affezioni vascolo-cerebrali a ripetizione, il missedema, ecc., ecc.

Sotto il punto di vista che qui ci interessa, la malattia ha, in massima, tanto se acuta e guaribile quanto se cronica ed inguaribile, due gradi a seconda che concede o no qualche compensazione, e a seconda che lascia all’individuo qualche possibilità di bastare a sè stesso oppure lo obbliga a richiedere l’assistenza altrui per le diverse necessità fondamentali di vita. Quando il paziente non può da solo nè reggersi, nè camminare, nè agire per il soddisfacimento dei proprî essenziali bisogni, esso diventa di assoluto carico alla famiglia; e qualora questa non ne abbia i mezzi, o gli manchi o gli sia venuta a mancare, egli passa a carico del corpo sociale. La tesi eutanatistica non può riguardare che questi infermi divenuti irremissibilmente incapaci di ogni iniziativa personale, impossibilitati a vivere senza l’aiuto altrui, giunti alla completa invalidità; in altri termini, quelli in cui la malattia si è stabilita permanentemente, ed è diventata cronica con tutto il corredo delle impotenza fisiche ed anche psichiche che contrassegnano l’irreparabile deperimento progressivo terminale.

Tale è la sorte, in particolare, di certi tubercolosi e cancerosi all’ultimo stadio, dei paraplegici per mieliti, per tabe o per frattura della spina, dei paralitici da ripetuti rammollimenti cerebrali, dei dementi metasifilitici e senili, degli idropici da cirrosi epatica o da vizio cardiaco non più compensato, di tutti coloro, insomma, che il processo morboso, generalizzandosi, porta al deperimento e al dissolvimento in massa dell’organismo, alla cachessia, al marasma. Tristissimo spettacolo, quello di tante creature umane, immobilizzate su di una poltrona, inchiodate su di un letto spesso imbrattato dalle loro deiezioni, in continua attesa di morire se sono conscii del loro destino; talvolta, per fortuna, inconscii, ma non meno compassionevoli! Attorno ad essi invano si affannano le famiglie per addolcirne la penosissima esistenza, invano si prodigano miracoli di carità e si profondono ricchezze che, secondo un rigido criterio economico, costituiscono una vera dissipazione; alla lunga lo zelo cede allo sconforto, ai sentimenti altruistici di affetto e di pietà subentrano la stanchezza e l’egoismo; e se la famiglia non ha mezzi o è venuta a mancare, la Società civile deve accogliere quei miseri e ospitarli nei suoi Istituti di Beneficenza, Ospedali, Ospizi, Ricoveri, Asili, Manicomii.

A prescindere dallo scopo umanissimo di far terminare prima dell’ora quei patimenti, vi sarebbe nella eutanasia anche un fine utilitario; anzi, secondo taluni, esso dovrebbe primeggiare, in quanto quella massa di invalidi non rappresenta più alcun valore nè per le famiglie nè per la collettività, e questa non ne ha che un gravame parassitario dovuto alle spese per ricoverarli ed assisterli. Specialmente si prospetta un siffatto provvedimento di risparmio di fronte al sempre più grosso dispendio che le nazioni civili si sono a poco a poco accollate per il mantenimento dei pazzi cronici.

Dati impressionanti sono presentati dagli eugenisti a dimostrazione dell’aumento incessante di codesto onere ed in favore della loro tesi eliminatoria ed... economica. Ne darò qualche esempio.

Per la Germania citerò la statistica compilata da Grotjahn (Soziale Pathologie, Berlino, 1912), anteriore bensì alla Guerra, ma egualmente espressiva. Sopra ogni 100.000 abitanti egli calcolava che vi fossero 300 pazzi, 150 epilettici, 200 ubbriaconi emeriti, 180 frenastenici e deboli di mente, 90 fra ciechi e sordi-nati, 10 criminali abituali (detenuti), 70 minorenni diggià criminali o bisognosi di custodia, 500 tubercolosi avverati in primo stadio, 10 malati ereditarii e psicopatici (ritengo che la proporzione sia troppo piccola!), 60 vagabondi, 200 storpî e deformi; insomma, aggiungendovi le classi parassitarie dei mendicanti, dei cronici, ecc., ecc., egli arrivava alla cifra di 2250 persone di bassissimo o nullo valore sociale, anzi pericolose alla salute pubblica... e dimenticava i sifilitici! Secondo lui, almeno due terzi di tali soggetti doveva la sua triste condizione somato-psichica alla ereditarietà morbosa.

Un medico inglese, nel 1906, esponeva al Congresso della "British Medical Association" che dalla statistica ufficiale risultava come nel 1901 la Gran Brettagna annoverasse 117.274 pazzi, dei quali circa due quinti (e precisamente 46.800) erano coniugati; e 60.721 imbecilli, dei quali circa un buon terzo (18.000), non ostante il loro stato mentale, erano convolati a nozze. E ne deduceva quale grossa labe intaccasse la generazione nata da quei matrimoni.

Una statistica assai ben fatta e convincente fu quella presentata dal Comitato Nord-Americano al Congresso Eugenistico di Londra del 1912. Sulla base del censimento del 1900, l’ultimo allora utilizzabile pienamente, risultò che negli Stati-Uniti, per una popolazione di circa 76 milioni, esistevano 8483 Istituzioni destinate a ricoverare, assistere e custodire ben due terzi di milione di individui in qualche modo difettosi, dei quali almeno 275.000 improprii alla convivenza e inadatti alla riproduzione della razza, 15.000 ciechi-nati e sordomuti, 14.347 deboli di mente, 150.000 pazzi, 82.000 criminali adulti, 23.000 delinquenti minorenni. Inoltre sui bilanci dei singoli Stati gravavano altri 350.000 individui colpiti da pauperismo inemendabile o viventi sui fondi elemosinieri. Nel censimento del 1904 si trovò un notevole incremento di alcuni di codesti gruppi: ad esempio, mentre negli Istituti speciali erano ricoverati 15.153 tra ciechi e sordo-muti, il celebre Alessandro Graham Bell, il perfezionatore del telefono inventato dall’italiano Meucci, asseriva constargli da una sua accuratissima inchiesta privata che il loro numero reale nella popolazione saliva a 64.763 per i ciechi e a 89.287 per i sordo-muti! Nel 1910, su di una popolazione cresciuta sino a 92 milioni, si ottennero cifre impressionanti anche nel censimento, dove si sa quante sieno le dichiarazioni reticenti: frenastenici ("feeble-minded") 20.199; pazzi (ricoverati) 187.454; criminali 113.579; delinquenti minorenni 22.903; sordo-muti 61.423; ciechi 42.312; ciechi e sordo-muti nello stesso tempo, 584!

L’Italia non ha purtroppo statistiche recenti sui suoi Istituti di Beneficenza per gli elementi asociali, disgenici e parassitarii; ma nel dicembre 1907, l’ultimo anno di cui si posseggono dati meno incerti, noi avevamo a carico degli Istituti di Ricovero 45.009 pazzi, 1413 fanciulli deficienti, 13.013 cronici, 3014 sordo-muti, 1272 ciechi, 41.929 mendicanti e vecchi quasi tutti inabili ad ogni lavoro; inoltre, nei Riformatorî pubblici e privati vi erano sotto custodia e cura morale 3074 minorenni corrigendi e 2244 ragazze "pericolanti", la maggior parte però soggetti incoreggibili per vizio congenito o donne già perdute; e negli Stabilimenti penali e Manicomii criminali erano 20.791 detenuti dei due sessi (in maggioranza uomini, 19.996), condannati in buona parte a pene gravi per delitti contro le persone e il buon costume (assassini, omicidi, violentatori, rapinatori, ricattatori, ecc.), spesso recidivi e rei abituali. Avevamo dunque in quell’anno un totale di almeno 130.000 persone asociali od antisociali, con proporzione alta di disgenici; ma fin d’allora si poteva considerare questa cifra grandemente inferiore al vero, ossia alla proporzione effettiva di codesti sub-valori in seno alla popolazione Italiana. Basti dire che in un mio antico lavoro statistico, basato sulla quota dei riformati nelle leve, e perciò relativo ad una sola classe della popolazione, quella dei giovani maschi di 20 anni, io calcolai la presenza di almeno 72.000 tra idioti, frenastenici, pazzi ed epilettici; ma estendendo la proporzione ai gruppi per età ed ai due sessi, dovetti raddoppiare questa cifra sui 21 milioni di abitanti che costituivano allora la massa sottoposta alla indagine. Oggidì non andrei molto lontano dal vero calcolando per una popolazione di circa 40 milioni una cifra almeno quadruplicata, il che porta a valutare una zavorra sociale più o meno inutilizzabile di persone neuro-psicopatiche di oltre un quarto di milione.

E la spesa per questa zavorra?

Fortissimo è l’onere che grava sulle finanze delle Pubbliche Amministrazioni e delle famiglie per il sostentamento, il ricovero e la sussistenza di tutti i pazzi cronici incurabili, la massima parte dei quali è antisociale sotto qualsiasi aspetto. Ogni anno, coll’aumento delle anormalità e delle malattie congenite ed acquisite, croniche ed inemendabili del sistema nervoso, col crescente disagio che la Società civile avverte dalla loro presenza in mezzo alla popolazione normale, e quindi coll’incremento annuo delle ammissioni e conseguente ingombro dei superstiti ad ogni fin d’anno, la spesa sale a cifre impressionanti. In Italia e nel Belgio le Provincie, in Francia i Dipartimenti, in Inghilterra le Contee, in Germania ed Austria i Distretti, nel Nord-America gli Stati, ovunque insomma gli Enti pubblici si trovano dinanzi alla necessità di fissare nei loro bilanci somme sempre maggiori per l’assistenza e custodia degli idioti e dementi: si arriva così a milioni e milioni, e non si va lungi dal vero supponendo, in via approssimativa, che vi si consumino annualmente gli interessi di molti miliardi. Qualche cifra soltanto a conferma di questo fatto che tutti conoscono e lamentano: lo sperpero del pubblico denaro a vantaggio della massa dei soggetti asociali e disgenici.

Prima della Guerra, che deve averne aumentate enormemente le spese in tutti i Paesi, compresi i neutrali, l’Inghilterra destinava al mantenimento dei pazzi, imbecilli e criminali una somma annua media di almeno 35 milioni di sterline. In Germania, la sola città di Amburgo nel 1913 spendeva per i suoi asociali 15.500.000 marchi, e già fino dal 1908 ne distribuiva 893.026 per i soli pazzi. In quello stesso anno Berlino spendeva per i pazzi 7.184.000 marchi, Lipsia 774.994, Francoforte 500.747, Dresda 569.521. Lo Stato di Prussia nel 1911 ricoverava nei suoi Manicomii 132.882 alienati e vi consumava quasi 12.000.000 di marchi. Negli Stati Uniti del Nord-America, una statistica recentemente pubblicata dall’Ufficio d’Igiene ci ha fatto sapere che per l’anno 1920 erano bilanciati 39 milioni di dollari (pari oggi a 830 milioni di lire ital.), per mantenere gli alienati, in massima parte cronici, dementi precoci, dementi senili, idioti, epilettici, paralitici, ecc., pochissimi dei quali avrebbero potuto essere ridonati alle loro famiglie.

Per l’Italia le spese di Beneficenza a carico delle Provincie, che, come si sa, hanno da noi l’obbligo di provvedere agli alienati poveri ed ai trovatelli, ammontavano nel 1909 a 34.656.387 lire; ma nel 1913 erano già salite a 47.521.386 lire, con un massimo per la Liguria dove il carico medio per abitante raggiungeva le lire 3,40, mentre la media del Regno era allora di 1,34. In questi ultimi anni di Dopo-Guerra il numero dei ricoverati nei Manicomii pubblici italiani sarà accresciuto notevolmente, sebbene si osservi ordinariamente una diminuzione delle ammissioni durante i periodi di guerre, rivolgimenti sociali, ecc. Tuttavia negli Asili italiani la popolazione, che era di 35.598 nel 1898, saliva a 45.009 nel 1908, sempre con la proporzione massima in Liguria (12,5 su cento mila abitanti); attualmente i ricoverati saranno oltre i 60.000, e l’erario delle Provincie si troverà gravato di una spesa almeno quadrupla di quella del 1913. Mancano le statistiche ufficiali al riguardo (l’ultimo "Annuario" uscì nel 1915 e riguardava l’anno 1914), ma desumo il verosimile dispendio di 200 milioni all’anno per i soli alienati, sapendo che la Provincia di Genova sopportava nel 1904 la spesa di 1.300.000 lire per circa 2000 pazzi poveri, mentre nel bilancio 1922-23 ha dovuto inscrivere quella di 9 milioni per un totale di 3200 ricoverati. Di questi ognun sa che la parte maggiore è affetta da forme croniche "inguaribili", e che moltissimi restano abbandonati dalle loro famiglie, senza neanco il conforto degli affetti parentali.

Noi alienisti e neuropatologi, forse più di tutti gli altri medici e studiosi di Igiene ed Assistenza sociale, non possiamo nasconderci che assai spesso, visitando le corsie e le celle dei nostri Istituti, ci si presenta irresistibilmente il dubbio, se non sarebbe più umano porre un termine alle indicibili miserie che vediamo ogni giorno; nè il dubbio ci sveglia un’assoluta ripulsa, nè lo troviamo contrario ai fini biologici e sociali dell’esistenza individuale. Come non pensarci alla vista di certi microcefali e cretini intellettualmente inferiori alle Scimmie, di certi idioti afasici, apsichici, e per giunta atetosici e convulsionarii, di schizofrenici e dementi abbrutiti, di epilettici indementiti eppur sempre pericolosi nei loro impulsi bestiali? Molti di questi alienati sono ridotti quasi alla pura ed anche stentata vita vegetativa; bisogna nutrirli, vestirli, pulirli, spesso imboccarli, togliere loro dalla vescica l’urina, detergerli dalle feci su cui si avvoltolano, impedirne o prevenirne gli atti più osceni e perniciosi, custodirli e isolarli come fossero animali selvatici. I famigliari li hanno abbandonati o ne provano vergogna per antiquato pregiudizio verso i "matti"; i sani che li accostano, ne hanno paura o ribrezzo; gli infermieri e i medici che li assistono, ne sono spesso in compenso minacciati, percossi, colpiti all’impensata fino a morte. Perchè sperperare tante energie morali e materiali?

Secondo certi eutanatisti, noi pecchiamo, in questo difficile Dopo-Guerra, di troppa umanità; scrive infatti il Binding che "la pietà da cui siamo spinti a salvare certe esistenze diviene alla fine una crudeltà"; e con ciò ripete una frase dell’eugenista Lentz. In Germania, dove ha sempre dominato un vivo sentimento etnarchico a scapito dell’umanitarismo di cui si vantano (o di cui soffrono?) i popoli Latini ed Anglo-Sassoni, il Dopo-Guerra ha rivelata la dura necessità di far precedere il così detto interesse collettivo ad ogni diritto individuale: "alla nostra epoca, aggiunge infatti il Binding, noi non dovremmo avere più tanto eroismo da conservare in vita degli esseri diventati così poco umani come i dementi incurabili".

Gli eutanatisti dicono: - Nobile ed umana è certo la nostra pietà per tanti infelici, ma è dessa utile a quei medesimi verso i quali si rivolge? Non sarebbe la morte fisica meno crudele di quella oscurità mentale dello spirito, di quella perdita di ogni consapevolezza, mentre le forze brute animali continuano il loro inutile lavoro? D’altra parte, molti di quegli individui, in cui vediamo spenta ogni sensibilità allo stesso dolore fisico, che vivono come tronchi, senza barlume di intelligenza, in una condizione peggiore delle bestie, o ai quali non possiamo quasi mai impedire che si coprano di schifose, divoranti piaghe di decubito o si alleniscano in preda alla più spietata autofagia..., sono certo condannati a perdere ogni giorno un brano della loro misera carne, a sparire con una desolante lentezza. Tragiche spoglie di una personalità che, dissolvendosi inconsciamente, si inabissa senza resistenza nella eterna notte! Per essi la Medicina è ormai impotente; non giunge loro neppure uno spiraglio di conforto traverso la fitta nebbia della loro incoscienza. Quale vantaggio per essi, per le desolate o indifferenti famiglie, per l’oberata Società civile, si trae dal conservarli ancora in vita? E non sarebbe più pietoso, anzi, diciamo pure, non sarebbe meno crudele abbreviare quelle miserabili vite, troncare quelle orribili, troppo lunghe "agonie" corporee e psichiche?

La paralisi generale progressiva è forse tra le malattie nervose e mentali quella che maggiormente risveglia in molte persone compassionevoli l’idea che se ne dovrebbe terminare artificialmente l’inesorabile decorso. Essa colpisce la personalità umana in tutti e due gli aspetti suoi caratteristici, nel fisico e nel morale; e la colpisce ordinariamente quando il soggetto è nel pieno vigore della vita, allora quando ha raggiunta o sta per avvicinare la méta della sua attività, quando è nel mezzo della sua parabola biologica ed ha per lo più una posizione sociale, acquistata con lunghi sforzi, da consolidare, quando ha famiglia e interessi multipli da proteggere, e, possibilmente, da far progredire. Spesso la malattia, che, come ognun sa, è dovuta alla presenza delle terribili spirochete della sifilide nel cervello, rimane latente per lunghi anni e non si svolge che in seguito alle difficoltà ed alle ansie, ai contrasti ed agli strapazzi; ma, per irrisione della sorte, essa insorge pure in coloro che con lavoro indefesso e con le opere dell’ingegno si erano già assicurato il successo; infierisce anzi fra gli intellettuali, attaccandone le facoltà superiori dello spirito, alterandone le capacità mentali caratteristiche, distruggendo a poco a poco l’intelletto, il talento, il genio. Non di rado questi intellettuali si accorgono della rovina cui vanno incontro, e nella loro desolazione meditano, tentano ed effettuano il suicidio. Morte liberatrice, dunque! Ora, perchè non liberarneli anche a scopo di utilità sociale, quando son diventati dementi?

Ricordando che cervelli di alto valore, ad esempio quelli di uno Schumann, di un Donizetti, di un De Maupassant, di un Farini, di un Nietzsche, furono vittime del tremendo morbo, ci si para innanzi il quesito se non sarebbe stata opera pietosa, "carità suprema", risparmiar loro lo strazio di così ineluttabile naufragio.

Nel bel libro del Bar. Alberto Lumbroso sulla malattia di Guy de Maupassant, son riferiti alcuni preziosi particolari sul tentativo di suicidio, prima mediante un colpo fallito di pistola indi col taglio pur esso inefficace del collo, quando il celebre romanziere, il 1° gennaio 1892, si avvide con terrore che la sua mente si perdeva ormai nelle tenebre della pazzia. La Signora Ermellina OudinotLecomte du Nouy, stimata autrice di novelle e romanzi, e amica dello scrittore, dopo aver narrato che i famigliari dovettero impadronirsene a viva forza per farlo poi ricoverare nel Sanatorio del dott. Blanche a Parigi (dove morì di demenza paralitica nel luglio 1893), si domandava: "Non era meglio cento volte lasciar morire quel grande sventurato? Si aveva il diritto di imporgli quella lunga agonia? Poichè purtroppo egli, di quando in quando e per lungo tempo, restò conscio del suo stato". Infatti, osservava il drammaturgo Enrico Amic, conversando con la Lecomte du Nouy, "è amar male coloro che si amano, questo desiderio di vederli sopravvivere a sè stessi".

Naturalissimo, questo pensiero di pietà inspirato da casi tragici come quello di Guy de Maupassant; però fortunatamente è raro, quasi eccezionale, almeno nel periodo del delirio, che il paralitico, affetto da spirochetosi cerebrale, abbia coscienza del proprio stato. La lesione diffusa e ad un tempo profonda ed incurabile della sua corteccia cerebrale, nei più dei casi lo eccita così da portarlo all’esaltamento maniaco oscurandogli la percezione della triste realtà e gettandolo anzi, ora in un ottimismo euforico puerile ed assurdo, ora in un delirio colossale di grandezza e felicità che lo tien sodisfatto e quasi beato fino agli estremi. Vi son casi, è vero, nei quali la stessa lesione porta alla depressione del tono neuro-psichico, alla più paradossale concezione pessimistica del guasto corporeo cui il malato si sente in preda; ma sono abbastanza rari, ed inoltre, se la tristezza li contrassegna, non è perchè il paziente si accorga della perdita della sua ragione, come accadde al De Maupassant e agli altri paralitici iniziali che soffrono le sue angoscie, ma perchè le impressioni cenestopatiche gli fanno percepire uno stato generico di malessere più fisico che morale.

A tale proposito debbo ricordare, che oltre al Naecke, un altro rispettabilissimo alienista tedesco, il prof. Alfredo Hoche, facendo proemio all’opuscolo del giurista Binding che già citai, ha trattato il nostro problema dal punto di vista della Psichiatria, chiedendosi precisamente se non sia lecito fare sparire gli idioti inemendabili e quei pazzi che si siano dimostrati inguaribili: insomma, i soggetti che egli designa col termine un po’ allegorico di "morti spirituali". E qui non sarà inopportuno avvertire come l’Hoche sia dei pochissimi psichiatri che negano la possibilità ed utilità di distinguere e classificare le malattie mentali, almeno coi criterî usuali; egli sostiene che la pazzia è sempre un’affezione una ed indivisibile, e che non esiste distinzione sicura fra paranoia, demenza precoce, demenza senile, ecc. Il che, se fosse vero, porterebbe alla amara constatazione della irrealtà di una Psichiatria speciale. Come se in tutte le altre branche della Patologia umana non ci si sforzasse, invece, di dare ai singoli morbi una sempre crescente autonomia!

Nei riguardi poi del nostro tema, la unificazione di tutti gli infermi di mente in una sola categoria porterebbe alla conclusione, che, lecita divenendo la uccisione dei "morti spirituali", la stessa sorte dovrebbe toccare tanto all’idiota il più bruto, od al rimbambito da rammollimenti arterio-sclerotici del cervello, quanto al delirante sistematizzato inguaribile, ma ancora abbastanza lucido, o al catatonico immutabile nella sua stereotipia: tutti incoscienti, tutti ciechi oramai alla luce e vita dello spirito, tutti egualmente irrimediabili! Ma io credo che anche in Germania, dove si propende per contro a moltiplicare le forme morbose, come si scorge nell’ultima edizione del celebre "Trattato" di Kraepelin, l’Hoche abbia pochi proseliti. La "morte spirituale" ha anch’essa dei gradi; e tranne nell’idiota estremo, vivente in condizioni materiali e psichiche quasi al di sotto dell’animale che gode di istinti e di imagini, essa non tocca mai tutte insieme ed indistintamente le facoltà intellettuali ed affettive: persiste sempre un che di umano anche nella demenza più profonda, e può risvegliarsi all’ultimo momento, come accade in certi paralitici ed in malati immersi nel letargo.

Il Binding dice letteralmente: "Esistono delle vite umane che hanno talmente perduta la qualità di bene legittimo, che la loro continuazione è priva per sempre di ogni valore, così per la società come per l’individuo stesso". E allude con ciò sopratutto ai dementi incurabili, i quali "sono ormai il contrario degli uomini veri", ed essendo inutili, costituiscono un carico grave per l’Umanità; "non vi è dunque ragione alcuna, d’ordine giuridico, sociale, morale o religioso, che si opponga alla loro soppressione" [?]. E l’Hoche, pur essendo alienista, approva l’idea; anzi, comunque si voglia intendere l’eutanasia, ritiene che proprio per i pazzi irrimediabilmente indementiti, essa avrebbe sempre la sua finalità più evidente e meno discutibile. "Si tratta di vuote spoglie umane ["leere Menschenhülsen"], che possono raggiungere anche età avanzatissime, fino ai 70 e più anni, ed alla cui assistenza debbono dedicarsi intiere generazioni di infermieri" ..... "Se prima della Guerra, di tutto ciò si poteva anche non tener conto, adesso, nelle condizioni in cui versa la Germania, bisogna che ognuno lavori e dia il maggior possibile rendimento". Non si può negare che il Dott. Maurizio Brissot, protestando sulle Annales Médico-Psychologiques contro questa proposta, non abbia avuto ragione nel vedervi quella mancanza di sentimentalità e quel predominio spietato dell’egoismo che, a suo dire, caratterizzerebbero la mentalità Tedesca.

Nelle motivazioni di Binding, ma specialmente di Hoche, si scorge una crudezza di espressione che offende ogni nostro senso di umanità; noi Latini non perdiamo mai il senso della misura, ed anche nelle dichiarazioni delle più penose esigenze sociali pensiamo e parliamo sempre in astratto, non così in concreto. Poichè se si dovessero prendere alla lettera le affermazioni di Hoche, l’apprezzare il diritto individuale all’esistenza sul puro, materialistico criterio del "rendimento di lavoro", importerebbe una vera decimazione nel corpo sociale!

Certo si è che, riguardo agli alienati cronici, il criterio della inutilità e quello del soverchio carico economico per tenerli in vita, si sono radicati nel pensiero degli eutanatisti, specialmente Tedeschi. L’Hoche non si perita dallo scrivere che tutti questi sventuratissimi "non meritano di seguitare a vivere e a pesare sui sani: essi hanno acquistato il carattere di veri corpi estranei alla società umana; sono contraddistinti da una assoluta mancanza di qualsiasi produttività; sono ormai incapaci di tirarsi da sè fuori di ogni impaccio, di aiutarsi con le proprie energie; e hanno bisogno di essere assistiti da altri". Perciò la loro soppressione, agli occhi di questo straordinario medico dei poveri pazzi, "non è un delitto, non è neanche un’azione immorale, non è affatto una crudeltà, ma bensì un atto utile e permesso (o da permettere)"... "Non si lede, soggiunge egli nella sua logica fredda ed inesorabile, nessuna volontà di vivere allorquando si mette a morte una psiche che non è in grado di manifestare questa volontà. Dal momento che non esiste sofferenza, non si deve più avere della pietà".

Ma forse l’Hoche intendeva scrivere della "falsa pietà", dato che poco più in là egli ricorda che noi propendiamo ad "esteriorare i nostri sentimenti attribuendo agli altri ciò che noi stessi proviamo, come dimostra l’eccessivo culto degli animali fra gli Europei". Il collega esagera in codesto suo accenno alla nostra assai rara e debolissima zoofilia di Occidentali; dimentica o ignora che, al paragone con altre razze e popolazioni, massime Orientali, noi siamo dei veri barbari rispetto alle bestie. E barbari peggiori ci dimostreremmo rispetto ai nostri simili diventati impotenti nel fisico e nel morale qualora ci conducessimo a loro riguardo in conformità del rigidissimo Codice eutanatistico sostenuto con negazioni così gravi come quelle più su riportate del Binding: niente più Diritto, niente solidarietà sociale, niente pietà, niente senso etico, niente sentimento religioso.... Ma perchè noi uomini "inciviliti" non dovremmo far prima un esame di coscienza e sentirci arrossire al pensiero che tutte quelle miserie sono l’effetto delle nostre colpe, dei nostri vizî, della nostra ignoranza, della nostra trascuratezza!



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Una volta ammesso il principio di autorizzare l’eutanasia per gli individui inutili e parassiti, verrebbe in campo, scrive il Lindsay, anche il tema della vecchiaia decrepita, per la quale l’uomo può giungere da sè alla stanchezza della esistenza, mentre diviene più o men inconsciamente di gravame infruttifero alla famiglia ed alla Società.

Molti più popoli di quanto i moralisti dogmatici si credano, hanno durante le variabilissime fasi dell’Incivilimento, dall’estrema selvatichezza alla più mitigata barbarie, risolto il problema adottando il costume di sbarazzarsi in qualsiasi modo dei loro vecchi: ora per ragioni di necessità collettiva o tribale, essendo obbligati a vivere in territorî troppo ristretti o sterili, non concedenti una bastevole moltiplicazione agli individui sani e giovani; ed ora per ragioni tradizionali, per riti antichissimi, di cui essi medesimi, come il più delle volte succede, hanno smarrito traverso le generazioni il genuino significato. C’è bisogno di ricordare come la Morale, cui i filosofi idealisti del vecchio e nuovo stampo attribuiscono un metafisico principio universale ed una solidità perenne e assoluta di valori, sia invece condizionata dalle differentissime contingenze materiali, culturali e affettive delle razze, delle nazioni, e con ciò abbia invece una relatività sorprendente, quasi, direi, indecorosa per chi sostiene, con Tommaso d’Aquino, che l’uomo sia un "animal rationale"?...

Ecco perchè accanto a popoli nei quali l’evoluzione dei sentimenti ha fatto nascere e fiorire il rispetto dell’età e la venerazione verso gli "anziani", altri ve ne sono che ammazzano e mangiano i loro vecchi. Basti qualche citazione, chè lo spazio è limitato per tanta materia.

Alla Nuova-Caledonia i vecchi, gli infermi impotenti, i malati che non mangian più per tre giorni di sèguito, son portati in luoghi appartati e là abbandonati a sicura morte; talvolta, massime i vecchi decrepiti, son seppelliti vivi senza neanco ucciderli pietosamente prima, o, se prima li accoppano, senza aspettare che siano spirati. Alle Isole Viti l’eccidio dei vecchi viene compiuto con un dato rituale; si scava dapprima una fossa, e poi il figlio vi conduce con cerimonia la vittima e ve la strangola sopra. Fra i Batta di Sumatra il vecchio vien fatto salire su di un albero, i suoi famigliari gli si metton sotto, e cantando in coro che "il frutto è maturo", ne lo fanno precipitare; indi lo accoppano e alla fine lo divorano. Per contro, in alcune tribù di Cafri i vecchi non sono uccisi, ma lasciati morir di fame; ed egualmente, per difetto continuo di viveri, i miserabilissimi Boscimani espongono i loro vecchi parenti nel deserto affinchè vi siano divorati dalle fiere.

Certi popoli dell’Europa primitiva facevano altrettanto; molte tribù Germaniche, al dire dello stesso Grimm, erano in riguardo ai loro vecchi della medesima opinione dei selvaggissimi Figiani. "Presso i Wendi i figli uccidevano i loro vecchi genitori, i membri più anziani della famiglia, e tutti quelli che non eran più atti alla guerra o al lavoro: o li sotterravano vivi, o li facevan cuocere [non si sa se dopo uccisili o ancora in vita!], e poi li mangiavano... Gli Eruli ammazzavano ugualmente i vecchi e gli infermi... E traccie di questa usanza si continuano nella Germania settentrionale sino a tempi assai meno remoti".

Sono pertanto usanze primitive, conservate alla pari di quei miti barbari, osceni e stolidi, che ha messo bene in luce la Scuola antropologica in Mitografia comparata, come si può leggere nelle opere stupende di Frazer e di Lang. Dalle tenebre e dagli orrori dei tempi preistorici, corrispondenti per i popoli Mediterranei allo stato selvaggio in cui si trovano adesso le popolazioni dell’Australia, della Polinesia, dell’Africa centrale, quelle usanze si continuarono fino agli albori della Storia; arrivarono anzi, in certi rari casi, fino a soppravvivere in pieno sviluppo della Civiltà.

Così Platone, nel "Timeo", narra che una certa tribù dell’Icnusa (Sardegna) ammazzava i suoi vecchi a furia di bastonate. E Strabone ci fa sapere che nel Nord dell’Asia esisteva ancora ai suoi tempi una popolazione o tribù, presso la quale un individuo giunto a settant’anni era irremissibilmente messo a morte, arrostito e mangiato. Questo orribile costume dell’antropofagia vige tuttora presso molte tribù Africane delle Regioni Equatoriali, ma pare che il motivo della necessità di diminuire la popolazione uccidendo e mangiando i vecchi, sia stato sostituito da credenze animico-religiose o, peggio, da pervertimenti del gusto.

Non si può considerare il costume degli isolani di Céos, di cui ho già fatto cenno, se non come una soppravvivenza di tempi protostorici; v’era questa sola differenza, che in luogo di essere massacrata dai proprî figli e nepoti, la persona avanzata in età, giunto il momento in cui o sponte o spinte doveva ritenersi inutile, veniva invitata ad un banchetto (funebre) e vi era astretta a bere una soluzione, per dir così ufficiale, di cicuta; era il veleno stesso di Socrate, il Conium maculatum, che contiene la conicina, alcaloide abbastanza potente per uccidere alla dose di 10 centigrammi. In Atene il veleno si imponeva ai colpevoli, obbligati con ciò ad un suicidio penale; a Céos esso serviva invece a liberare il piccolo territorio dal soprappiù troppo invecchiato della popolazione. E tale eutanasia era così compenetrata nelle opinioni etico-giuridiche di quella gente che quando Sesto Pompeo, impadronitosi del Mediterraneo nella lotta contro Cesare, discese nell’isola, vi fu invitato ad assistere coi suoi compagni all’avvelenamento volontario di una nonagenaria ancora nella pienezza di mente, ma convinta che fosse giunta l’ultima sua ora per andare "pacificamente" nel luogo più fortunato degli Inferi o dei Campi Elisi.

Ma da secoli tutte queste usanze arcaiche sono scomparse dall’Europa Latina o Latinizzata: la civiltà Romana da prima, la Cristiana in seguito, hanno condotto al rispetto della vita e alla riverenza per la vecchiaia. Una risurrezione atavica di quel barbaro costume non poteva avvenire che fra popolazioni abbrutite dalla servitù della gleba, dall’ignoranza e dall’immissione di sangue barbarico (asiatico), voglio dire in Russia, la terra classica di tutte le follie epidemiche e delle sètte psicopatiche. Pochi anni fa vi si costituì una sètta pseudo-religiosa detta degli "strangolatori", i quali posero fra i loro strani principî di vita sociale l’ammazzamento dei vecchi parenti. Ignoro se la burrasca del Bolcevismo l’abbia seppellita fra le rovine della Russia czaristica o non l’abbia fatta magari rivivere nelle regioni devastate ultimamente dalla fame insieme coll’antropofagia sui bambini, sia malati, sia già morti!

Che ai vecchi tocchi la sorte atroce quassù ricordata in quanto "bocche inutili" per il loro scarso rendimento di lavoro in seno a tribù che debbono ogni giorno lottare contro enormi difficoltà di vita; o che si sanzioni la loro soppressione col pretesto che essi medesimi provano in generale "il peso della vita" e talvolta col suicidio si liberano dalla loro lenta agonia, come ha voluto fare il nostro grande filosofo Roberto Ardigò, la sostanza non è diversa.

Sì, la Morte in molti casi - scriveva elegantemente il Gen. Med. Trombetta - è consolatrice, è benefica, poichè "quando arrivati alla fine del doloroso viaggio, ci abbatteremo su quella fossa dove ci aspetta la quiete eterna, avremo lasciato alle nostre spalle un deserto seminato di cose morte"; sì, poichè la vita "spesso non vale la pena di essere vissuta...". Ma è proprio vero, come poetizzò Elia Metchnikoff, che esista codesto "istinto della morte" che si sveglia negli anni della composta vecchiaja, e può anche nascere precoce quale "sazietà della vita"?

Al vedere come la Umanità in ogni tempo abbia paventata la Morte e riempito l’Oltretomba di tenebre e di terrori, allo scorgere che non vi è quasi uomo decrepito e barbogio che non lotti sino all’estremo per godere la luce del sole, ci sarebbe da dubitarne; solo c’è da sperare che tale istinto, riescendo a formarsi in una Umanità più illuminata, diventi un conforto per chi si incammina cogli anni e fra gli acciacchi verso l’Inevitabile; ma bisognerebbe svegliarlo e coltivarlo, non solo in chi si prepara a morire per scopi vitali della collettività (Patria, Religione, Libertà), ma in ognuno di noi, anche nella calma e fra le preoccupazioni dell’esistenza quotidiana: andremmo allora Usque ad Finem con animo stoico... ma Et Ultra? E ci andremmo sereni, con la previsione che, giudicati un di più nel consorzio civile quando saremo dal lavoro e dall’età fatti impotenti, non la Parca, ma gli stessi nostri simili ci taglieranno lo stame vitale?