L'uccisione pietosa/4

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4. Morte eliminatrice

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Accanto al grande gruppo dei sofferenti, ai quali la coscienza del dolore strappa l’esasperato grido richiedente la fine, o ai quali la pietà del medico o dei congiunti applicherebbe il verdetto di morte, ecco presentarsi il pur numeroso stuolo degli individui messi da matrigna Natura fuori del consorzio civile, o per mostruosità e imperfezione del corpo, o per assoluta cecità congenita di mente, o per definitiva perdita di ogni facoltà di pensiero e di sentimento.

Qui il problema medico-sociale s’intreccia con quello bio-antropologico della selezione umana; un rigido concetto della Dottrina dell’Evoluzione lo ha fatto penetrare da qualche anno in Sociologia. Si tratta di sapere se non sarebbe vantaggioso alla specie umana lo sbarazzarsi di tutti quegli esseri che di comune accordo sono collocati e descritti nel vasto, proteiforme capitolo della Degenerazione. Noi oggi invece li salviamo circondandoli di assistenze e di cure; noi costruiamo per essi e manteniamo Asili, Ospizi, Ricoveri quando sono del tutto incapaci di convivenza; oppure noi indulgiamo alla loro presenza in mezzo alla popolazione dei sani, quand’anche non vi compiano nessuna utile funzione e vi vivano da puri parassiti; neanco poniamo limiti efficaci alla loro malsana facoltà di riproduzione; insomma, noi sacrifichiamo il benessere e la salute, l’avvenire della specie e della razza al feticcio della libertà individuale.

È giunto - dicono gli eutanatisti teorici e coerenti - per lo meno a riguardo degli individui esclusi dal processo naturale e sociale dell’Evoluzione umana fisica e morale, cioè per i mostruosi, i deformi irreparabili, gli idioti biopatici e cerebropatici, i cretini, e anche pei criminali incorreggibili, è giunto il momento di domandarsi: - La scienza medica rende davvero un servizio all’Umanità quando protegge e prolunga delle esistenze cotanto inutili e dannose, o, peggio ancora, quando non impedisce la riproduzione di esseri così nefasti allo sviluppo della specie? Non erano forse previdenti quegli antichi e non lo sono quei popoli odierni che destinano a morte le creature nate deformi od imperfette? E non sarebbe conforme alla dottrina ed alle finalità pratiche del progresso umano in tutti i sensi, che venissero eliminati i soggetti inadatti, ora abbandonandoli al loro destino determinato dai processi naturali di eliminazione, ed ora applicando loro un processo razionale ma indoloro di soppressione artificiale?

Ed ecco spuntare il programma di una nuova disciplina medico-sociale, di pura origine scientifica, ma di contenuto essenzialmente tecnico e pratico, che si è venuta costruendo sotto i nostri occhi da quando Francis Galton cominciò le sue memorabili ricerche sulle leggi dell’ereditarietà dell’intelligenza e del genio nella specie umana (1869), e da quando, con geniale intuizione delle sue alte finalità per il destino delle nazioni civili, egli le dette il nome, oggi divenuto popolare, di "Eugenica nazionale", o, semplicemente, di "Eugenica". Da allora studiosi eminenti in ogni ramo delle Scienze biologiche e sociali, antropologi, medici, igienisti, ed anche uomini politici e filosofi di ogni paese colto le hanno dedicata una attività sempre più instancabile. Indagini sperimentali, deduzioni talvolta ardite, periodici, sodalizi, Congressi internazionali, mantengono vivo, e già in più punti efficace, questo movimento intellettuale diretto a studiare le cause della degenerazione e a domandare e a proporre riforme adeguate nelle leggi e nei costumi. Esiste al riguardo una letteratura enorme; non mi posso neanche sognare di dare solo i nomi dei principali ricercatori, scrittori e polemisti in un campo così fertile e così febbrilmente coltivato. Per restare nei limiti dell’argomento, che è quello dell’eutanasia applicata a scopo di selezione nella cerchia delle razze incivilite, mi basterà accennare le opere più generali dell’ultimo decennio: Bayer, Bölsche, Correns, Davenport, Eug. Fischer, Grotjahn, Gruber, Laqueur, Lentz, Mjiöen, Niceforo, Pearson, Placzeck, Plate, Popenoe e Johnson, Ribbert, Richet, Rüdin, Schallmayer, Tönnies..... per tacere dei copiosissimi lavori apparsi su riviste speciali di Biologia ed Igiene delle razze, di Eugenica, di Biometria. Nella mia lista figura un solo nome italiano, quello di Alfredo Niceforo, cui dobbiamo parecchi pregevoli volumi di Antropologia sociale; ma anche da noi s’è formato qualche tempo fa un nucleo di studiosi, col proponimento di studiare e diffondere la Scienza eugenica; indico, fra i nostri, come un propagandista di primo ordine, Ettore Levi, fondatore del benemerito Istituto di Assistenza, Previdenza e Igiene sociale di Roma.

Chi mi legge non vorrà chiedere a questo mio libretto nulla più di un cenno sommario, che lo stimoli ad un esame più ampio dei complessi problemi dell’Eugenica. Fra questi il primo consiste per l’appunto nella "epurazione" della Società civile, che andrebbe senz’altro liberata, con misure energiche, da tutti gli elementi individuali di basso valore sociale o per degenerazione fisica congenita ed acquisita, ma per lo più ereditaria, o per depravazione morale. Si tratta di ridurre più o meno rapidamente la riproduzione della specie alle sole linee "pure" sotto l’aspetto genealogico; ma bisogna aver coraggio, e, come fa il chirurgo, spingere il bisturi a fondo nel vivo di tutte le piaghe ed anomalie sociali. Un programma eugenistico assoluto sarebbe, infatti, di un ardimento da impressionare. Le "linee genealogiche impure", come dicono gli eugenisti, comprendono tutte le categorie di persone portanti in sè, o apertamente nei loro caratteri fisici e psichici visibili e comprovabili con la loro morbilità e invalidità e con la loro condotta anormale, oppure nascostamente, nei loro caratteri latenti o mendelianamente recessivi, i germi della eredità patologica. Volendo fare una epurazione totale del corpo sociale, i provvedimenti eugenetici dovrebbero colpirli irremissibilmente, anzi spietatamente, tutti. Orbene, gli eugenisti coerenti mirano alla eliminazione dei seguenti gruppi "disgenici" e "asociali":

1. Deboli di mente, frenastenici, cretini, idioti.

2. Pazzi ereditarî ed epilettici.

3. Criminali abituali e pervertiti; condannati per delitti di assassinio, omicidio con rapina, appiccato incendio; rei per libidine con violenza carnale e pederasti ricattatori, massimamente se recidivi, e psicopatici ereditarî (qualcuno aggiunge alla lista anche i truffatori inveterati!).

4. Storpî e deformi, in particolare dipendenza ereditaria da date infermità (eredo-lue).

5. Persone affette da malattie ereditarie degli organi di senso (cieco-nati, sordo-muti, idioti amaurotici).

6. Persone appartenenti a famiglie notoriamente affette da certi mali famigliari (ad esempio, distrofia muscolare, malattia del Friedreich, schizofrenia, emofilia, ecc.).

7. Ubbriaconi abituali, inemendabili, ereditariamente degenerati.

8. Tubercolosi incurabili.

9. Sifilitici avverati, nei quali le ricerche biologiche dimostrino la irriducibilità della infezione spirochetica.

10. Vagabondi e furfanti, per lo più oligofrenici e criminali di occasione.

11. Tutte le persone che non volendo vivere del proprio lavoro quando ne dovrebbero essere ancora capaci, o che per difetti corporali o per manchevolezza mentale vivono lungamente a carico delle Istituzioni di Beneficenza, cioè tutti gli affetti da pauperismo e parassitismo incorreggibili.

Per una strana irrisione di Natura è dimostrato da indagini di Pearson, Göring, Webb, Schuster, ecc., che codeste categorie di sub-valori sociali, massime se pazzi, criminali, frenastenici, tubercolosi, ciechi, albini, ecc., si creano una famiglia più numerosa (sino a 6-7 figli in media) che non i soggetti normali, gli intellettuali, i diplomati, i borghesi parsimoniosi, gli operai e agricoltori morali e laboriosi, la figliuolanza dei quali è sempre meno copiosa (2-5 in media).

La teoria della eliminazione degli individui inadatti al consorzio sociale è stata fervidamente sostenuta tre anni fa da un grande e simpatico scienziato francese, biologo, fisiologo, psicologo, sociologo ed anche poeta e artista: nomino Carlo Richet, come ognuno avrà facilmente capito dalla sola elencazione di tante qualità intellettuali. In un suo libro del 1919 su la Selezione umana, egli, dopo aver dimostrato che i caratteri di specie, di razza, di famiglia, si trasmettono per eredità, e che questa trasmissibilità tocca tanto i caratteri normali di vigore fisico e psichico, di bellezza, di fecondità, di salute, di intelletto, di moralità, quanto quelli affatto contrarî, ossia le deficienze, le malformazioni, le imperfezioni, la bruttezza, la malvagità, ecc., cerca di dimostrare la necessità che l’Uomo pensi a migliorare sè stesso, cominciando col difendere la purezza genealogica delle sue varietà etniche superiori, impedendo ad ogni costo la riproduzione delle razze e delle varietà inferiori: dopo di che passerebbe ad impedire quella degli individui inferiori e scadenti, apportanti la degenerazione. È il concetto che Carlo Darwin pose a base della sua Dottrina della origine delle specie per selezione naturale, e che l’Uomo ha applicato su larga scala agli animali e vegetali che gli erano utili.

Fino ad ora, però, la selezione nella specie umana è stata affidata al solo giuoco delle forze naturali e alle fortune storiche. Fra le razze primitive, le selvaggie attuali e le barbariche, una certa scelta si effettua coi mezzi violenti della guerra, della schiavitù, del cannibalismo; ma in qual modo applicare il principio selettivo entro la cerchia delle razze e nazioni incivilite o che si dicono e credono tali? Impedendo, proibendo da una parte le unioni con individui di razza inferiore alla nostra (coi Negri sopratutto, un po’ meno coi Gialli); rendendo impossibile, d’altra parte, la riproduzione dei soggetti degenerati. Il primo scopo qui non ci riguarda, spettando alla Eugenetica etnica, di possibile applicazione solo nei territori coloniali degli Europei; per raggiungere il secondo abbiamo due mezzi precipui: la proibizione dei matrimoni a tutte le persone inadatte, fino a provocare la distruzione della loro capacità riproduttiva; e la loro eliminazione artificiale, o violenta, voluta e autorizzata per utilità sociale (eutanasia).

Noi, uomini inciviliti, siamo, secondo Richet, diventati troppo sentimentali ossia troppo "umanitari" e di una sensibilità morbosa ("sensiblerie"). A costo della salute della specie e delle stesse razze superiori, la nostra organizzazione sociale è incompatibile con la selezione naturale, anzi è una vera antiselezione. Noi lasciamo vivere e proteggiamo per spirito detto di "filantropia" e con cento svariate Istituzioni, tutti gli elementi più nocivi al benessere, alla sanità, al vigore morale della collettività; noi, che abbiamo tanta cura di perfezionare le altre creature viventi (però, osservo io, per il bene ed il comodo nostro, non già a vantaggio delle specie che abbiamo addomesticato e che coltiviamo), non provvediamo poi a migliorare noi stessi. Eppure, avremmo il mezzo di sostituire alla lenta e stentata selezione naturale, cui vietiamo quasi in tal modo ogni efficacia, una selezione sociale più rapida, più sicura, più razionale; basterebbe porre per principio assoluto della nostra organizzazione civile questo principio: "Perchè vi sia reale Progresso, conviene che l’individualità umana sia schiacciata dalla Società umana". Da questo principio gli eugenisti ad oltranza traggono una inesorabile ma logica conclusione.

"Ogni individuo anormale, scrive Richet, non può essere considerato come un riproduttore atto alla procreazione di una prole sana; dunque deve essere spietatamente rigettato. Anormali i deboli, i deformi; anormali anche quelli che portano in sè una debolezza morale grave, come i criminali e i maniaci; anormali, quelli che una imbecillità intellettuale incurabile mette senza alcuna contestazione al di sotto della media degli uomini..... Se dunque esistono, fisicamente e psichicamente, di questi anormali, noi senza falso pudore dobbiamo scartarli dall’Umanità futura... Questi abbozzi di Umanità, questi prodotti disgraziati, condannati in sè e nei loro discendenti ad essere sempre dei rifiuti, questi poveri aborti, dotati di difetti fisici o di tare mentali, non possono inspirare che pietà, disgusto, avversione. Perchè ostinarsi a prolungare la loro esistenza, malgrado l’ordine formale della Natura che li vuole sopprimere?" (pp. 161-164). E più in là aggiunge, specificando i soggetti eliminabili: "Se tutti i paraplegici ["culs-de-jatte"], i portatori di labbro-leporino, gli storpi, i polidattili, gli idrocefali, gli idioti, i sordomuti, i rachitici, i cretini fossero soppressi, le Società umane non vi perderebbero nulla; vi sarebbero alcuni infelici di meno: ecco tutto!" (p. 166).

Traduco e non commento a lungo; ma dalla lettura delle pagine del mio illustre amico ed eloquentissimo scrittore, confesso, dopo tutto, che non sento penetrare in me una convinzione sicura, sebbene sia il primo a riconoscere la giustezza, più ancora, la necessità della Dottrina eugenetica: dirò anzi che me ne sento turbato, e quasi disorientato nel mio sentimento di uomo. Ritornerò sull’argomento; qui mi basta rilevare che anche un altro eugenista di valore, il dottor Fritz Lenz, nella bellissima opera da lui redatta insieme ad Erwin Baur e ad Eugenio Fischer sulla Dottrina dell’Eredità nell’uomo e sull’Igiene della razza (1921), si mostra favorevole alla applicazione dell’eutanasia agli idioti ed agli individui gravemente mostruosi, "la cui esistenza, egli dice, per sè sola, specialmente se ne hanno coscienza, è una infelicità continua, dalla nascita alla morte". Secondo lui, più della nostra compassione ["Mitleid"], che ci porta all’inutile allevamento di tante creature sventurate, era morale il costume spartano di eliminare subito alla nascita i fanciulli mostruosi (p. 132).

L’ecatombe prospettata da Richet, e in cui si vede ingigantita la misura spartana che concerneva i soli neo-nati e infanti mostruosi, mette in un solo gruppo dei soggetti di carattere diversissimo sotto l’aspetto clinico, nè tutti meritevoli di quella terribile condanna a morte.

I paraplegici e gli storpî son ben di rado tali dalla nascita per un processo morboso che li abbia colpiti entro l’utero materno, o per un parto distocico che abbia rovinato il delicato corpo del feto costretto tra le branche del forcipe o malmenato da cattive manovre dell’ostetrico o della levatrice; la grandissima maggioranza di quegli sventurati è affetta da paralisi spinali infantili, che provengono da un processo infezioso di poliomielite avveratosi parecchio tempo dopo la nascita, a mesi e ad anni inoltrati dell’infanzia, e che spesso colpisce bambini bellissimi di corpo, bene sviluppati in tutto il resto, e anche per lo più intelligenti. Giorgio Byron era uno di questi: e per quanto sua madre lo odiasse appunto perchè deforme e forse sembrasse disposta a sopprimerlo, niuno negherà che sarebbe stata una perdita grave per l’Umanità quella che avesse di buon’ora condannato alla tesi assoluta eugenistica quello storpio che poi divenne uno dei maggiori poeti del suo tempo. E tralascio di accennare al legame affettivo che già lega il fanciullo non ancora paraplegico, nè storpio ai suoi parenti: come rompere questo legame famigliare?

Lo stesso ritardo per riconoscere e diagnosticare a tempo il rachitismo e il sordomutismo, perfino il cretinismo (almeno sporadico, oppure nelle sue gradazioni attenuate), impedisce di applicare ai soggetti che ne saranno o se ne riveleranno poi affetti, il provvedimento eliminatorio. Leopardi era certo un rachitico e ne rimase infelice tutta la vita; ma lo si sarebbe dovuto sopprimere? Il Richet dice che, applicando a rigore il provvedimento selettivo a tutti i deformi, si perderebbero forse degli individui di valore intellettuale, e confessa che "forse qua e là si sarà annientato qualche ragazzo dotato di qualche talento"; ma, soggiunge a proprio conforto, "sarebbe un picciol danno; per la Umanità futura il numero importa poco" (p. 166). Io opino invece che la salvezza di un Byron e di un Leopardi, di un Esopo o di un Eugenio di Savoia (essi pure rachitici e gobbi) e di altri uomini consimili avariati nel corpo, ma eccelsi nell’intelletto, compensa coi prodotti del loro genio la conservazione di qualche centinaio di individui inferiori, che tali sono non per colpa loro, ma quasi sempre per i peccati altrui.

Restano le mostruosità, la polidattilia, il labbro leporino; ma non è detto che tutti i portatori di queste malformazioni siano elementi di scarto sotto l’aspetto mentale. Era polidattilo quel Carlino Grandi della Val d’Arno, uccisore di quattro o cinque bambini, perchè appunto lo dileggiavano per quella e per altre sue deformità, e del quale io, ai primordi della mia carriera di alienista, dimostrai in Assisie di Firenze la imbecillità e il delirio paranoide (1876); ma si conoscono famiglie normali in tutto il resto, dove la pluralità delle dita è innocuamente ereditaria; e d’altra parte, le dita soprannumerarie e il labbro leporino (se non è associato a fessura irrimediabile del palato) sono suscettibili di interventi chirurgici restauratori di sufficienti forme normali.

Questi rilievi critici sono stati preveduti dallo stesso Richet, che poco oltre al passo rigidamente eugenetico quassù citato, ammette che si dovrebbe limitare la soppressione violenta ai soli esseri mostruosi privi di coscienza, ossia "ai piccoli neonati che non hanno ancora coscienza" (p. 168). A parte che anche così intesa la selezione artificiale avrà sempre limiti di difficilissima determinazione, si può osservare che non abbiamo ancora una buona definizione di ciò che diciamo "coscienza", e su ciò ho già scritto altrove. Sopprimendo di buon’ora, scrive il fisiologo parigino, e arrestando nel loro sviluppo quei bimbi appena nati, non infliggiamo loro nè torture, nè sofferenze, poichè "per soffrire bisogna pensare, ed essi non pensano ancora".

Dubito che sia accettabile anche questo secondo dogma psicologico: dovunque è Vita, anche nelle sue forme infime, stanno Piacere e Dolore. Annegando dei piccoli gatti, che dovrebbero avere ancora meno coscienza e nessuna capacità di "pensare" a paragone delle creature umane, si assiste con orrore ai loro istintivi disperati movimenti per seguitare a vivere, e non si resta molto convinti della tesi che limita arbitrariamente la coscienza a quella dell’uomo in piena capacità di introspezione sul proprio io! Noi, vedendo quei moti di difesa, e parlando da puri fisiologi li chiamiamo "automatici", ed intendiamo con ciò di escluderne la coscienza; parlando poi da psicologi, usiamo il termine di "istintivi", sempre col medesimo sottinteso. Ma se riteniamo che tanto l’istinto nella specie quanto l’automatismo nell’individuo, derivino da primitive attività funzionali, le quali certamente furono o sono forse accompagnate da coscienza e si son rese o si rendono "incoscienti" o "subcoscienti" soltanto pel meccanismo dell’eredità filogenetica o della predisposizione ontogenetica, non arriviamo purtroppo a definirne la reale situazione nel mondo dei cosidetti fenomeni psichici, anche quando li rigettiamo nella ipotetica zona marginale.

Quanto ai criminali incorreggibili, una selezione sociale assoluta, rigida, che abbia di mira esclusivamente il progresso morale e la formazione di una Umanità sempre più nobile, sempre più lontana dalla sua primitiva animalità, sempre più diretta nella sua condotta dalla Ragione, che è poi Salute, Bellezza, Verità e Giustizia, dovrebbe proporsene la definitiva esclusione dalla vita normale dei popoli civili; sanzionare per essi, quando ogni emenda si sia dimostrata vana, la pena di morte è il mezzo più radicale per combattere il delitto in sè e nella sua ereditarietà. Dubitano perciò molti sociologi, psicologi e giuristi, se l’abolizione della pena capitale non abbia contribuito a peggiorare le condizioni della Morale pubblica, incoraggiando i delinquenti, massime a riguardo dei crimini di sangue, in quei Paesi che hanno adottato i principî umanitari di Cesare Beccaria: e nomino l’Italia. Il quesito è arduo, nè può essere qui trattato come la sua importanza lo richiederebbe. Certo, le statistiche criminali degli Stati dove ancora funziona il carnefice, paragonate a quelle degli Stati abolizionisti, non sono per ora troppo favorevoli alle legislazioni che risparmiano la vita agli assassini per brutale, istintiva malvagità o per premeditata cupidigia rapinatrice, ai parricidi, ai dominati da orrende perversioni sessuali: questi sono veri mostri anti-umani, al cospetto dei quali il nostro senso etico inorridisce e che nessuno compiange se vanno al patibolo. Il Richet, coerente al principio selezionistico, ne propugna lo sterminio assieme a quello dei mostri fisici.

La Scuola Italiana di Antropologia, erroneamente accusata di tenerezze verso il delinquente, domanda invece da molti anni, per tutti coloro che chiama criminali-nati, la segregazione perpetua in Manicomii criminali, giudicandoli affetti da vizio congenito e irrimediabile della personalità morale; oggi, invece, oltre alla pena corporale del sequestro condizionato, una nuovissima Scienza penale propone, e in taluni Paesi dispone, che essi siano esclusi artificialmente, come vedremo, dalla riproduzione della specie; e con ciò arriva allo stesso risultato eugenistico che si propongono tanto i selezionisti rigorosi, quanto i sempre più radi sostenitori della pena di morte, cioè ad impedire la propagazione delle classi dimostratesi inadatte e inadattabili al consorzio civile. Tuttavia i difensori del metodo eliminatorio potrebbero obiettare che nella maggioranza dei casi la prevenzione eugenistica arriverà tardi, quando il criminale ha già goduto e forse abusato della sua libertà di procreare: ed è purtroppo vero; ma sta scritto nel programma dell’Incivilimento che il rispetto della vita sia posto in prima fila nel Decalogo della Morale individuale e sociale.