L'uomo delinquente/Parte terza/III

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CAPITOLO III. Affetti e passioni dei delinquenti.

L'uomo delinquente/Parte terza/II L'uomo delinquente/Parte terza/IV IncludiIntestazione 12 maggio 2012 75% Criminologia

CAPITOLO III. Affetti e passioni dei delinquenti.
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1. Amore. — 2. Vendetta. — 3. Crudeltà. — 4. Vino e giuoco. — 5. Religione.


1. Sarebbe grave errore il supporre che tutti gli affetti siano spenti nei criminali, perché talvolta ne sopravvive qualcuno, come ho notato nei rari casi di affetti gentili espressi con i tatuaggi nei miei Palinsesti del carcere. Nei 2024 palinsesti da me raccolti, 7 accennavano a pura amicizia; 35 ad amori; 1 a gratitudine; 11 ad affetto pei parenti, — Troppmann, che aveva ucciso parecchie donne e fanciulli, pianse a sentire il nome della madre. — Bezzati amava la moglie e i figli. — Lacenaire, nel giorno che uccise la Chardon, salvò con proprio pericolo un gatto che stava precipitando dal tetto. — La Sola che amava, come diceva, i figli poco più dei gattini, e che fece uccidere l’amante, era affezionata alla complice Azzario e compì opere di vera carità, stando, per esempio, intere notti al capezzale di poveri moribondi. — Gli zingari, che sono delinquenti-nati, truffatori, ecc., hanno vivissimo l’affetto di famiglia e le loro femmine il sentimento del pudore. — L’assassino De Cosmi scriveva: «Tanti baci al mio fanciullino: sarà dritto come suo padre, perché il lupo genera lupetti». Parent-Duchitélet mostrò, che se molte prostitute perdono affatto ogni legame di famiglia, ve ne hanno pure alcune che provvedono col proprio disonore il pane ai figli, ai loro vecchi, alle compagne.
Loro eccessività e morbosità. — Nella maggior parte tuttavia dei delinquenti, anche i nobili affetti prendono sempre una tinta morbosa, eccessiva, squilibrata ed instabile. Pissembert, per un amore platonico, avvelena sua moglie. — La marchesa di Brinvilliers, uccide il padre per vendicare l’amante, ed i parenti per arricchire i figliuoli. — Giovanni Tolu s’è fatto brigante per vendicarsi della opposizione un prete al suo matrimonio con una ragazza che amava, e parla con singolare tenerezza della figliuola. — Mabille, per far star allegri gli amici improvvisati di un’osteria, compì un assassinio. — Un certo Maggini mi diceva: «La causa dei miei delitti è che io sono troppo portato per le amicizie; io non posso vedere offendere un amico, anche lontano, senza por mano al coltello e vendicarlo». Inoltre vi si associa un’estrema instabilità degli affetti anche più violenti, come in Gasparone, che diceva d’essersi fatto assassino per amore di una sua ganza, la quale, pochi giorni dopo, per un semplice lontano sospetto, di sua mano uccideva. — Thomas amava svisceratamente la madre, eppure in un accesso di collera la gettò dal balcone. Le prostitute, che si lasciano battere fino a sangue dai loro amanti, li abbandonano per i pretesti più futili e s’accendono con ugual calore d’altri.

2. In luogo degli affetti famigliari o sociali il più spesso spenti, o squilibrati, od instabili, dominano nei delinquenti con costante tenacia alcune passioni.
Vanità. — E prima, fra tutte, l’orgoglio, o meglio la vanità, il sentire eccessivo della propria persona, che noi osserviamo del resto crescere anche nel volgo in ragion inversa del merito. — Nella cella di La Gaia, trovai scritto di sua mano: «Oggi, 24 marzo, La Gala apprese a far le calze». — Crocco cercava di salvare il fratello: «se no, diceva, la stirpe di Crocco è perduta». — La stessa condanna capitale non commoveva tanto Lacenaire, come la critica dei suoi pessimi versi, e la paura del pubblico disprezzo: «Non temo, diceva, d’essere odiato, ma d’essere sprezzato»;

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«...Le orme imprime la procella
E inosservato passa l’umil fiore»

Il soddisfare la propria vanità, il brillare nel mondo, quello che malamente si chiama figurare, è la causa più comune dei moderni delitti.
Vanità del delitto. — Sono vanitosi della propria forza, della propria bellezza, del proprio coraggio; e, quello che è più strano e tristo, della propria abilità nel delinquere. Da principio scrive l’ex-galeotto Vidocq, i delinquenti menano vanto d’esserlo poco; ma una volta proceduti nella via del delitto, se ne fanno una gloria. Nella società si teme l’infamia, ma in una massa di condannati la sola vergogna è di non essere infami. Essere un escarpe (assassino), è per essi «il più grande degli elogi». — «Le bande dei ladri inglesi, dice Mayhew, s’invidiano l’una l’altra i migliori colpi; si vantano ciascuna di superar l’altra, si sfiderebbero, se lo potessero, sulla quarta pagina dei giornali». I ladri si vergognano di aver rubato piccoli oggetti, e rubato talora più per amor proprio che per bisogno; come le prostitute si rinfacciano non la colpa loro, ma il poco prezzo che ne vien loro pagato. Grellinier, un comune ladruncolo, si vantava alle Assise di immaginari delitti per poter atteggiarsi a grande assassino e numerosi esempi ne ho riportato di descrizioni del proprio delitto fatte sui muri o sugli orci, come si vede a fig. 16, in carcere; ed è ben noto che moltissimi delinquenti scrissero pretenziosamente la storia della loro vita delittuosa. Tale orribile vanità del delitto insieme ad una imprevidenza inconcepibile, spiegano come essi parlino facilmente dei propri delitti, prima e dopo averli compiuti, fornendo così un’arma potente e facile alla polizia per coglierli e condannarli. Philippe, dichiarava ad una delle sue ganze: «Io amo le donne, ma ad un modo mio particolare; mi piace soffocarle dopo averle godute; e tagliar loro il collo. Oh! sentirete presto parlar di me». — Lachaud, poco prima di uccidere il padre, disse agli amici: «Questa sera scavo una fossa e vi metto mio padre a dormir per sempre». — Villet annunciava prima gli incendi che poco dopo praticava. — L’avvelenatrice Buscemi si firma in una lettera al suo complice: «La tua Lucrezia Borgia». Da questa abnorme vanità, oltreché dalla scar sa potenza inibitoria, deriva anche il bisogno dei criminali di estrinsecarsi, come dicono i Francesi, in disegni ed in narrazioni minute delle loro imprese, come per rendere più chiara ed intensa la rappresentazione mentale, almeno a sé stessi. — Così mi spiego in gran parte perché Troppmann tracciasse quel disegno che era una prova sicura della sua colpa. — Ziino narra d’un collegiale siciliano che aveva riprodotto in un suo giornale i ritratti dei compagni simpatici e vi descriveva le infami gioie godute. — Il Caviglia, detto Fusil, dopo aver ucciso un cotal Gambro suo complice per derubano e nascosto il cadavere in un armadio, deliberò in carcere di suicidarsi al 1000 giorno; ma prima incise sulla sua brocca dei disegni con cui si direbbe aver voluto elevare a se stesso un monumento con la storia dell’ultimo periodo della sua vita e con una specie di confessione del suo ultimo misfatto e del suicidio. La narrazione è fatta in parte con disegni, com’era costume dei popoli selvaggi, quando la scrittura e la parola eran sì povere da non permettere l’esposizione chiara di un concetto complicato. Nella parte superiore della brocca, quasi intestazione alla storia che scrive, si legge Fucile, suo nomignolo. Poi volendo dire: « Ho passato 100 giorni in questa cella per aver ammazzato il biellese Gambro, ladro, e averne chiuso il cadavere dentro il guardaroba », scrisse prima le parole: giorni 100 cella per, e quindi dipinse il Gambro coll’iscrizione: Ciavo, bialese, Gambro lader («Addio biellese, Gambro ladro»). — Quindi incise sé stesso appiccato alla finestra scrivendovi sotto: «Ultimi eccessi». Ma l’esempio più curioso ed insieme più chiaro di questa incredibile vanità del delitto fu da me raccolto a Ravenna, in una fotografia scoperta dalla Questura, in cui, a rischio di essere denunciati o di veder comprovato il proprio delitto, tre sciagurati, sospetti di omicidio, si fecero ritrarre nell’attitudine di commetterlo davvero.

3. Vendetta. — Naturale conseguenza di una vanità così sconfinata, di un senso così sproporzionato della propria personalità, è l’inclinazione alla vendetta per le minime cause. Già essa costituisce il frequente contenuto dei tatuaggi dei criminali. Poi si è già notato come una gran quantità di omicidi abbian per causa la vendetta di offese immaginarie o lievissime, ricevute per futili motivi — perché la vittima rifiutava di pulir le scarpe, o di dare pochi zolfanelli, ecc. L’omicida Avril diceva: «Se non mi sono vendicato, è che non ho potuto riuscirvi». — Renaud, di 22 anni, arrestato dopo di aver tentato di uccidere un compagno, diceva: «Se mi condannano, pazienza; mi duole di non averlo finito; se esco, lo ucciderà», e dopo molti anni, liberato, mantenne la feroce promessa. — Scananiello, prima di morire, si fece giurare dai suoi briganti che avrebbero ammazzato certi villani con cui aveva antichi rancori. — La Pitcherel, condannata a morte per veneficio ed invitata a perdonare alla vittima da cui diceva d’essere stata offesa, sull’esempio di Nostro Signore: «Dio, rispose, fece quel che gli parve, ma quanto a me, non perdonerà mai ». Questa violenza delle passioni, in ispecie della vendetta, che sorpassa perfino l’amore di sè medesimo, spiega molti tratti di ferocia, comuni nei popoli antichi selvaggi, ma rari e mostruosi pei nostri.
Crudeltà. — Oggidì anche il delinquente assai di rado inferocisce senza una causa o per solo scopo di lucro; anche tra i briganti v’era sempre uno solo che faceva il carnefice. « I sanguinari che uccidono per uccidere, sono riguardati, dice Fregier, con terrore dai loro compagni ». Ma una volta eccitati dalla passione della vendetta o da cupidigia inoddisfatta o da vanità offesa, gli istinti crudeli dell’uomo primitivo ritornano a galla, e l’orrido piacere del sangue una volta gustato diventa un vero bisogno. Pare che a tali tendenze si mescoli spesso una passione venerea, che riceve eccitamento dalla vista del sangue allora le scene sanguinarie si trovano associate a stupri o ad altri atti di libidine praticati su donne, come probabilmente nei truci misfatti di Jack lo sventratore; e sono generalmente compiuti da uomini sottoposti a forzata castità, preti, pastori, soldati, come in Mingrat, Padre Ceresa, Ab. Lacollange, Ab. Léotard, Legier, o subito dopo lo sviluppo della pubertà, come in Verzeni. Hanno pur parte nel determinare queste crudeltà i mestieri che espongono al contatto del sangue, come il macellaio, o che obbligano ad una profonda solitudine, come i pastori, i cacciatori, e lo spettacolo continuato di altre crudeltà, come nei briganti. V’entra, infine, una specie di alterazione profonda della psiche, che è veramente propria dei delinquenti e dei pazzi, e che li fa soggetti, in certi momenti, ad una irascibilità senza causa che i carcerieri conoscono assai bene e che noi trovammo più sopra negli animali e nei selvaggi. — «Sono, mi diceva un valente direttore di carceri, buoni in genere, ma hanno tutti una brutta ora nella giornata, nella quale non san dominarsi ». È stato notato che in quanto a ferocia e crudeltà le poche donne veramente criminali superano molto gli uomini. Furono le donne che vendettero a rotoli la carne dei carabinieri, mandati a reprimere il brigantaggio nell’Italia meridionale; che costrinsero un uomo a mangiar delle sue membra arrostite, e che durante la Rivoluzione francese infilzarono su picche viscere umane. I criminali manifestano questa loro crudeltà persino nei giuochi. Nelle case di correzione, usano come dimostrò il Carrara, per es., nel giuoco della patta di far passare la testa, evitando di esserne colpiti, tra due punte che un compagno muove orizzontalmente l’una contro l’altra tenendo le braccia tese all’innanzi oppure ponendo la palma della mano su di un tavolo colle dita divaricate tentano di infiggere una punta con colpi rapidi e violenti negli spazi interdigitali; oppure uno dei compagni percuote con i pugni chiusi sui pugni di un altro armati di una punta e si giuoca a chi resiste di più o l’uno ai colpi o l’altro alle punture; o nel giuoco della ruota 20 o 30 giovani correndo l’uno dietro l’altro in circolo si sforzano di evitare, con varie ed opportune mosse, i colpi che un compagno procura invece di dar loro con un pesante bastone. Anche nella riproduzione dei giuochi infantili, come nella « mosca cieca », o nel giuoco « del topo e del gatto » e della «cavallina », essi tentano di colpirsi gravemente, di farsi veramente del male, anche con penitenze dolorose. In una parodia di giudizio a cui sottopongono i nuovi entrati la sentenza di condanna consiste nello strappare con violenza un tappeto su cui sta ritto il giudicabile in modo da farlo cader sconciamente in terra. Così anche i giuochi dimostrano anzitutto l'analgesia dei criminali, per cui praticano a scopo di divertimento atti che ai normali riuscirebbero dolorosissimi: come l’ubriacone per impressionare il proprio gusto indurito dall’alcool ha bisogno di uno stimolo sempre più forte. Di più, come i selvaggi e gli animali ripetono nei giuochi le pratiche bellicose e caratteristiche della loro vita, così i criminali scelgono, per trarne piacere, queste forme crudeli e feroci, le quali rispondo alle loro speciali tendenze.

4. La passione per il vino e giuochi d’azzardo è molto complessa ed ha svariati rapporti col delitto, gli alcoolici anzitutto agiscono per mezzo dell’eredità, perché l’alcoolista genera spesso figli delinquenti. Poi l’alcool è più direttamente causa del crimine, sia perché i criminali cercano nella ubriachezza il coraggio necessario alle nefande imprese ed una futura giustificazione; sia perché colle precoci ebbrezze si seducono i giovanetti al delitto; ma più perché l’osteria è il punto di ritrovo, dove non solo si medita, ma si godono le spoglie del delitto; per molti quella è la sola e vera abitazione; e l’oste è il banchiere, presso il quale il ladro deposita i male acquistati guadagni. Nel 1860, in Londra si contavano 4898 osterie dove ricoveravansi solo ladri e prostitute. Su 10.000 crimini di sangue in Francia, 2371 sono commessi all’osteria. Ben pochi sono quei malfattori che non sentano vivissima la passione del giuoco d’azzardo, passione che li segue nelle carceri (v. fig. 7 e 8), dove, dopo aver perduto in un momento il prodotto di una settimana di lavoro, giungono a giuocarne uno, due e fin tre mesi anticipati. — I medici della Casa di pena di Saint-Michel osservarono un galeotto che, malato, giocava la sua ma gr razione di brodo e di vino. — «Le prostitute, Che anch’esse sono beoni, scrive Parent, sono appassionate pel gioco delle carte, e specialmente "per la tombola"». Su 100 incriminati, nella mia centuria 13 avevano come passione predominante giuoco, 10 i viaggi, 10 il teatro, 8 le donne, 5 vino, 5 il ballo, 5 le leccornie. La passione del giuoco spiega quella continua contraddizione, che spicca nella vita del malfatto il quale da un lato manifesta cupidigia sfrenata l’avere altrui, dall’altro spensieratezza nello sciupare il mal acquistato denaro; e spiega come quasi tutti i malfattori, malgrado riescano a possedere alle volte delle enormi somme, pure finiscono quasi sempre a restar poveri. D’altronde la cupidigia non è veramente per sè un impulso al delitto; essa vi entra soltanto, perché senza denaro essi non potrebbero soddisfare le loro passioni. Questa intermittente povertà, esponendoli agli opposti, è una causa di morte precoce. Essa, insieme alla profonda inerzia ed all’apatia loro caratteristiche, cagionano quella sudiceria della persona, che è abituale ai ladri, come alle prostitute.
Golosità. — Uno dei pochi ladri che mi confessarono il loro reato diceva di aver incominciato a rubare per comperare maccheroni. — Un ladro scriveva (vedi miei Palinsesti, pag. 62) sulle mura della sua prigione: «Quando esco voglio mangiare per tre giorni senza cessare e sempre mangiare, mangiare, mangiare finché non ho più pancia ». — Chaudelet non si poteva tener quieto in carcere se non colla minaccia cli dimezzargli il cibo. — « I giovani ladri, dice Faucher, cominciano col rubare frutta e carne e più tardi piccole mercanzie, che rivendono per comprarsi dei dolci ».
Donna. — Di rado il delinquente prova una vera passione per la donna. ii suo è un amor carnale selvaggio, un amor da postriboli, dentro ai quali infatti quasi esclusivamente si esplica: ha inoltre per speciali caratteri la precocità e l’intermittenza, la quale lo fa alternarsi rapidamente all’odio più intenso. Quasi tutti i ragazzi di 12 e fino di 9 anni, arrestati a Newcastle, intrattenevano femmine, che chiamano Flashgirl. — Icatelli conobbe un ragazzo che a 9 anni rubacchiava, non per provvedersi ghiottonerie, ma per fare dei regali alle sue piccole amanti, finché di furto in furto divenne « a 15 anni uno dei più sfrontati abitatori delle carceri e dei postriboli ». — Wolff, appena commesso un assassinio, s’installava in un postribolo e faceva scarozzare tutte le prostitute. In genere però anche l’amor carnale si spegne specialmente nei ladri: negli stessi stupratori l’estro venereo assai sovente passa da uno stato di semi-impotenza ad eccessi tanto violenti quanto poco duraturi e per lo più periodici, come in Verzeni o in Garajo. Qualche rara volta poi anche gli assassini comuni, per esempio, Franco, Mottino, Montey, Pommerais, Demme, sembrarono nutrire un affetto unico e potente, ed un amore veramente ideale e platonico; ma son casi rarissimi ai quali anche possiamo prestare poca fede, quando pensiamo allo strano sentimentalismo poetico di qualche tatuaggio e agli infingimenti di cui costoro sono maestri. Meno raramente quest’amor platonico si trova fra i ladri: Mayhew osservò che i ladri di Londra non cantano mai canzoni oscene e preferiscono invece le sentimentali. Ma il giuoco, la golosità, la venere e perfino la vendetta non sono che intermedi e spesso pretesti al massimo loro piacere, ch’è quello dell’orgia. Io credo che i piaceri della gola e del vino non sieno spesso che un pretesto per darvi sfogo. Per questo, malgrado l’evidente pericolo, appena commesso un omicidio, appena effettuata una Levasione, dopo una lunga prigionia, ritornano in i ritrovi dove li attende, con troppo danno, vigile mano della giustizia. Anche le prostitute hanno bisogno continuo d'agitazione, di strepito e di associarsi in molte; perfino nelle Case di penitenza conservano la loro rumorosa loquacità, il bisogno di far dello strepito (Parent-Duchtelet). Oltre a queste, le più singolari passioni possono trovarsi in costoro, come del resto nei sani; ma tutte rivestono in essi una forma speciale, spesso instabile, sempre impetuosa e violenta. Essi non veggono che il presente, non sentono che il piacere dello sfogo, dell’esercizio delle loro sciagurate tendenze, senza alcuna previdenza, senza alcun pensiero dell’avvenire e delle conseguenze del delitto.

5. In generale credesi che i delinquenti siano tutti irreligiosi, dacché la religione appare il freno più potente dei delitti: il fatto è però che se molti fra i più celebri e intelligenti delinquenti, come Lacenaire, Lemaire, Maudrin, Gasparone, hanno saputo liberarsi di questo ultimo freno delle loro brutali passioni, la maggior parte dei rei, specie se campagnuoli, è credente benché si sia foggiato una religione ristretta ed accomodante che fa di Dio una specie di benevolo tutore dei crimini. Su 2480 tatuaggi di criminali 238 erano religiosi. In una curiosa canzone in gergo, pubblicata dal Biondelli, un ladro risponde, a chi gli obbietta come il furto offenda i principi religiosi, che un santo ladro, San Disma, vi è pure in cielo «Anca San Disma è in monte e in mar ». — Tortora, che aveva di sua mano ucciso 12 soldati ed anche un prete (ma però, diceva egli, di quelli scomunicati), si credeva invulnerabile perché portava l’ostia consacrata sul petto. — Le bande dei nostri briganti meridionali erano cariche d’amuleti. — Religiosissimo e cli famiglia addirittura bigotta, era Verzeni, strangolatore di tre donne. — I compagni di La Gala, trasportati in carcere a Pisa, rifiutarono ostinatamente di mangiare nel venerdì di quaresima; e al direttore che li eccitava risposero: «Ci avete forse presi per tanti scomunicati? » — Vidocq trovò parecchi ladri che si facevano dire una messa per aver fortuna perché da mesi non prendeva nulla. «Molte delle prostitute, dice Parent, si atteggiano ad irreligiose coi ganzi e coi compagni delle orgie, ma non sono tali nel fondo ». — Infatti le camere sono piene d’immagini sacre. — Poi, conta ancora il Parent, Che rifiutando il sacerdote di entrare in un postribolo, dove una prostituta era in fin di vita, le compagne si quotarono di trasportarla e per mantenerla fuori del postribolo: e un’altra volta spesero una forte somma per far cantare un gran numero di messe ad una compagna defunta. Non sono pochi coloro, specie tra i criminali, credono in Dio, ma negano l’inferno: utilitari che nella fede! Tutto ciò si spiega: anzitutto perché la religione è l’avanzo di un sentimento atavistico e, salvo che nella barbarie assoluta, essa cresce tanto più quanto più il popolo è incolto e primitivo; e poi, perché, come acutamente ha osservato il Ferri, la religione non è per se la morale, ma semplicemente la sanzione della morale: onde il suo contenuto etico varia di popolo in popolo a seconda grado di civiltà e di coltura di ciascuno; e così e nei popoli, anche negli individui essa s'accoda alle varie tendenze e ciascuno può indurre a sanzionare tutti gli eccessi.