La Montagna di luce/29. L'assalto alla tomba

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29. L'assalto alla tomba

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29.

L'ASSALTO ALLA TOMBA


I fakiri dell'India, questi rappresentanti del più ributtante fanatismo religioso, sono certamente gli uomini più straordinari che esistano sulla terra.

Dotati d'una pazienza e d'una tenacia incredibili, sono riusciti a compiere delle cose così strane, da farsi veramente credere uomini miracolosi, e non solamente dai loro compatrioti.

È cosa comune vedere, nelle città di quell'immensa penisola, dei fakiri e soprattutto dei gussain, ossia mendicanti religiosi, tenere le braccia alzate per anni interi, senza mai abbassarle, neanche quando dormono, esercizio che potrebbe sembrare facile, ma che noi non riusciremmo di certo a prolungare oltre una mezz'ora, se giungiamo anche a tanto.

È pure anche comune vederne altri tenere le pugna strette finché le unghie, crescendo, attraversano tutto il palmo, uscendo dall'altra parte, esercizio che richiede mesi di lunghe sofferenze e che pure quei fanatici sopportano con una rassegnazione inaudita; oppure altri che per anni portano dei coltelli infissi nelle loro membra, o che si sottomettono a dei digiuni prolungati finché il loro corpo quasi si mummifica, vincendo tutti i Succi e tutti i Merlatti della terra.

Ma fra tante cose straordinarie, quella che ha maggiormente stupito gli scienziati europei ed americani, è il seppellimento d'un uomo vivo, e che dopo un tempo più o meno lungo, ritorna in vita, pur essendo rimasto privo d'aria parecchie settimane. La cosa sembrerebbe incredibile, eppure simili esperimenti, assolutamente straordinari, sono stati rigorosamente controllati da persone degne di fede, da scienziati, da governatori, e perfino da viceré inglesi dell'India.1

Sembra che i fakiri abbiano appreso il segreto di mettersi da sé medesimi in istato catalessico e d'ipnotismo, perché diversamente non potrebbero resistere ad una tumulazione che dura talvolta perfino quaranta giorni.

Comunque sia, è necessaria una pazienza che solamente gl'indiani posseggono per poter abituarsi a sospendere il respiro, cosa che nessuno di noi certo potrebbe fare.

Il fakiro dunque, prima di poter raggiungere quel perfezionamento che è necessario per poter subire la prova, deve esercitarsi per lunghi anni.

Si fa scavare dapprima una fossa, deponendovi in fondo un materasso o parecchie stuoie, e comincia l'esercizio della poanayama, ossia della sospensione del respiro.

I primi giorni si fa rinchiudere dentro solamente per qualche minuto, in modo però che l'aria non vi possa penetrare, poi per due, quindi aumenta sempre, abituandosi in tal modo a recitare il suo rosario, in ragione di seimila sillabe ogni dodici ore.

Prima però di cominciare quel pericoloso esercizio che può costargli la vita per asfissia, ha la precauzione di traforare il muscolo che congiunge il lato interno della lingua alla mascella inferiore. Vi fa una piccola incisione ogni settimana, che ripete per ventiquattro volte, poi con massaggi speciali, e con olii astringenti, costringe la lingua a ripiegarsi in modo da otturare completamente la laringe.

Ottenuti questi risultati, che richiedono sovente degli anni, fa il suo esperimento in pubblico, sotto la controlleria di personaggi eminenti, sovente di rajah, i quali devono chiudere la tomba col loro sigillo che non deve venire spezzato che al momento della risurrezione.

Vi sono dei fakiri che rimangono chiusi nelle loro tombe perfino quaranta giorni!... Eppure non muoiono.

Quando vengono levati, dopo quella lunga tumulazione, hanno l'aspetto di veri cadaveri o meglio di mummie. Solamente non tramandano alcun odore.

Le loro gambe e le loro braccia sembrano disseccate; i loro polsi e anche il cuore e le tempia non battono più; il loro corpo è freddo, eccettuata la testa che conserva un certo calore.

Si lavano con acqua calda, si operano sul loro corpo vigorose frizioni e si mette sul loro capo un cataplasma ben caldo di farina di frumento.

Ciò fatto, si sturano le narici, si apre a forza la bocca per rimettere la lingua nella posizione normale, onde non chiuda più la laringe, cosa non sempre facile perché tende ad inarcarsi da principio, la si spalma di burro per restituirle la sua morbidezza, quindi si soffregano le palpebre con del grasso tiepido e si aprono gli occhi.

Per lo più al secondo od al terzo cataplasma, il fakiro dà qualche segno di vita.

Le sue membra perdono la loro rigidità e si riscaldano, le narici si dilatano, gli occhi riacquistano il loro splendore, ed il fakiro, con stupore generale, ritorna in vita dopo quattro o cinque settimane di tumulazione!


* * *


Barwani, sepolto il fakiro, si era messo audacemente all'opera per contrastare il passo ai rajaputi, essendo convinto di venire ben presto assalito.

Aveva sotto di sé venticinque bricconi che avevano sfidata più volte la morte e che sapevano maneggiare i fucili con una certa abilità, quantunque non potessero gareggiare coi rajaputi che sono generalmente buoni bersaglieri.

Barricata la porta con blocchi di pietra, formando una trincea alta due metri, aveva disposto una parte dei suoi uomini dietro quella difesa e gli altri sulla muraglia.

– Resisteremo qui finché potremo, poi ci ritireremo nel mausoleo – aveva detto ai suoi uomini.

I rajaputi però pareva che non avessero molta fretta ad assalire.

Si tenevano coricati dietro i loro cavalli, limitandosi pel momento a sorvegliare tutta la cinta, onde nessun assediato potesse sfuggire.

– Che aspettino dei rinforzi? – si chiese Barwani, con inquietudine. – Se approfittassi delle tenebre per tentare una sortita? Si potrebbe provare.

Con un fischio radunò i suoi uomini ed espose loro il suo progetto, il quale ebbe l'approvazione di tutti. Era meglio tentare una lotta disperata fin che i rajaputi erano pochi, piuttosto di lasciarsi rinchiudere in un cerchio di ferro e di fuoco senza alcuna possibilità di poterlo più tardi rompere.

E poi avevano tutti il sospetto che Toby ed i rajaputi aspettassero le guarnigioni dei due fortini della vallata, prima di dare l'assalto.

– Non fate fuoco se prima non ne darò il comando – disse Barwani. – Cercheremo di sorprendere gli assedianti.

– Ed i cavalli? – chiese un vecchio sapwallah.

– Lasciamoli qui; siamo già così lesti da sfidare quelli dei rajaputi.

Si disposero in colonna, si misero i tarwar dalla lama larga e ricurva fra i denti, armarono le carabine e si lasciarono scivolare silenziosamente giù dalla barricata che ostruiva parte della porta.

– Mi pare che non si siano accorti di nulla – disse Barwani al vecchio sapwallah che gli stava a fianco.

– Nessuno si è mosso – rispose questi.

– Avviciniamoci più che possiamo, poi faremo una scarica a bruciapelo, e approfitteremo del panico per disperderci. Ognuno pensi a sé e si raccomandi alle proprie gambe.

I sapwallah ed i giocolieri si tuffarono fra le alte erbe e si misero a strisciare verso i primi cavalieri, i quali si trovavano sdraiati a circa trecento metri dalla porta.

I banditi avevano già percorsa mezza distanza e si preparavano a slanciarsi innanzi, quando udirono alcuni nitriti.

I cavalli dei rajaputi li avevano sentiti? Era probabile, perché in un momento tutti quegli animali erano balzati in piedi portando in sella i loro cavalieri.

Un grido echeggiò:

– Il nemico!...

I rajaputi, radunatisi su due colonne con una rapidità fulminea, caricavano colle scimitarre in pugno.

I sapwallah erano pure balzati in piedi.

– Fuoco! – gridò Barwani.

Una scarica ruppe le tenebre, ma fu la prima e anche l'ultima.

I cavalieri del rajah, senza badare ai caduti, perché alcuni di essi, colpiti dalle palle, erano precipitati dalle selle, si erano scagliati innanzi sciabolando senza misericordia.

I sapwallah, a loro volta sorpresi ed impotenti a far fronte a quell'uragano che li travolgeva, non ostante i sagrati di Barwani, fuggirono a precipizio verso la tomba della rani, lasciando cinque compagni a terra.

Non fu che al di là della barricata che si arrestarono, ricominciando il fuoco, ma i rajaputi, che non volevano impegnarsi a fondo, erano già tornati ai loro posti facendo ricoricare i cavalli.

Barwani era furioso per quel primo scacco che non era certo incoraggiante.

– Non riuscirò a far nulla con femminucce di questa specie!... – urlava, minacciando i suoi uomini. – Al primo assalto vi farete scannare come montoni!...

Il gigante però esagerava, perché i sapwallah, malgrado quella batosta, avevano occupato fortemente la barricata, aprendo un fuoco vivissimo contro i cavalieri.

I rajaputi non rispondevano.

Solamente le carabine di Toby e d'Indri di quando in quando rimbombavano, e le loro palle non sempre andavano perdute, quantunque i compagni del fakiro si tenessero nascosti dietro le pietre e gli stipiti della porta.

Quando spuntò il sole, la posizione degli assediati era invariata; gli assedianti invece si erano ritirati a mille metri per mettersi fuori di portata dal tiro delle carabine.

– Che cosa aspettano dunque per assalirci? – si domandò Barwani, le cui inquietudini aumentavano.

In quel momento verso la valle del Senar si udirono a echeggiare delle trombe.

– Ecco dei rinforzi che giungono ai rajaputi – disse Barwani, coi denti stretti.

– Quei furfanti hanno fatto venire le guarnigioni degli hudi. La nostra sorte ormai è decisa: qui morremo tutti. Potesse morire anche quel cane di Dhundia!... Io credo che se ne sia andato per non farsi levare la pelle da Indri.

Salì su una delle torricelle e guardò in direzione della vallata.

Non si era ingannato.

Un grosso drappello di rajaputi, preceduto da un pezzo d'artiglieria, s'avanzava attraverso l'altipiano.

– Sono almeno in sessanta – mormorò il briccone. – Cerchiamo di prolungare la resistenza. Chissà!... Forse Dhundia non ha mentito.

La riunione fra i rajaputi degli hudi e quelli comandati da Toby e da Indri si era effettuata, ed il cannone era stato messo in batteria di fronte alla barricata.

Un soldato che portava un fazzoletto bianco appeso alla canna della sua carabina, s'avanzò verso la tomba della rani.

Barwani, vedendolo, ebbe un sorriso da tigre.

– Viene per intimarci la resa – disse. – So quale destino aspetta ai dacoiti che cadono nelle mani del rajah, e alla forca preferisco la morte sul campo.

Alzò la sua carabina, strisciò dietro la barricata e mirò il soldato, dicendo:

– Sarà uno di meno.

Un momento dopo il parlamentario cadeva col cranio fracassato.

Al colpo di fucile aveva subito risposto un colpo di cannone e una granata era caduta sopra la barricata, spostando un gran numero di massi e mettendo in fuga i sapwallah.

Un secondo, poi un terzo proiettile piombarono dinanzi alla porta rovinando gli stipiti e causando il franamento di quell'ammasso di pietre.

Levato l'ostacolo, quaranta rajaputi si slanciarono coraggiosamente all'assalto mandando urla selvagge, mentre i loro compagni facevano scariche contro le sommità della cinta per impedire agli assediati di occuparla.

I rajaputi si scagliarono attraverso la porta urlando:

– Senza quartiere! Ammazza!

I sapwallah non li avevano però attesi. Salirono frettolosamente la gradinata che metteva nel mausoleo e nascostisi dietro a due giganteschi leoni di granito rosso, aprirono un fuoco così violentissimo da arrestare di colpo lo slancio degli assalitori, quantunque fossero guidati da Toby e da Indri.

Fatte però due scariche, i sapwallah si rifugiarono nell'interno del mausoleo, chiudendo con fracasso la porta di bronzo.

Toby e Indri, sospettando una sorpresa, avevano fatto ritirare i rajaputi dietro la cinta.

– Bisognerebbe far saltare la porta – disse il primo.

– Nulla di più facile, sahib – rispose l'ufficiale che aveva ricevuto dal rajah l'incarico di aiutarli nella riconquista dei Kohinoor. – Vi mettiamo un petardo e la gettiamo giù.

– Ne avete fatto portare qualcuno dal fortino?

– Ne abbiamo due, sahib.

– Ma vorrei prendere Dhundia vivo – disse Indri, il quale credeva ancora che si trovasse fra gli assediati.

– Ed anche il fakiro – aggiunse Toby.

– Sarà un po' difficile – rispose l'ufficiale. – Se hanno ucciso il nostro parlamentario, è segno che quei miserabili combatteranno fino all'ultimo respiro. Nondimeno cercheremo di averli vivi.

– Orsù, facciamo saltare la porta – disse Toby. – Sono impaziente di mettere le mani su quella canaglia di Dhundia.

Due rajaputi furono mandati a prendere il petardo.

Mentre stavano per ritornare, gli assediati, come se si fossero accorti delle intenzioni dei loro avversari, avevano ripreso il fuoco sparando attraverso le due finestre che s'aprivano ai lati della porta.

Le palle fioccavano dappertutto scrostando la muraglia e sibilando sopra i massi della barricata, dietro i quali si erano sdraiati i rajaputi.

Toby ed i suoi compagni avevano subito risposto con molto vigore, quantunque con scarso risultato, perché i sapwallah si guardavano bene di mostrarsi troppo.

Solamente le palle del cacciatore ottenevano buon effetto facendo scoppiare le teste che apparivano sopra il davanzale.

– Cento rupie a chi va collocare il petardo!... – gridò Indri.

Un uomo prese la bomba e si slanciò risolutamente nel cortile, ma non aveva fatti dieci passi che cadeva al suolo, fulminato da parecchie palle.

Un altro tentò la prova e cadde pure con una gamba spezzata.

– Per la mia morte! – urlò Toby, furioso. – A me!

Stava per slanciarsi, quando Bandhara lo trattenne.

– Lasciate fare a me, sahib – disse il cornac.

Presso di lui vi era il cadavere d'un sapwallah che era stato ucciso dallo scoppio d'una delle tre granate.

Lo sollevò abbracciandolo strettamente, in modo da coprirsi e si scagliò innanzi.

Raccolse il petardo, salì in fretta i gradini sfuggendo a due scariche e si gettò fra le zampe di uno dei due colossali leoni di pietra.

I rajaputi, incoraggiati da quell'esempio, si erano precipitati entro la cinta fulminando le due finestre con un fuoco accelerato intensissimo, costringendo i sapwallah a sgombrare.

Bandhara, collocato il petardo dinanzi alla porta e accesa la miccia, era scivolato lungo la parete, rifugiandosi dietro una delle torrette, onde non esporsi nuovamente alle scariche degli assediati.

Anche i rajaputi si erano allontanati per non venire colpiti dai frammenti della porta.

Nell'interno del mausoleo si udivano intanto i sapwallah a urlare come ossessi.

Certo si erano accorti del petardo che doveva rovesciare la loro ultima difesa.

– Pronti per l'assalto! – gridò l'ufficiale ai suoi uomini.

La sua voce fu soffocata da uno scoppio formidabile, seguìto da un cupo rimbombo.

La porta di bronzo, scardinata dallo scoppio, era caduta nell'interno del mausoleo con un fracasso assordante.

– All'assalto! – gridarono Toby, Indri e l'ufficiale.

I quaranta rajaputi, non badando alle scariche dei sapwallah, si scagliano innanzi colla scimitarra in pugno.

Salgono a quattro a quattro i gradini e irrompono nella sala coll'impeto d'un torrente che straripa.

Sciabolano i primi che si trovano dinanzi, poi si gettano contro il grosso che si è addossato al sepolcreto della rani.

Barwani, dinanzi a tutti, impugnando la sua carabina per la canna, si difendeva come un leone. Dotato d'una forza prodigiosa, ad ogni colpo atterrava un uomo.

I rajaputi però, attorno a lui mietevano rapidamente i sapwallah, i quali, atterriti, non opponevano che una debole resistenza.

I rajaputi non davano quartiere, non ostante le grida di Toby, a cui premeva fare qualche prigioniero.

Due minuti dopo non rimaneva in piedi che Barwani. Quantunque ferito in più parti e grondante di sangue, continuava la lotta balzando fra i cadaveri che lo circondavano.

– Arrenditi! – gli gridò Toby, puntandogli contro la carabina.

– Ecco la mia risposta – urlò il gigante, scagliandosi a corpo perduto sul cacciatore.

Stava per fracassargli il cranio col calcio del fucile, quando l'ufficiale dei rajaputi gli scaricò in pieno petto due colpi di pistola.

Barwani lasciò andare la carabina, si portò ambe le mani sulle ferite, poi cadde sulle ginocchia, mandando un urlo di tigre in furore.

– Dov'è Dhundia! – gridò Toby, il quale non aveva veduto il traditore fra i combattenti.

– Dhun... dia – rantolò il gigante, mentre i suoi occhi s'accendevano d'una cupa fiamma. – La... gola... Senar... ucci...detelo...

Poi un fiotto di sangue gli montò alla gola soffocandogli la voce, e cadde fra i cadaveri, per non più rialzarsi.

Il gigante era morto.


Note

  1. Il dottor Gibler, attualmente dell'ospitale degli Italiani a New-York, e anche il dottor Honisberger, per citarne qualcuno, hanno assistito ad uno di questi esperimenti a Lahore.