La capanna dello zio Tom/Capo XIII

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XIII. Una colonia di Quaccheri

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Harriet Beecher Stowe - La capanna dello zio Tom (1853)
Traduzione dall'inglese di Anonimo (1871)
XIII. Una colonia di Quaccheri
Capo XII Capo XIV

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CAPO XIII.

Una colonia di Quaccheri.


Una scena di pace si presenta ai nostri occhi.

Ecco una vasta cucina ben pulita, imbianchita, sul cui pavimento giallognolo, terso, luccicante, non troveresti un atomo di polvere; ecco una fila di fornelletti ben annerita, di ben terse casseruole che risvegliano l’appetito colla memoria di ottimi intingoletti; antichi seggioloni di legno ben saldi, colorati di verde; una piccola scranna tentennante, attentamente lavorata e ricca di vaghe intarsiature; ed ivi presso un seggiolone che pare, colle larghe sue braccia, faccia un invito ospitale, secondato, diremmo quasi, da’ soffici suoi cuscini — seggiolone d’antica foggia, degnissimo d’essere anteposto ad una dozzina dei moderni eleganti sofà, ricchezza dei nostri salotti; e seduta su questo seggiolone, cogli occhi abbassati sul lavoro, una persona di nostra antica conoscenza, Elisa.

Sì, è dessa; ma più immagrita, più pallida che non fosse nell’abitazione del Kentucky, ombrata la fronte e le lunghe palpebre da un tenue velo di malinconia rassegnata, che pur si esprime nel gentile contorno della sua bocca. Ben si conosce, a primo sguardo, come il cuore della giovane siasi rinvigorito sotto i colpi dell’avversità, come abbia prestamente invecchiato; e mentre il suo grande occhio nero si solleva, tratto tratto, per seguire le capriuole di Arrigotto, che si trastulla sul pavimento non altrimenti che un farfallino dei tropici, vi si vedea l’espressione d’un coraggio maturo, risoluto, che in altri tempi più felici non dimostrava.

Siedeva presso di una donna, tutta intenta a disporre pesche disseccate in ben forbito piatto di stagno. Poteva avere dai cinquantacinque ai sessant’anni; ma era di quelle fisonomie che il tempo pare non tocchi che per abbellirle.

Una cuffia di tulle increspato, acconciata alla moda dei quaccheri, un fazzoletto di mussolina bianca che, in pieghe regolari, le attraversava il petto, una veste ed uno sciallo di color grigio, dimostravano apertamente a quale setta religiosa appartenesse. Il suo volto, paffutello, roseo, spirava la dolcezza tranquilla di un’anima retta; i suoi capelli, inargentati in parte dall’età, si divideano su d’una fronte aperta e serena, ove il tempo non avea lasciata altra scritta fuori di questa: «pace in terra e buona [p. 137 modifica]volontà verso il prossimo;» e sotto essa splendean due occhi, pieni di bontà, di amore, di verecondia; e bastava fissarli per sentire che voi leggevate nel cuore più semplice, più affettuoso, che abbia mai palpitato in petto femminile. Le belle giovani sono state decantate, celebrate le mille volte: perchè nessuno ha mai badato alla bellezza delle vecchie? Chi volesse ispirarsi ad una di queste fisonomie, venga a contemplare la nostra buona amica Rachele Halliday, che siede qui appunto su questa piccola scranna in tentenno. Fosse effetto d’un qualche reuma, preso in gioventù, o affezione asmatica, o contrazione di nervi, questa vecchia sedia scricchiolava, gemeva per poco che la si toccasse: ma quando la buona madre vi si dondolava mollemente, ne usciano suoni così acuti, che, in qualunque altra sedia, sarebbero stati imperdonabili. Ma il vecchio Simeone Halliday avea spesso dichiarato che quel cigolìo avea, per lui, la dolcezza d’una musica; e tutti i fanciulli confessavano che, per nulla al mondo, rinunzierebbero al piacere di sentire scricchiolar la sedia della mamma. E perchè? perchè per il tratto di oltre venti anni, non partiano da quella scranna venerabile, non altrimenti che un pergamo, che consigli amorosi, avvertimenti materni; da quella scranna erano state guarite moltissime infermità d’animo — superate difficoltà spirituali e temporali — e tutto ciò, da una buona donna amorosa; oh, Dio la benedica!

— «Ed hai risoluto di andartene al Canadà, Elisa?» chiese Rachele, mentre tranquillamente disponea le sue pesche nel piatto.

— «Sì, mamma — rispose Elisa risolutamente. — Debbo andarvi; non ardisco fermarmi qui.»

— «E colà giunta, che farai? bisogna pensarvi, figliuola mia.»

Questa parola «figliuola mia» venne naturalmente sulle labbra di Rachele Halliday; poichè tale era la fisonomia di lei, che la parola «madre» era quella che meglio consuonava all’espressioue del suo volto.

Le mani di Elisa tremarono e alcune lacrime le caddero sul lavoro; ma rispose con voce ferma:

— «Qualche cosa farò: spero che troverò a lavorare.»

— «Sai che puoi rimaner qui tutto il tempo che ti piace» disse Rachele.

— «Oh ve ne ringrazio! — esclamò Elisa — ma — soggiunse, accennando Arrigotto — io non posso dormir tranquilla; non trovo requie. La scorsa notte vidi in sogno un uomo che entrava nel cortile» diss’ella singhiozzando.

— «Mia povera figliuola! — disse Rachele, asciugandosi gli occhi; — ma non bisogna aver troppa paura. La Providenza ha disposto per modo, che nessun fuggitivo fu mai colto nel nostro villaggio; e spero che tu non sarai la prima.»

[p. 138 modifica]In quel momento si aprì l’uscio, ed una donna, piccola, tarchiata, rubiconda come una pera, si fermò sulla soglia. Indossava, alla foggia di Rachele, una veste di color grigio, con un fazzoletto di mussolina che le attraversava il ricolmo seno.

— «Ruth Stedman — disse Rachele, facendosele incontro, tutta lieta; — come stai, Ruth?» e le stringeva cordialmente le mani.

— «Benissimo» rispose Ruth, togliendosi il piccolo cappello grigio, che prese a ripulire col suo fazzoletto, e facendo vedere una testolina rotonda, coperta d’un cuffiotto quacchero disposto con una specie di severa etichetta che non escludeva la leggiadria. Alcune ciocche di capelli, ricciuti naturalmente, sfuggite di qua, di là, non avean l’aria di voler tornarsene a posto; onde la nuova venuta, che poteva avere un venticinque anni di età, si pose dinanzi ad uno specchietto per racconciarseli; e stette a contemplarsi con una specie di soddisfazione — che chiunque avrebbe divisa seco lei nel guardarla — perchè la era veramente una donnetta graziosa, dalla fisonomia gioviale ed aperta, tale da render leale il cuore di un uomo.

— «Ruth, questa amica è Elisa Harris; e questi è il fanciulletto di cui già ti ho parlato.»

— «Sono veramente lieta di vederti, Elisa — disse Ruth, stringendole la mano quasi ad un’antica amica che da gran tempo si aspettasse; — e questo è il tuo caro figliuoletto? Gli ho portato una chicca» soggiunse ella porgendo una pasta di zucchero, in forma di cuore, al fanciullo; che l’accettò timidamente, contemplandola meravigliato tra le folte anella de’ suoi capelli.

— «Dove è il tuo bambino, Ruth?» domandò Rachele.

— «Verrà quanto prima; la tua Marietta lo prese, mentre veniva, e lo condusse seco nel granaio per mostrarlo agli altri fanciulli.»

In quel momento si aprì la porta e si vide comparir Marietta, giovane vereconda, con due grandi occhi bruni, simili a quelli di sua madre, in atto di condurre il bambino.

— «Ah, ah! — esclamò Rachele, levandosi da sedere e togliendosi in braccio un bambino grassotto, bianco, fiorente; — come sta bene, come è cresciuto!»

— «Oh, certo!» disse festosamente la piccola Ruth, ripigliando il fanciulletto, e sciogliendogli un cappuccio di seta azzurra, non che alcuni fermagli e ornamenti superflui; e dopo avergli acconciato l’abito in diverse fogge e cordialmente baciato, lo adagiò sul pavimento, affinchè raccogliesse i suoi pensieri. Il fanciullo parea avvezzo a queste diverse operazioni, perchè tacitamente portò il dito alla bocca e parve si abbandonasse alle sue riflessioni, mentre la madre siedeva anch’essa, e dato di mano ad una [p. 139 modifica]larga calza di lana turchina e bianca, si metteva prestamente a lavorar le maglie.

— «Non sarebbe meglio, o Maria, che tu ponessi la caldaietta al fuoco?» suggerì la madre con dolcezza.

Maria prese la caldaietta, attinse acqua al pozzo e ben presto ricomparve per acconciarla al fornelletto, donde ben presto esalò un fumo, quasi incenso, in onore dell’ospitalità e della buona ciera. Quindi la stessa mano ubbidiente ai cenni amorevoli di Rachele ponea sul fuoco il piattello di stagno che conteneva le pesche.

Rachele, strettosi allora un grembiale ai fianchi, diè di mano ad una tavoletta pulitissima, e si mise tranquillamente ad impastarvi alcuni biscotti, dicendo al tempo stesso:

— «Non sarebbe bene, o Maria, raccomandare a John che ci accomodi qualche pezzo di selvaggiume?» E Marietta scompariva per ubbidire.

— «E come sta Abigaille Peters?» chiese Rachele, senza interrompere la sua operazione intorno ai biscotti.

— «Oh sta meglio! — riprese Ruth; — vi andai stamane: le feci il letto, le diedi sesto alla casa. Lea Hills vi andò dopo pranzo, e impastò pane e stiacciate che possono bastarle per più giorni; e ho promesso di tornar stasera per farle compagnia.»

— «Io vi andrò domattina, e vedrò se vi è qualche cosa da porre in ordine» disse Rachele.

— «Ah! va benissimo — riprese Ruth; — intesi — soggiunse ella — che Anna Stanwood è ammalata. John l’ha vegliata la notte scorsa; io debbo andarvi domani.»

— «John potrebbe venire a pranzar con noi, se tu sei occupata tutto il giorno» disse Rachele.

— «Grazie, Rachele, vedremo domani; ma ecco Simeone.»

E Simeone Halliday, uomo aitante e robusto della persona, vestito di abito e pantaloni bigi, con un cappello a larghe falde, entrò nella camera.

— «Come stai, Ruth? — chiese egli affettuosamente stringendo nella sua grossa mano le dita ritondette di lei; — e come sta John?»

— «Oh John sta benissimo, come pure il rimanente di tutta la famiglia» disse Ruth con aria allegra.

— «Che nuove, papà?» chiese Rachele, mentre mettea nel forno i suoi biscotti.

— «Pietro Stebbins mi disse che verrà qui questa sera con amici» disse Simone, con piglio significante, nell’entrare in un camerino per lavarsi le mani.

— «Davvero!» esclamò Rachele, gittando un’occhiata misteriosa ad Elisa.

[p. 140 modifica]— «Non hai detto che ti chiamavi Harris?» dimandò Simeone ad Elisa nel rientrare in cucina.

Rachele fece un cenno cogli occhi al marito, mentre Elisa tremante rispondeva «sì;» la paura le fece sospettare che fosse stato pubblicato l’avviso della sua fuga.

— «Mamma» disse Simeone, fermandosi sulla soglia del camerino e chiamando Rachele in disparte.

— «Che vuoi, papà?» disse Rachele, fregandosi le mani, ed avanzandosi verso di lui.

— «Il marito di quella giovane è qui nella colonia, e questa sera sarà con noi» disse Simeone.

— «Oh dici il vero, papà?» dimandò Rachele, col volto raggiante di gioia.

— «Verissimo. Pietro andò jeri colla vettura sino all’altra stazione, ed ivi trovò una vecchia e due uomini, uno dei quali disse aver nome Giorgio Harris; e da quanto ha raccontato de’ suoi casi, è desso sicuramente. È un bel giovane disinvolto. Dobbiamo prevenirnela?» chiese Simeone.

— «Confidiamolo a Ruth; — disse Rachele. — Vien qua, Ruth, un momento.»

Ruth depose la sua calza e corse subito.

— «Ruth, che ne pensi? — chiese Rachele — papà dice che il marito di Elisa a tra i fuggiaschi testè giunti, e che stasera verrà qui.»

Un’esclamazione di gioia della piccola quaccheressa interruppe il discorso. Spiccò un salto, battè le mani per modo, che due anella di capelli le sfuggirono di sotto la cuffia e caddero sul bianco fazzoletto che avea al collo.

— «Adagio, cara mia! — disse graziosamente Rachele; — adagio Ruth; dobbiamo avvisarnela subito?»

— «Certo! e senza perdere un minuto di tempo. Mi immagino, se egli fosse il mio John, come vorrei saperlo subito! diamole immediatamente questa notizia.»

— «Tu non pensi che all’amore del prossimo, Ruth» disse Simeone guardandola con tenerezza.

— «Certo; e non siam fatti l’un per l’altro? Se io non amassi John e il mio figliuoletto, non potrei indovinare i sentimenti di Elisa. Ora va, dille tutto.» E con atto di persuasione pose la sua mano sul braccio di Rachele.

— «Conducila nella tua stanza; e mentre voi parlate, io metterò in pronto la cena.»

Rachele entrò in cucina, dove Elisa lavorava a cucire, ed aprendo la porta d’un camerino, le disse con dolcezza:

[p. 141 modifica]— «Vien qua meco, figliuola mia; debbo darti una notizia.»

Il sangue salì al volto pallido di Elisa; ella si levò da sedere, tremando per ansietà nervosa, e gittò uno sguardo sopra suo figlio.

— «No, no! — disse la piccola Ruth, stringendole affettuosamente le mani — non temere, sono buone notizie, Elisa; vieni, vieni!» E la spinse leggermente verso la porta, che si chiuse dietro di lei; tornata, si tolse in braccio Arrigotto, e cominciò a baciarlo.

— «Povero bimbo, vedrai tuo padre. Lo sai tu? papà tra poco sarà qui» soggiunse ella ripetutamente, mentre il fanciullo la guardava con meraviglia.

Nella camera attigua succedea intanto un’altra scena. Rachele Halliday, traendo a sè Elisa, le dicea: — «Il Signore ebbe pietà di te, figliuola mia; tuo marito è fuggito dalla terra di schiavitù.»

Il sangue con impeto repentino rifluì dal volto al cuore di Elisa; ella siedette pallida e quasi svenuta.

— «Coraggio, figliuola mia — disse Rachele ponendole la mano sul capo; — egli è in compagnia di amici che di questa sera lo condurranno qua.»

— «Questa sera! — esclamò Elisa; — questa sera!» quasi non avesse inteso il significato di quella parola; la sua mente era confusa, travolta in oscurità; credea sognare.

Quando riprese i sensi, si trovò adagiata mollemente sul letto, con sovresso una copertina, e la piccola Ruth che le fregava le mani con acqua canforata. Aperse li occhi in uno stato di sonnolento, delizioso languore, come persona che si senta sollevata da un gran peso che l’oppresse a lungo, e cerca riposarsi. La tensione dei nervi, che non era cessata mai dal primo momento della sua fuga, ora cedeva all’influenza d’uno strano sentimento di sicurezza, di riposo, che dolcemente la invadeva; e mentre ella pesava, co’ suoi grandi occhi neri aperti, seguiva, quasi per tranquilla visione, i movimenti di coloro che la circondavano. Vide aperta la porta che metteva nell’altra camera, vide la mensa coperta di tovaglia bianchissima, allestita per la cena; udiva il gorgogliare del thè nel vaso posto al fuoco; vedeva Ruth che andava innanzi e indietro con piattelli di focaccine e confetti, e fermavasi tratto tratto per porre una piccola stiacciata in mano ad Arrigotto, per accarezzargli la testolina, o inanellargli colle dita bianchissime le lunghe ciocche de’ capelli. Vedea la grandiosa materna figura di Rachele, che le venìa di quando in quando alla sponda del letto, a racconciar qualche cosa intorno alle cortine, e toccava qua e là per dimostrare la sua amorosa sollecitudine; e incontrava quello sguardo che scendea sopra di lei, non meno soave di un raggio di sole al tramonto. Vedea entrare il marito di Ruth, e questa corrergli incontro e cominciare [p. 142 modifica]a bisbigliargli con calore, con atti espressivi, accennando col piccol dito la camera. La mirava col suo bimbo tra le braccia, siedersi presso il vaso del thè; quindi li vedea tutti a tavola, ed il piccolo Arrigo su di una alta scranna, sotto l’ombra della grande ala di Rachele; udìa il sommesso favellare dei commensali, il suono argentino delle tazze, delle sottocoppe, il gradito tintinnìo dei cucchiarini, confuso il tutto in un sogno delizioso di riposo. Elisa si addormentò come non avea più mai dormito: dopo quella terribile ora di mezzanotte, quando toltosi in braccio il fanciullo, fuggì all’aperto al freddo lume delle stelle.

Ella sognava una contrada beata, una terra di riposo, rive verdeggianti, isole pittoresche, acque scintillanti; e là in una casa che voci soavi le dicean sua, vedea il suo figliuoletto trastullarsi libero e felice; udìa il romore dei passi di suo marito: lo sentìa avvicinarsi, le braccia di lui la stringevano, le sue lacrime cadean sul volto di lei, e si svegliò! Non era un sogno. Il giorno era scomparso già da molto; il suo figliuoletto le dormiva tranquillamente assieme, e alla fiocca luce d’un candeliere riconobbe suo marito che singhiozzava presso il guanciale.

Il domani fu giorno d’allegrezza nella casa dei Quaccheri. La madre si levò per tempo, e fu ben presto attorniata da svelti giovanetti e giovanette, che non abbiamo ancora il destro di presentare al nostro lettore, e che tutti si affacendavano ubbidienti ai cenni amorevoli di Rachele. — «Non dovreste far così» o più ancora dolcemente: «Non sarebbe meglio far cosi?» nell’allestire la colazione.

Nelle lussureggianti vallate di Indiana, allestire la colazione è cosa complicata, moltiforme, che richiede il concorso di molte mani, come l’opera di sceglier fiori nel paradiso terrestre; poichè Eva sola non bastava. Mentre John, per esempio, corre ad attingere acqua fresca, e Simeone il giovane sta vagliando la farina per focaccie, e Maria è occupata a macinare caffè, Rachele va su e giù dolcemente, fa i biscotti, trincia il pollo, diffonde una specie di armonia, di luce, che mette tra i giovani collaboratori, troppo solleciti, ordine, unità, e impedisce di eccedere per zelo soverchio. I poeti cantarono il cinto di Venere, che fece girare il cervello degli uomini in tutte le successive generazioni; noi canteremo piuttosto il cinto di Rachele Halliday, che preservava le teste dalla vertigine, e fece procedere con accordo ogni cosa. Lo crediamo assai più adatto ai nostri tempi.

Mentre si proseguivano li altri apparecchi, Simeone il vecchio, in maniche di camicia, stava dinanzi ad uno specchio sospeso a un angolo della camera, assorto nell’antipatriarcale operazione di radersi la barba. Nella gran cucina tutto procede fratellevolmente, quietamente, concordemente — ciascuno trova sì dolce il far ciò che deve; — vi è tale, direi quasi, una atmosfera di mutua confidenza, di buon volere, che perfino i coltelli, [p. 143 modifica]i cucchiai, nell’essere posti in tavola, mandano un tintinnìo unisono; il pollo, il presciutto, accomodati nella casseruola pare sien lieti di servire alla festa di quel giorno; e quando Giorgio, Elisa ed Arrigotto comparvero, trovarono un’accoglienza così allegra, così cordiale, che non dobbiamo maravigliarci se temettero di sognare.

Tutti siedettero, tranne Maria, che, rimasta presso il focolare, sorvegliava le focaccine e le trasmettea sulla mensa, mano a mano che esse prendevano quel colorito bruno-dorato, che è il vero segno della perfezione.

Rachele non parve mai così lieta, così felice e benigna come ora, a capo della tavola. Perfin nell’atto di passare un piattello di frittelle, una tazza di caffè, trapelava una bontà sì cordiale e materna, che parea infondesse in que’ cibi un nuovo e misterioso sapore.

Era questa la prima volta che Giorgio si era seduto, come tra eguali, alla tavola di un bianco; onde in principio si mostrò peritoso, imbarazzato; ma dinanzi a tanti atti di sì cordiale gentilezza, le sue incertezze dileguarono non altrimenti che nebbia del mattino, dinanzi al festivo raggio del sole.

Era questa veramente una famiglia — una famiglia, parola di cui Giorgio non aveva potuto mai apprezzar bene il significato; a misura che la fede in Dio, la fiducìa nella Providenza cominciavano a penetrargli in cuore, la sua tetraggine, lo scetticismo, la sua feroce disperazione scomparivano alla luce di un vangelo vivente, espressa nella fisonomia dei suoi ospiti, predicato da mille inconsci atti di amore e di benevolenza, che, come il bicchiere d’acqua fresca dato a nome del discepolo, avranno la loro ricompensa.

— «Papà — disse Simeone il giovane, stendendo del burro sopra la sua focaccina; — che faresti se tu fossi nuovamente preso?»

— «Pagherei l’ammenda» rispose pacatamente Simeone.

— «Ma se ti imprigionassero?»

— «Tua madre e tu sbrighereste le bisogna di casa» disse Simeone sorridendo.

— «Mamma sa far di tutto — rispose il fanciullo — ma non è una vergogna far leggi tali?»

— «Non devi sparlar delle leggi, Simeone — disse gravemente il padre. — Il Signore ci concede beni terrestri, perchè pratichiamo la giustizia e misericordia; se gli uomini che governano, vi impongon sopra una multa, bisogna pagarla.»

— «Sì, ma io abborro que’ brutti possessori di schiavi» riprese il giovanetto, il quale sentiva cristianamente quanto qualsiasi moderno riformatore.

— «Mi meraviglio di te, figliuol mio — disse Simeone — tua madre non ti ha insegnato mai queste cose.»