L'uomo delinquente/Parte terza/II

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CAPITOLO Il. Passioni dei delinquenti.

L'uomo delinquente/Parte terza/I L'uomo delinquente/Parte terza/III IncludiIntestazione 12 maggio 2012 75% Criminologia

CAPITOLO Il. Passioni dei delinquenti.
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1. Disprezzo per la vita propria e altrui. Coraggio. — 2. Suicidio


Generale quanto la dolorifica (e forse un effetto indiretto di essa) è nei criminali la insensibilità morale. Non è già che in costoro tacciano completamente tutti gli affetti, come dai cattivi romanzieri si immagina, ma certamente quelli che più intensamente battono, nel cuore degli uomini, più in essi invece sembrano muti, in ispecie dopo lo sviluppo della pubertà. Primo a spegnersi è quel sentimento della compassione per le disgrazie altrui che ha pure, secondo alcuni psicologi, tanta radice nel nostro stesso egoismo. Lacenaire confessava non aver mai provato ribrezzo alla vista di alcun cadavere, salvo quello del suo gatto: «La vista di un agonizzante non produce in me nessun effetto»; egli diceva: «Io uccido un uomo come bevo un bicchier di vino». La Maquet gettò in un pozzo la figlia per poterne accusare una vicina che l’ave va offesa.

1. Disprezzo per la vita propria ed altrui. Difatti la completa indifferenza innanzi alle proprie vittime e innanzi alle sanguinose testimonianze dei loro delitti, è un carattere costante di tutti i veri delinquenti abituali, che basterebbe a distinguerli dall’uomo normale, e che deriva non solo dalla mancanza di compassione, ma anche dal disprezzo per la vita altrui così, del resto, come per la propria. Essi ripetono questo sentimento prettamente atavico dai selvaggi che uccidono o s’uccidono, come abbiamo visto, con estrema facilità; negli uni e negli altri sono poco sviluppati l’istinto della propria conservazione, ch’è pure normalmente così potente, e il rispetto all’integrità della vita umana che s’è andato sviluppando colla civiltà. Martinati mirava, senza batter ciglio, la fotografia della propria moglie, ne constatava la identità, e tranquillamente narrava come, dopo inflittole il colpo mortale, avesse osato chiederle perdono Militello, pur giovanissimo, appena commesso l’omicidio del povero compagno ed amico, era sì poco commosso che tentava sedurre i camerieri che gl’impedivano il passo. Troppmann nel carcere ebbe animo di riprodurre, credendo anzi di giovare alla propria difesa, la scena dell’orribile strage di cui era stato l’autore ed il solo spettatore sopravvissuto, in un grossolano disegno, in cui due delle vittime sono già cadaveri ai suoi piedi e le altre quattro, sotto i suoi colpi, alzano le mani invocando disperatamente pietà. (v. fig. 4) Boutellier, a 21 anni, si sdraiò nel letto vicino al cadavere della madre da lui stesso uccisa a coltellate e dormi tranquillamente l’intera notte; e moltissimi altri assassini dormirono pure accanto alla loro vittima. Corvoisier continuava a mangiare mentre gli si presentavano i monconi del fratello da lui tagliato a pezzi; Borri narra di un uxoricida, il quale appena impiccata la moglie, se ne andò tranquillamente a mangiare. I libri sono pieni di epigrammi tutt’altro che melanconici di delinquenti tratti al supplizio. Un assassino già presso alla mannaia diceva al suo complice che si lamentava: «Non sapevi forse che eravamo soggetti a una malattia di più?». Un criminale russo, impazientito per la lentezza degli ultimi preparativi, esclamò freddamente: «Neanche impiccare sanno fare in questi paesi!». — E un gozzuto stupratore, con cui il boia si lamentava perché gli riusciva così difficile annodargli il laccio intorno al collo, come fino allora non gli era capitato mai: «Nemmeno a me», gli replicava giocosamente. Essi inoltre nel gergo usano delle parole spregevoli per indicare gli strumenti e gli esecutori dell’estremo supplizio; e numerosissimi e lieti racconti si fanno nelle carceri intorno a questo tema favorito.
Coraggio. Quest’insensibilità pei dolori anche propri spiega come alcuni delinquenti possano avere commesso atti :che sembrano di straordinario coraggio. Così Hol’land, Doineau, Mottino, Fieschi, Saint-Clair si erano guadagnati la medaglia del valor militare sul campo di battaglia. I Clefti, in Grecia, furono per molto tempo il solo sostegno, i soli soldati dell’idea nazionale. Eppure la maggior parte dei delinquenti i distingue per grande vigliaccheria quando loro si affacci il pericolo a sangue freddo ed inatteso. — Pochi anni sono, l’intrepido questore di Ravenna, il Serafini mandava a chiamare uno dei più temuti omicidi che s’era vantato di volerlo uccidere; e insegnandogli nelle mani una rivoltella, lo invitò a porre in atto la sua minaccia, senza che l’altro osasse. — Lacenaire appena trovava un leggero ostacolo ai suoi omicidi perdeva la testa e fuggiva. È probabile dunque che i cosi detti atti di coraggio dei malfattori siano effetto soltanto della insensibilità e della impetuosità loro, le quali nel mentre impediscono la valutazione esatta del pericolo li fanno come ciechi innanzi ad uno scopo da, raggiungere o ad una passione da soddisfare. Tale indifferenza per la morte altrui come per la propria interviene anche a spiegare la poca o niuna corrispondenza fra la, gravità del misfatto e quella del suo movente: così un galeotto uccise un con-detenuto perché russava troppo forte (Lauvergne). Nel penitenziario di Alessandria uno feriva a morte un compagno perché non gli aveva voluto lucidare le scarpe. — Markendorf uccise un suo benefattore per portargli via due stivali. Così in mille altri casi. In complesso l’aberrazione del sentimento è la nota più caratteristica del criminale-nato come del pazzo, potendo con una tendenza criminale e pazzesca, esistere una grande intelligenza, mai un sentimento affettivo integro.

2. Tale insensibilità giova anche a spiegare un fenomeno, che, come avvertiva il Morselli nel suo splendido libro sul suicidio, è quasi caratteristico del delinquente — la maggior frequenza del suicidio. Infatti, il suicidio nei delinquenti segue le leggi di oscillazione, che si notano in tutti gli uomini; come: prevalenza nell’estate, nel sesso maschile, nei celibi e vedovi, nell’età tra i 21 e i 31 — e nelle popolazioni più civili. Ma se ne differenzia accentuatamente per la maggior frequenza (Morselli).


Tasso di suicidi ogni 100.000 maschi:

Carcerati Liberati
Italia 17 6,2
Olanda 130 12,0
Norvegia 74 9,4
Inghilterra 28 6,9


Tale sproporzione sarebbe ancora tre volte maggiore tenendo conto dei numerosi casi di suicidio tentato nelle carceri, che in Inghilterra salgono al triplo e fra noi quasi al doppio dei consumati. Questa maggior frequenza non può essere effetto solo del dolore per la condanna, per la lunga detenzione, per la mancanza di ogni compagnia, anzitutto perché è lievissimo l’aumento dei suicidi nelle carceri cellulari in confronto alle miste: poi perché il maggior numero accade negli imputati (Italia 38%) e fra i condannati soltanto nei primi mesi della detenzione. Perciò essi abbondano, molto più, nelle carceri giudiziarie che non nei bagni, e più fra coloro che devono scontar piccole, condanne.
Cause. — Questa frequenza del suicidio fra i delinquenti dipende da varie cause che sono loro proprie: anzitutto dalla mancanza dell’istinto di conservazione, di cui già abbiamo addotto numerosi esempi e che appare anche nel modo strano di suicidio, come nel caso dell’uxoricida Granié, morto dopo 63 giorni di completo digiuno; e inoltre dalla imprevidenza ed impazienza, onde sono dominati, per cui ad un male anche lieve, da sopportare per molto tempo, preferiscono un male più grave, ma subitaneo; e finalmente dalla vivacità delle loro passioni per cui trovano meno dura la morte che il lasciarle insoddisfatte. La Lescombat scrive all’amante esortandolo ad ucciderle il marito: «Non temo la morte, farò volentieri sacrifizio della vita purché io mi sazi del sangue di colui che io odio — se ti vedrò tornare coperto, darò mille vite per te». Anche la marchesa di Brinvilliers tentò più volte il suicidio; e i carcerati riproducono spesso colla massima indifferenza nei loro disegni lo spettacolo della propria morte, come ho mostrato nei miei Palimsesti del carcere — dalla cui rappresentazione il normale senso di conservazione fa generalmente rifuggire. — Così il Seghetti, soldato fucilato per insubordinazione, ha tracciato grossolanamente uno schizzo della scena della fucilazione. (v. fig. 5).
Antagonismo con gli omicidi. — Che veramente la tendenza al suicidio sia in uno stretto rapporto col delitto dimostrarono, colle loro confessioni, Lacenaire e la Trossarello. «Vi fu, confessò il primo, un giorno in cui non ebbi altra alternativa che il suicidio o il delitto; mi son chiesto se io era vittima di me stesso o della società; e dopo aver concluso che lo era di questa io la colpii ». E la Trossarello, subito dopo il tentato o finto suicidio, diceva alla Tabasso: «Sta volta l’hai provata a masseme mi, ma n'autre volta i massereu chie!» (Questa volta ho tentato d’uccidere me, ma un’altra volta ucciderò lui). Le statistiche ci danno poi prove ampie e sicure che tra delitto e suicidio esiste un rapporto antagonistico. (Oettingen), poiché i suicidi di delinquenti eliminano altrettanti omicidi — e inversamente. Infatti nei 14 dipartimenti francesi, che hanno dato più delitti contro le persone, non si trovano che 14 suicidi sopra 460 mila abitanti: invece nei 14, che diedero minori reati di sangue, i ebbero 14 suicidi su 170 mila abitanti.

In Italia si calcolano su 100.000 maschi 17 suicidi carcerati e 6,2 liberi a Olanda » a 130 » » 12,0 » » Norvegia » » 74 a » » » Inghilterra » a 28 a » 6,9 a

La Corsica, celebre per le sue tradizioni sanguinarie, su 100 accusati, di cui 83 per reati contro le persone, dà i suicidio sopra 55 mila abitanti; e il dipartimento della Senna dà, su 100 accuse, 17 sole per delitti contro le persone, e i suicidio sopra 2341 abitanti (Despine). Inoltre i suicidi scarseggiano nei paesi caldi, Spagna, Corsica, e da noi nelle provincie meridionali ed insulari, mentre il contrario accade nel l’Italia del Nord e centrale, ove i delitti sono invece più numerosi; e in genere nei paesi più civili man mano che cresce la cultura, ingrossa il numero dei suicidi (in Francia dal 1826 al 1866 aumentarono quasi di un triplo) e scema quello degli omicidi. E ciò tanto più da che il numero maggiore dei delinquenti suicidi si raccoglie fra quelli che commisero reati contro le persone (24 in Italia), o contro l’ordine pubblico (12), che non di quelli contro le proprietà (18). Ora è naturale che quanto più, grazie al suicidio scompariranno criminali omicidi, tanto. mi nor sarà il numero dei delitti contro le persone. Nei criminali il suicidio è insomma una sorta di valvola di sicurezza, perché ha la stessa origine della loro tendenza delittuosa, dal disprezzo della vita umana, propria ed altrui, e che può sostituirla, quando nelle condizioni mitigate di civiltà la reazione impulsiva si manifesti non più contro gli altri ma contro sé stessi. All’inverso, in alcuni casi, invero rarissimi, non è il suicidio che preserva dall’omicidio, ma anzi questo è causa di quello. Gente vile, pazzescamente superstiziosa e volonterosa di morire, uccide essere condannata a morte, o sperandone l'apoteosi o semplicemente per non aver il coraggio e la forza di suicidarsi.
Suicidio simulato. — E siccome l’uomo tende a simulare e fingere quelle azioni a cui più si sente inclinato, così spiegasi come fra i delinquenti moltissimi siano i simulatori di suicidio. Il Nicholson dichiara che su tre suicidi tentati in carcere, due sono simulati, o per vendicarsi dei custodi tentando di comprometterli o per migliorare il loro trattamento e più per la loro inclinazione all’infingimento. I criminali liberi vi ricorrono o per simulare un pentimento o una lotta.
Suicidio doppio. — Vi hanno suicidi-omicidi, o meglio suicidi doppi, che appartengono essenzialmente ai delitti per passione (v. Parte VI, Delitto per passione), e rappresentano la crisi finale dei grandi parossismi d’amore: avvengono nell’età giovane, nei celibi, o nei genitori stessi per eccesso di amor paterno, come a Parigi ne sono avvenuti di recente parecchi, provocati dalla miseria. Però si tratta per lo più di amori contrastati dai parenti, o al cui appagamento s’opponga qualche invincibile ostacolò.