L'ultimo rifugio di Dante Alighieri/Avvertenza

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L'ultimo rifugio di Dante Alighieri Parte prima
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AVVERTENZA

Solo chi sa quanto si è scritto e si scrive sulla vita e sulle opere di Dante e riescano lunghe faticose e difficili le ricerche in quasi tutti gli Archivi di Romagna, dove mancano spesso ordine o cataloghi, può comprendere perchè questo libro cominciato nel 1877 esca in luce dopo quattordici anni. In così notevole spazio di tempo ho qualche volta ritenuto opportuno dare alle stampe, o per ragioni di polemica o per altre determinate occasioni, alcuna fra le notizie attinte dallo studio dei documenti sparsi ora o riassunti nel racconto o riuniti in appendice. Ma, quantunque le notizie edite rappresentino ben piccola parte di ciò che nel volume si raccoglie, ho nullameno costantemente citate le precedenti mie pubblicazioni.

Il titolo del libro è suggerito dal verso col quale Dante chiama Verona lo primo suo rifugio. Ravenna, dove passò gli ultimi anni e chiuse il faticato spirito, fu dunque l’ultimo suo rifugio. Infatti nessun altro titolo mi sembra più adatto ad un lavoro che tratta diffusamente della città che ospitò il maggiore dei poeti, e tratta degli amici e degli scolari, che questi v’ebbe, e della cultura che vi fiorì, e comprende infine la storia curiosa e varia del sepolcro e dello scheletro di lui.

[p. vi modifica]M’è grato avvertire che le mie fatiche furono temperate dal gentile soccorso degli amici prof. Adolfo Borgognoni, dott. Emilio Orioli, Silvio Bernicoli, Andrea Muratori e d’altri ricordati man mano in nota alle comunicazioni che mi favorirono. Specialissimi obblighi ho poi col prof. can.co Luigi Breventani che fra dotto e cortese non so quale sia più. Egli mi favorì e trascrisse documenti, mi fu prodigo di notizie e consigli.

Ma le fatiche mie, quali che siano, e l’aiuto degli amici sarebbero state inutili se una buona stella non mi avesse posto innanzi un editore come il comm. Ulrico Hoepli, il quale con una larghezza instancabile ed amorevole, che in Italia ha pochi esempi, non badò a noie ed a spese perchè l’opera riuscisse anche nella veste quale il suo gusto intelligente desiderava e quale l’autore non osava nemmeno sperare. Al che concorse la esecuzione elegante e corretta della tipografia del cav. Salvatore Landi, cui debbo un grazie di cuore per la inesauribile pazienza usata meco durante la revisione delle prove.

Sciolto così il debito della riconoscenza e non avendo risparmiata fatica perchè il lavoro riuscisse utile e compiuto, spero che i lettori vorranno almeno risparmiarmi la faccia d’aver affrontato con troppa fretta ed audacia il difficile argomento.

C. RICCI

S. Lazzaro di Savena,
10 giugno 1891.