La Cortigiana (1525)/Prologo

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Prologo

../Personaggi ../Atto primo IncludiIntestazione 28 maggio 2008 75% Teatro

Personaggi Atto primo
Istrione del Prologo
Io avevo imparato un certo proemio, diceria, sermone, filostoccola, intemerata o prologo che se sia, e ve’l volevo recitare per amor de un mio amico, ma ognun mi vuole in pasticci. Ma se voi siate savi: Plaudite et valete!
Istrione dell’Argomento
Come Plaudite et valete ? Donque io ho durato tanta fatica a comporre questo argumento, serviziale, cristioro o quel che diavol si chiami, et ora vuoi ch’io lo getti via? Per mia fe’, che tu hai magior torto che ’l campanile de Pisa e che la superchiaria.
Istrione del Prologo
Sta molto ben, poich’io ho ’l torto. Oh, corpo di me, part’egli onesto ch’a petizione d’una comedia io abbi ad esser crucifisso?
Istrione dell’Argomento
Messer no che non mi pare né giusto né onesto; né si crucifiggono cosí per poco le persone.
Istrione del Prologo
Anzi, per niente! E che ’l sia el vero, un messer Mario Romanesco or ora m’è venuto a trovare e dice ch’io gl’ho detto ch’egli dà il portante a le puttane, e che per questo mi vuol fare e dire.
Istrione dell’Argomento
Ah, ah, ah!
Istrione del Prologo
Tu hai un bel ridere e io forse ne piangerò; perché non fu sí tosto partito il prefato messer Mario che mi assaltò Ceccotto Genovese, già sarto e ora astrologo, e dice ch’io ho detto che li spagnuoli [non] sono da piú che i francesi; oh, questa pecora! Messer Lorenzo Luti ancora quasi cacciò mano a un coltello per darmi, con dire ch’io ho sparlato di lui e detto che gli è un pazzo, sendo sanese. Et una certa monna Maggiorina, che racconcia l’ossa per Roma, manda i gridi al cielo per esserli stato solo ripportato ch’io l’ho per una strega e mille altre novelle; e non voglio che ’l padrone abbia quista impressione di me, ché importano le impressioni assai, massime nelli orecchi de’ gran maestri.
Istrione dell’Argomento
Tu sei presso la morte, poiché stimi se le impressioni buone o cattive ne li orecchi de’ signori possono o non; come se tu facessi un gran conto di dispiacerli. Aprezza tanto la grazia loro quanto ha aprezzato Girolamo Beltramo il Giubileo! E ora stai sul severo; recita quisto beato prologo e io farò l’argumento a quisti òmini da bene, e poi chi ha a fare la comedia la faccia, ch’io per me non son per fare altro che l’officio mio; e ecco la calza.
Istrione del Prologo
Io ti vo’ contentare, e chi l’ha per male grattisi il culo.
Istrione del Prologo
Chi cercassi tutta la maremma non che Italia, non saria mai possibile a ragunare tanta turba di sfaccendati, e ognuno è córso al romore e non è niuno che sappia a che proposito. Almen quando quel medico da Verzelli e i compagni si squartorno, e’ si sapeva per dua giorni inanzi perché e per come. Sarà qualche satrapo che dirà essere venuto per avere qualche piacere de la comedia, come se la comedia non avesse altra faccenda che farlo ridere... Ma voi non volete star queti; orsú, ch’io vi chiarisco ch’io vi vitupererò tutti, per Dio! Per Dio che se non fate silenzio ch’io sciorrò el cane, e dirò: el tal è agens, el tal è patiens; e se non ch’io ho rispetto a monna Comedia che rimarrebbe sola, io publicarei tutti i defetti vostri, ché gli ho meglio in mente che la Marca la buona e santa memoria de l’Armellino, con reverenzia parlando.
Oh, quanti ce ne sono che fariano il meglio a procacciare la pigione de la casa a la Signora; e altri a fare che ’l suo famiglio abbia il suo salario provedere dovería.
E chi è in disgrazia al maestro di casa riaverlo per amico sería buono di tentare; e vadi a cena chi non ha cenato, ’nanzi che le campanelle, imbasatrici de la fame, suonino; e chi non ha ditto l’offizio si non andassi a dirlo non peccarebbe però in Spirito Sancto.
Per certo che si può rallegrare quel padre e fratello che ha il figliolo e fratello in Corte e con tutti i dessagi del mondo lo mantiene, perché doventi messere e reverendo, perché arà le some de’ benefici per andare dietro a le favole...
Ma io getto via le parole e veggo che a ogni modo volete impregnarvi di questa comedia! Orsú, a le mani, assettarètivi mai piú, perdigiornate? A fe’ che c’è tale che sta a un sinistro strano e per che cosa? Per vedere una favola. S’egli fusse in San Piero e avesse a vedere il Volto Santo, stando a sí gran disconcio diría a messer Domenedio che ’l verebbe a vedere una altra volta; ma avete ventura che ci sono donne oneste e poche, ché vi so dire che bagnaresti e’ piedi d’altro che d’acqua lanfa. Ma torniamo al proposito.
Vostre Signorie mi son patrone, e ancora ch’io abbia bravato un poco, non c’è periculo niuno, e mi burlo con voi che sète nobilissimi, costumati e virtuosi. E non credete che questa ciancia che vi sarà racconta vi facessi dispiacere, perché ella è nata a contemplazione vostra, e mi vien da ridere perch’io penso che inanzi che questa tela si levassi dal volto di questa città, vi credevate che ci fussi sotto la torre de Babilonia, e sotto ci era Roma. Vedete Palazzo, San Piero, la Piazza, la Guardia, l’Osteria de la Lepre, la Luna, la Fonte, Santa Caterina e ogni cosa.
Ma adesso che ricognoscete che l’è Roma al Coliseo, a la Ritonda e altre cose, e che siate certissimi che dentro vi si farà una comedia, come credete voi che detta comedia abbia nome? Ha nome La Cortigiana, et è per padre toscana e per madre da Bergamo. Però non vi maravigliate s’ella non va su per ’sonetti lascivi’, ’unti’, ’liquidi cristalli’, ’unquanco’, ’quinci e quindi’ e simili coglionerie, cagion che madonne Muse non si pascono si non d’insalatucce fiorentine!
E per mia fe’ ch’io son schiavo a un certo cavaliero Casio de’ Medici bolognese, poeta que pars est, che in una sua opera de la vita de’ santi, dice questo memorabile e divino verso:
Per noi fe’ Cristo in su la croce el tomo,
E se ’l Petrarca non disse ’tomo’, l’ha detto egli ch’è da Bologna, et altro omo che ’l Petrarca, per essere eques inorpellato. Cosí Cinotto, pur patricio bolognese, che scrivendo contro il turco disse cosí:
Fa’ che tu sippa Padre santo in mare
El turco deroccando e tartussando
Che Dio si vuol con teco scorucciare.
’Sippa’ è vocabulo antiquo, ’deroccare’ e ’tartussare’ moderno, e Cinotto, poeta coronato per man di papa Leon, l’usa e sta molto bene; sí che questi comentatori di vocabuli del Petrarca gli fanno dire cose che non le faría dire al Nocca da Fiorenza otto altri tratti di corda, come ebbe già, benemerito, in persona propria, da la patria sua.
E non è niuno che sappia meglio di Pasquino quello si può usare o no. Egli ha un libro il qual tratta de la sua genologia e c’è de belle cose, come intenderete, e perché gli è nato di poeta però qui lo faccio autore. Parnaso è un monte alto, aspero, indiavolato, che non ci andarebbe San Francesco per le stímate, e questo loco era d’un povero gintilomo che si chiamò ser Apollo; il qual, o fosse per voto o per disperazione, fattoci un romitorio, si viveva ivi. Avvenne che non so chi toccò il core a nove donne da bene, e dette donne, accettate dal sopra detto Apollo, entroron seco nel monasterio e dandosi a la virtú steteron non molto insieme che si piglioron grande amore. E, come accade che ’l Demonio è sutile, ser Apollo bello e madonne muse bellissime, si consumò el matrimonio, onde nacquero figlioli e figliole. E perché Apollo fu ceretano, come per la lira si può cognoscere, e molti anni cantò in banca, tutti e’ figlioli e figlie ch’egli ebbe fur poeti e poetesse. Ora, cominciandosi a sapere che suso quel monte, a petizione d’un solo, stavono nove cosí belle donne, ce furon molti che per industria saliron in cima al monte, e assai, credendosi salire, rupporo il collo. E come le buone muse videro di poter scemare la fatica a Apollo, si domesticorono sí con coloro che erono con tanto ingegno saliti su l’indiavolato monte, che poseno le invisibile corna a quella gintil creatura di Apollo: e con tale archimia fu acquistato Pasquino, né si sa di qual musa o di qual poeta. Bastardo è egli, questo è certo, e chi dice che dette muse fussero sorelle ha il torto, et ha quel giudizio in le croniche ch’ha il Mainoldo mantuano in anticaglie o in gioie; e lo prova, non essere pur parenti, la differenzia de le lingue che si leggono, e lo conferma Pasquino, che cicala d’ogni tempo greco, còrso, francese, todesco, bergamasco, genovese, veneziano e da Napoli. E questo è perch’una musa nacque in Bergamo, l’altra in Francia, questa in Romagna e quella in Chiasso e Caliope in Toscana. O vedete se di tanta mescolanza nascono le sorelle! E la ragion che piace piú la lingua toscana che l’altre, è perché ser Petrarca in Avignon s’inamorò di monna Laura, la qual fu fantesca di Caliope, e aveva tutto il parlare suo, e a ser Francesco piacendoli la dolce lingua di monna Laura, cominciò a comporre in sua laude. E perché a lui non è ancora agiunto stile se non quello de l’Abate di Gaeta, bisogna andare dietro a le autorità sua, ma circa al parlare non c’è pena niuna, salvo se non se dicessi el vero. E il milanese può dire ’micca’ per ’pane’ e il bolognese ’sippa’ pro ’sia’...
Istrione dell’Argomento
Oh, tu leggeresti bene il processo o la condemnazione a un podestà. O che cicalare è stato il tuo? Che domin t’importa egli il volere disputare del parlare? Tu non dovevi finire mai piú, acciò ch’io avessi a stare con questa calza tutt’oggi in mano, e che ’l serviziale si freddassi e che costoro non ricevessino la mità de l’argomento.
Istrione del Prologo
Tu hai ragione; tamen io voglio sapere, quanto ad un certum quid, che erbe sono in cotesto cristero, perché se tu ci avessi messo ’snelle’, ’frondi’, ’ostro’, ’sereno’, ’campeggianti rubini’, ’morbide perle’ e ’terse parole’ e ’melliflui sguardi’, e’ sono sí stitichi, che non gli smaltirebbono gli struzzi, che padiscono e’ chiodi.
Istrione dell’Argomento
Io li ho messo la merda, sta’ queto, e vedi farmi cotale argomento, e poi mi parla.
Istrione del Prologo
Or comincia.
Istrione dell’Argomento
In questa calza vi porto un argomento molto ristorativo e in questa sua composizione, ch’è buona a fare ridere il pianto, c’è Messer Maco di Coe da Siena, studiante in libris, venuto a Roma per acconciarsi per cardinale con qualche papa; che essendo in caso di morte per il mal di mazzucco, suo padre fe’ voto che, guarendo il detto Messer Maco, lo acconcería per cardinale con un papa. Sendo essaudito, e sano e piú bello che mai il figliolo, l’ha mandato in Roma per adempire il voto fatto per la salute sua e, preso maestro Andrea per pedagogo, gli fa credere che non è possibile a mettersi per cardinale con il papa se prima non si diventa cortigiano; e facilmente gli fa credere ch’un Gioan Manente da Reggio si fece cortigiano ne le forme, e con questa solenne sciocchezza mena questo ineffabile castrone a la stufa, dove gli dice esser le forme che fanno i piú bei cortigiani del mondo. E cosí, di pecora diventando un bue, pone il sigillo a tutte le savie e salate parole di quel pazzo di maestro Andrea, e ‑ si non ch’in Corte si veggono tutto il dí miracoli assai maggiori ‑ non crede[res]te mai ch’un omo si conducessi a tanta castroneria. E mi pare molto maggior cosa [de] il testamento che fece lo Elefante et era sí gran bestiaccia; cosí a sentire ragionare maestro Pasquino che è di marmo; e faretevi anco fare le stímate avere visto un Accursio e un Serapica comandare al mondo, che uno era stato fattore di Caradosso orefice, e l’altro canattiero. Or lasciamo ire le filosofie morale. Omero fu litigato da sette cittade, e ognuna per suo l’ha sempre voluto. A messer Maco interviene peggio, ché da piú di trenta paesi è refiutato; no ’l vuol niuno per amico né per parente. Milano lo renunzia per minchione, Mantoa per babione, Venezia per coglione, e sin a Matelica. Ma, per tagliare le lite, la causa è messa in ruota, e per grazia de li auditori arà fin presto, come le altre cose. Sí che per oggi il faremo da Siena, domani chi ’l vuole se ’l pigli.
Et anche piaceravi, credo, vedere inamorato Parabolano da Napoli, uno altro Accursio, in Corte piú per i capricci della fortuna che per sua meriti, il qual tormentandosi per Laura, moglie di messer Luzio Romano, e non volendo questo amor scoprire, un suo famiglio ribaldo sentì che ’l padrone di lei si lamentava sognando e, avendo per tal mezzo questo secreto, gli fa credere che Laura di lui sia inamorata e per via de una ruffiana conclude il parentado, e il magnifico, goffo al possibile, si ritrova con una fornaia piú sucida che la manigoldaría. E mentre che saranno in essere queste cose, e che vederete rappresentare qualche particella dei costumi cortigiani di donne et òmini, e che vederete doe comedie in una medesima scena nascere e morire, non vi spaventate, perché monna Comedia Cortigiana, per essere ella piú contrafatta che la Chimera, piú spiacevole che ’l fastidio, piú costumata che l’onestà, piú suave che l’armonia, piú gioconda che la letizia, piú iraconda che la còlera, piú faceta che la buffonaría, è, nel dir il vero, molto piú temeraria che la prosompzione. E se piú di sei volte messer Maco o altri uscissi in scena, non vi corrucciate, perché Roma è libera e le catene che tengono i molini sul fiume non terrebbono questi pazzi stregoni..., volsi dire ’istrioni’. Cosí abbiate pazienzia si alcun parla fuor di comedia, perché se vive a una altra foggia qui che [a] Atene non si faceva; dipoi colui che ha fatto la novella è omo di suo capo, né lo riformaría il Vescovo di Chieti.
Istrione del Prologo
E ’nfine tu sei omo che ti governi con le bigonce ‑ disse messer Zanozzo Pandolfini - e per mia fe’ che sei un buon maestro da fare argomenti et è stato molto solutivo. Or tiriamoci da parte e ascoltiamo come messer Maco si porta a diventare cortigiano!
Eccolo: ah, ah, ah! Oh, che pecora, ah, ah, eh, oh!